«Andate e fate discepoli, battezzando e insegnando». Riscopriamo la bellezza del Battesimo. Sussidio di pastorale battesimale: II e III parte. Il cammino delle famiglie con bambini da 0 a 3 anni, a cura dell’Ufficio catechistico della diocesi di Roma

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 04 /11 /2012 - 21:44 pm | Permalink
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Mettiamo a disposizione sul nostro sito la II e III  parte del Sussidio di pastorale battesimale curato dall'Ufficio catechistico della diocesi di Roma. Le parti successive sono in fase avanzata di elaborazione e saranno pubblicate a breve. La parte del Sussidio riguardante la preparazione al Battesimo è già on-line al seguente link Sussidio di pastorale battesimale della diocesi di Roma: I parte. La preparazione al Battesimo.

Il Centro culturale Gli scritti (4/11/2012)

NOTA BENE

La II e III parte del Sussidio di pastorale battesimale riguardano l’accompagnamento delle famiglie con bambini da 0 a 3 anni.

Si compone di 2 percorsi:

1) il I - contenuto nella II parte del Sussidio - propone 7 tracce per incontri di catechesi per quei gruppi di genitori che potranno sorgere dopo il Battesimo. Le tracce sono ad uso dei catechisti.

2) il II - contenuto nella III parte del Sussidio - propone 8 lettere per i genitori con bambini da 0 a 3 anni. Potranno essere portate in dono dai catechisti, in maniera da sostenere tutte le famiglie, non solo quelle disponibili ad un cammino di gruppo.

Clicca su uno di questi link per aprire il documento:

DIOCESI DI ROMA

«Andate e fate discepoli, battezzando e insegnando». Riscopriamo la bellezza del Battesimo
Sussidio di pastorale battesimale: il cammino per le famiglie con bambini da 0 a 3 anni

(bozza ad experimentum)

Indice

PARTE SECONDA
Il cammino di fede di papà e mamma
.Tracce per gli incontri di catechesi per gruppi di genitori ad uso dei catechisti

Vengono qui offerti i testi da utilizzare per gli incontri dei genitori dopo la celebrazione del Battesimo. Il parroco e i catechisti propongano con convinzione ai genitori di continuare il cammino di fede appena iniziato per rispondere alla chiamata del Signore a crescere come famiglie cristiane per essere educatori alla fede dei loro bambini.
Le forme suggerite sono due:
- la prima è quella di costituire piccoli gruppi di genitori che si riuniscono periodicamente nelle case, secondo i suggerimenti offerti dal Cardinale Vicario nella relazione al Convegno dello scorso giugno
- la seconda è quella di incontrare i genitori in parrocchia, perché non è possibile in altro modo.
Gli incontri abbiano luogo secondo un calendario concordato con i genitori. È molto importante venire incontro in ogni modo alle loro esigenze.
Resta inteso che i materiali offerti, sebbene siano numerati per incontri, possono essere utilizzati come si ritiene più conveniente. È molto probabile che su ogni argomento i partecipanti desiderino soffermarsi per più incontri. Li si assecondi. Anzi, i catechisti non abbiano fretta di passare oltre. Più il tema, oggetto dell’incontro, risulta partecipato e apre ad argomenti connessi o che si desidera approfondire, più è bene che venga approfondito. La fretta è nemica di una formazione efficace.
Alla fine di ogni argomento si suggeriscono delle note metodologiche e dei testi per l’approfondimento. È bene che questi ultimi siano usati dai catechisti per la preparazione degli incontri, ma possono essere anche letti, per brani, quando lo si riterrà utile per illustrare e arricchire l’esposizione e il dialogo.

Primo incontro. Qual è il cammino di vita piena per voi e per i vostri figli? «Beati voi quando...» 

1/ Si può essere felici?

L'uomo da sempre ha questa domanda radicale dentro di sé: è veramente possibile essere felici o bisogna accontentarsi di qualche piacere passeggero, perché una gioia piena e una serenità vera sono impossibili? Questa domanda è presente in modo del tutto speciale nel cuore dei genitori e, anzi, li spinge a interrogarsi su come possano aiutare loro figlio a essere felice. Del resto quello che un bambino, un adolescente o un giovane chiede al papà e alla mamma è proprio questo: cosa significa vivere bene? Potrò essere felice?
Un papà ha raccontato una volta: «Un pomeriggio me ne stavo tranquillamente in casa con il mio primo figlio Stefano, che poteva avere 4 o 5 anni, correggendo i temi come ogni insegnante di italiano ed ero talmente assorto nel mio lavoro che non avevo notato che Stefano si era avvicinato al mio tavolo e in silenzio mi stava guardando. Non chiedeva nulla di particolare, non aveva bisogno di nulla, solo osservava suo padre al lavoro. Ricordo che quel giorno, nell’incrociare lo sguardo di mio figlio, mi folgorò questa impressione: che lo sguardo di mio figlio contenesse una domanda assolutamente radicale, inevitabile, cui non potevo non rispondere. Era come se guardandomi chiedesse: papà assicurami che valeva la pena venire al mondo»[1].
Un genitore può insegnare la via della felicità, solo se lui per primo l’ha percorsa e ha scoperto la gioia di vivere. Ecco siamo noi adulti per primi a doverci porre questa domanda. Cosa rende felice la vita? Come potrà un figlio capire ciò che vale veramente nella vita vedendo come vivono i genitori?

2/ La felicità è un fantasma?

Quando non si riesce a raggiungere la felicità cerchiamo ogni espediente per cercare di ottenerla. L’uomo si lega a tante cose perché pensa di trovarvi il piacere della vita: quasi come se vi attaccasse il suo cordone ombelicale, sperando di ricevere soddisfazione, pienezza di vita, gioia. Quando non riusciamo a trovare ciò che veramente dà gioia, ricorriamo a degli espedienti che ci illudono che ci sia pienezza di vita. Può avvenire, ad esempio, con il lavoro. Una persona si può dedicare totalmente al lavoro e alla carriera, pensando che ne avrà in cambio felicità. E, invece, si accorge che pian piano si svuota sempre di più. Può capitare che dedichi la vita a cercare visibilità o apprezzamento pubblico o potere. Può avvenire di puntare tutto sul denaro, illudendosi che con esso si possa comprare la felicità. Si può pensare che si diventerà felici divertendosi il più possibile o vivendo una affettività disordinata. Ed invece quella felicità che sembrava ormai raggiunta svanisce come un fantasma: è questo il significato della parola idolo. Un idolo sembra darci la felicità ma invece ci prende la vita, la succhia giorno dopo giorno lasciandoci con un pugno di mosche in mano.
Anche un figlio può essere consegnato fin da piccolo a questi idoli. Non esiste una neutralità nell'educazione. Con priorità sbagliate i genitori rischiano di comunicare al bambino che per essere felice dovrà preoccuparsi soprattutto di avere un fisico sano o di essere un bravo sportivo o di avere un certo numero di competenze tecniche, trascurando di far maturare il suo cuore.

3/ Solo Dio rende felici

Che l’uomo abbia un desiderio di felicità che non si appaga con il possesso delle cose o con la sicurezza economica, lo tocchiamo con mano ogni sera, quando stiamo per addormentarci. Perché alcune notti riposiamo sereni e altre invece stentiamo a prendere sonno? Cosa manca alla nostra vita per addormentarci sereni? L’insoddisfazione nasce perché avvertiamo che siamo fatti per qualcosa di “più grande”, qualcosa che sentiamo deve esistere anche se non ci è subito chiaro cosa sia.
Se entriamo nel nostro cuore scopriamo che tutte le cose hanno senso solo in vista dell’amore. Come ha scritto Sant’Agostino: «Niente ci è caro senza la compagnia di un amico». Oggi più di prima i genitori comprendono che niente sarà loro caro senza la gioia del loro bambino. Ogni bene è, in fondo, inutile, se non ne godiamo insieme ad altri che amiamo. E tutte le cose che possediamo non ci sono utili per godere, se viviamo in un contesto di inimicizia o se siamo soli. Perché tutte le cose sono belle in vista dell'amore, hanno senso se vengono vissute per crescere nella relazione con gli altri.
Ma proprio quando vogliamo bene ad un bambino, ci domandiamo quale sia il suo vero bene, come potrà essere felice. Anche lui cercherà qualcosa che sia più grande di noi, sentendo che non gli basterà l'amore dei genitori. Perché l'amore punta sempre più in alto.

4/ Dio si è reso presente per renderci felici

Il cuore umano è abitato da un’attesa di Infinito. Essa manifesta che non serve alla felicità la conquista del mondo intero, non basta alla “vita vera” l’attenzione delle persone da cui desideriamo essere amati. In fondo, ognuno di noi si potrebbe addormentare sereno e in pace, avendo molte meno cose di quelle che attualmente possiede, meno attenzioni d’amore di quelle che ha, se i gesti della sua giornata avessero pienamente un senso, se avesse raggiunto e toccato con mano l’Infinito.
Ma è possibile raggiungerlo? E come ? È per questo che Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo per noi, preoccupato di annunciare la felicità all’uomo, non solo per l’eternità ma fin da questa terra, ha più volte insegnato ai discepoli che esiste una via che conduce alla gioia piena che nessuno può togliere ed una che invece porta alla tristezza. Sant’Agostino descrive con queste parole il termine della sua ricerca di Dio: «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in te».
Ai giovani a Colonia Papa Benedetto XVI ha ricordato: «La felicità che cercate, la felicità che avete diritto di gustare ha un nome, un volto: quello di Gesù di Nazareth».

Nota metodologica per i catechisti

1) La guida, dopo aver presentato il tema, potrà domandare ai partecipanti di intervenire liberamente, chiedendo di provare a raccontare che cosa manca, secondo il loro punto di vista, per vivere una vita veramente piena e serena.

2) Per facilitare il dialogo si può spiegare che non è necessario parlare direttamente di se stessi, ma si può anche fare riferimento a situazioni che si sono incontrate. Si sottolineerà che proprio l'esperienza di essere diventati genitori obbliga a porsi in maniera nuova la domanda di cosa voglia dire vivere una vita buona e carica di significato.

3) Dopo aver dedicato un po’ di tempo all’ascolto attento delle diverse esperienze, la guida proporrà un approfondimento di quanto ascoltato negli interventi, ponendolo a confronto con l'annunzio che Gesù fa dell'esistenza di una vita beata. Infine, potrà proporre una prima sintesi che aiuti a scendere nel profondo del cuore umano: esso ha un’attesa di infinito. L'itinerario che seguirà vuole approfondire tutto questo.

4) L’incontro può essere arricchito con i testi sotto riportati, che si ritiene utile legge e commentare.

5) L’incontro si conclude con una preghiera.

Testi per l’approfondimento

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica
La I sezione della I parte propone il tema del desiderio di Dio proprio dell’uomo.

Da Sant’Ilario di Poitiers
Mi sono messo in cerca del senso della vita. Ricchezza e agi presentano dapprima un'attrattiva [...]. Tuttavia, la maggioranza degli esseri umani, spinti dalla loro stessa natura, hanno scoperto che l'uomo ha qualcosa di meglio da fare che rimpinzarsi e ammazzare il tempo.

Altri testi

Da Epicuro, Lettera a Meneceo
Proprio perché il piacere è il nostro bene più importante ed innato, noi non cerchiamo qualsiasi piacere; ci sono casi in cui noi rinunciamo a molti piaceri se ce ne deriva un affanno. Inoltre consideriamo i dolori preferibili ai piaceri, quando da sofferenze a lungo sopportate ci deriva un piacere più elevato. Quando diciamo che il piacere è il nostro fine ultimo, noi non intendiamo con ciò i piaceri sfrenati, e nemmeno quelli che hanno a che fare con il godimento materiale, come dicono coloro che ignorano la nostra dottrina. La saggezza è principio di tutte le altre virtù e ci insegna che non si può essere felici, senza essere saggi, onesti e giusti. Le virtù in realtà sono un’unica cosa con la vita felice e questa è inseparabile da essi.

Da Blaise Pascal, Pensieri

* Ciò che interessa l’uomo nel divertimento, è meno l’oggetto che la sua rincorsa, il movimento, la trepidazione, che lo distrae dal pensare a sé. «Si gusta più la caccia che la preda».

* Nulla è tanto insopportabile all’uomo che lo stare a riposo completo, senza passioni, senza preoccupazioni, senza svaghi, senza applicazione. Allora sente il suo nulla, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Immediatamente dal fondo della sua anima verranno fuori la noia, la tetraggine, la tristezza, l’affanno, il dispetto, la disperazione. Il sentimento della falsità dei piaceri attuali e l’ignoranza della vanità dei piaceri assenti sono causa d’incostanza.

* È questa la ragione per cui il gioco, la conversazione delle donne, la guerra, gli alti uffici sono tanto ricercati. Non che in essi si trovi realmente la felicità né che si creda che la vera beatitudine stia nel denaro che si può vincere al gioco o nella lepre di cui si va a caccia: non li vorremmo, se ci fossero offerti in dono. Noi non cerchiamo un tal possesso, molle e placido, e che ci lascia pensare all’infelicità della nostra condizione, e neppure i pericoli della guerra o i fastidi degli impieghi; ma il trambusto che ci distoglie da quel pensiero e ci distrae. Ragion per cui si preferisce la caccia alla preda («L’agitazione e la caccia sono propriamente la nostra selvaggina», Montaigne, Saggi, III, VIII). Perciò la maniera usuale di biasimarli è sbagliata. La loro colpa non è di cercare il tumulto, se lo cercassero solo come uno svago; bensì di cercarlo come se il possesso delle cose da loro cercate li dovesse rendere veramente felici.

* La grandezza dell'uomo è così evidente che s'inferisce dalla sua stessa miseria. Invero, ciò che negli animali è natura, nell'uomo lo chiamiamo miseria: riconoscendo così che, essendo oggi la sua natura simile a quella degli animali, è decaduto da una natura migliore, che era un tempo la sua. Infatti, chi si sente infelice di non essere re, se non un re spodestato?... Chi si stima disgraziato per aver soltanto una bocca? e chi invece non si giudicherà disgraziato di non avere se non un occhio solo? A nessuno forse è mai passato per la mente di affliggersi di non aver tre occhi.

