Origine del termine “post-moderno”: il post-moderno si costruisce “contro” la grande “narrazione “ della scienza e della giustizia (da Jean-François Lyotard)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 16 /09 /2011 - 15:23 pm | Permalink | Homepage
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da Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, Milano 2006 (originale 1979), pp. 5-6; 6-7; 12-13 

L’oggetto di questo studio è la condizione del sapere nelle società più sviluppate. Abbiamo deciso di chiamarla “postmoderna”. La definizione è corrente nella letteratura sociologica e critica del continente americano. Essa designa lo stato della cultura dopo le trasformazioni subite dalle regole dei giochi della scienza, della letteratura e delle arti a partire dalla fine del XIX secolo. Tali trasformazioni saranno messe qui in relazione con la crisi delle narrazioni.

Originariamente la scienza è in conflitto con le narrazioni. Misurate col suo metro, la maggior parte di queste si rivelano favole. Tuttavia, dato che non si limita ad enunciare regolarità utili ma ricerca il vero, la scienza si trova nella necessità di legittimare le sue regole di gioco. È a tal fine che costruisce un discorso di legittimazione del proprio statuto, che si è chiamato filosofia. Si tratta di un metadiscorso che, quando ricorre esplicitamente a qualche grande referente narrativo, come la dialettica dello Spirito, l’ermeneutica del senso, l’emancipazione del soggetto razionale o lavoratore, lo sviluppo della ricchezza, conferisce l’appellativo di “moderna” alla scienza che ad esso si richiama per legittimarsi. Così avviene per esempio che la regola del consenso fra destinatore e destinatario di un enunciato con valore di verità venga considerata accettabile qualora si inscriva nella prospettiva di una possibile unanimità degli spiriti razionali: tale era la narrazione dei Lumi, dove l’eroe del sapere lavora per un fine etico-politico buono, la pace universale. Da questo caso risulta evidente come legittimando il sapere attraverso una metanarrazione, che implica una filosofia della storia, si è portati ad interrogarsi sulla validità delle istituzioni che governano il legame sociale: anch’esse richiedono una legittimazione. La giustizia diviene in tal modo il referente di una grande narrazione, allo stesso titolo della verità.

[...]

La nostra vita è così votata all’accrescimento della potenza. La sua legittimazione in materia di giustizia sociale e di verità scientifica consisterebbe nella ottimizzazione delle prestazioni del sistema, nell’efficacia. L’applicazione di questo criterio a tutti i nostri giochi non è disgiunta da certi effetti terroristici, velati o espliciti: siate operativi, cioè commensurabili, o sparite.

Questa logica della miglior prestazione è indubbiamente inconsistente da molti punti di vista, in particolare da quello della contraddizione in campo socioeconomico: esso esige ad un tempo meno lavoro (per abbassare i costi di produzione) e più lavoro (per alleggerire il peso sociale della popolazione inattiva). Ma l’incredulità è ormai tale che, contrariamente a Marx, nessuno si aspetta oggi che tale inconsistenza possa costituire una via di scampo.

[...]

L’antico principio secondo il quale l’acquisizione del sapere è inscindibile dalla formazione (Bildung) dello spirito, e anche della personalità, cade e cadrà sempre più in disuso. Questo rapporto fra la conoscenza ed i suoi fornitori ed utenti tende e tenderà a rivestire la forma di quello che intercorre fra la merce ed i suoi produttori e consumatori, vale a dire la forma valore. Il sapere viene e verrà prodotto per essere venduto, e viene e verrà consumato per essere valorizzato in un nuovo tipo di produzione: in entrambi i casi, per essere scambiato. Cessa di essere fine a se stesso, perde il proprio “valore d’uso”.[1]

È noto come negli ultimi decenni il sapere sia divenuto la principale forza produttiva,[2] cosa che ha già notevolmente modificato la composizione della popolazione attiva nei paesi più sviluppati[3] e che costituisce il principale collo di bottiglia per i paesi in via di sviluppo. Nell’età postindustriale e postmoderna, la scienza conserverà e indubbiamente svilupperà ulteriormente la propria importanza nella dotazione di capacità produttive degli Stati-nazione. Questa situazione è anche uno dei motivi che fanno ritenere che il ritardo dei paesi in via di sviluppo non cesserà in avvenire di aggravarsi.[4]

Note al testo

[1] Cfr. J. Habermas, Conoscenza e interesse, Laterza, Bari 1973.

[2] “In questa trasformazione non è né il lavoro immediato, eseguito dall’uomo stesso, né il tempo che egli lavora, ma l’appropriazione della sua produttività generale, la sua comprensione della natura e il dominio su di essa attraverso la sua esistenza di corpo sociale – in una parola, è lo sviluppo dell’individuo sociale che si presenta come il grande pilone di sostegno della produzione e della ricchezza”, per cui “il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata”, così scrive Marx nei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia, Firenze 1970, vol. 2°, pp. 401-403. Marx concede tuttavia che non è “solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale” che le conoscenze divengono forze produttive, cioè come macchine, le quali sono “organi del cervello umano creati dalla mano umana; capacità scientifica oggettivata” (ibidem). Cfr. P. Mattick, Marx e Keynes, Dedalo, Bari 1979. Vedi anche Lyotard, La place de l’aliénation dans le retournement marxiste, in Dérive à partir de Marx et Freud, 10/18, Paris 1973 [il capitolo citato non è stato inserito nell’edizione parziale italiana: A partire da Marx e Freud, Multhipla, Milano 1979, N.d.T.].

[3] La composizione della categoria dei lavoratori (labor force) negli Stati Uniti si è modificata come segue in vent’anni (1950-1971): Operai di fabbrica, dei servizi o agricoli 62,5% (1950) 51,4% (1971); liberi professionisti e tecnici 7,5% (1950) 14,2% (1971); impiegati 30,0% (1950) 34,0% (1971). [Da Statistical Abstracts, 1971].

[4] Questo a causa della lunghezza del tempo medio di “produzione” di un tecnico di livello superiore o di uno scienziato in rapporto al tempo di estrazione delle materie prime e di trasferimento del capitale finanziario. Alla fine degli anni Sessanta, Mattick valutava il tasso di investimento netto nei paesi sottosviluppati fra il 3 e il 5% del PNL, mentre nei paesi sviluppati esso era fra il 10 e il 15% (op. cit.).