Costantino imperatore e la Chiesa. File audio di un'introduzione alla visita degli scavi della Basilica Lateranense tenuta da Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 27 /05 /2012 - 23:30 pm | Permalink
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Mettiamo a disposizione ad experimentum per valutare l'utilizzo in futuro di files audio la registrazioni di una relazione tenuta da Andrea Lonardo ad un gruppo di seminaristi del Pontificio Seminario Romano Maggiore in visita agli scavi della Basilica Lateranense, il 19/5/2012. Per altri files audio, come per le altre lezioni, vedi la sezione Audio e video. Per approfondimenti sulla figura di Costantino, vedi su questo stesso sito Costantino e la libertà dei cristiani, di Andrea Lonardo.

Il Centro culturale Gli scritti (28/5/2012)

Ascolto

Download costantino_seminario_maggiore.mp3.

Riproducendo "costantino seminario maggiore".



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ANTOLOGIA DI TESTI UTILIZZATA NEL CORSO DELL’INCONTRO

Chiese, basiliche, battisteri, proprietà della chiesa e affreschi già prima di Costantino!

-Agli inizi del III secolo – 100 anni prima di Costantino - è documentato il possesso di cimiteri e la costruzione di chiese, anche se più piccole (cfr. Callisto, allora diacono, venne incaricato da papa Zefirino – siamo negli anni 189-222 - della custodia delle catacombe oggi dette di S. Callisto, Elenchos IX, 12, 14).
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Nel cimitero di S. Callisto vennero arrestati papa Sisto II con i quattro diaconi e successivamente S. Lorenzo.
-Nel 262
, dopo le persecuzioni di Decio e Valeriano, ci fu l’editto di Gallieno, chiamato dagli storici anche “editto di restituzione”, proprio perché Gallieno stabilì che fossero restituite le proprietà ai cristiani, segno che ovviamente dovevano averle.
-Abbiamo anche una famosa attestazione architettonica di queste prime chiese costruite dai cristiani prima dell’editto di Costantino nella chiesa di Dura Europos, nell’odierna Siria. La città di Dura Europos fu abbandonata nel 256, a motivo dell’arrivo dei Persi Sassanidi e, quindi, tutti i suoi monumenti superstiti sono precedenti a quella data.
-L’esistenza di chiese e non solo di domus ecclesiae è attestata letterariamente prima di Costantino.
Ne parla Eusebio di Cesarea che racconta come l’imperatore Aureliano (270-275), quando il vescovo scismatico Paolo di Antiochia fu dichiarato deposto, assegnò la chiesa che era sede del vescovo antiocheno a Domno, vescovo cattolico (Storia ecclesiastica, VII, 30, 19).
-Anche i documenti africani relativi alla persecuzioni di Diocleziano attestano che ad Abthugni (oggi in Tunisia) e Cirta (nell’antica Numidia, oggi in Algeria) c’erano già, prima del 303, delle basilicae cristiane.
-Nella stessa Roma - riferisce Ottato di Milevi - quando vi arrivò dall’Africa Vittore, primo vescovo scismatico donatista inviato a Roma tra il 314 ed il 320, quest’ultimo non aveva nessuna basilica nella quale riunire i fedeli, mentre la chiesa cattolica ne aveva ben quaranta (De schismate donatistarum o Contra Parmenianum Donatistam, II, 4, tradotto in italiano con il titolo La vera chiesa, Città nuova)!
-Nell’opera di Lattanzio Come muoiono i persecutori, XII, 1-5, si afferma addirittura che, al momento dello scatenarsi della persecuzione di Diocleziano nel 303, esisteva già da tempo una chiesa che era visibile dal palazzo imperiale di Nicomedia, oggi ─░zmit in Turchia, segno che la presenza di questi edifici cristiani era un fatto ormai normale.
Così scrive Lattanzio: I principi [Diocleziano e Galerio] intanto osservavano quello che succedeva (la chiesa infatti appariva in alto rispetto al palazzo) e non facevano altro che discutere se era meglio darle fuoco. Prevalse il parere di Diocleziano, che temeva che un grande incendio potesse bruciare pure una parte della città, dato che tutt’intorno [alla chiesa] c'erano molte case grosse. Allora arrivarono i Pretoriani in formazione da combattimento; furono mandati in tutti i punti [dell'edificio], e con asce e altri arnesi di ferro rasero al suolo in poche ore quel tempio così rinomato.

