Catechesi degli adulti, del cardinal Camillo Ruini

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 12 /10 /2009 - 23:29 pm | Permalink
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dalla relazione tenuta dal cardinal Camillo Ruini nel corso del II Convegno Nazionale dei Catechisti che si tenne a Roma nei giorni 20-22 novembre 1992 ed ebbe per tema “Testimoni del Vangelo nella città degli uomini”. Gli Atti del Convegno sono stati pubblicati dalla LDC, 1993, ed i brani riportati sono alle pp. 20-26.


Voi sapete che un'esigenza fondamentale del testimone autentico del Vangelo è di essere attuale, presente alle persone cui si rivolge, così come Dio è presente a ciascuna persona e la ama, qui ed ora; così come Cristo risorto fa strada con ogni uomo, e con ciascuno intende spartire la Parola e il Pane, come accadde ad Emmaus.

Si è dunque cristiani e catechisti nell'oggi del proprio tempo, nelle situazioni specifiche di vita, secondo le domande reali dell'adulto contemporaneo; anzi ci si può definire adulti nella fede, nella misura in cui le ragioni della fede si fanno ragioni di vita nell'impasto con le vicende quotidiane.

Ebbene, questo senso dell'attualità del Vangelo che salva porta, come prima conseguenza, non quella di spingere il testimone a un rapido e non di rado superficiale adattamento del messaggio alle persone, a voler farsi capire a tutti i costi. L'attualità del Vangelo, cioè, non ha valenza primariamente pedagogica, funzionale, metodologica, ma è urgenza teologica: corrisponde al volere del Padre di essere presente oggi, qui e ora nel mondo per amarlo e salvarlo in Cristo.

Dio ci precede sempre nell'attualità, e come tale vuoi essere riconosciuto.

Se badiamo bene, qui sta il senso genuino della missione della Chiesa, ciò che la rende veramente attuale: portare nel cuore dell'uomo del nostro tempo il Vangelo che è Gesù Cristo. Ma come avviene ciò?

Prima di rispondere, ci viene da pensare che, nella catechesi, attualità e modernità non sempre possono coincidere. Se una comunità, se dei catechisti facessero discorsi di «sapienza mondana», per dirla con san Paolo, arrossendo, edulcorando, o tacendo di Gesù Cristo crocifisso e risorto (cf 1 Cor 2, 1ss), potranno apparire sì moderni, magari di avanguardia, ma non sono «attuali» nel senso evangelico, non riconoscono né testimoniano cioè l'atto con cui Dio è presente e operante nel mondo tramite il Vangelo di Gesù Cristo. Sono recenti, forse attraenti, ma intrinsecamente sorpassati e marginali.

Conviene dunque avere ben presente la doppia qualità di un annuncio del Vangelo che vuol essere «attuale»:

- Anzitutto è un annuncio che appare spesso marcatamente difficile, specie tra adulti, perché il destinatario, appunto l'uomo adulto di oggi, si fa schermo, protezione della propria maturità, per rivendicare un'impossibile autosufficienza e per respingere una reale conversione al Vangelo, cioè la chiamata, necessariamente faticosa, al superamento di sé per aprirsi radicalmente alla trascendenza di Dio e all' obbedienza del Padre.

- Detto al positivo, l'annuncio del Vangelo agli adulti è valido quando l'adulto apre il cuore all'attualità del Signore e sa «incontrare Dio», meglio, si lascia «incontrare da Dio» in ogni momento di vita. Allora è veramente giunto alla pienezza della maturità della fede.

Di qui il doppio, unitario e inscindibile obiettivo di ogni catechesi degli adulti [...]:
- è il Vangelo di Gesù Cristo che la Chiesa, tramite il catechista, intende e vuole annunciare;

- e, insieme, la Chiesa intende e vuole che gli uomini e le donne, a cui il Vangelo è stato annunciato, abbiano ad arrivare alla maturità della fede, che è poi la santità della vita.

Diversamente ci si collocherebbe in una mediocrità di mete ed impegni non accetti a Dio e, in fondo, non accolti nemmeno dagli adulti.

A badare bene, questa prospettiva è quella che il Santo Padre Giovanni Paolo Il chiama missione di «nuova evangelizzazione». È quella situazione della missione in cui la Chiesa non può accontentarsi della pastorale ordinaria (cf Redemptoris missio, 34).

Nuova evangelizzazione rispecchia chiaramente la coscienza che il Vangelo, ossia la fede in Gesù Cristo, la fede della Chiesa nel suo nucleo generatore, è il «pane quotidiano» che il Padre intende dare ai suoi figli che hanno fame: un Vangelo autenticamente conosciuto, un Vangelo esistenzialmente maturato, responsabilmente e appassionatamente diffuso.

