«Ci pare di vedere le cose al punto in cui erano in San Francesco benedetto: quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima». Allocuzione di Pio XI in occasione dei Patti Lateranensi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 02 /02 /2012 - 22:22 pm | Permalink
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Mettiamo a disposizione sul nostro sito la parte dell’Allocuzione di Sua Santità Pio XI ai Parroci e ai Predicatori del periodo Quaresimale tenuta l’11 febbraio 1929 in occasione della Firma del Trattato e del Concordato nel Palazzo Lateranense, riguardante l’accordo medesimo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, vedi la sezione Storia e filosofia.

Il Centro culturale Gli scritti (3/2/2012)

Ai Parroci di Roma ed ai Predicatori del periodo quaresimale.  

[...]

Ed ora accenniamo a quell’altra circostanza che Ci fa tanto più cara ed opportuna la vostra assistenza e che rende questa adunanza ben altrimenti memorabile e storica che non per le circostanze pur belle e solenni del settimo anniversario dell’incoronazione e dell’anno giubilare. Proprio in questo giorno, anzi in questa stessa ora, e forse in questo preciso momento, lassù nel Nostro Palazzo del Laterano (stavamo per dire, parlando a parroci, nella Nostra casa parrocchiale) da parte dell’Eminentissimo Cardinale Segretario di Stato come Nostro Plenipotenziario e da parte del Cavaliere Mussolini come Plenipotenziario di Sua Maestà il Re d’Italia, si sottoscrivono un Trattato ed un Concordato.

Un Trattato inteso a riconoscere e, per quanto «hominibus licet», ad assicurare alla Santa Sede una vera e propria e reale sovranità territoriale (non conoscendosi nel mondo, almeno fino ad oggi, altra forma di sovranità vera e propria se non appunto territoriale) e che evidentemente è necessaria e dovuta a Chi, stante il divino mandato e la divina rappresentanza ond’è investito, non può essere suddito di alcuna sovranità terrena.

Un Concordato poi, che volemmo fin dal principio inscindibilmente congiunto al Trattato, per regolare debitamente le condizioni religiose in Italia, per sì lunga stagione manomesse, sovvertite, devastate in una successione di Governi settari od ubbidienti e ligi ai nemici della Chiesa, anche quando forse nemici essi medesimi non erano.

Non vi aspetterete ora da Noi i particolari degli accordi oggi firmati: oltre che il tempo, non lo permetterebbero i delicati riguardi protocollari, non potendosi chiamare quegli accordi perfetti e finiti, finché alle firme dei Plenipotenziari, dopo gli alti suffragi e colle formalità d’uso, non seguano le firme, come suol dirsi, sovrane: riguardi che evidentemente ignorano o dimenticano coloro che attendono per domani la Nostra benedizione solenne «Urbi et orbi» dalla loggia esterna della Basilica di San Pietro.

Vogliamo invece solo premunirvi contro alcuni dubbi e alcune critiche che già si sono affacciati e che probabilmente avranno più largo sviluppo a misura che si diffonderà la notizia dell’odierno avvenimento, affinché voi, a vostra volta, abbiate a premunire gli altri. Non conviene che portiate queste cose, come suol dirsi, in pulpito; anzi, non dovete portarvele per non turbare l’ordine prestabilito alla vostra predicazione; ma anche all’infuori di questa, molti verranno a voi, sia per trarre particolare profitto dalla vostra eloquenza, con conferenze e simili, sia per avere anche sull’attuale argomento pareri tanto più autorevoli ed imparziali quanto più illuminati.

Dubbi e critiche, abbiamo detto; e Ci affrettiamo a soggiungere che, per quel che Ci riguarda personalmente, Ci lasciano e lasceranno sempre molto tranquilli, benché, a dir vero, quei dubbi e quelle critiche si riferiscano principalmente, per non dire unicamente, a Noi, perché principalmente, per non dire unicamente e totalmente, Nostra è la responsabilità, grave e formidabile invero, di quanto è avvenuto e potrà avvenire in conseguenza.

Né potrebbe essere altrimenti, perché se nelle ore critiche della navigazione il capitano ha più che mai bisogno dell’opera fedele e generosa dei suoi collaboratori (opera che a Noi fu prestata con fedeltà e generosità commoventi ed in una misura incredibilmente larga), in quelle ore meno che mai egli può cedere ad altri il posto, e con esso i pericoli e le responsabilità del comando.

Ben possiamo dire che non v’è linea, non v’è espressione degli accennati accordi che non sia stata, per una trentina di mesi almeno, oggetto personale dei Nostri studi, delle Nostre meditazioni, ed assai più delle Nostre preghiere, preghiere anche largamente richieste a moltissime anime buone e più amiche di Dio. Quanto a Noi, sapevamo bene fin dal principio che non saremmo riusciti ad accontentare tutti; cosa che non riesce d’ordinario a fare neppure Iddio benedetto; anzi Noi abbiamo fatto Nostra la parola del Profeta, anzi di Nostro Signore medesimo: «Ego autem in flagella paratus sum». È del resto un’abitudine ormai inveterata della Nostra vita.

