Tutto quello che c’era di buono in lui cantò, di Edoardo Rialti (su G. K. Chesterton)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 26 /09 /2011 - 14:31 pm | Permalink
- Tag usati: ,
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo da Il foglio  del 22/9/2011 l’introduzione a L’uomo che ride, il volume di Edoardo Rialti pubblicato in collaborazione da Cantagalli e da Il foglio che raccoglie le 18 puntate sulla vita e l’opera di G. K. Chesterton apparse sul quotidiano citato. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri articoli di e su Chesterton vedi su questo stesso sito la sezione Letteratura.

Il Centro culturale Gli scritti (26/9/2011)

Al centro di quell'“incubo” dai risvolti enigmaticamente comici che è il romanzo “L'uomo che fu Giovedì” il poliziotto protagonista Daniel Syme si trova a duellare di fioretto con un tenebroso ed anarchico barone francese, che pare incassare i colpi senza versare sangue quasi fosse uno stregone o peggio ancora un demonio, ed il cui abito di velluto nero sembra risucchiare la luce attorno. E dinanzi a questa potenza annichilatrice il giovane poeta e poliziotto si scopre addosso una forza che non sospettava.

“Syme raccolse tutte le proprie forze, e tutto quello che c’era di buono in lui cantò, alto in aria, come un vento alto canta tra gli alberi. Pensò a tutte le cose comuni in quella pazzesca storia: alle lanterne giapponesi di Saffron Park, alla chioma rossa della ragazza nel giardino, agli onesti marinai che trincavano birra lungo il dock, ai suoi leali compagni lì accanto. Forse era stato scelto proprio lui come campione di tutte quelle cose fresche e buone, perché incrociasse la spada col nemico della creazione. Dopo tutto – si disse – io sono più che un demonio: io sono un uomo. Io posso fare l’unica cosa che Satana stesso non può fare: posso morire".

La soluzione dello scontro avrà un esito assolutamente inaspettato – per Syme e il lettore – ma l'immagine di questo ergersi a difendere quanto di buono, bello, amabile ci sia già nella vita dell'uomo, di ogni uomo, continuerà a correre come un segreto e costante leitmotiv in tutte le opere di G. K. Chesterton.

Lo avrebbe scritto traendo spunto dal magnanimo coraggio di certi personaggi di Charles Dickens, che spesso attirano i sorrisetti sprezzanti di certa critica letteraria: “La nostra civiltà moderna mostra molti sintomi di cinismo e decadenza, ma di tutti i segnali della fragilità moderna e della mancanza di principi morali, non ce n’è nessuno così superficiale o pericoloso come questo: che i filosofi di oggi abbiano cominciato a dividere l’amore dalla guerra, e a collocarli in campi opposti. Non c’è sintomo peggiore di quello che vede l’uomo, fosse pure Nietzsche, affermare che dovremmo andare a combattere invece che amare. Non c’è sintomo peggiore di quello che vede l’uomo, fosse pure Tolstoj, affermare che dovremmo amare invece di andare a combattere. Una cosa implica l’altra. Una cosa implicava l’altra nel vecchio romanzo e nella vecchia religione, che erano le due cose permanenti dell’umanità. Non si può amare qualcosa senza voler combattere per essa. Non si può combattere senza qualcosa per cui farlo”.

È questo il principio difeso con una vera e propria guerra urbana da Adam Wayne nel suo primo romanzo, “Il Napoleone di Notting Hill”, quando il sindaco si mette a capo di una rivolta a difesa delle stradine e degli usi del proprio minuscolo quartiere: “Al pari di tanti altri uomini, sono nato in un cantuccio della terra che amo perché vi ho giocato da bambino, perché in quel luogo mi sono innamorato e ho trascorso notti divine a chiacchierare con gli amici”.