Di questa nuova evangelizzazione il catechista degli adulti è anzitutto testimone personale, nella misura in cui la sua vita si configura a quella di Cristo che da lui è annunciato. E la sua testimonianza di credente si rivolge in maniera diretta e personale ad altre persone, cercando di accostare, capire, amare ciascuna di loro in ciò che ha di proprio e di irripetibile: questa è la via maestra, principale e insostituibile anche oggi, anzi soprattutto oggi, della diffusione del Vangelo.

Questa dimensione personale della nuova evangelizzazione e della catechesi degli adulti non è affatto alternativa, ma consustanziale alla loro indole comunitaria, cioè della comunità in cui si forma e cresce, nella fede e nella vita secondo la fede, il testimone del Vangelo, e della comunità in cui viene progressivamente inserito colui che è raggiunto dalla sua parola e testimonianza: solo nella comunità credente infatti matura, di regola, quell'intensità di fede e di amore che genera il missionario e che permette di perseverare a colui che è stato raggiunto dalla Parola che salva.

Nella città degli uomini

Non esiste nei Vangeli una testimonianza che dica che Gesù facesse dei monologhi, parlasse tra sé e sé. Quando si esprime, lo vediamo parlare direttamente e sensatamente sempre con un tu: il Padre nel cielo e le persone in terra. Gesù è l'uomo della sua gente e, quando entra in città, «l'attraversa» tutta, perché solo così riesce a incontrare e a farsi incontrare, come accade con Zaccheo (cf Lc 19,1-2).

E oggi, perché risorto, nella forza dello Spirito e grazie al sacramento che è la Chiesa, egli è l'uomo della nostra gente, delle nostre città; egli è ed agisce quale Salvatore attuale, nostro contemporaneo. E noi catechisti siamo suoi testimoni. Ma cosa vuol dire incontrare una persona? Richiede assai più che una rapida attenzione. Per Gesù, l'altro è sempre materia di incarnazione, terreno di inserimento del seme del Regno.

Tutto ciò impone espressioni di maturità nel catechista, che in altri tempi forse erano più scontate o meno avvertite, ma che oggi diventano imprescindibili, senza per altro dover diventare ardue o macchinose.

Occorre anzitutto prendere atto che il volto dell'adulto di oggi si riconosce non solo nelle parole e nei tratti esterni, ma affrontando la sua condizione culturale, ossia conoscendo le ragioni, le espressioni e le istituzioni del suo vivere, del suo fare, del suo amare e, purtroppo, anche del suo sbagliare. Questo, però, è possibile solo se si sa evitare il rischio degli stereotipi sulle persone, e l'altro rischio, non meno grave, di banalizzare o di ritenere non rilevanti per il cammino dell'annuncio interrogativi e risposte che, invece, caratterizzano numerose il cammino di ciascuno nella storia.

L'esemplarità dell'atteggiamento di Gesù va accolta anche in questo aspetto: è sempre la domanda dell'uomo - espressa, male espressa o non espressa - che costituisce il punto di partenza da accogliere, comprendere e trascendere, perché l'annuncio venga incarnato. L'incontro di Gesù con il giovane ricco, con Zaccheo, con l'adultera sono per noi splendidi itinerari pedagogici (cf Mt 19,16-22; Lc 19,1-10; Gv 8,3-11).

Certo, addentrarsi nel mondo culturale odierno, come fa san Paolo nell'areopago di Atene, significa, oggi come ieri, imbattersi in visioni di vita, magari più vissute che riflesse, ma quanto mai influenti, che sono sostenute da ambiguità e oscillazioni: tra secolarità giusta e secolarismo deformante, tra responsabilità necessaria ed eteronomia o autonomia non sostenibile, tra senso di personalità da rispettare e promuovere e soggettivismo quanto mai fragile e capzioso.

Occorre avere il coraggio della verità anche nel discernere il groviglio delle situazioni e contraddizioni dell'uomo contemporaneo. Siamo, infatti, oggi di fronte a una complessiva fragilità degli orientamenti culturali, delle scelte morali, degli orizzonti spirituali, collegata a una pari e più avvertita debolezza del tessuto sociale.