François Boespflug [domenicano facoltà di Strasburgo] (in un’intervista rilasciata a Daniele Zappalà, su Avvenire del 4 dicembre 2008), rispondendo alla domanda da dove nascesse l’amore della chiesa per l’architettura e le immagini:
«Non ho mai creduto alla teoria del bisogno, fondata su un'opposizione fra autorità e fedeli. Ovvero, a un bisogno d'immagini rivendicato dal popolo dei fedeli e al quale le autorità ecclesiastiche dovettero cedere. Di fatto, sono numerosi gli esempi di grandi vescovi teologi che ebbero il gusto delle immagini. Credo molto più a ciò che definirei il dinamismo espressivo delle forti intuizioni. Una religione vissuta in modo intenso da una civiltà deve essere espressa. E dopo le parole, il cristianesimo ha conquistato in modo logico altri registri espressivi, dalle arti plastiche al teatro, dalla musica alla letteratura. Hanno poi influito fattori più specifici, come la riflessione su certi passaggi evangelici, in particolare di Giovanni, in cui Gesù impiega il verbo "vedere"».

La necessità di questi luoghi

cfr. basilica in cui tutti i cristiani si riuniscono!

Dio non ci salva uno ad uno, ma insieme!

da Sei caratteristiche della “forma” cristiana. Questioni di stile: appunti su di un excursus di J. Ratzinger, di Andrea Lonardo (su www.gliscritti.it )
Un primo elemento che struttura l’esperienza cristiana deriva dal fatto che l’uomo che viene salvato da Cristo non è un singolo, bensì è inserito in un tutto che è la storia del suo essere creaturale. Se non si comprende adeguatamente la natura dell’uomo come essere sociale, il cristianesimo risulta necessariamente come uno scandalo inaccettabile:
«Per noi uomini di oggi lo scandalo fondamentale dell’essere-cristiano è rappresentato innanzitutto dall’esteriorità in cui l’esperienza religiosa sembra finita. Ci scandalizza il fatto che Dio debba esser comunicato mediante apparati esteriori: tramite la chiesa, i sacramenti, il dogma, o anche solo tramite la predicazione (kerygma), dietro la quale ci si ripara volentieri per attenuare lo scandalo, ma che resta egualmente qualcosa di esterno. Di fronte a tutto ciò, ci si chiede: Dio abita proprio nelle istituzioni, negli eventi o nelle parole? L’Eterno non tocca forse ciascuno di noi interiormente? Orbene, a questo interrogativo bisogna rispondere subito e con semplicità in maniera affermativa e aggiungere: se esistesse soltanto Dio e una somma di singoli, il cristianesimo non sarebbe necessario. [...] Per la salvezza del singolo semplicemente non ci sarebbe stato bisogno né di una chiesa, né di una storia della salvezza, né di una incarnazione e passione di Dio nel mondo»[3].
Ma se l’uomo è - come è - una persona dotata non solo di una natura spirituale, ma anche di una corporeità che lo costituisce come essere in relazione, non avrebbe alcun senso per lui una religione che fosse puramente interiore:
«Proprio a questo punto va aggiunta l’affermazione successiva: la fede cristiana non proviene dal singolo atomizzato, ma scaturisce dalla consapevolezza che il singolo semplicemente non esiste, che l’uomo, piuttosto, è tale solo nella connessione col tutto: inserito nell’umanità, nella storia, nel cosmo, come a lui, in quanto ‘spirito in un corpo’, si addice ed è essenziale.
Il principio ‘corpo’ e ‘corporeità’, sotto il quale l’uomo sta, significa due cose: da un lato, il corpo separa gli uomini uno dall’altro, rendendoli impenetrabili gli uni per gli altri. Il corpo, in quanto figura estesa nello spazio e delimitante, rende impossibile che uno sia totalmente nell’altro; esso traccia una linea divisoria, che segna una distanza e un limite, ci allontana gli uni dagli altri ed è in questo modo un principio dissociativo. Al tempo stesso, però, l’essere nella corporeità include necessariamente anche la storia e la vita comunitaria, giacché, se il puro spirito può essere pensato come rigorosamente a sé stante, la corporeità attesta il derivare da altri: gli uomini vivono l’uno dell’altro, in un senso quanto mai reale e al contempo pluristratificato»[4].
Per questo l’‘essere cristiani’ è strutturalmente un fatto sociale:
«Se, dunque, il piano della realtà del cristianesimo va ricercato qui, in un ambito che, in mancanza di un termine migliore, possiamo sinteticamente indicare come piano della storicità, possiamo senz’altro anche esplicitamente affermare: essere cristiani, secondo la sua prima finalità, non è un carisma individuale, bensì sociale. Non si è cristiani perché soltanto i cristiani pervengono alla salvezza, ma si è cristiani perché la diaconia cristiana ha senso ed è necessaria per la storia»[5]