Ma, prescindendo dalla Nostra Persona, dobbiamo pure opportunamente spiegarCi, perché Ci fa debitori a tutti l’universale paternità e l’universale magistero affidatoCi dalla divina Provvidenza.

E veniamo ai dubbi. Quando per il tramite del Nostro Signor Cardinale Segretario di Stato convocavamo il Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede al fine di comunicare per suo mezzo alle Potenze il punto in cui le trattative si trovavano e la non lontana conclusione, subito si chiese se la Santa Sede intendeva con ciò domandare un permesso, un assenso o forse procurarsi le garanzie delle Potenze a favore del nuovo assetto. Ecco: era per Noi elementare dovere il comunicare, prima della conclusione, l’andamento delle trattative a Personaggi che presso di Noi portano e spiegano non soltanto i buoni uffici della loro amabilità, ma rappresentano altresì l’amicizia e le favorevoli disposizioni delle numerose Potenze accreditate presso la Sede Apostolica. Ma poi, evidentemente, né di permesso, né di consenso, né di richiesta di garanzie poteva essere questione.

Tutti ed in tutte le parti del mondo, per quel sentore che delle presenti cose era largamente trapelato, avevano già detto e ripetuto che, in fondo, arbitro delle cose della Santa Sede e della Chiesa non poteva essere che il Pontefice e che il Pontefice non ha quindi bisogno di assenso né di consenso, né di garanzia. E questo, dobbiamo a Nostra volta dire, è verissimo: per quanto Ci premano e Ci siano preziosi il favore e l’amicizia di tutti gli Stati e di tutti i Governi.

Ma poi garanzie propriamente dette dove potremmo trovarle se non nella coscienza delle giuste ragioni Nostre, se non nella coscienza e nel senso di giustizia del popolo italiano, se non più ancora nella divina Provvidenza, in quella indefettibile assistenza divina promessa alla Chiesa e che si vede in un modo particolarmente operante per il Rappresentante e Vicario di Dio in terra?

Quali garanzie si possano d’altronde sperare, anche per un Potere Temporale abbastanza vasto come quello che figurava già nella geografia politica d’Europa, si è veduto in quello che fecero, o meglio non fecero, non vollero o forse non poterono fare, le Potenze per impedirne la caduta. Perché forse neppure potevano; ma se questa è (ed è questa) la condizione e la storia perpetua delle cose umane, come possiamo cercarvi sicure difese contro i pericoli dell’avvenire? Pericoli che nel caso presente non possono essere che ipotetici e non furono mai tanto improbabili.

Altro dubbio: che sarà domani? Questa domanda Ci lascia anche più tranquilli, perché possiamo semplicemente rispondere: Non sappiamo. L’avvenire è nelle mani di Dio, quindi in buone mani. Qualunque cosa ci prepari l’avvenire, sia essa disposizione o permissione della Divina Provvidenza, fin d’ora diciamo e proclamiamo che qualunque sia per essere il cenno della Divina Provvidenza, dispositivo o permissivo, lo seguiremo fidenti sempre ed in qualunque direzione chiami.

Le critiche saranno anche più numerose; ma facilmente si divideranno in due grandi categorie. Gli uni diranno che abbiamo chiesto troppo, gli altri troppo poco. E questo tanto più avverrà, se si distingueranno i campi in cui Noi avremmo chiesto troppo o troppo poco.

Forse alcuni troveranno troppo poco di territorio, di temporale. Possiamo dire, senza entrare in particolari e precisioni intempestive, che è veramente poco, pochissimo, il meno possibile, quello che abbiamo chiesto in questo campo: e deliberatamente, dopo aver molto riflettuto, meditato e pregato. E ciò per alcune ragioni che Ci sembrano e buone e gravi. Innanzi tutto abbiamo voluto mostrare di essere pur sempre il Padre che tratta coi figli, che è dire la disposizione Nostra a non rendere le cose più complicate, e più difficili, ma più semplici e più facili. Inoltre volevamo calmare e far cadere tutti gli allarmi, volevamo rendere addirittura ingiuste, assolutamente irragionevoli, tutte le recriminazioni fatte o da farsi in nome di una, stavamo per dire, superstizione di integrità territoriale del paese. Ci parve così di seguire un pensiero provvido e benefico a tutti per il presente e per il futuro, provvedendo ad una maggiore tranquillità di cose, prima ed indispensabile condizione per una stabile pace e per ogni prosperità.