Da Jean Vanier
Ho scoperto che le persone normali sono molto handicappate. Voglio raccontarvi la storia di un uomo normale e voi scoprirete che non credo alla normalità e alla anormalità. Le persone normali sono piene di problemi: familiari, lavorativi, economici, con la chiesa. Una volta, un uomo molto normale mi è venuto a trovare ed era pieno di tristezza. Ad un certo punto bussano alla porta e senza che io abbia il tempo di dire «Avanti», entra Jean Claude. Jean Claude è un ragazzo che la gente chiama down, noi lo chiamiamo semplicemente Jean Claude. A Jean Claude piace molto ridere: ti prende la mano, ti dice «Buongiorno» e ride. Così prende la mano del signor normale e ride; poi se ne va, sbattendo la porta. Il signor normale si gira verso di me e dice: «Com'è triste che ci siano dei bambini così!». Credo che il solo problema era che il signor normale era cieco. Era incapace di vedere che Jean Claude era felice. Guardava la realtà attraverso le sue teorie e la sua ideologia. Jean Claude era molto più felice di lui. Noi abbiamo delle ideologie, noi condanniamo le persone prima ancora di averle ascoltate, abbiamo fabbricato dei pregiudizi, diventiamo sempre più incapaci di guardare la realtà così com'è, guardiamo la realtà attraverso le nostre teorie e così abbiamo perso lo sguardo del bambino che è capace di meravigliarsi.

Da Alessandro D'Avenia
La scuola è una noia. I grandi sono una noia. Lo studio è una noia. Ma anche questa festa è una noia…. La noia. Il nemico mortale dei miei studenti, il nemico mortale delle nostre giornate. La noia che ti prende sia quando lavori sia quando sei in vacanza. Anzi a volte ci si annoia di più in vacanza che al lavoro. La noia non dipende da quello che si fa, ma è una condizione del cuore. Non è altro che un preziosissimo indicatore: non stai vivendo tutta la vita che c’è da vivere, la tua vita non è all’altezza della vita vera. Manca qualcosa.
Ci sono due possibili soluzioni. La prima facile, ma incerta: cercare subito un’emozione forte che mi tiri fuori dalla noia. Compro qualcosa di nuovo, lavoro di più, mi sballo… Ma finito l’effetto “adrenalina” ritorno alla noia di prima, divenuta però più profonda, perché sono caduto da più in alto.
Seconda soluzione: mi fermo e mi chiedo cosa mi manca? Cosa manca alla mia vita per essere all’altezza di sé stessa? Di cosa ho nostalgia?
La risposta è: manca la meraviglia. La meraviglia sta in ciò che è nuovo, ma non in senso cronologico: l’ultima cosa che è uscita (l’ultimo film, l’ultimo paio di scarpe… insomma il nuovo della pubblicità), che è sinonimo di “meno vecchio”.
Il vero “nuovo” invece è ciò che sa darmi sempre di più di quello che è. E dove si trova? Un po’ nella realtà, un po’ nel cuore che sa accoglierla: un amico vero, un bel romanzo, un panorama, il quadro di un artista, un progetto da realizzare, Dio… e chi più ne ha più ne metta. E cosa sa essere sempre nuovo ogni volta che lo interroghi? Ciò che ha profondità di spirito. Ci annoiamo perché ci accontentiamo delle superfici, ma la vita non si inganna. Occorre scovare quel qualcosa di meraviglioso che si nasconde in ogni situazione, ma questo richiede impegno e attenzione. Non sempre abbiamo questo coraggio, e per questo costringiamo noi e i nostri figli a riempire il tempo come una specie di stomaco bulimico. Abbiamo paura di annoiarci, abbiamo paura che si annoino. Ma proprio la noia ci costringe a cercare quell’equilibrio che manca.

Secondo incontro. Con Dio o senza Dio tutto cambia. «La speranza che non delude»

1/ La vita dell’uomo è “mistero”

Dinanzi alla nascita di un figlio i genitori si rendono conto che la sua vita è un “mistero”! Ma la vita di tutti noi è un “mistero” così grande che chiede di essere illuminato. Il Papa Benedetto XVI, parlando del Battesimo, ha detto delle parole straordinarie: «In realtà, la vera domanda è: “È giusto donare vita in questo mondo senza avere avuto il consenso - vuoi vivere o no?”. Io direi: è possibile ed è giusto soltanto se, con la vita, possiamo dare anche la garanzia che la vita, con tutti i problemi del mondo, sia buona, che sia bene vivere, che ci sia una garanzia che questa vita sia buona, sia protetta da Dio e che sia un vero dono. Solo l’anticipazione del senso giustifica l’anticipazione della vita. E perciò il Battesimo come garanzia del bene di Dio, come anticipazione del senso, del “sì” di Dio che protegge questa vita, giustifica anche l’anticipazione della vita»[2]. Infatti, se non esistesse speranza per noi e per i nostri figli, sarebbe insensato chiamarli a vivere.

2/ La promessa

Questa tensione al futuro è tipica dell’uomo. Lo si vede da una delle manifestazioni più proprie dell’animo umano: la capacità di promettere. Un animale non sa cosa sia una promessa. L’uomo, invece, vive promettendo. Dà la vita ad un figlio, promettendogli implicitamente che vale la pena vivere, anche se non glielo può dimostrare. Ama, promettendo di amare per sempre, «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia».
Una delle grandi differenze, infatti, fra il matrimonio e tutte le altre forme di amore fra uomo e donna è che gli sposi si dicono: «Ti amerò per sempre». Non solo «ti amo ora, oggi, adesso». Dicono invece «ti amerò per sempre», con una promessa che misteriosamente supera anche la vita terrena. La promessa di chi ama annuncia che neanche la morte potrà far morire quell’amore. Come dice il Cantico dei Cantici: «Forte come la morte è l’amore». Anzi, l’amore per essere vero deve essere più forte della stessa morte.
Proprio questa speranza è al cuore di uno degli eventi più belli che avvennero quando Gesù si manifestò dopo la sua morte. Il vangelo di Luca ci racconta che due dei discepoli di Gesù, una volta morto il loro maestro, avevano pensato per un istante che ormai niente sarebbe più cambiato. Vengono chiamati i discepoli di Emmaus, perché l’evangelista ce li presenta mentre si stavano allontanando da Gerusalemme, tristi dopo la passione e la morte del Signore. Essi si dicevano l’un l’altro: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele» (Lc 24,21). Quel verbo all’imperfetto – «noi speravamo» – dice tutta la delusione che li ha colti: essi hanno abbandonato la fiducia.

3/ L’origine della speranza

Ma la domanda sulla speranza porta con sé la domanda opposta, quella sull’origine. La speranza è fondata solo se l’origine della vita, della mia vita, è nelle mani di Dio! Gesù ci consegna una speranza che non nasce innanzitutto dalla paura di morire, bensì dall’annunzio di Dio Padre Creatore del mondo. Due genitori, mostrando il loro bambino nato da poco, dicevano: «Come è possibile che lo abbiamo fatto solo noi?» Nella loro meraviglia c’era la certezza che quel bambino era certamente il frutto del loro amore, ma non solo del loro amore: quella creatura esisteva anche nel pensiero di Dio. È proprio per questo che noi possiamo guardare con speranza a nostro figlio, così come all’esistenza di ogni uomo. Se è Dio che lo ha voluto su questa terra, allora possiamo essere certi che Egli non lo abbandonerà mai: Dio desidera per lui la vita eterna.
Se, invece, all’origine della vita ci fosse solo la materia e non Dio Creatore e Padre, allora tutto sarebbe destinato ad andare perduto per sempre. Ogni speranza sarebbe in fondo solo un’illusione, perché la materia non può amare né noi, né i nostri figli ed è incurante dell’esistenza di ogni singola persona.

4/ La vera Speranza

Benedetto XVI ha scritto una bellissima Enciclica sul tema della speranza dove ha affermato che veramente «chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici speranze, in fondo è senza speranza, senza la grande speranza che sorregge tutta la vita (cfr. Ef 2,12). La vera, grande speranza dell’uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio»[3].
Il Papa prosegue spiegando che noi viviamo animati da due tipi di speranze, entrambi importanti: la “grande” speranza e le “piccole” speranze. Sono entrambi importanti, ma lo è innanzitutto la “grande” speranza, perché se essa manca niente ha significato e tutto corre verso la morte. Le “piccole” speranze - amare i nostri cari, crescere in saggezza, migliorare il nostro lavoro, ecc. - sarebbero allora in realtà vuote, perché alla fine, nonostante i nostri sforzi, saremo sconfitti perché tutto perisce.

5/ Con Dio o senza Dio tutto cambia

Ma d’altro canto se la “grande” speranza che è data dalla presenza di Dio non generasse in noi il gusto delle “piccole” speranze, di vivere bene, di amare, di crescere, di esprimere quello che abbiamo dentro, la fede si rivelerebbe allora una fuga dal mondo.
La storia del cristianesimo mostra, invece, come la fede non è mai alienazione: la fede ha portato con sé la voglia di impegnarsi al meglio delle proprie possibilità, perché se la vita viene da Dio allora essa è veramente importante e merita di essere vissuta in pienezza.
Noi cristiani, scoprendo in profondità la bellezza della fede, ci rendiamo ancora più conto di quanto sia preziosa la vita. Avvertiamo che il tempo che ogni mattina ci viene donato è un’occasione da non sprecare. Per questo la speranza non è semplicemente un’attesa inerte di qualcosa che è più grande di noi, ma è anche l’impegno di preparare il domani.
Anche voi desiderate certamente che il tempo della vostra vita che vi è stato affidato non vada sprecato. Desiderate che non sia un’accozzaglia di gesti senza senso, quanto piuttosto un costruire pian piano qualcosa che merita la nostra fatica. Ecco perché la questione di Dio non è una questione qualsiasi, a fianco delle altre: infatti, «con Dio o senza Dio tutto cambia». Ma come conoscere questo Dio? Come possiamo noi incontrarlo e camminare alla sua presenza? Se vorrete, cammineremo ancora insieme per rispondere a queste domande.

Nota metodologica per i catechisti

1) Dopo aver introdotto la riflessione, si può proseguire domandando quali sono le “grandi” e le “piccole” speranze che le coppie di genitori portano nel cuore.

2) Dopo aver prestato ascolto alle loro riflessioni, si può ulteriormente mostrare come tutte le “piccole” speranze portano con sé, in realtà, l’esigenza di una speranza più grande ed, al contempo, come la “grande” speranza non debba mai divenire alienazione dal concreto vissuto della vita, ma provocazione per una sempre maggiore passione alla vita stessa.

3) Ci si può soffermare, inoltre, sulla necessità che la speranza individuale non si confonda con una generica speranza collettiva in un futuro di progresso che però calpesti il valore di ogni singola esistenza, così come sulla necessità di una speranza per la storia intera che vada oltre un’egoistica salvezza individuale.

4) Si può anche domandare più direttamente quali promesse ognuno abbia pronunciato e ricevuto, mostrando come il presente acquista significato solo in relazione al futuro che si sta costruendo. In particolare, si potrà riflettere su quali speranze siano implicate nel gesto meraviglioso di dare alla luce un figlio.

5) L’incontro si conclude con una preghiera.

Testi per l’approfondimento

Salmo 8
Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?

Salmo 139 (138)
Sei tu che hai formato i miei reni
e mi hai tessuto nel grembo di mia madre.
Io ti rendo grazie:
hai fatto di me una meraviglia stupenda;
meravigliose sono le tue opere,
le riconosce pienamente l’anima mia.
Non ti erano nascoste le mie ossa
quando venivo formato nel segreto,
ricamato nelle profondità della terra.
Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi;

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1817-1821.

Dal Catechismo degli adulti. La verità vi farà liberi, pp. 76-77

Altri testi

Da Gabriel Marcel
Il mistero [...] è chiarificatore.

Da Giovanni Paolo II, da “Alzatevi, andiamo!”
Sappiamo che Cristo si rivolgeva a Dio con la parola “Abba”: una parola cara e familiare, quella con cui i figli della sua nazione si rivolgono ai loro padri. Probabilmente con la stessa parola, come gli altri bambini, egli si rivolgeva anche a San Giuseppe. È possibile dire di più del mistero della paternità umana? Come uomo, Cristo stesso sperimentava la paternità di Dio attraverso il suo rapporto di figliolanza con san Giuseppe. L’incontro con Giuseppe come padre si è inscritto nella rivelazione che Cristo ha poi fatto del paterno nome di Dio. È un mistero profondo! Cristo come Dio aveva la propria esperienza della paternità divina e della figliolanza nel seno della Santissima Trinità. Come uomo sperimentò la figliolanza grazie a san Giuseppe. Questi, da parte sua, offrì al Bambino che cresceva al suo fianco il sostegno dell’equilibrio maschile, della chiarezza nel vedere i problemi e del coraggio. Svolse il suo ruolo con le qualità del migliore dei padri, attingendo la forza dalla somma sorgente dalla quale “ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome” (Ef 3,15). Allo stesso tempo, in ciò che è umano egli insegnò molte cose al Figlio di Dio, al quale costruì e offrì la casa sulla terra. La vita con Gesù fu per San Giuseppe una continua scoperta della propria vocazione a essere padre. Lo era diventato in un modo straordinario, senza dare il corpo al suo Figlio. Non è forse questa la realizzazione della paternità che viene proposta a noi, sacerdoti e vescovi, come modello? Di fatto, tutto quanto facevo nel mio ministero lo vivevo come manifestazione di tale paternità: battezzare, confessare, celebrare l’Eucaristia, predicare, richiamare, incoraggiare, era per me sempre una realizzazione della stessa paternità.

Da Benedetto XVI, dall’Enciclica Spe salvi

* Gregorio Nazianzeno dice che nel momento in cui i magi guidati dalla stella adorarono il nuovo re Cristo, giunse la fine dell’astrologia, perché ormai le stelle girano secondo l’orbita determinata da Cristo. Di fatto, in questa scena è capovolta la concezione del mondo di allora che, in modo diverso, è nuovamente in auge anche oggi.

* Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che in definitiva governano il mondo e l’uomo, ma un Dio personale governa le stelle, cioè l’universo; non le leggi della materia e dell’evoluzione sono l’ultima istanza, ma ragione, volontà, amore – una Persona. E se conosciamo questa Persona e Lei conosce noi, allora veramente l’inesorabile potere degli elementi materiali non è più l’ultima istanza; allora non siamo schiavi dell’universo e delle sue leggi, allora siamo liberi. Una tale consapevolezza ha determinato nell’antichità gli spiriti schietti in ricerca. Il cielo non è vuoto. La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è uno Spirito che in Gesù si è rivelato come Amore (n. 5).