Chiesa di “forti” o chiesa di “popolo”? Fin dall'inizio una chiesa di popolo!

prima e dopo Costantino: i lapsi ed i catecumeni che rinviano il battesimo

nel rescritto di Plinio a Traiano si parla di persone che avevano apostatato dalla fede, per paura delle persecuzioni. Così dice Plinio, parlando di loro all’imperatore: «Altri, denunciati da un delatore, dissero di essere cristiani, ma subito dopo lo negarono; lo erano stati, ma avevano cessato di esserlo, chi da tre anni, chi da molti anni prima, alcuni persino da vent’anni. Anche tutti costoro venerarono la tua immagine e i simulacri degli dei, e imprecarono contro Cristo». Intorno all’anno 110, cioè, c’erano persone che già 20 anni prima, quindi intorno all’anno 90, avevano rinnegato la fede!

Le file dei catecumeni dovettero così ingrossarsi dopo la svolta costantiniana e così si spiegano le vite di Ambrogio di Agostino, di Paolino di Nola, di Gregorio di Nazianzo che erano catecumeni fin da piccoli, ma non erano ancora giunti al battesimo da adulti. Con Ambrogio ed Agostino, però, siamo già alcuni decenni dopo Costantino. Un altro caso famoso è quello del praefectus urbis Giunio Basso che morì nel 359, quindi solo pochi anni dopo Costantino. Il suo bellissimo sarcofago, custodito nel Museo della Basilica Vaticana, ricorda che egli morì neofitus, cioè “neofita”, appena battezzato. Probabilmente, quindi, dopo essere stato chissà per quanti anni catecumeno, solo in punto di morte, esattamente come Costantino, decise di ricevere il battesimo.

La basilica cristiana ed il suo “orientamento”

Per R. Brague il tratto culturale essenziale dell’Europa è dato dalla capacità, ereditata dalla civiltà romana, di far proprio il portato positivo delle culture precedenti. "Significa sapere che ciò che si trasmette non proviene da se stessi, e che lo si possiede solo a stento, in modo fragile e provvisorio", scrive Brague, aggiungendo "Dire che noi siamo romani... significa riconoscere che in fondo non si è inventato niente, ma che si è saputo trasmettere, senza interromperla, ma ricollocandosi al suo interno, una corrente venuta da più in alto".
Così afferma nel volume del 1992, Europe, la voie romaine, successivamente tradotto in Italia da Rusconi, con il titolo Il futuro dell'Occidente. Nel modello romano la salvezza dell'Europa. Creatore di linguaggio, amante dell’invenzione di nuovi termini, Brague chiama questo atteggiamento “spirito di secondarietà”.

Costantino cristiano?

