«Ulisse e i suoi furono folli non perché varcarono le colonne d’Ercole, ma perché pretesero di identificare il significato, cioè passare l’oceano, con gli stessi mezzi con cui navigavano tra le rive “misurabili” del mare nostrum». Quell’ardore per l’infinito. Tra Dante e il mito, di Carmine Di Martino

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 30 /10 /2012 - 10:41 am | Permalink
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Riprendiamo dal sito della rivista Tracce un articolo di Carmine Di Martino pubblicato sul numero 6 del giugno 2012.  Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per aprrofondimenti su Dante, vedi la sezione Letteratura.

Il Centro culturale Gli scritti (30/10/2012)

La tenerezza per il figlio, la pietà per il padre, l’amore per Penelope. Nulla può placare la «smania» che spinge Ulisse a partire. Una mostra a Rimini affronterà il suo «folle volo», che interroga da sempre i lettori. E che ha ispirato un brano di don Giussani. Perché a definire la ragione «è la tensione a conoscere l’oltre»... Abbiamo chiesto a uno dei curatori di raccontarcela.

«Né dolcezza di figlio né la pieta / del vecchio padre, né ’l debito amore / lo qual dovea Penelopè far lieta / vincer potero dentro a me l’ardore / ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore. / Ma misi me per l’alto mare aperto» (Inferno, XXVI, 94-100). Niente può trattenere Ulisse: non la tenerezza per il figlio, abbandonato ancora in fasce al momento di partire per la guerra, non la pietà per il vecchio padre, non l’amore per Penelope, rimasta in fedele attesa per vent’anni. Un «ardore» radicale e implacabile, un desiderio bruciante di conoscere «i vizi umani ed il valore», di «divenir del mondo esperto», una «smania» - come la chiama Pavese - di penetrare nell’ultima profondità delle cose, origine e destino, lo “costringe” a intraprendere quell’ultimo impossibile viaggio che gli procurerà il naufragio e la morte. Questa è la cifra dell’Ulisse dantesco. Si tratta di una figura che travalica in molti sensi i lineamenti dell’eroe greco.

Com’è noto, Dante ricrea il personaggio inventandone la fine: «Quando mi diparti’ da Circe...». Dando la parola ad Ulisse, il Poeta prende le mosse da un passo del XIV libro delle Metamorfosi, in cui Ovidio afferma che, lasciando Circe, Ulisse e compagni sarebbero andati incontro a «una navigazione incerta, a un lungo cammino e ai pericoli del mare furioso». Verso dove? Qui il genio di Dante, proseguendo la narrazione dal punto in cui Ovidio l’aveva interrotta, opera la trasformazione: il suo Ulisse non si diparte da Circe per tornare, ma per andare oltre, al di là delle colonne che segnano il confine del mare nostrum, di ciò che è conoscibile, afferrabile dall’umana ragione, verso quell’ignoto oceano del significato totale per cui il suo animo arde di un «ardore» che nulla può frenare: «Ma misi me per l’alto mare aperto / sol con un legno e con quella compagna / picciola da la qual non fui diserto».

Oltre le colonne. Ormai «vecchi e tardi», dopo aver visto e conosciuto tutto ciò che potevano vedere e conoscere, Ulisse e i suoi compagni si trovano davanti alle colonne d’Ercole, al limite estremo, fissato dall’esistenza e dall’umana saggezza alla capacità di penetrazione dell’uomo. Qui si gioca il dramma. Tutto consiglia di arrestarsi davanti «a quella foce stretta / dov’Ercule segnò li suoi riguardi / acciò che l’uom più oltre non si metta».