* È vero che chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici speranze, in fondo è senza speranza, senza la grande speranza che sorregge tutta la vita (cfr Ef 2,12). La vera, grande speranza dell’uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio – il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora «sino alla fine», «fino al pieno compimento» (cfr Gv 13,1 e 19, 30). Chi viene toccato dall’amore comincia a intuire che cosa propriamente sarebbe «vita». Comincia a intuire che cosa vuole dire la parola di speranza che abbiamo incontrato nel rito del Battesimo: dalla fede aspetto la «vita eterna» – la vita vera che, interamente e senza minacce, in tutta la sua pienezza è semplicemente vita. Gesù che di sé ha detto di essere venuto perché noi abbiamo la vita e l’abbiamo in pienezza, in abbondanza (cfr Gv 10,10), ci ha anche spiegato che cosa significhi «vita»: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). La vita nel senso vero non la si ha in sé da soli e neppure solo da sé: essa è una relazione. E la vita nella sua totalità è relazione con Colui che è la sorgente della vita. Se siamo in relazione con Colui che non muore, che è la Vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita. Allora «viviamo» (n. 27).

* L’uomo ha, nel succedersi dei giorni, molte speranze – più piccole o più grandi – diverse nei diversi periodi della sua vita. A volte può sembrare che una di queste speranze lo soddisfi totalmente e che non abbia bisogno di altre speranze. Nella gioventù può essere la speranza del grande e appagante amore; la speranza di una certa posizione nella professione, dell’uno o dell’altro successo determinante per il resto della vita. Quando, però, queste speranze si realizzano, appare con chiarezza che ciò non era, in realtà, il tutto. Si rende evidente che l’uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Si rende evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere (n. 30).

Da Charles Peguy, Il portico del mistero della seconda virtù
Perché le mie tre virtù, dice Dio.
Le tre virtù mie creature.
Sono esse stesse come le mie altre creature.
Della razza degli uomini.
La Fede è una Sposa fedele.
La Carità è una Madre.
La Speranza è una bambina da nulla.
Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell’anno scorso.
Che gioca ancora con babbo Gennaio.
Eppure è questa bambina che traverserà i mondi.
Questa bambina da nulla.
Lei sola, portando le altre, che traverserà i mondi compiuti.
Come la stella ha guidato i tre re fin dal fondo dell’Oriente.
Verso la culla di mio figlio.
Così una fiamma tremante.
Lei sola guiderà le Virtù e i Mondi.
Una fiamma bucherà delle tenebre eterne...
La piccola speranza avanza tra le sue due sorelle grandi
e non si nota neanche...
E non si fa attenzione, il popolo cristiano non fa attenzione
che alle due sorelle grandi.
La prima e l’ultima.
E non vede quasi quella che è in mezzo.
La piccola, quella che va ancora a scuola.
E che cammina.
Persa nelle gonne delle sue sorelle.
E crede volentieri che siano le due grandi che tirino la piccola per la mano.
In mezzo.
Tra loro due.
Per farle fare quella strada accidentata della salvezza.
Ciechi che sono che non vedono invece
che è lei nel mezzo che si tira dietro le sue sorelle grandi.
E che senza di lei loro non sarebbero nulla.
Se non due donne giù anziane.
Due donne di una certa età.
Sciupate dalla vita.
È lei, quella piccina, che trascina tutto.
Perché la Fede non vede che quello che è.
E lei vede quello che sarà.
La Carità non ama che quello che è.
E lei, lei ama quello che sarà.
Dio ci ha fatto speranza. Ha cominciato.
Ha sperato che l’ultimo dei peccatori,
che il più infimo dei peccatori lavorasse almeno un po’ alla sua salvezza,
Sia pure poco, poveramente,
che se ne sarebbe occupato un po’.
Lui ha sperato in noi, sarà detto che noi non spereremo in lui?
Dio ha posto la sua speranza, la sua povera speranza in ognuno di noi,
nel più infimo dei peccatori.

Sarà detto che noi infimi, che noi peccatori, saremo noi che non porremo la nostra speranza in lui?

Terzo incontro. Il volto di Dio ci è stato rivelato in Gesù. «Nessuno mai ha visto Dio: il Figlio ce lo ha rivelato»

1/ L'esperienza del farsi conoscere pienamente

In una storia d'amore, il rapporto matura pian piano, finché uno dei due dice all'altro: «Voglio sposarti. Lo vuoi anche tu?». Nel momento in cui una persona si espone totalmente all'altra e le confessa il suo amore, si offre totalmente chiedendo di condividere una vita insieme. Certo anche prima c'era l'affetto, anche prima tanti momenti belli erano stati condivisi, tanti doni erano scambiati, tanti gesti e tante parole avevano detto l'amore. Ma ora il dono diviene totale. Dicendo all'altro che lo si vuole sposare, si dice la totalità e la definitività dell'amore. E, dicendo il proprio amore, ci si fa conoscere nel più intimo, nel nostro desiderio. Il nostro volto si rivela all'altro. Analogamente avviene nell'amicizia, quando uno accetta di farsi conoscere più intimamente, raccontando all'altro la propria storia, i propri segreti, il proprio “mistero” ignoto a tutti gli altri. Solo l'amico conosce il cuore dell'amico, perché a lui ci si è rivelati.

2/ Gesù è la pienezza della rivelazione di Dio

Proprio questa consegna totale di sé - anzi molto di più ancora di questo - è avvenuta quando il Padre ha mandato il suo Figlio in mezzo a noi. Certo prima di quel momento Dio aveva parlato tante volte agli uomini. In tanti modi li aveva già amati. Pensate solo al linguaggio della creazione, alle sue parole rivolte ad Abramo, a Mosè, ai profeti. Ma ora è Egli stesso a venire in mezzo a noi, a manifestare il suo amore ed a chiedere di essere riamato. Nel volto di Gesù noi vediamo il vero volto di Dio, noi vediamo il cuore di Dio. Allo stesso modo Gesù ci chiama amici, perché ci rivela tutto ciò che ha udito dal Padre. Egli solo lo conosce ed Egli lo rivela a noi.

3/ Il cristianesimo non è la religione di un libro, ma l'annunzio che Dio è venuto personalmente in mezzo a noi

Perché Gesù non ha scritto dei libri, come i profeti, come i sapienti? Non li ha scritti non perché non ne fosse in grado - gli esegeti pensano che Gesù oltre all'aramaico ed all'ebraico conoscesse anche il greco: pensate solo a quanti suoi discepoli portano un nome greco, come ad esempio Andrea! - ma perché qualsiasi cosa egli avesse scritto sarebbe stato infinitamente inferiore a quella Parola che era la sua stessa vita! Mentre i profeti avevano scritto di lui e gli autori del Nuovo Testamento scriveranno di lui, egli non ha niente da scrivere, perché è la sua presenza in mezzo a noi ad essere la Parola definitiva di Dio. Per questo nel Cristianesimo Dio non si rivela innanzitutto in un libro, come in molte altre religioni, ma la Parola di Dio si è fatta carne e in Gesù noi abbiamo visto il suo volto.

4/ Gesù è l'unico Figlio del Padre

È Gesù stesso a rivelarci che lui è il Figlio unigenito del Padre. Nella parabola della vigna Gesù racconta che il padrone si aspettava frutti: egli mandò a più riprese dei servi a chiedere quei frutti - e quei servi sono chiaramente i profeti. Dopo che tutti gli inviati furono rifiutati dai vignaioli quell'uomo - che rappresenta Dio - si domandò: «Che cosa devo fare? Manderò mio figlio, l'amato, forse avranno rispetto per lui!» (Lc 20,13). L'invio del figlio è il momento culminante della parabola. Il padrone di quella vigna non ha altri che abbia valore quanto suo figlio. Egli non è come gli altri inviati, che sono semplicemente messaggeri: quel figlio è proprio il suo amato, l'unico che egli ha!
Questo è il lieto annunzio della fede cristiana: Dio non ci rivolge parole, comandi, consigli, per quanto importantissimi e benedetti. Dio viene ad abitare in mezzo a noi, viene ad essere il “Dio-con-noi”, come avevano preannunziato i profeti.

5/ La rivelazione cristiana è definitiva

La fede cristiana è definitiva, non invecchia mai e non è mai superata perché Dio si è rivelato totalmente in Gesù e in lui ci ha amato definitivamente. Se mancasse qualcosa, vorrebbe dire che egli non è ancora venuto in mezzo a noi, che non si è ancora fatto conoscere, che ci deve ancora amare definitivamente
Noi abbiamo la pienezza della rivelazione divina, perché Gesù è il tutto e non manca più niente alla manifestazione dell'amore di Dio. Proprio sulla croce Gesù dirà: «È compiuto» (Gv 19,30). Tutto è compiuto, la manifestazione di Dio ha raggiunto il suo vertice, la sua pienezza. Cristo è così il “mediatore” tra l'uomo e Dio. La “mediazione” di Cristo è necessaria. Spesso si dice scioccamente che bisogna lasciare liberi gli uomini di giungere alla fede come meglio credono, senza pensare che prima che Cristo venisse tutti erano liberi di andare incontro a Dio, ma nessuno diventava cristiano. Platone, Aristotele, Euripide, erano uomini straordinari, ma non furono liberi di diventare cristiani, perché Dio non si era ancora rivelato pienamente. È solo la venuta di Cristo che ci ha reso liberi di conoscere il vero volto di Dio.

6/ L'unica verità che non spaventa

La mediazione di Gesù è unica. Egli non è come un qualsiasi mediatore, ad esempio Giovanni Battista, che ci prepara ad incontrare Dio. Giovanni Battista indica un altro più grande di lui che sta per arrivare. Gesù non indica più nessun altro. Invita, invece, a seguirlo, perché chi è in comunione con Lui è in comunione con Dio Padre. Gesù è così insieme il mediatore e la pienezza stessa della rivelazione di Dio.
Un modo di pensare superficiale porta talvolta a ritenere che tutte le religioni siano uguali e che, in fondo, basta credere in una qualche divinità per vivere sereni. Non è così. Ha detto Benedetto XVI: «Noi abbiamo bisogno della verità. Ma certo, a motivo della nostra storia abbiamo paura che la fede nella verità comporti intolleranza. Se questa paura, che ha le sue buone ragioni storiche, ci assale, è tempo di guardare a Gesù. Lo vediamo in due immagini: come bambino in braccio alla Madre e come crocifisso. Queste due immagini ci dicono: la verità non si afferma mediante un potere esterno, ma è umile e si dona all’uomo solamente mediante il potere interiore del suo essere vera. La verità dimostra se stessa nell’amore».

7/ Solo il “mistero” del Verbo incarnato illumina il “mistero” dell'uomo

Gesù non ci rivela solo il volto di Dio, aprendoci alla speranza. Egli ci rivela anche il nostro vero volto, aprendoci all'amore. Pilato, presentando Gesù alla folla, esclama: «Ecco l'uomo». Nel volto di Gesù noi vediamo tutta la dignità della nostra esistenza. Talvolta si indica con il termine “uomo” ciò che è più spregevole in noi: si dice, solo per fare un esempio, che si è approfittato del proprio posto del lavoro, perché si è uomini! Gesù ci mostra invece che dovremmo dire piuttosto che abbiamo amato, proprio perché siamo uomini, che ci siamo donati totalmente proprio perché siamo uomini, che siamo stati giusti proprio perché siamo uomini.
Il Concilio Vaticano II ha affermato che «solo nel “mistero” del Verbo incarnato trova piena luce il “mistero” dell'uomo» (Gaudium et spes 22). È veramente così: solo dinanzi a Gesù noi capiamo fino in fondo chi siamo e quale sia la nostra vocazione più vera.

Nota metodologica per i catechisti

1) La guida, dopo aver presentato il tema, potrà domandare ai partecipanti di intervenire liberamente, chiedendo loro in cosa consiste la novità del cristianesimo rispetto alle religioni precedenti ad esso.

2) Potrà poi chiedere quale immagine di uomo provenga dalla rivelazione cristiana.

3) Potrà, in chiave più esistenziale, mostrare come ogni vero rapporto umano porta con sé l'esigenza di una totalità di donarsi, per sottolineare la rivelazione personale di Dio in Gesù.

4) Si potrà concludere mostrando che, se Gesù è veramente la rivelazione del vero volto di Dio e del vero volto dell'uomo, allora merita spendere tutta la vita per conoscerlo e seguirlo.

5) L’incontro si conclude con una preghiera.

Testi per l’approfondimento

Gv 1,1-18

Eb 1,1-4

Fil 2,5-11

Catechismo della Chiesa Cattolica
nn. 50-64

CEI, Catechismo degli adulti. La verità vi farà liberi
nn. 40-100

Altri testi

Da Benedetto XVI, Lectio divina su Giovanni 15
Il Signore dice: "Non vi chiamo più servi, il servo non sa quello che fa il suo padrone. Vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi". Non più servi, che obbediscono al comando, ma amici che conoscono, che sono uniti nella stessa volontà, nello stesso amore.
La novità quindi è che Dio si è fatto conoscere, che Dio si è mostrato, che Dio non è più il Dio ignoto, cercato, ma non trovato o solo indovinato da lontano. Dio si è fatto vedere: nel volto di Cristo vediamo Dio, Dio si è fatto "conosciuto", e così ci ha fatto amici.
Pensiamo come nella storia dell'umanità, in tutte le religioni arcaiche, si sa che c'è un Dio. Questa è una conoscenza immersa nel cuore dell'uomo, che Dio è uno, gli dèi non sono "il" Dio. Ma questo Dio rimane molto lontano, sembra che non si faccia conoscere, non si faccia amare, non è amico, ma è lontano. Perciò le religioni si occupano poco di questo Dio, la vita concreta si occupa degli spiriti, delle realtà concrete che incontriamo ogni giorno e con le quali dobbiamo fare i calcoli quotidianamente. Dio rimane lontano. [...]
Ma Dio non è più sconosciuto: nel volto del Cristo Crocifisso vediamo Dio e vediamo la vera onnipotenza, non il mito dell'onnipotenza. Per noi uomini potenza, potere è sempre identico alla capacità di distruggere, di far il male. Ma il vero concetto di onnipotenza che appare in Cristo è proprio il contrario: in Lui la vera onnipotenza è amare fino al punto che Dio può soffrire: qui si mostra la sua vera onnipotenza, che può giungere fino al punto di un amore che soffre per noi. E così vediamo che Lui è il vero Dio e il vero Dio, che è amore, è potere: il potere dell'amore. E noi possiamo affidarci al suo amore onnipotente e vivere in questo, con questo amore onnipotente. Penso che dobbiamo sempre meditare di nuovo su questa realtà, ringraziare Dio perché si è mostrato, perché lo conosciamo in volto, faccia a faccia; non è più come Mosé che poteva vedere solo il dorso del Signore. Anche questa è un'idea bella, della quale San Gregorio Nisseno dice: "Vedere solo il dorso vuol dire che dobbiamo sempre andare dietro a Cristo". Ma nello stesso tempo Dio ha mostrato con Cristo la sua faccia, il suo volto. Il velo del tempio è squarciato, è aperto, il mistero di Dio è visibile. Il primo comandamento che esclude immagini di Dio, perché esse potrebbero solo sminuirne la realtà, è cambiato, rinnovato, ha un'altra forma. Possiamo adesso, nell'uomo Cristo, vedere il volto di Dio, possiamo avere icone di Cristo e così vedere chi è Dio. Io penso che chi ha capito questo, chi si è fatto toccare da questo mistero, che Dio si è svelato, si è squarciato il velo del tempio, mostrato il suo volto, trova una fonte di gioia permanente. Possiamo solo dire: "Grazie. Sì, adesso sappiamo chi tu sei, chi è Dio e come rispondere a Lui". E penso che questa gioia di conoscere Dio che si è mostrato, mostrato fino all'intimo del suo essere, implica anche la gioia del comunicare: chi ha capito questo, vive toccato da questa realtà, deve fare come hanno fatto i primi discepoli che vanno dai loro amici e fratelli dicendo: "Abbiamo trovato colui del quale parlano i Profeti. Adesso è presente". La missionarietà non è una cosa esteriormente aggiunta alla fede, ma è il dinamismo della fede stessa. Chi ha visto, chi ha incontrato Gesù, deve andare dagli amici e deve dire agli amici: "Lo abbiamo trovato, è Gesù, il Crocifisso per noi".