Il segreto delle grandi storie è fatto della stessa stoffa della nostra vita quotidiana, come avrebbe scritto poco dopo in “Ortodossia”: “Le vecchie novelle hanno per protagonista un ragazzo qualunque. Sono le sue avventure che lo rendono interessante; e lo rendono interessante proprio perché è un ragazzo qualunque. Nel moderno romanzo psicologico, il protagonista è un anormale. Il centro è fuori centro [...] le novelle delle fate hanno per oggetto un uomo normale in un mondo anormale. Il solito romanzo realistico di oggigiorno ci presenta le gesta di un lunatico essenziale in un mondo idiota”.

Invece l'innamorato Wayne domanda “Perché dovrebbe essere grottesco affermare che una buca per le lettere è poetica, quando per un anno intero, in una certa strada, non ho potuto leggere il rosso vivo di una buca per le lettere contro il cielo giallo della sera senza sentirmi sconvolto da qualcosa di cui Dio serba il segreto, ma che certo è più forte della gioia e del dolore?”

Per questo nelle cose, negli avvenimenti, nelle scelte, corre un solo ultimo discrimine: “Qualunque cosa abbia il potere di far sentire all’uomo di essere vecchio, è fatalmente misera e meschina, sia essa un impero o una squallida bottega. Qualunque cosa lo faccia sentir giovane è un portento, sia essa una guerra immane o una storia d’amore”. Al cinismo livellatore che vorrebbe tutto uguale, perché tutti parimenti senza valore, Wayne risponde difendendo una stradicciola che “posso soltanto credere che Dio l’abbia amata come sicuramente ama tutto ciò che è se stesso ed è insostituibile”.

Pochi anni dopo in "Ortodossia" Chesterton avrebbe ribadito di essere stato persuaso ad abbracciare una certa posizione sull’esistenza non da “questa o quella decantata dimostrazione” ma da “una enorme accumulazione di piccoli ma univoci fatti” perché “è proprio tale evidenza frammentaria quella che persuade. Voglio dire che un uomo può lasciarsi convincere meno, intorno a una filosofia, da quattro libri, che da un libro, da una battaglia , da un paesaggio e da un vecchio amico”.

E quella difesa, da parte del suo primo personaggio immaginario, di una “infanzia sempiterna” non verrà meno neppure negli ultimi giorni della vecchiaia dell'autore stesso, quando stendendo la propria “Autobiografia” Chesterton cercherà di esporre in un'unica sentenza la filosofia cui ha cercato di essere fedele per tutta la vita: “Accettare le cose con gratitudine, ma non prenderle senza curarsene”.

Cos'è che ha sostenuto questa tensione perenne in Chesterton? In un mondo diventato freddo e indifferente, così diverso da quello dei nostri avi che “erano forse terribilmente rumorosi, ma non erano come noi: terribilmente fermi”, in un mondo in cui “non dobbiamo parlare di religione, perché è illiberale. Non dobbiamo parlare di pane e formaggio, perché vuol dire parlare di botteghe. Non dobbiamo parlare della morte, perché l’argomento è deprimente. Non dobbiamo parlare delle nascite, perché l’argomento è indelicato. No, non può durare. Bisogna che qualcosa sopravvenga a infrangere questa curiosa indifferenza, questo strano egoismo, questa strana solitudine che investe milioni di individui”.

Ed egli se lo augurava così, con questa preghiera-poesia, “La spada della sorpresa”:

Dividimi dalle mie ossa, oh spada di Dio / finché queste non si staglino austere e strane come fanno gli alberi, / così che io, cui batte forte il cuore per i boschi svettanti, / possa stupirmi altrettanto di loro. / Dividimi dal mio sangue, che nel buio / sento scorrere come un rosso rivo ancestrale, / tanti ruscelli sotterranei che si diramano e trovano il mare / ma il sole non lo vedono mai.
Donami occhi miracolosi / perché io possa vedere gli occhi miei/ questi specchi che ruotano / e prendono vita in me, / cristalli terribili, più incredibili ancora / di tutte le cose che vedono.
Dividimi dalla mia anima, così ch'io veda / i peccati come ferite aperte, e l'impavido battito della vita / finché io possa salvare me stesso come farei / con uno sconosciuto per strada”.