Della visione di Costantino ci parlano le fonti cristiane (Lattanzio nello scritto Come muoiono i persecutori ed Eusebio nei diversi scritti che compose in elogio dell’imperatore), ma anche diverse fonti pagane (in particolare, i panegirici imperiali, cioè quei pubblici elogi che i retori pronunciavano in pubblico, per festeggiare l’imperatore).
È Lattanzio, chiamato a Treviri ad essere precettore del figlio di Costantino, Crispo, a scrivere per primo negli anni 318-321 che Costantino fu avvertito in sogno di incidere sugli scudi il segno delle lettere greche chi e rho (le prime due lettere della parola Christòs) che da allora fu chiamato “monogramma costantiniano”. Lattanzio lo chiama il caeleste signum Dei.
Prima di lui, Eusebio, nella Storia ecclesiastica (composta negli anni 312-317, anche se poi ritoccata nel 323/324), aveva invece riferito più semplicemente di una preghiera fatta da Costantino, prima della battaglia, “a Dio ed al suo Verbo, che è Gesù Cristo, il Salvatore di tutti”. Secondo questo scritto Costantino, dopo la vittoria, aveva fatto collocare il trofeo della “passione salvifica”, cioè la croce, nelle mani di una statua che lo raffigurava e che egli aveva fatto erigere in Roma.
Nelle opere di Eusebio il riferimento alla croce era poi divenuto sempre più evidente. Nel Panegirico per Costantino del 335 aveva affermato che mentre i nemici di Costatino combattevano “confidando nella moltitudine dei loro dèi” e portando “davanti a loro gli idoli, in simulacri senz’anima, quali cadaveri in vita”, l’imperatore aveva loro contrapposto “il segno che dà la salvezza e la vita”.
Nella Vita di Costantino, poi, pubblicata postuma poco dopo la morte di Eusebio avvenuta tra il 337 ed il 340, il racconto della visione di Costantino aveva assunto la forma definitiva che conosciamo: in una prima visione, al tramonto del sole, apparve a Costantino una croce con la famosa iscrizione “in hoc signo vinces” (naturalmente in greco), successivamente, nella notte, l’imperatore aveva visto Cristo stesso che gli era apparso, chiedendogli di erigere un labaro con l’insegna che aveva visto nella precedente visione.

Nel Panegirico per Costantino, scritto a Treviri da un anonimo panegirista pagano (scritto quindi alcuni anni prima dei testi di Lattanzio ed Eusebio) si legge così (dal Panegirico di anonimo per Costantino, figlio di Costanzo, Treviri, 313 d.C.; da Panegirici latini, D. Lassandro – G. Micunco, a cura di, UTET, Torino, 2000, pp. 288-293; 313-315; 323-325):
«[3, 4] Quale dio mai, quale divina potenza a te tanto vicina ti mosse, sicché, mentre quasi tutti i tuoi compagni e generali non solo borbottavano sotto voce, ma anche apertamente mostravano timore, mentre i consigli degli uomini ti erano contro, e ti erano contro i moniti degli aruspici, tu solo invece, da te stesso, sentivi che era venuto il tempo di liberare Roma? [5] Tu hai, certo, o Costantino, qualche misterioso rapporto con quella mente divina che delega a divinità minori il compito di prendersi cura di noi, e a te solo si degna di mostrarsi direttamente. D'altra parte, o fortissimo imperatore, anche così, dopo che, cioè, hai vinto, ci devi una spiegazione.
[4, 1] ...Chi ti ha dato consiglio se non la potenza di un dio? [2] O era proprio la tua mente (ed è, infatti, un dio la provvidenza che è in ciascuno di noi) a guidarti? E il tuo pensiero era che, in un confronto così diseguale, non poteva non trionfare la causa migliore e che, per quanto quello potesse mettere innanzi a sé truppe senza numero, tu avevi, però, dalla tua la Giustizia
».
Ed il testo conclude poi:
« [26,1] Per tutto questo a te rivolgiamo la nostra preghiera, sommo creatore del mondo, che hai tanti nomi quante hai voluto che fossero le lingue dei popoli (né possiamo sapere con quale nome tu preferisca essere chiamato), o che tu sia una forza e una mente divina che, sparsa per il mondo, ti confondi con tutti gli elementi e ti muovi da te stessa, senza l'intervento di forze esterne, o che tu sia una qualche potenza al di sopra di tutti i cieli, che guardi questa tua opera da una più alta rocca dell'universo: a te, ripeto, rivolgiamo la nostra preghiera; e ti chiediamo di conservarci questo nostro principe per tutti i secoli».
Nella lode sperticata che il panegirista pagano fa dell’imperatore egli viene messo in rapporto ad una divinità superiore che lo portò alla vittoria. Divinità minori sono qui chiaramente quelle venerate dagli aruspici, di tradizione etrusca, che facevano i vaticini per gli imperatori precedenti. Non si specifica qui, però, assolutamente quale fosse questa divinità che aveva aiutato Costantino.
Anche nella famosa iscrizione che decora l’Arco di Costantino, vicino il Colosseo - l’Arco fu eretto nel 315 per celebrare la vittoria contro Massenzio - è ancora oggi possibile leggere qualcosa di simile. L’iscrizione recita: «All’imperatore Cesare Flavio Costantino Massimo, Pio, Felice, Augusto, il Senato e il popolo romano, poiché per ispirazione della divinità e per la grandezza del suo spirito con il suo esercito vendicò ad un tempo lo stato su un tiranno e su tutta la sua fazione con giuste armi, dedicarono questo arco insigne per trionfi» [4].
Si noti che qui si afferma che l’imperatore venne guidato instictu divinitatis, cioè “dall’ispirazione della divinità”.