Da Benedetto XVI, Dal Discorso preparato per l'Università La Sapienza di Roma
L’uomo vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: «Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti… Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?» (6 b – c).
In questa domanda apparentemente poco devota - che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino - i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore.
Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera

Da A. Men', Io credo
«Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto il mio pensiero sovrasta il pensiero vostro». È una frase importantissima, essa risuona nella Sacra Scrittura come un tuono, perché tutti i popoli, sopratutto in Oriente, ma anche in Occidente, in Babilonia, in Grecia, in Egitto, si immaginavano gli dei come esseri antropomorfi, o, al limite, naturamorfi. Per questo la maggior parte delle statue e degli affreschi, si tratti di Osiride, di Zeus o del babilonese Marduch, li hanno sempre raffigurati come uomini. Invece nella Bibbia si sente la voce terribile e severa del Creatore: «Sono Dio, e non uomo». E solo quando Dio da solo si avvicina al nostro essere, quando entra nella nostra vita, quando Egli diventa per noi umano e vicino, solo allora la confluenza diventa possibile; a quel punto soltanto.

Da Henri De Lubac, Esegesi medievale. I quattro sensi della Scrittura
Mani e Maometto hanno scritto dei libri. Gesù, invece, non ha scritto niente; Mosè e gli altri profeti “hanno scritto di lui”. Il rapporto tra il Libro e la sua Persona è dunque l’opposto del rapporto che si osserva altrove.
Il cristianesimo, propriamente parlando, non è affatto una “religione del Libro”: è la religione della Parola – ma non unicamente né principalmente della Parola sotto la sua forma scritta. Esso è la religione del Verbo, “non di un verbo scritto e muto, ma di un Verbo incarnato e vivo”. La Parola di Dio adesso è qui tra di noi, “in maniera tale che la si vede e la si tocca”: Parola “viva ed efficace”, unica e personale, che unifica e sublima tutte le parole che le rendono testimonianza...
Sì, Gesù Cristo è il Verbo abbreviato, “abbreviatissimo”, brevissimum, ma sostanziale per eccellenza. Verbo abbreviato, ma più grande di ciò che abbrevia. Unità di pienezza. Concentrazione di luce. L’incarnazione del Verbo equivale all’apertura del Libro, la cui molteplicità esteriore lascia ormai percepire il “midollo” unico, questo midollo di cui i fedeli si nutriranno. Ecco che con il fiat (accada) di Maria che risponde all’annunzio dell’angelo, la Parola, fin qui soltanto “udibile alle orecchie”, è diventata “visibile agli occhi, palpabile alle mani, portabile alle spalle”. Più ancora: essa è diventata “mangiabile”...
In Cristo, i verba multa (le molte parole) degli scrittori biblici diventano per sempre Verbum unum (l’unica Parola). Senza di Lui, invece, il legame si scioglie: di nuovo la parola di Dio si riduce a frammenti di “parole umane”; parole molteplici, non soltanto numerose, ma molteplici per essenza e senza unità possibile, perché, come constata Ugo di San Vittore, multi sunt sermones hominis, quia cor hominis unum non est (numerose sono le parole dell’uomo, perché il cuore dell’uomo non è uno).

Da Blaise Pascal, Pensieri

* Non solo noi non conosciamo Dio se non per mezzo di Gesù Cristo, ma non conosciamo noi stessi se non per mezzo di Gesù Cristo; non conosciamo la vita, la morte se non per mezzo di Gesù Cristo. Senza Gesù Cristo, non sappiamo che cosa sia la nostra vita, la nostra morte, Dio, noi stessi. Pertanto, senza la Scrittura, che ha come unico oggetto Gesù Cristo, non conosciamo nulla e vediamo solamente oscurità e confusione nella natura di Dio come nella nostra.

* Coloro che van fuori strada si perdono perché non vedono l’una o l’altra di queste due verità. Si può bensì conoscere Dio senza la propria miseria, e la propria miseria senza conoscere Dio; ma non si può conoscere Gesù Cristo senza conoscere a un tempo sia Dio sia la propria miseria.
Ecco perché non prenderò qui a dimostrare con prove naturali l’esistenza di Dio o la Trinità o l’immortalità dell’anima, né altre cose della stessa specie: non solo perché non mi sento abbastanza forte da trovare nella natura di che convincere atei induriti, ma anche perché senza Gesù Cristo tale conoscenza è inutile e sterile. Quand’uno fosse convinto che le proporzioni dei numeri sono verità immateriali, eterne, e dipendenti da una verità prima in cui sussistono, e che viene chiamata Dio, non mi parrebbe per questo molto progredito nel cammino della salute.
Il Dio dei Cristiani non è semplicemente un Dio autore delle verità matematiche e dell’ordine cosmico: come quello dei pagani e degli epicurei. Né è solamente un Dio il quale eserciti la sua provvidenza sulla vita e i beni degli uomini, per largire ai suoi fedeli una felice serie d’anni: conforme alla concezione degli Ebrei. Il Dio di Abramo, il Dio d’Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei cristiani, è un Dio di amore e di consolazione: un Dio che riempie l’anima e il cuore di coloro che possiede; un Dio che fa loro sentire interiormente la loro miseria e la propria misericordia infinita; che si unisce al più profondo della loro anima; che la colma di umiltà, di gioia, di fiducia, di amore, e che li rende incapaci di altro fine che non sia lui medesimo.
Tutti coloro che cercano Dio fuori di Gesù Cristo, e che si arrestano alla natura, o non trovano nessuna luce che li soddisfi o riescono a trovare un mezzo di conoscere e servire Dio senza mediatore; e così cadono o nell’ateismo o nel deismo: due cose che la religione cristiana aborre quasi in egual misura.
Senza Gesù Cristo, il mondo non sussisterebbe: sarebbe di necessità distrutto o sarebbe simile a un inferno.

* Tutto quel che non mira alla carità è figura. L’unico oggetto della Scrittura è la carità.

* Come mi sono odiose queste sciocchezze: di non credere nell’Eucarestia, ecc.? Se il Vangelo è vero, se Gesù Cristo è Dio, che difficoltà c’è in tutto questo?

Quarto incontro. Conoscere e vivere il Vangelo per avere la vita. «Gesù disse: Seguitemi»

1/ La nostra esistenza e l'Infinito

Il Vangelo ha molto da dirci perché ci annunzia la presenza di Dio nella nostra umanità attraverso la persona di Gesù. L'uomo ha sempre riflettuto sul rapporto e le tensioni che esistono tra il tempo e l'eternità, l’esistenza umana nella storia e l'immortalità, l'uomo e Dio.
Nel corso dei secoli molti hanno pensato che queste tensioni non fossero sanabili, bensì destinate ad essere sempre in contrasto. Poiché l'eternità di Dio sembrerebbe svilire la concretezza dei problemi della vita, alcuni hanno proposto di eliminare Dio dalla vita. Costoro sostengono che per amare veramente la vita, è meglio concentrarsi sul presente e, semmai, su quel futuro che è concretamente possibile costruire con i nostri sforzi, grazie al progresso tecnologico. Solo dimenticando l’infinito – pensano – è possibile dare soluzioni ai problemi quotidiani. Altri, all'opposto, convinti giustamente che dimenticare Dio non porti serenità, perché l'uomo “non vive di solo pane”, percorrono le vie di uno spiritualismo che, cercando Dio, si allontana dalle questioni contingenti della vita. Cercano l'infinito frequentando luoghi di spiritualità e sessioni di meditazione, ma senza lavorare, senza mettere su famiglia, senza impegnarsi a vivere bene i rapporti con le persone , senza responsabilità.

2/ Dio si è fatto carne

Nel vangelo di Gesù, invece, questa dicotomia tra la concretezza della vita personale e l'esigenza del Dio assoluto si compone. I Vangeli ci descrivono Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, nella sua umanità, come una persona che dorme, che mangia, che si rallegra, che ama, che piange, che soffre. Essi ci raccontano la sua umanità in maniera semplice ed insieme sconvolgente: lo descrivono mentre riposa su un cuscino, mentre cammina avanti ai discepoli impauriti per la strada che conduce a Gerusalemme, mentre mangia e beve con i peccatori e le prostitute, mentre piange alla morte dell’amico Lazzaro. Ricordiamo pure quanto Gesù amasse i bambini e a chi chiedeva loro di non disturbare il Maestro, rispondeva di lasciarli andare da Lui, li accarezzava e li benediceva.

3/ Nella carne di Gesù la presenza di Dio

Dai racconti evangelici appare chiaro che Gesù non è uno dei tanti filosofi o maestri di morale che vengono ad insegnare qualche dottrina agli uomini. Gli evangelisti, che avevano ben compreso che ad essere importante era l'intera sua vita e non solo le sue parole, non si limitano a ricordare i discorsi, ma di Gesù ci descrivono anche i gesti quotidiani. Proprio quei gesti sono Vangelo, cioè un lieto annunzio: in Gesù, Dio è venuto a prendere su di sé ed a svelare il significato dei gesti quotidiani della nostra vita.
Gesù vive ogni istante della sua vita terrena fidandosi del Padre, nella piena consapevolezza che il Padre è con lui. Gli evangelisti ricordano come egli si rivolgeva a Dio chiamandolo Abbà, Padre. Erano così colpiti da questo suo modo assolutamente intimo di rivolgersi a Dio, che hanno voluto conservare l'espressione della lingua aramaica Abbà - proprio quella che Gesù parlava - anche nei Vangeli e nelle lettere che sono scritti in greco. In Gesù, per la prima volta nella storia del mondo, noi vediamo che il tempo e l'eternità si toccano pienamente. San Paolo ha espresso tutto questo con una bella un'espressione, che colpisce per la sua forza: «In Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9).

4/ La nostra quotidianità è benedetta da Dio

Capite la forza e la bellezza di questa verità? Dio è totalmente presente in Cristo, è totalmente presente nella concretezza del suo corpo, della sua vita! Fra la carne umana, così fragile e debole, così soggetta all'usura del tempo ed alla morte, e lo splendore di Dio non c'è più opposizione. Al momento della Trasfigurazione, a tre degli apostoli fu concesso di contemplare l'umanità di Gesù risplendente della luce di Dio, completamente ripiena della sua presenza. Da sempre l'Incarnazione di Dio in Gesù ha aiutato l'uomo a vivere l'apparente opacità della vita. Senza la sua presenza nel mondo, si sarebbe potuto pensare che la quotidianità della vita, le cose da fare e disfare ogni giorno, per poi doverle rifare di nuovo, non potessero avere niente a che fare con Dio. Da quando Gesù ha portato Dio nella carne umana, ecco che tutte le cose risplendono nella loro bellezza, nel loro significato.
Certo, noi proviamo ancora la fatica, talvolta anche la ripetitività. Pensate a quanti gesti ripetiamo ogni giorno per accudire i bambini che crescono e a quanta fatica costa stargli vicino di notte, quando non fa dormire. Ma l'Incarnazione ci assicura che Dio ha così tanto amato la nostra vita da assumerla. Per questo abbiamo la certezza che Dio ci vuole proprio in quella vita nella quale ci ha posto. Così non chiediamo più che la nostra giornata duri 36 ore o 12 ore al posto di 24. Se Dio ci ha dato quel tempo, è quel tempo che è benedetto. Se ci fa incontrare quelle concrete persone, proprio quelle ci affida, perché possiamo camminare con loro.

5/ Vivere da figli del Padre

Al cuore di questa accettazione della realtà, sta proprio la realtà dell'essere Figlio. Gesù ha insegnato agli uomini a vivere da figli di Dio. Un grande studioso ha dato una spiegazione perfetta del famoso comando di Gesù: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,2). Questo autore, Jeremias, lo commenta così: «“Diventar di nuovo bambino” significa imparare a dire di nuovo Abba».
È proprio questo il Vangelo: vivere la vita come figli del Padre, come figli di Dio. Con la fede scopriamo che non esiste niente di più bello che vivere la nostra esistenza, certi della relazione con Dio, come figli. Il cielo non è vuoto, si china sulla terra, sulla nostra vita, e tutto ciò che noi viviamo acquista pienezza di significato. Così pure il nostro impegno nel mondo, le persone care, i figli che Lui ci ha donato, quelli che più amiamo e quelli difficili da amare.

6/ I nostri gesti hanno un valore eterno

La nostra vita, anzi, acquista un valore eterno al punto che ogni gesto che noi compiamo secondo la sua volontà, ogni gesto di amore, ogni passo fatto nella fede, è come se entrasse già in Paradiso, perché noi possiamo ritrovarlo nell'eternità. È straordinario che l'apostolo San Tommaso riconosce Gesù risorto dalle sue piaghe. Siccome quelle piaghe sono segno dell'amore con cui ci ha amato, Gesù le porta con sé nell'eternità. Mentre il male non può entrare nella vita eterna, ogni momento di amore è destinato all'eternità. E tutto l’amore che i genitori si scambiano fra di loro e donano ai loro figli, tutto il bene che l’uomo compie sulla terra non andrà mai perduto.