Poco prima di morire, Chesterton avrebbe ammesso sorridendo di aver combattuto almeno questa buona battaglia: “Non si diventa vecchi senza aver fastidi; ma io sono diventato vecchio senza annoiarmi. L'esistenza è ancora una cosa mirabile per me, e le do il benvenuto come ad un forestiero”. Le stesse parole della poesia di un ventennio prima. Ma cos'è che l'ha sostenuto, spronato, aiutato a non cedere?

“In arte, in politica, in letteratura non facciamo che discutere di dettagli” scrisse in “Eretici”. “L'opinione di un uomo sui tram è importante; la sua opinione su Botticelli è importante; la sua posizione sul tutto è irrilevante”. Quella che agli occhi del mondo viene comodamente bollata come stranezza, distrazione o eccentricità e magari neutralizzata colla comoda scomunica di "anti moderna", è tutto il contrario, perché invece “il genio deve essere centrico, deve tenersi al centro del cosmo, e non ai suoi margini”.

E chi si trovi davanti a una simile posizione in un altro uomo si sorprende nello stesso stato d'animo imbarazzato e liberatorio di Auberon Quinn nel “Il Napoleone di Notting Hill”: “Gli sembrava che la base del suo cervello gli fosse venuto meno all’improvviso, come cede il pavimento di una stanza. Si sentiva come quando una domanda riesce a squassare i nostri principi esistenziali”.

Per milioni di lettori, tra i cui nomi possiamo elencare Gandhi, Michael Collins, Mussolini, Dorothy Sayers, Hemingway, Kafka, Lewis, Giulio Giorello, Eliade, Neil Gaiman, leggere Chesterton ha voluto dire imbattersi in questo terremoto salutare. È proprio questa “centricità” appassionata che infatti si ritrova nel suo modo di raccontare l'opposta e identica dedizione di MacJan e Turnbull, il cattolico e l'ateo de “La sfera e la croce”, in guerra col mondo e l'uno contro l'altro sull'esistenza o meno di Dio, così come nel tratteggiare ne “L'uomo che fu Giovedì” la feroce allegria del terrorista – ma lo sarà davvero? – Domenica, affascinante e terribile col suo appetito insaziabile e la sua voce che al pari di quella Cristo “faceva cadere di mano le spade”, che inseguito dai poliziotti lascia loro una seria di indizi e domande più enigmatiche ancora, e che pure sembrano ogni volta colpire e ridestare il cuore più intimo e segreto dei diversi investigatori; è sempre in nome di questo amore e questa fedeltà che l’“Uomovivo” Innocenzo Smith “salverà” il rettore del proprio College dal nichilismo puntandogli una pistola alla tempia, trasformando una posa nichilista in una faccenda maledettamente seria: il rettore può scegliere, o sottoporsi alla “cura” della rivolverata e liberarsi di ogni inutile affanno terreno, oppure riabbracciare grato il cosmo e la vita levando un francescano cantico di lode all'alba che si pensava comune e ripetitiva ed in cui invece ecco che, sotto la minaccia della pistola, “il sole cresceva in una gloria che tutti i cieli erano incapaci di contenere; ma la distesa delle acque si dorava e pareva sufficiente alla sete degli dèi”, per poi scendere ad abbracciare le pietre, lo stagno, i tetti… fino alle tende a pallini della casa davanti, che aveva irriso sprezzante”.

Ed è sempre a difesa delle “poche consolazioni” che ci sono a questo mondo che il capitano Dalroy si lancerà con la sua “Osteria volante” a resistere ad un'Inghilterra impazzita nel gelo del salutismo diffuso dall’eloquenza di Lord Ivywood. Ed è questa anche la forza solare, la sana e scandalosa fiducia nella realtà del più celebre personaggio di Chesterton, quel padre Brown dall'aria così dimessa e grossolana eppure capace di leggere e rivolgersi al segreto di ogni singolo cuore, che non ha paura di sondare i misteri e i delitti più tenebrosi, e sfida i suoi compagni d'avventure, ed i lettori a fare lo stesso: “Il vero Dio fu fatto carne e dimorò apertamente tra noi; e io le dico che dovunque si trovino uomini governati solamente dal mistero, questo è il mistero dell'iniquità. Se il demonio vi dice che qualcosa è troppo terribile per guardarla, allora guardatela. Se vi dice che qualcosa è troppo terribile per ascoltarla, allora ascoltatela. Se ritenete insopportabile qualche verità, fate di tutto per sopportarla.”