Costantino viene criticato dalle fonti pagane per non essere salito al Campidoglio per venerare, secondo la tradizione, gli dèi di Roma, la triade capitolina, il cui Tempio si ergeva appunto sul Campidoglio. Egli si ritirò, invece, rapidamente, dopo il trionfo, nel palazzo imperiale del Palatino.
La rapidità del corteo è attestata ancora dal Panegirista del 313 che afferma: « [19,2] Felici quelli che ti potevano vedere da vicino, mentre quelli che si trovavano più distanti gridavano il tuo nome; e una volta che eri passato, chi ti aveva visto era dispiaciuto per il posto che aveva occupato. Volta per volta tutti, da una parte cercavano di avvicinarsi, dall'altra di venirti dietro; una folla innumerevole faceva a gara per vederti e ondeggiava per le spinte che venivano da varie direzioni; e ci si meravigliava che tanti uomini fossero sopravvissuti a quei sei folli anni di calamità. [3] Alcuni ebbero anche l'ardire di chiederti di fermarti ancora e di lamentarsi che così rapidamente tu fossi giunto al palazzo e, una volta entrato, di seguirti non solo con gli occhi, ma di fare quasi irruzione oltre la sacra soglia».
Un ulteriore elemento tratto da un’altra fonte pagana viene a confermare come i contemporanei di Costantino avessero colto in lui un mutamento di orientamento religioso. Lo storico Zosimo, che scrive alla metà del IV secolo, al tempo di Giuliano l’Apostata, sposta successivamente, senza però contestare le fonti precedenti, la “conversione” di Costantino, e precisamente dopo il 326, dopo che l’imperatore aveva fatto uccidere la moglie Fausta ed il figlio Crispo, accusandoli di preparare una rivolta contro di lui e di una relazione amorosa. Zosimo racconta:
«seguiva ancora i riti patri, non per ossequio ma per convenienza... Consapevole di quanto aveva fatto [...], si recò dai sacerdoti [evidentemente dai sacerdoti pagani] a chiedere sacrifici che ne espiassero le colpe. Poiché costoro gli dissero che nessun tipo di espiazione poteva purificarlo da simili empietà, allora un Egizio giunto a Roma dall'Iberia e divenuto intimo delle donne di corte, incontratosi con Costantino, affermò che il credo dei cristiani cancellava ogni colpa e comportava questa promessa: che gli empi, una volta cambiata fede, fossero liberati da ogni colpa. Accolte le sue parole, distaccatosi dai riti patri e partecipando a quelli di cui l'Egizio l'aveva fatto partecipe, intraprese la via dell'empietà [...]. Quando poi sopravvenne la festa patria, durante la quale era necessario che l'esercito salisse al Campidoglio e compisse i riti consueti, Costantino per paura dei soldati partecipò alla festa, ma quando l'Egizio gli mandò contro una visione che biasimava senza riserve l'ascesa al Campidoglio, si tenne lontano dalla sacra cerimonia e cadde in odio al senato e al popolo» (Zosimo, Storia nuova II,29).

È noto infine che l’adesione piena di Costantino alla fede cristiana avvenne solamente in punto di morte, quando egli ricevette il battesimo da Eusebio di Nicomedia, nel 337. Nel periodo precedente, se egli sostenne apertamente la chiesa ed i cristiani, come subito vedremo, non si schierò mai, però, apertamente contro il paganesimo. Sappiamo, ad esempio, che a Costantinopoli fece erigere anche due templi pagani, che a Spello fece erigere un Tempio alla gens Flavia, cioè alla propria famiglia divinizzata, come risulta da un’iscrizione, che volle sempre tenere in onore i senatori che erano in massima parte ancora di tendenze paganeggianti.