Ridurre il vero a ciò che si può sperimentare, il giusto a ciò che appaga, il bene a ciò che è funzionale e utile: sono questi i drammatici esiti di una cultura, che nel rifiuto del trascendente spesso si chiude anche all'autenticità degli orizzonti umani. Così si spiegano i tanto inquietanti tratti del nostro vivere civile: crisi della famiglia nella sua progettualità e nei suoi rapporti, confusioni fuorvianti attorno al concetto stesso di esistenza e di persona umana, perdita di impegno e abbandono stesso dell'istanza educativa, egoismo sociale in nome di interessi di parte, mancanza di responsabilità nella gestione della cosa pubblica...

Che anche dietro questi errori ci siano erranti da incontrare e accogliere, e che, magari, all'interno di questi stessi errori alberghi un sia pur minuscolo seme di verità, non diminuisce la responsabilità della chiarezza dell'analisi, della denuncia profetica e, al tempo stesso, dell'offerta della «buona notizia» che c'è una salvezza per l'uomo e che ha un nome, quello di Gesù.

Siamo coscienti che il messaggio evangelico non è riducibile a un puro pacchetto di valori con cui sostenere una visione alternativa dell'esistenza. Esso è ben di più: è un evento che si riattualizza ogni volta che viene accolto. È però vero che, proprio nella crisi dei valori intorno a noi, percepiamo quanta urgenza ci sia di un rinnovato annuncio di questo evento che salva.

Un grande senso di discernimento viene dunque richiesto a chi entra nella città degli uomini, affinché il Vangelo produca sempre il doppio effetto del «convertitevi e credete» che fu già l'appello di Gesù (cf Mc 1,15).

Ma qui non termina certamente il compito della nuova evangelizzazione. Il discernimento come il lievito evangelico va mescolato nella massa. Come Paolo, occorre avere il coraggio di andare all'areopago, là dove l'uomo vive. A questo proposito Giovanni Paolo II, nella Redemptoris missio, accenna a luoghi e situazioni specifiche che chiama significativamente «areopaghi moderni», dove il Signore intende farsi attuale e incontrare gli uomini.

Dalle sue parole siamo invitati a vedere e avvicinare gli adulti non astraendo dalle loro competenze e responsabilità; dunque all'interno degli odierni dibattiti, nell'incrocio degli interessi e dei valori dove storicamente si incontrano gli adulti: si pensi, per stare all'esempio del Papa, cosa può voler dire annunciare il Vangelo in rapporto al mondo dei mass-media e della comunicazione; agli impegni e istituzioni per la pace, per lo sviluppo, la liberazione dei popoli, la protezione delle minoranze; in rapporto alla promozione della donna e del bambino; alla salvaguardia del creato; alla ricerca scientifica; ai rapporti internazionali. Si aggiungano mondi e fenomeni sociali nuovi, quali l'urbanizzazione, il mondo dei giovani, le migrazioni, le nuove povertà, tutte aree di vita in cui l'adulto spesso si trova a vivere (cf Redemptoris missio, 37).

Dalle parole del Papa si ricavano orizzonti di catechesi evangelizzatrice che costituiscono una vera e propria nuova frontiera per tanta nostra pastorale, un contrassegno di un servizio di adulti e per adulti.

La catechesi degli adulti è dunque volta a formare cristiani maturi nella fede, capaci di operare nella città degli uomini con forte senso morale e civile. Abbiamo bisogno di adulti credenti che non fuggano dalle proprie responsabilità ma con vigore e coerenza propongano i valori del Vangelo in ogni ambito della vita civile, sociale e politica e agiscano secondo i principi della onestà, della giustizia e della solidarietà.

La realtà di tanti comportamenti lontani da tali norme e valori nella vita pubblica, ma anche nelle scelte quotidiane, richiama alla relazione che esiste tra la saldezza dei riferimenti morali e l'autenticità delle convinzioni religiose. Solo una capillare e sistematica opera di formazione spirituale e morale può prevenire il distacco tra la fede professata e l'esperienza della vita e favorire un impegno dei cristiani nella città degli uomini capace di rinnovarne profondamente il tessuto sociale e politico. Perciò l'impegno della catechesi degli adulti deve essere considerato da parte della Chiesa un apporto essenziale alla ripresa morale del nostro popolo.

È un contributo di cui oggi si avverte acutamente il bisogno: appare infatti particolarmente necessario, nell'attuale situazione italiana, la promozione anche pubblica e incarnata nella storia di quei valori nei quali si rispecchia la piena verità dell'uomo e che hanno la loro ultima radice nel carattere trascendente della persona umana.