E questo perché “quello che noi temiamo di più è un labirinto senza centro. È per questo che l'ateismo è soltanto un incubo”. Subito dopo il Primo conflitto mondiale Chesterton, come aveva già notato Charles Peguy e avrebbero poi ammonito anche Eliot o Bernanos, scriverà ne “L'utopia degli usurai” che l'uomo contemporaneo in nome della libertà si è fatto schiavo della più nebulosa e opprimente delle religioni, quella dello stato e dell'economia che “non deve avere dogmi e definizioni. Non può permettersi di avere definizioni. Perché le definizioni sono terribili: fanno le due cose che la gran parte degli uomini, specie le persone agiate, non possono sopportare. Combattono; e combattono secondo le regole”.

E questo “giacché il buon senso ci dice che non è possibile sovvertire i costumi e i compromessi in atto, tutto ciò che esiste, a meno di non credere in qualcosa che si situa al di fuori di sé stessi, in qualcosa di positivo e di divino”.

Questa è la guerra in cui Chesterton si è lanciato per tutta la vita come giornalista, poeta, saggista, romanziere, sostenuto da quell'unica fiducia riposante all'origine dello scudo d'umanità e sanità mentale che è l'umorismo: “I pazzi son sempre seri. Impazziscono per mancanza d’umorismo”.

Invece, e Chesterton direbbe grazie al Cielo, che visibilmente abbraccia con la sua luce più vasta la nostra piccola terra, “il riso è l’amore sono presenti dappertutto. Le cattedrali, edificate al tempo in cui Dio era amato, sono piene di grotteschi blasfemi. La madre ride senza posa del bambino; l’amante ride senza posa dell’amante, la moglie del marito, l’amico dell’amica”.

E questa segreta sorgente di senso continua a tener testa a tutte le possibili riduzioni e menzogne; anche nelle grigie e deprimenti nebbie della civiltà contemporanea, nonostante le mode e le filosofie e certi algidi moralismi, continua a scorrere ciò che Chesterton aveva notato ancora una volta fin dal suo primo romanzo: “Si coglieva nondimeno, negli occhi degli operai, dei marinai, dei contadini, e più ancora delle donne, una strana espressione che teneva gli uomini più saggi e più avveduti in preda alla febbre del dubbio. Non riuscivano a sondare sino in fondo il costante divertimento che si leggeva nello sguardo”.

Andare a fondo di questa misteriosa allegria è il miglior modo per cercare di rispondere alle domande ripetute più e più volte in questa introduzione, e raccogliere l'invito poliziesco lanciatoci da chi racchiudeva nel suo cuore Domenica e Padre Brown, Re Alfredo e Francesco d'Assisi, di chi ha sempre levato il suo canto contro il buio che minaccia le cose buone e le persone amate, come Innocenzo Smith o Marco il patrizio romano de “La Ballata del cavallo bianco”.

Gli articoli qui raccolti furono intesi sia per "descrivere solo l'effetto di un particolare poeta su una particolare persona", come scrisse Chesterton stesso di  Geoffrey Chaucher, sia come il tentativo di raccontare e ripercorrere in una biografia a puntate – “il profilo popolare di un grande personaggio storico che meriterebbe di essere più popolare”, e sono sempre le sue parole su Tommaso d' Aquino – ma anche per cercare di mettere un poco meglio a fuoco il segreto di come e dove G. K. Chesterton per primo si sia visto puntare la “spada della sorpresa” alla gola, e l’abbia a sua volta rivolta al mondo, vivendo, guardando, scrivendo, sempre col sorriso di quell'insondabile divertimento, quell'“onda di irragionevole felicità” che continua a correre a rinnovare le strade del mondo.

© - FOGLIO QUOTIDIANO