L’editto di libertà

«Essendo felicemente convenuti a Milano Noi, Costantino e Licinio Augusti, e trattando tutto ciò che riguarda il bene e la sicurezza dello Stato, tra le cose che pensavamo avrebbero giovato alla maggioranza degli uomini, abbiamo deciso di stabilire prima di tutto quelle che riguardano la religione, in modo di dare ai cristiani e a tutti la libera facoltà di seguire la religione preferita, affinché la Divinità che risiede nei cieli – qualunque essa sia – possa concedere pace e prosperità a Noi e a tutti i nostri sudditi. Abbiamo pensato che con giusto e ragionevolissimo principio si dovesse decidere di non negare a nessuno, che segua la religione cristiana o un’altra per lui migliore, tale libertà, così che la Suprema Divinità, che liberamente veneriamo, in tutto possa accordarci il Suo consueto favore e benevolenza. Conviene dunque che la tua Eccellenza sappia che abbiamo deciso di abolire ogni restrizione, che ti sia stata affidata per iscritto sui cristiani, ed ogni provvedimento ostile e contrario alla Nostra clemenza e che d’ora in poi tutti quelli che vogliono osservare la medesima religione cristiana possano farlo con perfetta tranquillità e serenità» (dalla Lettera degli imperatori Costantino e Licinio al governatore della Bitinia, tradizionalmente chiamata Editto di Milano, del 313, in Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, X,5,4-14 e in Lattanzio, Sulla morte dei persecutori, XLVIII,2-12).
Si noti subito che il testo non si limita a dichiarare la libertà dei cristiani, ma afferma la libertà di coscienza nel seguire la religione che si crede. Anche da questo punto di vista il documento rappresenta una novità assoluta nella storia dell’impero romano e nella storia della civiltà più in generale.

Si deve notare anche che i cristiani sono nominati per primi. Tutti sono liberi di seguire le divinità che preferiscono, ma i cristiani vengono posti al primo posto e sono gli unici dei quali appare esplicitamente il nome. A differenza di quello che comunemente si afferma, Costantino non perseguitò assolutamente i pagani (ciò avvenne con gli imperatori successivi e vedremo successivamente più precisamente in che termini, anche qui differenti dalla vulgata abituale). L’unica legge emanata da Costantino nei confronti di altri culti fu il divieto di praticare l’aruspicina e la magia.
Si può immaginare la gioia che dovettero provare i cristiani, che uscivano dalla terribile persecuzione di Diocleziano. L’Editto di Milano continua affermando: «Abbiamo deciso di abolire ogni restrizione… Ordiniamo ancora che chi ha acquistato tempo addietro dal fisco o da qualche privato i luoghi medesimi, nei quali i cristiani usavano adunarsi – per i quali si diede specifica procedura in precedenti documenti -, li restituisca ai cristiani senza indugio e senza equivoco… e poiché si sa che i cristiani non possedevano soltanto i luoghi di convegno, ma anche altri spettanti alle autorità, non proprietà privata, ma delle chiese, tutto ciò comprendiamo sia ridato… che il divino favore a noi vicino e da noi sperimentato in tante difficili imprese, continui sempre ad assisterci».