In terzo luogo volevamo mostrare in un modo perentorio che nessuna cupidità terrena muove il Vicario di Gesù Cristo, ma soltanto la coscienza di ciò che non è possibile non chiedere; perché una qualche sovranità territoriale è condizione universalmente riconosciuta indispensabile ad ogni vera sovranità giurisdizionale: dunque almeno quel tanto di territorio che basti come supporto della sovranità stessa; quel tanto di territorio, senza del quale questa non potrebbe sussistere, perché non avrebbe dove poggiare. Ci pare insomma di vedere le cose al punto in cui erano in San Francesco benedetto: quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima. Così per altri Santi: il corpo ridotto al puro necessario per servire all’anima e per continuare la vita umana, e colla vita l’azione benefica. Sarà chiaro, speriamo, a tutti, che il Sommo Pontefice proprio non ha se non quel tanto di territorio materiale che è indispensabile per l’esercizio di un potere spirituale affidato ad uomini in beneficio di uomini; non esitiamo a dire che Ci compiacciamo che le cose stiano così; Ci compiacciamo di vedere il materiale terreno ridotto a così minimi termini da potersi e doversi anche esso considerare spiritualizzato dall’immensa, sublime e veramente divina spiritualità che esso è destinato a sorreggere ed a servire.

Vero è che Ci sentiamo pure in diritto di dire che quel territorio che Ci siamo riservati e che Ci fu riconosciuto è bensì materialmente piccolo, ma insieme è grande, il più grande del mondo, da qualunque altro punto di vista lo si contempli.

Quando un territorio può vantare il colonnato del Bernini, la cupola di Michelangelo, i tesori di scienza e di arte contenuti negli archivi e nelle biblioteche, nei musei e nelle gallerie del Vaticano; quando un territorio copre e custodisce la tomba del Principe degli Apostoli, si ha pure il diritto di affermare che non c’è al mondo territorio più grande e più prezioso. Così si può abbastanza vittoriosamente, tranquillamente rispondere a chi obietta d’aver Noi chiesto troppo poco: mentre poi non si riflette forse abbastanza quel che significhi di incomodo e di pericoloso (diciamo al giorno d’oggi) aggiungere al governo universale della Chiesa, l’amministrazione civile di una popolazione per quanto minuscola.

La piccolezza del territorio Ci premunisce contro ogni incomodo e pericolo di questo genere. Sono sessant’anni ormai che il Vaticano si governa senza particolari complicazioni.

Altri invece diranno, anzi hanno già detto od accennato, che abbiamo chiesto troppo in altro campo: si capisce, e vogliamo dire nel campo finanziario. Forse si direbbe meglio nel campo economico, perché non si tratta qui di grandi finanze statali, ma piuttosto di modesta economia domestica.

A costoro vorremmo rispondere con un primo riflesso: se si computasse, capitalizzando, tutto quello di cui fu spogliata la Chiesa in Italia, arrivando fino al Patrimonio di San Pietro, che massa immane, opprimente, che somma strabocchevole si avrebbe? Potrebbe il Sommo Pontefice lasciar credere al mondo cattolico di ignorare tutto questo? Non ha egli il dovere preciso di provvedere, per il presente e per l’avvenire, a tutti quei bisogni che da tutto il mondo a lui si volgono e che, per quanto spirituali, non si possono altrimenti soddisfare che col concorso di mezzi anche materiali, bisogni di uomini e di opere umane come sono?

Un altro riflesso non sembrano fare quei critici: la Santa Sede ha pure il diritto di provvedere alla propria indipendenza economica, senza la quale non sarebbe provveduto né alla sua dignità, né alla sua effettiva libertà. Abbiamo fede illimitata nella carità dei fedeli, in quella meravigliosa opera di provvidenza divina che ne è l’espressione pratica, l’Obolo di San Pietro, la mano stessa di Dio che vediamo operare veri miracoli da sette anni in qua. Ma la Provvidenza divina non Ci dispensa dalla virtù di prudenza né dalle provvidenze umane che sono in Nostro potere. E troppo facilmente si dimentica che qualunque risarcimento dato alla Santa Sede evidentemente non basterà mai a provvedere se non in piccola parte a bisogni vasti come il mondo intero, come al mondo intero si estende la Chiesa cattolica: bisogni sempre crescenti, come sempre crescono con gigantesco sviluppo le opere missionarie raggiungendo i più lontani paesi; senza dire che anche nei paesi civili, in Europa, in Italia,— qui specialmente, dopo le spoliazioni sofferte — sono incredibilmente numerosi e non meno incredibilmente gravi, e tali bene spesso da muovere al pianto, i bisogni delle persone, delle opere e delle istituzioni ecclesiastiche, anche le più vitali, che ricorrono, Noi lo sappiamo, per aiuto alla Santa Sede, al Padre di tutti i fedeli.

Ma torniamo agli avvenimenti odierni e tiriamone una conclusione altrettanto vera che consolante: e la conclusione vuol essere che veramente le vie di Dio sono alte, numerose, inaspettate; che qualunque cosa avvenga, comunque avvenga e da Noi se ne cerchi il successo, sempre siamo nelle mani di Dio: che le grandi cose non ubbidiscono né alla Nostra mente né alla Nostra mano; che sempre ed in ogni incontro, come il Signore sa approfittare di tutti e di tutto, tutto fa concorrere al raggiungimento dei benèfici fini della Sua santissima volontà; onde a Noi non resta che ripetere appunto: «Fiat voluntas Tua!».