Adolescente, educazione e catechesi (da mons.Giuseppe Petrocchi)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 03 /05 /2008 - 14:54 pm | Permalink
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(da S.Ecc.mons.Giuseppe Petrocchi, Appunti per una catechesi di comunione, Relazione programmatica all'Assemblea Pastorale della diocesi di Latina, 24-25 settembre 2004, pp.23-25)

La fase adolescenziale rappresenta un’epoca evolutiva di grande rilevanza formativa. Come è noto, viene attraversata da tensioni interiori e attriti comportamentali che spesso assumono modularità conflittuali. Infatti, “durante l’adolescenza e la giovinezza, va delineandosi in maniera sempre più determinante la personalità dell’uomo e del credente. L’adolescente avverte assai nitidamente l’esigenza di giustificazione e di sistemazione delle proprie conoscenze. Egli passa da uno stato di dipendenza dall’adulto, e in particolare dalla famiglia, a uno stato autonomo, avviando così il suo confronto con la società e cercando in essa il suo posto. Si sviluppa in lui la vita affettiva e sessuale. Egli soffre l’insicurezza e l’inquietudine che accompagnano la sua età. In definitiva, l’adolescente cerca il senso della propria esistenza. Ha bisogno di certezza, anche se è portato a rimettere tutto in discussione; ama dimostrare la sua capacità critica; scopre e realizza se stesso nell’azione e nella vita di relazione. Si accosta a chi sa mettersi, senza pregiudizio e con vera amicizia, al suo livello. L’educazione sessuale in questa età pone problemi particolarmente seri e specifici e determina, in larga parte, l’armonia della crescita umana e cristiana.

In particolare occorre tenere presente – per evitare valutazioni improprie - che negli adolescenti si istituisce un doppio canale comunicativo: uno di superficie (molto visibile ed ostentato, caratterizzato in prevalenza dall’ “io-no” cioè, dalla tendenza a porre la propria identità in contrapposizione al mondo adulto e al precedente stato infantile) e uno profondo (per questo coperto, e quasi sempre negato, in cui prevalgono più che mai i bisogni valoriali di sicurezza, di conferma nell’autostima, di prossimità relazionale e dialogica, di testimonianza convincente, di fermezza nell’affiancamento formativo). Si tratta cioè di due modalità di pensiero e di rapporto che possono sembrare di segno opposto e in netto contrasto tra di loro, ma che operano in contemporanea: perciò, in un adolescente, può risultare spesso attiva la dialettica acerba del “sic et non”! (chiedo “questo” e – nello stesso istante vorrei anche il contrario). Ad esempio: l’adolescente dimostra una forte allergia al sistema di pensiero adulto, ma dentro si sé può, in sincronia, avvertire prepotente il bisogno di essere riconfermato (anche se con forme nuove) nella visione del mondo che sta mettendo in discussione; chiede piena autonomia comportamentale (non raramente in forma esasperata e contestataria), ma può sentire l’urgenza di vicinanze educative ferme ed affidabili; sembra rifiutare pronunciamenti chiari e decisioni perseveranti, tuttavia mai come in questo periodo, si rivela transitabile agli insegnamenti autorevoli e alle testimonianze autentiche.

Il fatto è che mentre sul primo modulo comportamentale (quello di superficie) l’adolescente trasmette ad alto volume, sul secondo (quello profondo) il suo messaggio, proprio perché parte da un livello più interno, può risultare, da fuori, “muto” o difficile da decodificare: esso chiede, quindi, di essere intercettato attraverso un ascolto vigile, esperto e paziente. Guai, perciò, quando l’adulto si sintonizza solo sulla “frequenza di superficie” dell’adolescente e non percepisce anche la voce nascosta che – in contemporanea e spesso in antitesi con le richieste palesi – scaturisce dal fondo inconscio della sua personalità: l’educatore, se incappa in questo approccio unilaterale, può incorrere in pesanti errori di valutazione e di risposta.

Una certa conflittualità con l’adolescente, specie in alcune problematiche esistenziali, può, dunque, risultare inevitabile: il problema vero, perciò, non è quello di evitarla a qualunque prezzo (ci sono dei “sì” e dei “no” che comportano costi anche alti, ma risultano, poi, pedagogicamente sani). La questione seria sta nella disponibilità ad accettare il confronto (a volte impervio) senza ansietà improprie, con interventi fermi (mai però minacciosi o aggressivi), e attraverso pronunciamenti autorevoli (che rifuggono dall’autoritarismo, perché forniti delle ragioni che spiegano le convinzioni e le decisioni): in sintesi si tratta di imparare a gestire con maturità educante pure i “sussulti” relazionali, che possono attivarsi in un’età evolutiva a conformazione psicologica fortemente “sismica”.

Così come può risultare uno sbaglio valutare gli esiti di una azione formativa solo a partire dai livelli rilevabili “ad occhio nudo”: può esserci, infatti, un’efficacia, non appariscente e ad effetto ritardato, destinata a portare i suoi frutti in un’altra stagione dell’esistenza. In questo, l’attività pedagogica spesso si rivela simile a quanto accade nei terreni carsici: la pioggia che cade dall’alto sembra disperdersi subito, quasi rifiutata da una terra che continua a mostrarsi arida e refrattaria, eppure quell’acqua “scomparsa” scorre limpida negli strati più interni del terreno e ricompare all’aperto – anche a distanze notevoli – come sorgente fresca, abbondante e ricca di vita.

Può capitare così con la catechesi rivolta agli adolescenti: con molti di loro questa “sollecitudine spirituale” – anche quando è ben fatta e piena di insegnamenti preziosi – sembra scivolare via, respinta da atteggiamenti apparentemente impermeabili, ma di fatto essa viene assorbita e custodita nei depositi profondi dell’anima, per riapparire in età adulta come fonte di saggezza umana e di autentica vita cristiana.