7/ Leggere i Vangeli per accogliere la Parola di Dio che illumina la vita

Gesù non ha scritto niente, proprio perché Egli stesso è la Parola di Dio completa, più perfetta di qualsiasi Libro. Ma i Vangeli sono stati scritti perché noi possiamo avere continuamente accesso a Lui. Le parole dei Santi Vangeli sono state scritte perché nell'oscurità della vita noi possiamo avere sempre con noi la luce della Sua presenza. A partire da quelle parole ispirate da Dio noi possiamo credere e, credendo, avere la vita. Per questo la Chiesa proclama in ogni Eucarestia quella Parola e raccomanda che essa sia letta da tutti i cristiani.

Nota metodologica per i catechisti

1) I catechisti, dopo aver presentato il tema dell'incontro, potranno soffermarsi a chiedere ai partecipanti se sono abituati a leggere i Vangeli e gli altri libri biblici.

2) Potranno anche chiedere quale brano della Scrittura ha illuminato negli anni la vita dei partecipanti all'incontro.

3) Inviteranno poi tutti ad acquistare una Bibbia e ad iniziarne la lettura a partire, se vogliono, dal vangelo di Luca o dai testi della liturgia domenicale.

4) Il vangelo di Luca racconta all'inizio come egli ha redatto il suo testo, fornendoci una chiave per comprenderne l'affidabilità storica. Ma soprattutto ci racconta la vita di Gesù a partire dalla sua nascita.

5) Poiché la lettura della Parola di Dio non è mai un fatto privato, i catechisti potranno invitare i partecipanti a rivolgersi ogni tanto ai sacerdoti della parrocchia per ricevere spiegazioni sui passaggi che più li hanno colpiti o su quelli più oscuri.

6) Si avrà cura di insegnare a trovare i singoli testi ed a “scrutare” la Scrittura con i diversi riferimenti che le edizioni moderne, come la Bibbia di Gerusalemme, mettono a disposizione, perché la Bibbia si legge sempre con l'aiuto di altri passi di essa.

7) Si può consegnare anche ai partecipanti il Sussidio della Diocesi di Roma La lectio divina: imparare a pregare con la Parola di Dio, pubblicato nel 2009 e disponibile anche on-line).

Testi per l’approfondimento

 Gv 20,30-31

Ap 22,16-20

Catechismo della Chiesa Cattolica
Nn. 1177; 2705-2708

CEI, Catechismo degli adulti. La verità vi farà liberi
Nn. 630-631

Altri testi

Dal Concilio Vaticano II, Costituzione “Dei Verbum”, 25
Il santo Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli, soprattutto i religiosi, ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. «L'ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo» (San Girolamo, Commento ad Isaia, Prologo). Si accostino essi volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia, che è impregnata di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi, che con l'approvazione e a cura dei pastori della Chiesa, lodevolmente oggi si diffondono ovunque. Si ricordino però che la lettura della sacra Scrittura dev'essere accompagnata dalla preghiera, affinché si stabilisca il dialogo tra Dio e l'uomo; poiché «quando preghiamo, parliamo con lui; lui ascoltiamo, quando leggiamo gli oracoli divini».

Da Marco Ivan Rupnik
Ricordo che una volta ho chiesto ai miei studenti, prendendo la Bibbia, quale fosse la cosa più importante del libro che tenevo in mano. Mi hanno dato tante risposte. “Guardate - ho risposto - è molto semplice: è il dorso di questo libro. La Bibbia è fatta di tanti libri e c’è questo dorso che unisce tutti questi libri in un libro unico e questo dorso è Cristo”. Io penso che questo è fondamentale perché questo ci impedisce di scivolare negli astrattismi e nella sola prassi che diventa un moralismo ideologico. No, la Parola ci unisce ad una Persona che è il nostro Salvatore. Allora si tratta di una relazione interpersonale: quando ci si accosta alla Bibbia, ci si accosta ad una Persona vivente e - come dice Origene nel commento al Cantico dei Cantici - non bisogna accostarsi con violenza ma con quell’amore che caratterizza il rapporto tra l’amata e l’amato nel Cantico dei Cantici, perché una persona si rivela e ti parla quando si sente amata. Perciò agli umili si aprono i misteri della sapienza del Verbo, mentre ai superbi Dio resiste.
[Per accostarsi alla Parola di Dio] ci sono tante vie, però per poter meditare, per poter “nuotare” nella Parola di Dio, bisogna “mangiarla” tanto, per usare le parole del profeta, bisogna “mangiare” il libro. Se noi conosciamo appena tre brani qua e là nella Bibbia è difficile meditare. E poi non va dimenticato, neanche per un istante, che il passaggio dalla Parola alla carne, cioè alla vita, alla visibilità della Parola, alla concretezza storica della Parola, l’artefice principale è lo Spirito Santo. Dunque, non esiste nessuna attuazione, nessuna realizzazione della Parola nella storia, come nessuna comprensione della Parola, senza lo Spirito Santo, altrimenti si può prendere la Parola come un testo di qualsiasi programma ideologico e poi ci sforziamo di metterlo in pratica. Allora, che differenza c’è tra la Parola ed un’altra cosa?

Da Suor Faustina Kowalska, Diario, 26 febbraio 1937
Vado attraverso la vita fra arcobaleni e tempeste ma con la fronte fieramente alta, perché sono figlia del Re, perché sento che il sangue dì Gesù circola nelle mie vene, ed ho posto la mia fiducia nella grande Misericordia del Signore.

Da Madeleine Delbrêl, La gioia di credere
La nostra condizione è di avere un corpo. La mattina, quando ci svegliamo, il nostro corpo è il nostro primo incontro. Un primo incontro non sempre piacevole, poi una prossimità ora cordiale ora tempestosa lungo tutto il giorno. Quanti di noi, in momenti di sovraffaticamento o di tentazione, non hanno provato una gran voglia di maledire il proprio corpo e quasi chiesto di esserne liberati... E tuttavia il nostro corpo non è un caso. Dio l’ha voluto, Dio l’ha equilibrato. Abbiamo i nervi, il sangue e il temperamento profondo che Egli ha voluto. Il nostro corpo, Dio l’ha pre-conosciuto per farvi abitare la sua grazia. Egli non ne ignora alcuna debolezza, alcun compromesso, alcuna deviazione. Eppure l’ha scelto per farne il corpo d’un santo.
Noi abbiamo il corpo del nostro destino, il corpo della nostra santità.
Il nostro corpo è il luogo, nel corso della giornata, di incidenti che fanno spesso a pugni con la nostra anima: vibrazione di nervi, pesantezza di testa, buone o cattive disposizioni, altrettante minute circostanze che non per questo sono meno le circostanze e l’espressione della volontà di Dio su di noi. Niente di tutto ciò è un negativo che debba impedirci e determinarci. Al contrario: tutto ciò costituisce le condizioni della venuta di Dio in noi, è un poco del suo volere che ci si rivela: questo benessere, questa emicrania, queste gambe affaticate sono la materia della nostra grazia attuale.
Bisognerebbe abituarci a tenere il nostro corpo come in gerenza: è la vita che Dio ci affida. Noi dobbiamo perderla quanto alla proprietà, ma ritrovarla in quanto essa gli appartiene. Bisognerebbe che noi stessimo di fronte al nostro corpo come il contadino davanti alla sua terra. Sapere ciò che il nostro corpo vale: stimarlo, come si suol dire. Saperne le ricchezze e le deficienze, ciò che lo fortifica e ciò che lo debilita, tentare di armonizzarlo con le grandi leggi naturali che Dio ha inventato: quelle che noi richiamiamo quando vogliamo raffigurare l’insieme delle anime congiunte al Cristo.
Il nostro corpo non ha frontiere che ci siano facilmente percettibili. Di questi tempi, in cui gli studi medici e psicologici mettono spesso in luce brutalmente le eredità o gli atavismi, molte persone possono venirne turbate, sentirsi urtate e scosse nei loro desideri di rettitudine spirituale da questi marosi interiori: gusti istinti caratteri passioni squilibri.
Nondimeno, tutta questa pasta umana è anch’essa materia per la grazia, materia per la nostra grazia. Proprio con essa Dio ha deciso di fare di noi dei santi. Nulla in essa è inquietante, perché tutto vi è previsto. È una gioia offrire a Dio, per un servizio di buona volontà, questa particella di umanità carnale venuta di balzo in balzo dal fondo di generazioni pure o colpevoli. È una gioia l’esserne depositari e avere il potere di santificarla. È assai confortante sapere che la nostra volontà, applicata alla volontà di Dio, basta a mantenere nell’ordine tutta questa pasta di umanità: la nostra volontà, che dev’essere tesa e dolce, tesa verso Dio e priva della propria rigidezza come una guaina di pelle ben conciata che rivesta una lama e diventi dura anch’essa.
Questa scoperta della volontà di Dio nel nostro corpo fa sì che noi dobbiamo considerarne anche la minima parte con rispetto. Esiste una sorta di reverenza di fronte a ciò che Dio ha creato. Non bisogna credere di materializzare così la nostra vita: l’ossequio che daremo all’azione di Dio nella nostra carne ci condurrà all’adorazione profonda dell’opera che egli compie negli spiriti. La giustizia che praticheremo nei riguardi del nostro corpo ci renderà forse più giusti di fronte alla nostra anima

Da Madeleine Delbrêl, La passione delle pazienze
La passione, la nostra passione, sì, noi l’attendiamo.
Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo
viverla con una certa grandezza.
Il sacrificio di noi stessi:
noi non aspettiamo altro che ne scocchi l’ora.
Come un ceppo nel fuoco,
così noi sappiamo di dover essere consumati.
Come un filo di lana tagliato dalle forbici,
così dobbiamo essere separati.
Come un giovane animale che viene sgozzato,
così dobbiamo essere uccisi.
La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene.
Vengono, invece, le pazienze.
Le pazienze, queste briciole di passione,
che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria,
di ucciderci senza la nostra gloria.
Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:
sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,
è l’autobus che passa affollato,
il latte che trabocca, gli spazzacamini che vengono,
i bambini che imbrogliano tutto.
Sono gli invitati che nostro marito porta in casa
e quell’amico che, proprio lui, non viene;
è il telefono che si scatena;
quelli che noi amiamo e non ci amano più;
è la voglia di tacere e il dover parlare,
è la voglia di parlare e la necessità di tacere;
è voler uscire quando si è chiusi
è rimanere in casa quando bisogna uscire;
è il marito al quale vorremmo appoggiarci
e che diventa il più fragile dei bambini;
è il disgusto della nostra parte quotidiana,
è il desiderio febbrile di quanto non ci appartiene.
Così vengono le nostre pazienze,
in ranghi serrati o in fila indiana,
e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.
E noi le lasciamo passare con disprezzo,
aspettando - per dare la nostra vita - un’occasione che ne valga la pena.
Perché abbiamo dimenticato che
come ci sono rami che si distruggono col fuoco,
così ci son tavole che
i passi lentamente logorano
e che cadono in fine segatura.
Perché abbiamo dimenticato che
se ci son fili di lana tagliati netti dalle forbici,
ci son fili di maglia che giorno per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano.
Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso:
ce ne sono di sgranati da un capo all’altro della vita.
È la passione delle pazienze.

Quinto incontro. L’amore coniugale educa. «Uomo e donna li creò»

1/ I nostri figli ci guardano

L'amore che l'uomo e la donna hanno l'uno per l'altra non solo è splendido in sé, ma è anche prezioso nella crescita dei figli. Un bambino impara a vedere l'altro sesso così come il proprio padre lo vede, una bambina impara ad amare la figura maschile a partire da come la mamma la considera. Se un papà ha stima della figura femminile, è capace di dialogo, sa ascoltare sua moglie, ecco che i figli comprenderanno almeno intuitivamente la bellezza dell'essere uomini e donne. E viceversa per la mamma.

2/ Dio ci ha voluto maschi o femmine, creati per amarci

La Bibbia ci mostra fin dall'inizio l'enorme dignità dell'essere uomini o donne e dell'esserlo proprio perché chiamati ad amare. In maniera simmetrica e complementare ne parlano i due primi capitoli della Genesi. Nel primo capitolo, dopo aver detto che solo l'uomo fra tutte le creature è creato ad immagine e somiglianza di Dio, si aggiunge che Dio «maschio e femmina li creò». La dignità della nostra identità sessuale ed anche della nostra corporeità che la esprime è stata voluta da Dio stesso. Nel secondo capitolo dopo aver detto che non è bene per l'essere umano essere solo - la solitudine è la condizione nella quale l'uomo non può vivere - l’autore sacro prosegue affermando che fra tutti gli animali l'uomo non trovò nessuno che gli fosse simile. Genesi si esprime con un linguaggio che potremmo definire “vero per immagini”. I primi due capitoli di Genesi sono complementari e vanno letti insieme: la compagnia degli animali non è sufficiente perché l'uomo esca dalla solitudine e solo nella donna trova il suo corrispettivo.

3/ L'amore è sempre un “miracolo” che l'altro mi dona liberamente

Allora - dice il libro della Genesi - Dio fece addormentare l'uomo. La Bibbia vuole così sottolineare che non è l'uomo a costruirsi la donna che amerà - e viceversa.
È proprio l'esperienza di ogni amore vero: esso è sempre uno stupore. È come se fossimo destati da un torpore. La presenza dell'altro ci stupisce, perché non siamo stati noi a generare l'altro. Per questo gli diciamo “grazie”. Chi pensa di essere talmente amabile al punto che l'altro non potrebbe fare a meno di amarlo sta in realtà già distruggendo l'amore. L'amore può essere inteso solo come miracolo. L'altro mi ama liberamente, senza che sia io a “costruire” il suo amore: quell'amore posso solo accoglierlo e rendere grazie all'altro che mi vuole bene.
Per questo la mancanza di gratitudine è una ferita così pesante nelle relazioni. Solo la gratitudine è il segno che io percepisco la libertà con cui l'altro mi dona se stesso. Quanto è importante che anche i figli percepiscano la gratitudine che il papà ha verso la moglie e che la mamma ha verso il marito. Certo come bambini dovranno scoprire anche loro quanto è grande l'amore con cui sono amati e diventarne grati, ma i figli gioiscono anche nel vedere la capacità di ringraziare propria dei genitori l'uno verso l'altra.