Il cristianesimo non era ancora maggioranza

Come ha affermato Benedetto XVI il diffondersi del messaggio cristiano si era basato solo sul Logos e sull’Agape che lo caratterizzava:
«La forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una fede amica dell'intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall'amore reciproco e dall'attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico-romano. Così è avvenuto anche in seguito, in diversi contesti culturali e situazioni storiche. Questa rimane la strada maestra per l'evangelizzazione: il Signore ci guidi a vivere questa unità tra verità e amore nelle condizioni proprie del nostro tempo, per l'evangelizzazione dell'Italia e del mondo di oggi» [6].
Tanti cittadini dell’impero di allora erano stati attratti dalla serietà intellettuale della fede cristiana e dall’amore che la contraddistingueva. Nella mente e nel cuore di tanti, la fede aveva fatto breccia. La testimonianza dei martiri portato i suoi frutti ed una ulteriore crescita numerica doveva esserci stato nei circa quarant’anni di pace seguiti all’Editto di restituzione di Gallieno, anni nei quali, praticamente anche se non giuridicamente, come abbiamo già detto, la fede cristiana era stata “religio licita”.
Manlio Simonetti ha così sintetizzato il rischio che consapevolmente Costantino dovette assumersi, scommettendo il futuro dell’impero sui cristiani: «agli inizi del IV secolo i cristiani costituivano ancora una minoranza, già rilevante in Oriente ma molto meno in Occidente: soprattutto erano quasi completamente pagani gli strumenti essenziali del potere, esercito e burocrazia, nonché la grande maggioranza della classe politicamente e socialmente egemone. Senti¬menti anticristiani erano ampiamente diffusi tra gli intellettuali e, più in generale, tra i molti ai quali non sfuggiva l'estraneità, non soltanto religiosa ma anche più latamente culturale, della comunità dei cristiani agli ideali dell'ellenismo e della romanità. Insomma, con la sua svolta Costantino non si limitò affatto a prendere atto di una situazione già definita a favore dei cristiani e a darvi sanzione ufficiale, ma giocò una carta incerta e pericolosa a vantaggio di chi era ancora il più debole: il fatto che essa sia risultata vincente non deve indurre a sottovalutare il rischio insito in quella mossa e perciò l'audace iniziativa di chi ne fu l'artefice» [7].

La crisi ariana

novità dell’eresia?=piuttosto l'eresia è una teoria vecchia!

In un meraviglioso testo moderno, il grande scrittore inglese G. K. Chesterton, così presenta il vero nucleo della questione ariana (da L’uomo eterno, Rubbettino 2008, pp. 281-282):
«Se c’è una questione che gli illuminati e i progressisti hanno l’abitudine di deridere e di mettere in vista come un orribile esempio di aridità dogmatica e di stupido puntiglio settario, è questa questione atanasiana della co-eternità del Divin Figlio. D’altra parte, se c’è una cosa che gli stessi liberali sempre ci mettono innanzi come un tratto di puro e semplice Cristianesimo, immune da contese dottrinali, è la semplice frase: “Dio è Amore”. Eppure, le due affermazioni sono quasi identiche; per lo meno una è quasi un nonsenso senza l’altra. L’aridità del dogma è la sola via logica per arrivare ad affermare la bellezza del sentimento. Poiché, se c’è un essere senza principio, che esisteva prima di tutte le cose, che cosa poteva Egli amare quando non c’era nulla da amare? Se attraverso l’impensabile eternità Egli è solo, che significa dire: “Egli è amore”? La sola giustificazione di tale mistero è la mistica concezione che nella Sua stessa natura c’era qualche cosa di analogo all’autoespressione; qualche cosa che genera, e che contempla quel che ha generato. Senza tale idea, è illogico complicare la estrema essenza della divinità con un’idea come l’amore. Se i moderni realmente abbisognano di una semplice religione di amore, devono cercarla nel Credo atanasiano. La verità è che lo squillo del vero Cristianesimo, la sfida della carità e della semplicità di Betlemme e del Natale, mai suonò così decisamente e chiaramente come nella sfida di Atanasio al freddo compromesso degli ariani. Fu lui che realmente combatté per un Dio di amore contro un Dio incolore e lontano dominatore del cosmo; il Dio degli stoici e degli agnostici».

Costantino scrive:
«Dico queste cose non per costringervi ad essere completamente d’accordo su una questione fin troppo sciocca, quale che possa essere. Infatti voi potete conservare integra la dignità dell’assemblea e mantenere l’accordo fra tutti, anche se fra voi c’è disaccordo su questioni di minimo conto: infatti non vogliamo tutti le stesse cose né abbiamo una sola indole e una sola idea».
(da una Lettera di Costantino, in Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, LXXI, 6).