Ma Ulisse non arretra, non rinnega la sua sete, non piega il desiderio di conoscere che intrama il fondo del suo essere, resta fedele all’ansia che ha mosso l’intera sua ricerca e chiama a questa stessa fedeltà i suoi compagni: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza». Perciò, consapevole del rischio mortale, disattende la saggezza e va oltre, decide il «folle volo», varcando il confine insieme ai suoi. Dopo cinque mesi dal superamento dello stretto di Gibilterra, i naviganti hanno per un attimo la sensazione di aver raggiunto la meta: vedono «una montagna / bruna, per la distanza» (che sapremo poi essere quella del paradiso terrestre), ma la loro gioia si tramuta subito in pianto: un turbine impetuoso li travolge e il mare si richiude su di loro, «com’altrui piacque».

L’interpretazione dell’Ulisse dantesco, del trattamento riservato da Dante a questo suo personaggio, è assai discussa e per taluni aspetti irriducibilmente controversa. Da una parte vi sono coloro per cui Ulisse è il testimone ideale della natura e della statura dell’uomo. «Questo canto è sulla composizione del sangue umano, che contiene in sé il sale dell’oceano», scrive Osip Mandel’štam (Conversazione su Dante). È «un impulso innato nell’uomo», osserva Mario Fubini, quello che porta Ulisse «ad affrontare le più ardue e rischiose imprese» (voce Ulisse, in Enciclopedia dantesca), a tentare la traversata dell’oceano misterioso e sconfinato del significato.

Attraverso il “suo” Ulisse, Dante compirebbe dunque una schietta esaltazione del desiderio, una valorizzazione incondizionata dell’aspirazione della ragione, della volontà di conoscere, e stabilirebbe nella fedeltà a questa istanza lo spartiacque tra l’umano e il disumano.
Dall’altra vi sono coloro per cui Ulisse è l’incarnazione di quella superbia umana che Dante intende esplicitamente condannare, avendone egli stesso subìto la tentazione: come un novello Lucifero, o un altro Adamo, desiderando più del dovuto, Ulisse avrebbe passato il segno e osato farsi simile a Dio, ricevendo la meritata punizione.

Il rimprovero a Ulisse che fu di Petrarca, subito a ridosso della Commedia: «Desiò del mondo veder troppo» (Trionfo della fama) o di Boccaccio: «Per voler veder trapassò il segno» (Amorosa visione) rivelano una posizione che - in prospettiva tanto cattolica quanto laica - ha largamente attraversato la nostra cultura e che conduce a sospettare di questa smisurata aspirazione del cuore, a stigmatizzarne l’eccesso: la sete di conoscenza totale è qualcosa di cui ci si deve spogliare, a maggior ragione se, da uomini religiosi, si vuol lasciare spazio a Dio.

Non di rado, alla prima interpretazione si associa un’altra considerazione: nel «folle volo» di Ulisse non vi sarebbe follia alcuna, né eccesso, né colpa, bensì esclusivamente la rappresentazione della grandezza e della nobiltà dello slancio umano e della sua impossibilità a realizzarsi. Il nefasto epilogo della storia sarebbe da attribuire - come ad esempio sostiene Benedetto Croce - alla doppia identità di Dante, ad un tempo teologo e poeta: ciò che l’uomo esalta, il cristiano condanna. Il castigo “divino” con cui si conclude il viaggio è perciò un atto dovuto, compiuto dal Dante teologo, ligio agli insegnamenti della dottrina cristiana, che deve punire la decisione di Ulisse, sprofondando l’eroe in fondo all’oceano, avendolo già, per altro motivo, collocato in un certo girone dell’inferno (non per il viaggio, ma per l’inganno). Nel canto i due elementi resterebbero in dialettica tra loro, senza armonizzarsi.

Nella seconda interpretazione, soprattutto in una lettura “religiosamente” caratterizzata, si tende invece a condannare il desiderio alla radice (e, di qui alla condanna dell’umano come tale, il passo è breve). Ulisse sarebbe reo di tracotanza intellettuale, in lui l’ardore della conoscenza crescerebbe fino a risolversi in superbia e in disprezzo di ogni limite, e la punizione divina, il naufragio, ne sarebbe la giusta conseguenza. La colpa di Ulisse, simile a quella di Adamo, è quella di chi, proprio per l’eccesso del desiderio, prevarica il disegno divino e non accetta il divieto (lo stesso posto da Dio ai nostri progenitori).