4/ Non dalla testa, non dal piede, ma dalla costola

Genesi prosegue affermando che la donna fu tratta dalla costola dell'uomo. I rabbini ebrei, grandi interpreti della Scrittura, hanno insegnato alla Chiesa a leggerlo correttamente. Uno di loro ha affermato, con grande profondità: «Perché Dio plasmò dalla costola e non dalla testa? Per evitare che la donna dominasse l’uomo. Perché non dal piede? Per evitare che l’uomo la dominasse. Dalla costola, perché avessero pari dignità». Infatti in ebraico il termine tzela non vuol dire solo costola, ma anche fianco. Mentre Dio ed i suoi angeli stanno al di sopra dell'uomo e gli animali sono inferiori all'uomo, ecco che solo la donna sta al suo fianco. L'uomo e la donna, fianco a fianco, camminano amandosi. Proprio per questo il rapporto con la donna, una volta che avverrà il peccato, sarà anche così difficile oltre che tanto desiderato. Genesi continua mostrandoci un'altra immagine straordinaria: quando l'uomo si destò disse «Questa volta essa è carne della mia carne e ossa delle mie ossa». Egli così riconosce la bellezza della donna e la sua dignità.

5/ La novità del matrimonio cristiano

Nel Nuovo Testamento Gesù porta a compimento la rivelazione dell'amore che unisce gli sposi. A quel tempo era normale il divorzio. Nel mondo ellenistico-romano esisteva la separazione, ma essa era presente anche nel mondo ebraico. Gesù, interrogato se sia lecito ripudiare la propria moglie, risponde fondando l'indissolubilità dell'amore sponsale. Nel Vangelo Egli riporta il matrimonio al disegno originario del Padre ed, insieme, gli dona una pienezza di significato inimmaginabile prima di Lui. Gesù afferma, infatti, una verità di una semplicità sconvolgente: è per la durezza del cuore, cioè per il peccato, che l'amore muore e gli uomini divorziano. Ma non è questo il disegno di Dio, che non vuole mai il peccato, e dunque la morte dell’amore, perché questo è male per l’uomo. Ne facciamo esperienza tutte le volte anche noi oggi: quando un coniuge scopre che l'altro lo tradisce, si dispera: la morte dell'amore è il dolore più grande. L'amore è la realtà più preziosa al mondo e, se esso non potesse durare, niente avrebbe senso.
Gesù non solo riporta l'amore al progetto di Dio, ma si presenta soprattutto come lo sposo, come colui che viene a celebrare le nozze con l'uomo. Egli viene ad amarci sul letto nuziale della croce. Egli non ci ama solo quando siamo meritevoli - anche perché altrimenti non potrebbe amarci - bensì quando siamo peccatori. San Paolo espliciterà tutto questo spiegando che il matrimonio è un segno di una realtà immensamente più grande: l'amore di Cristo e della sua Chiesa.

6/ Amati anche quando non siamo all'altezza della nostra vocazione

Questo amore sovrabbondante di Cristo illumina anche la condizione di chi non è riuscito a rimanere fedele alle nozze. I genitori che non hanno un matrimonio cattolico o convivono semplicemente non sono scomunicati. Anzi, sono tenuti come gli altri a partecipare alla Santa Messa. Il Signore offre loro tutta la ricchezza della liturgia, l'ascolto della Parola, il canto, la preghiera comune, la benedizione, anche se essi non possono ricevere la S. Comunione. Ed essi restano testimoni della fede cristiana. Solo se dessero per scontato che il matrimonio è destinato a finire, non aiuterebbero i figli a crescere nel desiderio di sposarsi. La loro condizione di cristiani a cui manca la pienezza della comunione li conserva, invece, testimoni nei confronti dei figli ai quali dicono implicitamente che, se anche loro non sono riusciti a restare fedeli alla promessa di amore fatta, quella resta la verità e la meta per tutti. E che restare fedeli all'amore sarà una delle gioie più grandi che i figli potranno provare un giorno.

7/ La grazia di cui abbiamo sempre bisogno

Gesù ha elevato a Sacramento il patto matrimoniale in modo che l'amore dei due sposi sia segno dell'amore con cui Cristo e la Chiesa, sua sposa, si amano. Vedendo l'amore del marito e della moglie ogni uomo è come posto dinanzi all'amore stesso di Dio per l'umanità. Poiché è un Sacramento, nel matrimonio Dio interviene con la sua grazia, con la forza del suo Spirito, affinché i coniugi possano amarsi sempre più. Non bisogna mai dimenticare di invocare la grazia di Dio, perché sostenga il nostro amore. Se è vero che l'amore ha bisogno di passione, di rispetto, di dialogo, di fiducia, di generosità feconda, è altrettanto vero che esso ha bisogno della presenza di Dio. È la preghiera quotidiana che dà forza in ogni momento, è il perdono ricevuto nella Confessione che fa rialzare quando l'amore è stato ferito, è la compagnia di Cristo nell'Eucarestia che sostiene nel cammino della vita coniugale. La luce ed il calore dell'amore del Signore sono capaci di conferire pienezza all'amore dell'uomo e della sua donna: perché solo alla luce del “mistero” del Verbo incarnato trova vera luce il “mistero” dell'uomo.

Nota metodologica per i catechisti

1) I catechisti, dopo aver esposto il tema, potranno questa volta dividere i partecipanti in due gruppi, uno composto dalle donne e l'altro dagli uomini. Talvolta è utile permettere ai due sessi di confrontarsi separatamente.

2) I due gruppi potranno domandarsi, con l'aiuto dei catechisti, quali siano le qualità più caratteristiche dell'altro sesso.

3) Dopo un congruo tempo di dialogo, i due gruppi potranno riunirsi e scambiarsi le riflessioni.

4) Si invitino i coniugi a continuare a casa a condividere ciò che è stato detto nell’incontro.

5) L’incontro si conclude con una preghiera.

Testi per l’approfondimento

Gen 1,26-31 da leggersi insieme a Gen 2,18-25

Ct 8,6-7

Mc 10,1-16

Gv 2,1-12

Ef 5,21-6,4

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica
Nn. 2331-2400

Dal Catechismo degli adulti. La verità vi farà liberi
Nn. 729-738 e 1041-1084

Altri testi

Da Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, 71
La famiglia, come la Chiesa, deve essere uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia. Dunque nell’intimo di una famiglia cosciente di questa missione, tutti i componenti evangelizzano e sono evangelizzati. I genitori non soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso Vangelo profondamente vissuto. E una simile famiglia diventa evangelizzatrice di molte altre famiglie e dell’ambiente nel quale è inserita.

Da Daniel Lifschitz
È detto: «Il Signore Dio plasmò, con la costola che aveva tolto all’uomo, una donna e la condusse all’uomo». Perché plasmò dalla costola e non dalla testa? Per evitare che la donna dominasse l’uomo. Perché non dal piede? Per evitare che l’uomo la dominasse. Dalla costola, perché avessero pari dignità.

Dal Talmud Babilonese Sanhedrin 19b
Insegnare la Torah (Legge di Dio) ad un bambino che non è il proprio è come dargli la vita.

Da Dietrich Bonhoeffer
Il matrimonio è più del vostro amore reciproco.
Ha maggiore dignità e maggior potere.
Finché siete solo voi ad amarvi, il vostro sguardo
si limita nel riquadro isolato della vostra coppia.
Entrando nel matrimonio siete invece un anello
della catena di generazioni che Dio fa andare e venire e chiama al suo regno.
Nel vostro sentimento godete solo il cielo privato della vostra felicità.
Nel matrimonio, invece, venite collocati attivamente nel mondo e ne divenite responsabili.
Il sentimento del vostro amore appartiene a voi soli.
Il matrimonio, invece, è un'investitura e un ufficio.
Per fare un re non basta che lui ne abbia voglia,
occorre che gli riconoscano l'incarico di regnare.
Così non è la voglia di amarvi, che vi stabilisce come strumento della vita.
È il matrimonio che ve ne rende atti.
Non è il vostro amore che sostiene il matrimonio:
è il matrimonio che d'ora in poi,
porta sulle spalle il vostro amore.
Dio vi unisce in matrimonio: non lo fate voi, è Dio che lo fa.
Dio protegge la vostra unità indissolubile di fronte
ad ogni pericolo che la minaccia dall'interno e dall'esterno.
Dio è il garante dell'indissolubilità.
È una gioiosa certezza sapere che nessuna potenza terrena,
nessuna tentazione, nessuna debolezza
potranno sciogliere ciò che Dio ha unito.

Da Andrea Lonardo
«La scuola di Shammai insegna che il marito non deve divorziare dalla propria moglie a meno che abbia trovato in lei qualcosa di immorale, conformemente al testo che dice: “Avendo trovato in lei qualcosa di vergognoso” (Dt 24,1). La scuola di Hillel opina invece: anche se essa ha bruciato il suo cibo. Rabbi Aqiba dice: Anche se trova un’altra più bella di lei, conformemente al testo che dice “che accada anche se essa non trovi grazia ai suoi occhi” (Dt 24,1)» (Mishnah Ghittin VIII,9-10).
Così la Mishnah, la raccolta dei detti dei rabbini dei primi due secoli d.C. - Mishnah vuol dire, letteralmente “ripetizione”, quindi “insegnamento” - presenta le diverse opinioni sul divorzio al tempo di Gesù.
A partire dalla concessione del divorzio contenuta nella Legge di Mosè ed, in particolare, nel libro del Deuteronomio, le diverse scuole argomentavano sulle condizioni del divorzio stesso. Per Shammai, rabbino più rigorista, il divorzio era possibile solo se l’uomo scopriva l’adulterio della moglie (“qualcosa di immorale”), mentre Hillel, più lassista, permetteva il divorzio anche se la donna non sapeva cucinare. Ovviamente non era previsto che fosse la moglie a poter divorziare, ma era solo il maschio a poter ottenere di separarsi dalla donna che aveva sposato.
Il Talmud (letteralmente “Studio”), che contiene invece le riflessioni dei rabbini dal III al V secolo e che si presenta come un commento allargato alla Mishnah, spiega ulteriormente che in caso di adulterio il divorzio è necessario e che la donna ripudiata non potrà essere poi ripresa in moglie dal suo precedente marito.
Rabbi Aqiba, il rabbino che aiutò Bar Kokhba nella rivolta contro i romani riconoscendolo come inviato da Dio e che morì per questo martire, famoso anche per la sua storia di amore con la moglie Rachel che lo sostenne per tutta la vita, aveva invece secondo la Mishnah una posizione ancora più duttile, ritenendo possibile il divorzio anche se una donna non trovava più grazia agli occhi del marito (Rabbi Aqiba, vissuto nella prima metà del II secolo è di poco posteriore a Shammai ed Hillel vissuti a cavallo dell’inizio dell’era cristiana).
Gesù visse così in un contesto in cui la possibilità del divorzio era tranquillamente ammessa, anche se il Talmud si affretta a precisare, citando Malachia 2,15-16, che il Signore detesta il ripudio, pur concedendolo: «Nessuno tradisca la donna della sua giovinezza. Perché io detesto il ripudio, dice il Signore Dio d'Israele».
Anche il mondo greco e romano conosceva l’istituto del divorzio. [...] In taluni ordinamenti del mondo ellenistico era lecito che anche la donna – e non solo l’uomo – chiedesse il divorzio. Ne è testimone lo stesso Nuovo Testamento: infatti il vangelo di Marco, che evidentemente mostra di conoscere un contesto greco-romano e non solo ebraico, aggiunge al divieto per l’uomo cristiano di divorziare, anche il reciproco femminile: «Se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio» (Mc 10,12).
Le stesse domande che i discepoli pongono al maestro, mostrano quanto fosse nuovo e scandaloso il suo insegnamento (cfr. Mc 10,10 «Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento»). Il nuovo insegnamento di Gesù sul matrimonio è evidentemente un’espressione della nuova alleanza e del nuovo precetto dell’amore, che però si radica in quel disegno originario di Dio sull’uomo che è narrato in Genesi: è un comandamento antico e nuovo (cfr. 1Gv 2,7), antico quanto il Padre nei cieli e nuovo quanto il dono di Cristo in croce. Pietro Lombardo, riprendendo un’esegesi che già era stata dei rabbini, scriveva commentando l’immagine biblica della donna tratta dal fianco dell’uomo e non dal capo, né dai piedi: «Veniva formata non una dominatrice e neppure una schiava dell’uomo, ma una sua compagna».
Nel disegno di Dio l’uomo e la donna sono pensati non come esseri isolati, bensì per divenire “una sola carne”. Gesù annuncia l’evento straordinario che Dio stesso è presente nel loro amore sponsale («l’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto» Mc 10,9).
Proprio il dolore che si scatena alla scoperta del tradimento manifesta quanto l’amore sia nato per durare, perché solo la «carità resta»: essa sola può entrare nell’eternità. Dinanzi al tradimento dell’amore, la persona percepisce che la fine della relazione attenta al senso stesso della vita. Se l’amore finisce, allora tutto muore, allora niente ha significato.
E quando domandano al Cristo perché Dio abbia permesso nell’antica alleanza tramite Mosè il divorzio, Gesù risponde facendo riferimento al grande nemico dell’uomo: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma» (Mc 10,5).
L’amore si può corrompere proprio perché esiste il male nel cuore dell’uomo, ma, per questo, può anche ritrovare la sua linfa vitale, nel mistero della croce di Cristo e del perdono che essa conferisce.
L’indissolubilità dell’amore sponsale di Cristo per gli uomini si consumerà il venerdì santo, nel dono totale che Cristo farà di sé, dinanzi all’umanità dimentica di lui. Di quell’amore l’amore umano diviene sacramento.
Come canterà Iacopone da Todi:
«O Amor, devino Amore,
Amor, che non èi amato!
» (Lauda 39).
Come gli farà eco Santa Maria Maddalena de’ Pazzi che ripeterà: «Amore, Amore! O Amore, che non sei né amato né conosciuto! O anime create d’amore e per amore, perché non amate l’Amore? E chi è l’Amore se non Dio, e Dio è l’amore? Deus charitas est!».