Ha scritto in maniera splendida sulla questione il prof. Simonetti: «Se infatti Costantino, quando si autoelesse capo della chiesa, aveva pensato di assumersi un incarico privo di complicazioni, quale era la funzione di pontefice massimo, aveva fatto male i suoi calcoli, in quanto aveva sottovalutato una caratteristica forte, che specificava la chiesa cristiana nei confronti delle religioni pagane, vale a dire la grande litigiosità interna. A differenza di quelle religioni, quella cristiana aveva alle spalle una sua storia e continuava a viverla giorno per giorno, storia tormentata, a volte convulsa, perché fatta in gran parte di contrasti e polemiche, rivolte non solo all'esterno, nel confronto con pagani e giudei, ma anche, e addirittura soprattutto, all'interno, per motivazioni di carattere sia dottrinale sia anche disciplinare. Quanto a Costantino, e al figlio Costanzo che avrebbe seguito, in sostanza, la politica paterna, il fallimento sarebbe stato dovuto al rifiuto, da parte della maggior parte degli interessati, anche se non di tutti, di distinguere tra forma e sostanza, tra l'accettazione soltanto esteriore di una professione di fede e l'adesione intima a un'altra. Il patrimonio di dottrina, che specificava la religione cristiana di fronte a quella pagana, che ne era priva, e anche a quella giudaica, dove era di entità molto più ridotta e di significato molto meno vincolante, era sentito come componente essenziale del deposito di fede e perciò tale da imporre un'osservanza in cui sostanza e forma s'identificassero, perciò senza distinzione tra adesione esterna e interna. La rabies theologorum era perciò destinata ad avere la meglio sulla moderazione di una politica di compromesso» [10].

L’imperatore sopra la chiesa! Il cesaropapismo

Eusebio di Cesarea riferisce, nella Vita di Costantino, che l’imperatore si autoproclamò “vescovo di quelli di fuori”, in greco “episkopos ton ektos” (επισκοπος των εκτος), termine molto discusso negli studi moderni che si pongono la questione se “quelli di fuori” siano i “laici”, oppure i sudditi, laici e preti, in quanto si occupano delle cose temporali (ma si è appena visto che anche la teologia della chiesa egli la riteneva in qualche di propria pertinenza, perché necessaria alla pace dello stato romano). Certo è che egli intendeva far pesare la propria autorità sulla chiesa.
È noto che egli fece di tutto per presentarsi come “isoapostolos”, cioè “pari agli apostoli” e che preparò come propria sepoltura a Costantinopoli la Chiesa dei Dodici apostoli (l’odierna moschea Fatih Mehmet Camii ad ─░stanbul), volendo che la sua tomba fosse posta avendo i cenotafi degli apostoli a destra ed a sinistra.

Lo spostamento della capitale a Costantinopoli!

inizio del potere temporale della chiesa (anche se la donazione di Costantino è falsa!)

Il cristianesimo e il paganesimo

Simmaco non faceva la sua battaglia per una “libertà di coscienza” intesa alla maniera moderna, che era ovviamente impensabile a quel tempo. Il problema era che Graziano aveva rifiutato il titolo di pontifex maximus, cioè si rifiutava di fare i sacrifici come capo dello stato ed a nome dello stato. Ma se i sacrifici non erano fatti dall’imperatore e se non erano sovvenzionati dallo stato, non avrebbero avuto efficacia per placare gli dèi – spiegava Simmaco nella III Relatio. Per questo Simmaco affermava: “non si può giungere per una sola via ad un segreto tanto grande”, quello di Dio, affermazione che andava intesa non come un invito ad un pluralismo religioso e alla libertà di coscienza - che egli se avesse potuto avrebbe invece negato per ripristinare il divieto del cristianesimo - bensì come un invito all’imperatore perché, sebbene cristiano, venisse in Senato a sacrificare agli dèi rendendo così onore alla divinità sia tramite il culto cristiano, sia tramite quello pagano, in qualità di pontifex maximus. Questa qualifica che egli aveva rifiutato era esattamente il problema: l’imperatore, fino a quel momento, era stato il supremo sacerdote ed a lui spettava dirigere e guidare i sacrifici per ottenere il benessere e la vittoria dello stato. Ora, invece, egli si rifiutava di celebrarli, perché si dichiarava cristiano.

Benedetto XVI ha insistito molto e con intelligenza su questa alleanza che si creò fra la filosofia e la fede, mentre il conflitto culturale avvenne fra la mitologia e la fede. Così aveva scritto, ad esempio, nel discorso preparato per l’Università La Sapienza di Roma:
«L’uomo vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b – c).
In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera» [14].

rapporto dialettico:
es. leggi contro i templi, ma non distruzione dei templi
il caso di Ipazia è unico