In quest’ottica, non solo Ulisse sbaglia perché osa andar oltre, ma già prima perché desidera andar oltre, cioè conoscere il mistero, il significato di tutto. La punizione cui il viaggio va incontro finisce dunque per retroflettersi sul desiderio: colpevole è il desiderio stesso, folle è il suo eccesso, la sua smisuratezza. In questa linea è naturalmente necessario interpretare l’«orazion picciola» non come una dichiarazione sulla natura dell’uomo («fatti non foste...»), ma in chiave di raggiro e di inganno.

È implicito, nelle due letture sin qui stilizzate, che i lati illuminati dalla prima saranno quelli che la seconda tende a nascondere e viceversa.

Vi è una terza via. Nel canto di Ulisse convivono, in una drammatica e realistica tensione, una valorizzazione senz’ombre del desiderio e dell’umana statura e la denuncia della tentazione in cui l’uomo storicamente cade: pretendere di identificare l’assoluto con una propria immagine, fissando la strada a esso. Dante non risolve la tensione, non cede a moralistiche contrapposizioni, ed è questo il motivo del fascino perenne del “suo” Ulisse, in cui - a dispetto d’ogni condanna - ognuno di noi si riconosce, ritrovando al fondo di sé quella sete di totalità, quell’impeto irrefrenabile a conoscere tutto, quel non esser fatti «a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza», che il personaggio dantesco incarna. Nella coscienza di Dante coesistono senza escludersi il riconoscimento dei limiti posti alla ragione dell’uomo e l’affermazione della strutturale e irriducibile aspirazione a una conoscenza del mistero.

Dunque, pur rimanendo fra quelle possibili e abbondantemente praticate, non convince la posizione di chi interpreta l’«orazion picciola» come raggiro, identifica tout court le colonne d’Ercole con il divieto del Dio biblico («Non mangerai del frutto dell’albero...»), legge l’Ulisse dantesco come figura negativa, eroe pagano o prometeico-rinascimentale, sintesi dell’umana superbia e opposto al tipo autenticamente “cristiano” che Dante vorrebbe indicare ai suoi contemporanei e ai suoi posteri.

Un’immagine potente. Infatti, mentre punisce la «folle» pretesa di afferrare l’oltre misterioso, Dante non trascina nella punizione e nella «follia» né il desiderio, né - per quanto ciò possa sembrare esorbitante - la decisione di andare oltre, di penetrare nell’ignoto. Ercole, coi «suoi riguardi», simboleggia l’uomo saggio che prende atto del limite posto dall’esistenza al desiderio umano di conoscere il significato di tutto e invita quindi l’uomo a ridimensionare questo desiderio stesso, a stare al suo posto.

Accettare il confine: tale è il distillato della saggezza pagana o mondana. Dante sottrae il suo Ulisse a questa misura e ne fa perciò il simbolo dell’umana grandezza. Folle non è l’uomo che decide di onorare la sua vocazione a comprendere il senso del mondo: che Ulisse intraprenda il viaggio è folle di una follia più sana d’ogni sanità, è l’umano intero che sfida la saggezza, la misura.

Ma vi è anche un’altra - fatale - follia: riguarda il come del viaggio, i mezzi con cui Ulisse presume di raggiunger l’infinito fine. È qui che cade nella tentazione, nella pretesa. La barca della ragione, con i suoi argomenti, è troppo piccola. Le sue forze non possono reggere una simile traversata. La follia non riguarda l’aver intrapreso il viaggio, ma l’aver preteso di “misurare” l’infinito con gli stessi mezzi con cui si perimetra il finito.