Essi sono sempre più largamente contraddetti, nel costume e negli orientamenti politici, e pertanto richiedono di essere concretamente e consapevolmente sostenuti e promossi, senza preclusioni e contrapposizioni sistematiche, ma anche senza rinunce o accomodamenti illusori. La nostra catechesi degli adulti ha davanti a sé questa grande sfida: promuovere personalità credenti che mediante un cammino di costante conversione e cambiamento interiore siano in grado di offrire un sostegno determinante alla genuina libertà e allo sviluppo del nostro Paese, con una testimonianza esemplare di dedizione al bene comune e di servizio alla integrale promozione dell'uomo.

Quella carità che è la verità

Alle attese, come pure alle chiusure dell'adulto contemporaneo, la Chiesa si avvicina con l'atteggiamento schietto di Paolo che afferma: «Io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1,16). Lo fa con le risorse della sua testimonianza, senza potenza esteriore, né con «discorsi persuasivi di sapienza» (1 Cor 2,4), ma attraverso il gesto più efficace, che è quello umile, semplice e decisivo, di seminatori, di missionari, di catechisti che, come Cristo e nel suo nome, gettano il seme della Parola di Dio nel territorio della vita e delle culture dell'uomo.

Vi è qui un necessario fattore di verità, anzi di umile, trepida e nondimeno tranquilla certezza che non possiamo disattendere se veramente, con lo stile di Cristo, di Paolo e dei primi missionari, vogliamo essere «testimoni del Vangelo nella città degli uomini».

A questo proposito giova riconoscere, richiamando e approfondendo le ambivalenze della cultura moderna sopra ricordate, che oggi vige un singolare, e direi paradossale criterio di verità: sarebbero vere, genuine, da accettare, quelle persone e quelle affermazioni che meno sono precise e stabili, che più sono funzionali ai propri desideri e interessi, anche spirituali e culturali, che più giovano al conseguimento della propria autorealizzazione. Insomma, paradossalmente, per tanti uomini del nostro tempo è vero ciò che pretende di non esserlo del tutto, che si mostra disponibile al patteggiamento, secondo l'utilità che se ne ricava.

La certezza della fede, per la quale la verità piena e l'autentica conoscenza di noi stessi ci vengono dalla Parola di Dio, da Dio che si rivela a noi in Gesù Cristo, si riduce allora a una opinione tra le altre, che è vera e accettabile soltanto nella misura in cui corrisponde alle nostre attese e sensibilità.
[...]

Merita ricordare queste parole di Giovanni Paolo II ai catechisti: «La costante preoccupazione di ogni catechista - quale che sia il livello delle sue responsabilità nella Chiesa - dev'essere quella di far passare, attraverso il proprio insegnamento ed il proprio comportamento, la dottrina e la vita di Gesù. Egli non cercherà di fermare su se stesso, sulle sue opinioni ed attitudini personali, l'attenzione e l'adesione dell'intelligenza e del cuore di colui che sta catechizzando; e, soprattutto, non cercherà di inculcare le sue opinioni ed opzioni personali, come se queste esprimessero la dottrina e le lezioni di vita di Cristo. Ogni catechista dovrebbe poter applicare a se stesso la misteriosa parola di Gesù: "La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato" (Gv 7,16)» (Catechesi tradendae, 6).

Sempre ricordando di essere «testimoni del Vangelo nella città degli uomini», non possiamo tacere il profilo sociale dell'impegno del catechista degli adulti. Purtroppo si è talora diffusa la concezione che fosse «catechesi» degli adulti quella che più si scostava dal contesto di vita, confondendo il raggiungimento dell'interiorità con la riduzione al fatto privato. E, d'altra parte, è potuto capitare che la catechesi e la specifica formazione cristiana degli adulti si siano ridotte ad approfondimenti esclusivamente di tipo etico e pratico. Nel primo caso si sono sottratte alla catechesi degli adulti aree specifiche di vita, di apertura pubblica, talora di urgente bisogno; nel secondo caso si è sottratta all'impegno la luce della catechesi.

Vorrei suggerirvi a questo proposito un cammino forse inedito e quanto mai congruo per adulti: assumere la Centesimus annus di Giovanni Paolo Il e vederla come modello del fare catechesi degli adulti, osservando specificamente l'impegno di parlare dei problemi della vita sociale, anche di alta complessità, in una chiara ottica di fede.

Un secondo vitale criterio perché la verità del Vangelo possa diventare carità evangelica risiede nella comunità cristiana che invia i catechisti e che riceve gli adulti. Per essere «testimoni del Vangelo nella città degli uomini» occorrerà significare a noi stessi e alle persone a cui parliamo che esistono dei posti e dei momenti in cui vi è sintesi tra «Vangelo e città», tra fede e cultura, tra unità e differenza.