Il Dio inconcepibile secondo san Paolo. Immagine inimmaginabile, di Romano Penna

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 11 /11 /2011 - 13:32 pm | Permalink
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Riprendiamo da L’Osservatore Romano dell’11/11/2011 un testo di Romano Penna. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per altri testi di Romano Penna, vedi la sezione Sacra Scrittura

Il Centro culturale Gli scritti (11/11/2011)

Pubblichiamo una sintesi della prolusione tenuta a Gerusalemme in occasione dell'apertura dell’anno accademico della Facoltà di Scienze bibliche e archeologia dello Studium Biblicum Franciscanum.

L’alterità di Dio è sempre stata affermata nella storia della mistica cristiana, dalla Nube caliginosa di Dionigi l’Areopagita a il Nulla di Meister Eckhart fino al Tutt’Altro di Karl Barth. Ebbene, a prescindere dal concetto antropologico di immagine di Dio (ogni uomo lo è) e da quello cristologico (solo Cristo lo è appieno), qui si intende parlare di Dio stesso come immagine, forma, figura, quale essa è concepibile dall’uomo in quanto oggetto del suo pensiero.

Ci si pone dunque la domanda su quale sia l’immagine, la concezione, l’idea che Paolo ha di Dio stesso, per dire in ultima analisi che il pensiero strettamente teologico dell’Apostolo è nutrito dall’aporia di un Dio razionalmente inimmaginabile perché impensabile, inconcepibile. A questo scopo prendo in considerazione tre passi epistolari, che all’evidenza tratteggiano appunto questa dimensione, riconosciuta solo a Dio.

Il primo è 1 Corinzi, 1,18-25, secondo cui è la croce di Cristo a rivelare la sapienza di Dio, la quale però resta comunque insondabile. Forse nessuno come Martin Lutero percepì il paradosso inerente a questa concezione paolina, per cui Dio manifesta la propria sapienza in ciò che per l’uomo non è altro che stoltezza e scandalo. Stando al suo noto principio, secondo cui Dio agisce solo subcontraria specie, egli non si rivela nisi in passionibus et cruce, sicché in Christo crucifixo est vera theologia et cognitio Dei.

Ma la croce per Lutero è il luogo in cui si rivelano solo i posteriora Dei, «la schiena di Dio», analogamente alla parziale visione di sé concessa da Dio a Mosè sul Sinai. Tuttavia si può fare a Lutero una critica, per così dire, da sinistra. Infatti, pur essendo la sua immagine efficacissima, occorre guardarsi dal considerare la croce di Gesù soltanto come se fosse una forma parziale e provvisoria della rivelazione divina. Sulla croce, al contrario, non c’erano tanto i posteriora di Dio quanto il suo stesso volto, di cui tutto il Cristo sofferente è il ritratto assolutamente fedele.

Voler ridurre la croce ai soli posteriora Dei può implicare l’idea che con essa Dio ci abbia ingannati voltandoci le spalle, come se noi dovessimo ancora cercare altrove il suo vero volto. Ma il cristiano non sta di fronte a lui allo stesso modo di Mosè, poiché in Gesù Cristo ormai Dio si è mostrato (cfr. Giovanni, 14,9b: «Chi vede me, vede il Padre») e l’ultima espressione storica del suo volto resta quella di un crocifisso.

Certo lo stesso Paolo in 1Corinzi, 2,8 parla della crocifissione del «Signore della gloria», e in Romani, 1,19-20 egli sembra addirittura suggerire di scoprire Dio in una rivelazione naturale. Ma in quest’ultimo caso il discorso paolino è fatto nella prospettiva di chi è fuori di Cristo come a dire che in tal caso quello a cui si perviene è «soltanto» il Dio della creazione. E comunque, per quanto riguarda il rapporto tra la croce e la risurrezione, vale sempre la salutare messa in guardia di Ernst Käsemann, secondo cui, se facciamo di entrambe dei semplici anelli di una catena, in cui l’uno supera l’altro, noi livelliamo e relativizziamo la croce, facendone un mero ingrediente fra i tanti di un panorama più vasto.

Il secondo passo è in Romani, 11,3 che sottolinea la impenetrabilità di Dio: «Oh! profondità (bàthos) della ricchezza della sapienza e della conoscenza di Dio, quanto imperscrutabili (anexeraùneta) sono i tuoi giudizi e ininvestigabili (anexichnìastoi) le tue vie»! I due aggettivi sono certamente sinonimi e insieme esprimono l’idea di inaccessibilità da parte dell’uomo, almeno nel senso che non se ne può toccare il fondo.