Sesto incontro. La Chiesa compagnia affidabile. «La luna simboleggia la Chiesa»

1/ La madre Chiesa

È bello innanzitutto riscoprire la forza di un'espressione antica quanto il cristianesimo: “madre Chiesa”. La troviamo già a cavallo fra I e II secolo negli scritti dei Padri della Chiesa (cioè gli scrittori e teologi cristiani che hanno illuminato la Chiesa) di quei decenni, ma è entrata poi nel linguaggio popolare, tanto è vera: infatti si usa ancora nella frase “come insegna madre chiesa”. La Chiesa, infatti, è la garanzia che la fede non è una nostra invenzione! È lei che ci genera alla fede. Ad esempio, tutto ciò che diciamo non è frutto della nostra intelligenza, ma è ciò che prima di noi hanno creduto i cristiani di ogni generazione. Nessuno può trovare Cristo da solo, senza ricevere l’annuncio del Vangelo da altri cristiani. Altrimenti, la fede non sarebbe più la rivelazione di Dio, ma solo una filosofia umana che ognuno potrebbe raggiungere da sé!

2/ Cristo è il sole, la Chiesa è la luna

I Padri della Chiesa amavano paragonare la Chiesa alla luna e Cristo al sole. Infatti essa non ha una luce propria come invece la ha il sole: il sole è una stella e risplende della sua stessa luce. La luna invece no! La luna brilla di una luce riflessa. Ma di notte, se non avessimo la luna, non potremmo più vedere la luce del sole.
Questa immagine aiuta già a comprendere qualcosa dei limiti e della bellezza della Chiesa. La luna non è luce, è solo terra, sabbia e sassi ma diviene luminosa perché il sole vi proietta la sua luce e la riflette su di noi. Così è la Chiesa. Essa è necessaria per ricevere la luce di Dio, sebbene sia fatta di uomini. Solo lo Spirito Santo è in grado di rendere gli uomini capaci di ciò di cui non sarebbero in grado da loro stessi: donarci il Cristo.

3/ Cristo ha voluto la Chiesa

Se leggete con attenzione i vangeli, vi accorgerete subito che è stato proprio Cristo a volere la Chiesa. Anzi, l’ha voluta perché questo era il disegno di Dio Padre ed Egli, come Figlio amato, l'ha realizzato. Egli ha voluto che i suoi discepoli, raccolti in una comunità, proseguissero nel tempo la sua missione. Infatti, ha comandato: «Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19-20). In altre occasioni ha poi detto: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi», «fate questo in memoria di me», «come il Padre ha mandato me, così io mando voi» e tante altre parole simili. Egli voleva che fossero degli uomini a trasmettere il suo Vangelo ed il suo amore. Gesù ha voluto innanzitutto che la sua Parola fosse portata nel mondo dalla sua Chiesa viva.

5/ La fede cristiana si regge su due verità: l'Incarnazione del Figlio di Dio e la sua presenza oggi nei Sacramenti

La fede cristiana è vera perché realmente Dio ha mandato il suo Figlio nel mondo. Se Gesù fosse solo un uomo, solo un rabbino del suo tempo, allora la fede cristiana sarebbe falsa. Solo se Egli è veramente disceso in terra, se è veramente morto e risorto per noi, allora la fede cristiana ha un senso. Gesù non solo è venuto duemila anni fa, ma oggi possiamo incontrarlo nei sacramenti della Chiesa. Se fosse venuto duemila anni fa, ma non ci raggiungesse oggi, noi saremmo condannati a vivere senza di Lui. Cristo può nascere oggi, per noi, proprio perché la Chiesa ce lo offre nei suoi Sacramenti. E la Chiesa può offrirci il Signore solo perché Cristo ha deciso di servirsi della sua Chiesa a questo scopo.

6/ La trasmissione della fede nella Tradizione della Chiesa

Nei Sacramenti della Chiesa Cristo si dona a noi totalmente. Noi però possiamo incontrare il suo amore e la sua verità anche in altri modi: nella vita della comunità e nella sua testimonianza nel mondo. Infatti, conosciamo Cristo ed impariamo ad amarlo nell'annunzio e nella predicazione della Chiesa, nell'esperienza di fraternità della Chiesa e nella sua carità e così via. A nostra volta, divenendo noi stessi Chiesa, possiamo trasmettere Cristo alle persone che ancora non lo conoscono. Questa trasmissione del dono di Gesù nella comunità dei credenti ha preso, nella teologia, il nome di Tradizione. “Tradizione” vuol dire esattamente “trasmissione” del Vangelo di Cristo. Il termine Tradizione sembra quasi riportare a qualcosa di vecchio, di abitudinario. Invece, è vero proprio il contrario. Solo ciò che si trasmette è vivo. Solo perché i genitori hanno trasmesso la vita ai loro figli la vita si rinnova ancora. Se fossero stati l’ultima generazione delle loro famiglie e non avessero desiderato di avere nuovi bambini, questo avrebbe voluto dire che la vita stava ormai per spegnersi.

7/ La nostra comunità parrocchiale

La Chiesa è una. Infatti, chi viene battezzato in una parrocchia non deve presentare dei documenti per poter ricevere l'Eucarestia in un'altra parrocchia. Chi entra a far parte della Chiesa appartiene alla Chiesa “cattolica”, cioè “universale”, voluta da Cristo. Ma l'unica Chiesa si visibilizza nelle nostre parrocchie, perché possiamo sperimentare più direttamente il “mistero” della Chiesa madre che ci permette di ricevere la vita di Cristo.
Anche per i bambini sarà importante, come lo è per noi, scoprire la familiarità che caratterizza la Chiesa. Essi hanno bisogno di “respirare” la Chiesa. La Chiesa è anche per loro il grande “metodo” che Dio ha inventato per diventare cristiani. Un proverbio africano dice che per educare un bambino serve un villaggio. Certo i bambini hanno bisogno innanzitutto dei loro genitori, ma la famiglia è come abbracciata dalla Chiesa che educa i figli con i genitori, perché crescano nella vita buona del Vangelo.
Diceva un papà che non c'era da spaventarsi dinanzi ad una domanda difficile sulla fede fatta dal figlio piccolo, perché bastava chiedere al parroco ed egli avrebbe saputo rispondere: il bambino percepiva così che anche suo padre non era solo, ma camminava con la Chiesa e faceva riferimento ad essa.

Nota metodologica per i catechisti

1) I catechisti, dopo aver presentato il tema, potranno aiutare i partecipanti a riflettere sulla propria storia ecclesiale, domandando loro cosa ricordano di bello - ed anche di difficile - nelle relazioni che hanno avuto con la Chiesa fin da bambini.

2) Potranno poi domandare cosa vorrebbero ritrovare di ciò che hanno conosciuto nel passato e cosa desidererebbero di nuovo per sé e per i propri figli.

3) Si potrebbe poi riflettere insieme su cosa accadrebbe se i figli dovessero crescere in un mondo senza più parrocchie e senza la presenza della Chiesa.

4) Non sarebbe male che nella conversazione intervenissero – dove è possibile – anche i nonni, perché raccontino come è avvenuta per loro la trasmissione della fede.

5) L’incontro termina con una preghiera.

Testi per l’approfondimento

Mt 18

1 Cor 12,12-13,13

Ef 2,19-3,13

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica
Nn. 748-810

CEI, Catechismo degli adulti. La verità vi farà liberi
Nn. 414-495

Altri testi

Da una lettera di Romano Guardini a mons. Giovanni Battista Montini
Il riconoscimento della Chiesa è stato la convinzione determinante della mia vita. Quando ero ancora studente di scienze politiche ho capito che la vera e propria scelta cristiana non ha luogo davanti al concetto di Dio e neppure di fronte alla figura di Cristo, ma davanti alla Chiesa. Ciò mi ha fatto capire che una vera efficacia è possibile solo nell'unità con essa.

Da Joseph Ratzinger
*A un vescovo anziano, molto stimato per la sua erudizione, venne inviata una delle ultime redazioni del Catechismo [della Chiesa Cattolica] prima della pubblicazione, allo scopo di avere un suo giudizio. Egli restituì il manoscritto con una espressione di gioia. Sì, disse, questa è la fede di mia madre. Egli era lieto del fatto che la fede che aveva appreso da bambino e che lo aveva guidato per tutta la vita si trovava riformulata nella sua ricchezza, nella sua bellezza, ma anche nella sua semplicità e nella sua indistruttibile identità. È la fede di mia madre: la fede di nostra madre, della Chiesa. A questa fede ci invita il Catechismo.

* [Per i padri della chiesa, la luna] simboleggia la Chiesa, la quale pure risplende, anche se di per sé è buia; non è luminosa in virtù della propria luce, ma del vero sole, Gesù Cristo, cosicché, pur essendo soltanto terra (anche la luna non è che un'altra terra), è ugualmente in grado di illuminare la notte della nostra lontananza da Dio - «la luna narra il mistero di Cristo» (Ambrogio, Exameron IV 8,23). [...] La sonda lunare e l'astronauta scoprono la luna soltanto come landa rocciosa e desertica, come montagne e come sabbia, non come luce. E in effetti essa è in se stessa soltanto deserto, sabbia e rocce. E tuttavia, per merito di altri ed in funzione di altri ancora, essa è pure luce e tale rimane anche nell'epoca dei voli spaziali. È dunque ciò, che in se stessa non è. Pur appartenendo ad altri, questa realtà è anche sua. Esiste una verità fisica ed una simbolico-poetica, una non elimina l'altra. Ciò non è forse un'immagine esatta della Chiesa? Chi la esplora e la scava con la sonda spaziale scopre soltanto deserto, sabbia e terra, le debolezze dell'uomo, la polvere, i deserti e le altezze della sua storia. Tutto ciò è suo, ma non rappresenta ancora la sua realtà specifica. Il fatto decisivo è che essa, pur essendo soltanto sabbia e sassi, è anche luce in forza di un altro, del Signore: ciò che non è suo, è veramente suo e la qualifica più di qualsiasi altra cosa, anzi la sua caratteristica è proprio quella di non valere per se stessa, ma solo per ciò che in essa non è suo.

* Dobbiamo tener conto del fatto che la comunità dei discepoli di Gesù non è un gruppo amorfo. In mezzo a loro c'è il nucleo compatto dei Dodici, accanto al quale, secondo Luca (10,1-20), si colloca altresì la cerchia dei settanta o settantadue discepoli. Va tenuto presente che solo dopo la risurrezione i Dodici ricevono il titolo di «apostoli». Prima di allora sono chiamati semplicemente «i Dodici». Questo numero, che fa di loro una comunità chiaramente circoscritta, è così importante che, dopo il tradimento di Giuda, viene nuovamente integrato (At 1,15-26). Marco descrive espressamente la loro vocazione con le parole: «e Gesù ne costituì Dodici» (3,14). Il loro primo compito è quello di formare insieme i Dodici; a ciò si aggiungono poi due funzioni: «che stessero con lui e potesse inviarli a predicare» (Mc 3,14). Il simbolismo dei Dodici è perciò di decisiva importanza: è il numero dei figli di Giacobbe, il numero delle tribù d'Israele. Con la formazione del gruppo dei Dodici Gesù si presenta come il capostipite di un nuovo Israele; a sua origine e fondamento sono prescelti dodici discepoli. Non poteva essere espressa con maggiore chiarezza la nascita di un popolo che ora si forma non più per discendenza fisica, bensì attraverso il dono di «essere con» Gesù, ricevuto dai Dodici che da lui vengono inviati a trasmetterlo.

Da Christoph Schönborn
«Cos’è il depositum fidei [il deposito della fede]?», chiede Newman. «È ciò che ti è stato affidato, non ciò che hai scoperto tu; ciò che hai ricevuto, non ciò che hai immaginato tu; non un prodotto di astuzia, ma di insegnamento; non di consuetudine privata, ma di tradizione pubblica».

Da una lettera di J. R. R. Tolkien al figlio Michael
La “mia chiesa” non è stata concepita da Nostro Signore perché restasse statica o rimanesse in uno stato di eterna fanciullezza; ma perché fosse un organismo vivente (come una pianta), che si sviluppa e cambia all’esterno in seguito all’interazione fra la vita divina tramandatale e la storia – le particolari circostanze del mondo in cui si trova. Non c’è alcuna somiglianza tra il seme di senape e l’albero quando è completamente cresciuto. Per quelli che vivono all’epoca della sua piena crescita è l’albero che conta, perché la storia di una cosa viva fa parte della vita e la storia di una cosa divina è sacra. I saggi sanno che tutto è cominciato dal seme, ma è inutile cercare di riportarlo alla luce scavando, perché non esiste più e le sue virtù e i suoi poteri ora sono passati all’albero.

Da San Francesco d’Assisi, Testamento (1226)
Il Signore mi dette tanta fede nelle chiese, che così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, poiché con la tua santa croce hai redento il mondo. Poi il Signore mi dette e mi dà tanta fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a causa del loro ordine, che se mi dovessero perseguitare voglio ricorrere ad essi.
E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie dove abitano, non voglio predicare contro la loro volontà.
E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori, e non voglio in loro considerare il peccato, poiché in essi io vedo il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dell’altissimo Figlio di Dio nient’altro io vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il sangue suo che essi soli consacrano ed essi soli amministrano agli altri.
E questi santissimi misteri sopra ogni cosa voglio che siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi. [...] E dobbiamo onorare e rispettare tutti i teologi e coloro che annunciano la divina parola, così come coloro che ci danno lo spirito e la vita.

Da Romano Penna
Poiché all’interno di Israele il numero 12 non può avere altro riferimento che alle Dodici tribù costitutive di quel popolo, il gesto di Gesù rivela una forte e originalissima intenzione: quella di rifondare l’identità della propria nazione, che è il partner di una specifica alleanza con Dio. Ciò rivela dunque l’autoconsapevolezza di operare in strettissima relazione con Dio stesso.

Dalla nota della Bibbia di Gerusalemme a Mt 16,18
Né la parola greca petros, e nemmeno, sembra, il suo corrispondente aramaico kefa (“roccia”) erano usati come nomi di persona prima che Gesù avesse chiamato così il capo degli apostoli per simboleggiare il suo compito nella fondazione della chiesa.