È ciò che osserva con coraggiosa chiarezza don Giussani: «Ma lui, Ulisse, proprio per la stessa “statura” con cui aveva percorso il mare nostrum, arrivato alle colonne d’Ercole, sentiva non solo che quella non era la fine, ma che era anzi come se la sua vera natura si sprigionasse da quel momento. E allora infranse la saggezza e andò. Non sbagliò perché andò oltre: andar oltre era nella sua natura di uomo, decidendolo si sentì veramente uomo (...). La realtà nell’impatto con il cuore umano suscita la dinamica che le colonne d’Ercole hanno suscitato nel cuore di Ulisse e dei suoi compagni, i volti tesi nel desiderio di altro. Per quelle facce ansiose e quei cuori pieni di struggimento le colonne d’Ercole non erano un confine, ma un invito, un segno, qualcosa che richiama oltre sé. Non perché andarono oltre, sbagliarono Ulisse e i nocchieri odisseici» (Il senso religioso, pp. 187-188). «Ulisse e i suoi furono folli non perché varcarono le colonne d’Ercole, ma perché pretesero di identificare il significato, cioè passare l’oceano, con gli stessi mezzi con cui navigavano tra le rive “misurabili” del mare nostrum» (pp. 195-196).

La tensione a conoscere l’oltre, cui tutto il reale - come segno - rimanda, definisce la vita della ragione, è la sua forza motrice e l’Ulisse dantesco ne è l’immagine insuperata e potente, sintesi e inveramento della coscienza della grandezza umana, del senso dell’io, della stima della ragione propri della civiltà greca. Qui, si potrebbe dire, emerge la straordinaria modernità di Dante, in questa sua inaudita valorizzazione, in questa audace simpatia per il desiderio umano di conoscere tutto, che non è oscurata dalla realistica constatazione della tentazione, della presunzione in cui storicamente l’uomo cade e che non riesce ad evitare.

Per Dante quel desiderio non si oppone a Dio, ma è la strada maestra verso Dio. Anzi, Dio si “dimostra” già nella profondità originale - infinita - di quel desiderio. L’«ardore» che muove Ulisse è ciò che decide della statura dell’uomo, è il suo impulso più vero. Ed è la stessa sete di conoscere tutto, perfino il divino, che anima il viaggio di Dante e che gli permette di concepirela Commedia.

Dante è il vero Ulisse: avverte in sé quell’ardore che sospinge al rischio il suo eroe, ma il suo «volo» non è più folle, non si avvale di «remi», bensì di «ali», cioè del sostegno della presenza stessa del divino incarnato.

Davanti alla sete. Ora, il fatto che Dante non tragga dalla sua posizione di cristiano motivi per prendere le distanze dal desiderio di Ulisse, ma ce ne fornisca, con piglio di condivisione, un’immagine così vivida e potente non è da attribuire alla sua doppia veste di poeta magnanimo e di cristiano ortodosso. È questo il punto più degno di attenzione: la figura di Ulisse non è in contraddizione con il cristianesimo di Dante. Bisogna vedere le cose altrimenti: Dante ha potuto creare un personaggio come quello di Ulisse non benché egli fosse cristiano, ma proprio perché era cristiano. È questo che permette al Poeta un’esaltazione così fiduciosa del cuore umano. La simpatia per il desiderio di conoscenza di Ulisse non è una svista, una problematica e discutibile sortita fuori dai canoni del credo religioso. Al contrario, una simile affermazione della sete umana è resa possibile soltanto dall’esperienza della risposta a questa sete. Si tratta infatti di una risposta che, proprio perché compie la sete, la rivela in tutta la sua originale e vincolante portata, permette di starvi di fronte senza timori e censure.

Dante celebra così l’“inconveniente” del cristianesimo: esso esige degli uomini, cioè l’inquietudine e l’aspirazione di Ulisse, la sua brama insaziabile. Il prezzo che si paga a condannar tale brama come eccessiva, fuori misura, è quello di fare del cristianesimo una risposta a una domanda che non si pone, qualcosa di superfluo o di assurdo. La Grazia e Ulisse non si escludono: la prima esalta ed esige l’umanità del secondo, costituendone il compimento imprevedibile e atteso.