Il primo, sulla base dell’etimo ereĊ, «chiedere, ricercare, esplorare», esprime l’idea di insondabilità (cfr. 1 Corinzi, 2,10b); il secondo, con il richiamo dell’etimo ìchnos, «orma, traccia», aggrava la portata del precedente, suggerendo un’idea di inarrivabilità in quanto addirittura dell’operato di Dio non si trovano neppure le tracce (cfr. Giobbe, 5,9; 9,10)!

Non si poteva dire di più sul fatto che i piani di Dio stanno oltre ogni comprensibilità umana, tanto da indurre in ultima analisi alla prassi di una teologia apofatica. Risuonano qui testi biblici specifici, come Isaia, 40,13 e Giobbe, 36,26, ma anche autori classici come Platone (cfr. Parmenide, 134e: «Noi non siamo in grado di conoscere nulla della divinità mediante la nostra scienza»), mentre la finale paolina di 11,36 richiama Marco Aurelio (cfr. Ricordi, 4,23: «Tutto ciò che è conveniente a te, o Universo (ô kòsme), lo è pure per me. Nessuna cosa che a te giunge opportuna è per me prematura o tardiva. Per me, o Natura (ô fýsis), è sacro tutto quello che portano con sé le stagioni. Da te tutto viene, in te tutto è, a te tutto ritorna».

Comunque, qui più che mai si addicono le parole folgoranti di Agostino: «È meglio una pia ignoranza che una scienza presuntuosa (...) Dal momento che parliamo di Dio, cosa c’è di straordinario, se non comprendi? Infatti se comprendi, quello non è Dio (si enim comprehendis, non est Deus, Sermo, 117,3,5)!

La terza affermazione è rinvenibile in Romani, 10,20 («Sono stato trovato da coloro che non mi cercano»), che è una citazione di Isaia, 65,1 introdotta con la formula inusuale: «Isaia osa/ha l’audacia di dire». Contestualmente l’ardire dell’affermazione paolina sta nella sua componente polemica nei confronti della tradizione israelitica.

Israele infatti ritiene di trovare Dio sulla base di una indagine incentrata sulla Torah, sicché la ricerca è positivamente materiata di obbedienza. Ma in questo modo il Dio trovato non fa che corrispondere a quello, la cui identità è già nota all’inizio della ricerca stessa, se non altro perché la ricerca avviene per così dire dal basso e con il criterio razionale e prestabilito della prestazione morale.

Sicché si finisce per trovare proprio quello che si vuole cercare, cioè un Dio naturale e retributore, che non corrisponde a quello dell’evangelo (e del quale è già stata fatta la critica in Romani, 1,16; 3,20).

I Gentili, invece, non solo non sono interessati a una ricerca di Dio (se non del Bene, del Bello, del Vero, e così via), ma soprattutto non hanno la pre-comprensione israelitica di un Dio già ben configurabile in base alla rivelazione della sua Legge. Ebbene, proprio qui sta l’aspetto scandaloso della tesi di Paolo, formulata forse con un leggero tocco di ironia alla luce dell’evangelo: nel fatto, cioè, che una ricerca preconcetta di Dio non porta a un incontro con ciò che egli veramente è.

Egli infatti si fa paradossalmente trovare da coloro che non pregiudicano la sua possibilità di rivelarsi in termini nuovi, imprevedibili, non calcolati, a prescindere cioè da categorie religiose precostituite. Il risultato sorprendente allora è che si finisce per trovare ciò che non si pensava di scoprire. In conclusione si cita il presocratico Senofane e il filosofo Dione di Prusa, contemporaneo di Paolo, i quali non fanno che esaltare, in rapporto all’uomo e alla natura ma ancor più al divino, la funzione della ragione e delle sue potenzialità certamente straordinarie.

Al contrario, il Dio della fede cristiana non solo non è riducibile ai canoni razionali (e tantomeno estetici) propri dell’uomo, ma li contraddice. In questo caso è la ragione stessa, che, mentre riconosce la inarrivabile qualità di chi la supera, non può che ammettere i propri limiti, secondo l’efficace pensiero di Blaise Pascal: la dernière demarche de la raison, c’est de connaître qu’il y a une infinité de choses qui la surpassent. Elle est bien faible si elle ne va jusque-là.