Settimo incontro. L'Eucarestia e il giorno del Signore. «Cristo agisce nei Santi segni»

1/ Al cuore si parla tramite segni... il cuore si esprime attraverso di essi

Per comprendere più da vicino il valore che ha l’Eucarestia per la fede cristiana, vale la pena innanzitutto soffermarsi sul valore dei segni in se stessi. Nei decenni precedenti si è diffusa una mentalità che sembra togliere ogni valore ai segni, per conferire valore solo al cuore ed alle intenzioni. Si dice, ad esempio: è importante avere fede, ma non celebrare l’Eucarestia; è bene chiedere perdono, ma confessarsi ad un sacerdote non è necessario; è bello amarsi, ma è superfluo dichiarare questo amore in Comune o addirittura in Chiesa. Eppure, a pensarci bene, questo modo di ragionare è disumano. Certo la fede, il perdono, l’amore sono le realtà più importanti. Ma l’uomo ha bisogno dei segni per celebrarli. In una bellissima opera teatrale intitolata La bottega dell’orefice, pubblicata nel 1960, Karol Wojtyla fa dire ad un suo personaggio, Andrea, che osserva gli anelli nuziali che sono in vetrina, prima di acquistarli insieme alla fidanzata[4]:
«Le fedi che stanno in vetrina
ci dicono qualcosa con strana fermezza.
Per ora sono solo oggetti di metallo prezioso
ma lo saranno soltanto fin quando
io ne metterò una al dito di Teresa
e lei metterà l'altra al mio.
Ci faranno sempre rievocare il passato
come fosse una lezione da ricordare,
ci spalancheranno ogni giorno di nuovo il futuro
allacciandolo con il passato.
E insieme, in ogni momento,
serviranno a unirci invisibilmente
come gli anelli estremi di una catena».
È un brano poetico che ci dice come i segni parlino e siano decisivi. Ed in effetti, sperimentiamo tutti che se uno sposo o una sposa comincia a togliersi l’anello nuziale quando va a lavorare, quel piccolissimo gesto dice molto delle intenzioni del suo cuore. Lo stesso vale del perdono, del bacio, del dialogo, e così via.

2/ Dalla preistoria ad oggi la bellezza dei segni

Gli antropologi rilevano la presenza dell’uomo preistorico dal modo di seppellire i morti e dalle prime rappresentazioni artistiche nelle abitazioni rupestri: l’uomo, fin dalle origini, si distingue così da ogni altro animale, perché attraverso i segni manifesta la sua capacità di interrogarsi sul senso delle cose. Il segno permette di sostare sul significato degli eventi. Permette di comunicare la gioia e il dolore, la rabbia e l’amore, la fede e la disperazione. Senza i segni, io non posso esprimere in realtà ciò che provo e non riesco a comprendere ciò che l’altro ha nel cuore. Per questo tutte le culture hanno elaborato segni per vivere gli eventi più semplici e più grandi della vita: la nascita, il matrimonio, il lutto, la festa.

3/ Cristo porta a compimento i riti

Gesù non ha disprezzato i segni, anzi egli accoglie tutto ciò che gli preesiste, ma insieme lo purifica e, soprattutto, lo porta a compimento. In questo modo i segni sacramentali manifestano la condiscendenza di Dio che si china su di noi utilizzando il nostro linguaggio, perché altrimenti non potremmo comprendere il suo amore L’acqua viene usata in tutte le culture come segno della purificazione e della vita. Gesù assume questo segno, invitando al Battesimo. Ma vi elimina ogni traccia di superstizione e, soprattutto, lo riempie della grazia del suo Spirito che ci permette di venire immersi nella vita stessa di Dio, piena ed eterna.

4/ La domenica e l’anno liturgico fanno il cristiano

Giustamente i teologi della Chiesa hanno sottolineato che esiste un parallelo tra i tre Sacramenti del Battesimo, della Cresima e dell’Eucarestia (detti dell’Iniziazione cristiana) e lo sviluppo della nostra vita: come esiste la nascita, così viene donato il Battesimo, come l’esistenza viene corroborata, così esiste la Confermazione, come esiste il nutrimento che ci accompagna nella crescita, così esiste l’Eucarestia. Abbiamo bisogno dell’Eucarestia per nutrire la fede che abbiamo ricevuto con il Battesimo e la Cresima. Un bambino ha già la vita, ma per crescere deve mangiare, nutrirsi, ricevere la parola dei genitori, altrimenti la sua vita si impoverisce. Così è l’Eucarestia: è il dono che Dio ci fa perché sempre la nostra fede riceva il nutrimento che le è necessario perché la vita possa risplendere.
Per questo la Chiesa afferma giustamente che non partecipare all’Eucarestia domenicale è un peccato mortale: esattamente perché senza la celebrazione noi pian piano moriamo, come se non mangiassimo.

5/ I segni che sostengono la vita delle famiglie

Innanzitutto la domenica ci restituisce il senso della vita. La presenza del Signore fa sì che il riposo non sia solo il dimenticare la fatica della settimana, ma molto più il riscoprirne il senso. Il Papa Benedetto XVI, commentando la stupenda espressione di alcuni martiri che furono uccisi agli inizi del IV secolo perché affermavano di non poter vivere senza l’Eucarestia ha affermato: «Senza il Signore e il giorno che a Lui appartiene non si realizza una vita riuscita. La domenica, nelle nostre società occidentali, si è mutata in un fine-settimana, in tempo libero. Il tempo libero, specialmente nella fretta del mondo moderno, è una cosa bella e necessaria; ciascuno di noi lo sa. Ma se il tempo libero non ha un centro interiore, da cui proviene un orientamento per l'insieme, esso finisce per essere tempo vuoto che non ci rinforza e non ricrea. Il tempo libero necessita di un centro - l'incontro con Colui che è la nostra origine e la nostra meta»[5].
Il ritrovarsi insieme come famiglia nella celebrazione aiuta il marito e la moglie a vivere una fede condivisa e non solo personale. La fede, in effetti, tocca talmente nel profondo che a volte quasi non si riesce a condividerla La liturgia permette, invece, di ascoltare insieme la Parola di Dio, di lodare insieme il Signore con il canto e di celebrare la comunione nell’Eucarestia. La partecipazione di entrambi i genitori insieme alla Messa permette anche la trasmissione della fede ai figli, perché i bambini hanno bisogno di vedere quanto è importante per i genitori ascoltare e amare Dio.

6/ I segni della domenica in casa

La celebrazione eucaristica, con l’annunzio della presenza di Gesù risorto nella vita degli uomini, è capace di illuminare l'intero giorno della domenica. La bellezza di vestirsi con gli abiti della festa, di mangiare insieme spegnendo TV e i moderni mezzi di comunicazione, di assaggiare cibi diversi da quelli ordinari, di recarsi in parrocchia per la Messa come famiglia, di invitare gli amici a casa per passare qualche ora insieme in serenità, sono una espansione naturale dell'Eucarestia stessa.
Ai bambini piacciono molto i riti che accompagnano questo giorno, attenderlo e celebrarlo. La loro attenzione ai gesti della festa aiuta i genitori stessi a riscoprirne il valore. E quando si riscopre Cristo presente nella vita, allora i giorni della settimana che verranno saranno illuminati da una luce nuova. Ci si alza il lunedì non perché è finito il riposo, bensì perché Cristo ci chiama nuovamente a servirlo. Ogni domenica Egli ci conferma nella grande dignità e responsabilità che ogni uomo, particolarmente i genitori, hanno nel mondo, perché tutto sia reso sempre più conforme al disegno di Dio anche attraverso il lavoro.

Nota metodologica per i catechisti

1) I catechisti, dopo aver presentato il tema, potranno soffermarsi soprattutto sul valore che ha l'Eucarestia nella maturazione della fede in famiglia.

2) Potranno anche chiedere a ciascuno dei partecipanti di raccontare l’esperienza della Messa nel cammino della loro vita cristiana, sia personale, che familiare.

3) È probabile che i partecipanti chiedano di approfondire il valore della celebrazione dell’Eucarestia. Tale richiesta è da assecondare sempre. A tale scopo si potrà usare il testo L’Eucarestia fa la Chiesa che il Vicariato ha diffuso durante la verifica sull’Eucarestia domenicale. Se necessario, all’argomento di dedichino anche più incontri.

4) Questi incontri si rivela particolarmente importanti per suggerire alle famiglie di assumere l'impegno di partecipare insieme alla Messa domenicale, scegliendo di comune accordo l'orario più idoneo.

5) Si incoraggino i partecipanti a scegliere, durante la celebrazione eucaristica, una zona della chiesa parrocchiale dove sedersi, in maniera da ritrovarsi vicini ai figli.

6) Se alcuni genitori fossero stati abituati da giovani ad animare la Messa con il canto si potrebbe ipotizzare anche di offrire una disponibilità in parrocchia per l'animazione della liturgia.

7) Si possono consegnare anche le schede preparate per i genitori dei bambini da 0 a 6 anni sui modi di vivere la domenica in famiglia e sull'importanza dell'anno liturgico nella maturazione della fede, per discuterle insieme o per suggerirne la lettura personale.

8) L’incontro si conclude con una preghiera.

Testi per l’approfondimento

 Lc 22,14-34

1 Cor 11,23-32

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica
Nn. 1145-1149

CEI, Catechismo degli adulti. La verità vi farà liberi
Nn. 684-699

Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, 7
Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, «offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti», sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro» (Mt 18,20). Effettivamente per il compimento di quest'opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sé la Chiesa, sua sposa amatissima, la quale l'invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all'eterno Padre. Giustamente perciò la liturgia è considerata come l'esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo.

Atri testi

Papa Benedetto XVI, Lettera di l’Indizione dell’Anno sacerdotale
Il Curato d’Ars era umilissimo, ma consapevole, in quanto prete, d’essere un dono immenso per la sua gente: “Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina”.
Parlava del sacerdozio come se non riuscisse a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una creatura umana: “Oh come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe... Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia...”.
E spiegando ai suoi fedeli l’importanza dei sacramenti diceva: “Tolto il sacramento dell'Ordine, noi non avremmo il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l'ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest'anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote... Dopo Dio, il sacerdote è tutto!... Lui stesso non si capirà bene che in cielo”.
Queste affermazioni, nate dal cuore sacerdotale del santo parroco, possono apparire eccessive. In esse, tuttavia, si rivela l’altissima considerazione in cui egli teneva il sacramento del sacerdozio. Sembrava sopraffatto da uno sconfinato senso di responsabilità: “Se comprendessimo bene che cos’è un prete sulla terra, moriremmo: non di spavento, ma di amore... Senza il prete la morte e la passione di Nostro Signore non servirebbero a niente. È il prete che continua l’opera della Redenzione sulla terra... Che ci gioverebbe una casa piena d’oro se non ci fosse nessuno che ce ne apre la porta? Il prete possiede la chiave dei tesori celesti: è lui che apre la porta; egli è l’economo del buon Dio; l’amministratore dei suoi beni... Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie... Il prete non è prete per sé, lo è per voi”.
Era giunto ad Ars, un piccolo villaggio di 230 abitanti, preavvertito dal Vescovo che avrebbe trovato una situazione religiosamente precaria: “Non c'è molto amor di Dio in quella parrocchia; voi ce ne metterete”. Era, di conseguenza, pienamente consapevole che doveva andarvi ad incarnare la presenza di Cristo, testimoniandone la tenerezza salvifica: “[Mio Dio], accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita!”, fu con questa preghiera che iniziò la sua missione.

Francesco d’Assisi

* Ammonizione I. Il corpo del Signore
Il Signore Gesù dice ai suoi discepoli: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per me. Se aveste conosciuto me, conoscereste anche il Padre mio; ma da ora in poi voi lo conoscete e lo avete veduto”. Gli dice Filippo: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gesù gli dice: “Da tanto tempo sono con voi e non mi avete conosciuto? Filippo, chi vede me, vede anche il Padre mio” (Gv 14,6-9).
Il Padre abita una luce inaccessibile (cf. 1Tm 6,16), e Dio è spirito, e nessuno ha mai visto Dio (Gv 4,24 e Gv 1,18). Perciò non può essere visto che nello spirito, poiché è lo spirito che dà la vita; la carne non giova a nulla (Gv 6,64). Ma anche il Figlio, in ciò per cui è uguale al Padre, non può essere visto da alcuno in maniera diversa dal Padre e in maniera diversa dallo Spirito Santo.
Perciò tutti coloro che videro il Signore Gesù secondo l’umanità, ma non videro né credettero, secondo lo spirito e la divinità, che egli è il vero Figlio di Dio, sono condannati. E così ora tutti quelli che vedono il sacramento, che viene santificato per mezzo delle parole del Signore sopra l’altare nelle mani del sacerdote, sotto le specie del pane e del vino, e non vedono e non credono, secondo lo spirito e la divinità, che è veramente il santissimo corpo e il sangue del Signore nostro Gesù Cristo, sono condannati, perché è l’Altissimo stesso che ne dà testimonianza, quando dice: “Questo è il mio corpo e il mio sangue della nuova alleanza [che sarà sparso per molti] (Mc 14,22.24), e ancora: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna” (cf. Gv 6,55).
Per cui lo Spirito del Signore, che abita nei suoi fedeli, è lui che riceve il santissimo corpo e il sangue del Signore. Tutti gli altri, che non partecipano dello stesso Spirito e presumono ricevere il santissimo corpo e il sangue del Signore, mangiano e bevono la loro condanna (cf. 1Cor 11,29). Perciò: Figli degli uomini, fino a quando sarete duri di cuore? (Sal 4,3). Perché non conoscete la verità e non credete nel Figlio di Dio? (cf. Gv 9,35).
Ecco, ogni giorno egli si umilia (cf. Fil 2,8), come quando dalla sede regale (cf. Sap 18,15) discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote. E come ai santi apostoli si mostrò nella vera carne, così anche ora si mostra a noi nel pane consacrato. E come essi con gli occhi del loro corpo vedevano soltanto la carne di lui, ma, contemplandolo con gli occhi dello spirito, credevano che egli era lo stesso Dio, così anche noi, vedendo pane e vino con gli occhi del corpo, dobbiamo vedere e credere fermamente che questo è il suo santissimo corpo e sangue vivo e vero.
E in tale maniera il Signore è sempre presente con i suoi fedeli, come egli stesso dice: “Ecco, io sono con voi sino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

* Prima lettera ai custodi
Vi prego, più che se riguardasse me stesso, che, quando vi sembrerà conveniente e utile, supplichiate umilmente i chierici di venerare sopra ogni cosa il santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo e i santi nomi e le parole di lui scritte che consacrano il corpo. I calici, i corporali, gli ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve al sacrificio, devono essere preziosi. E se in qualche luogo trovassero il santissimo corpo del Signore collocato in modo miserevole, venga da essi posto e custodito in un luogo prezioso, secondo le disposizioni della Chiesa, e sia portato con grande venerazione e amministrato agli altri con discrezione (241,2-3).

Da Joseph Ratzinger

* Karl Barth ha operato una distinzione nel cristianesimo tra religione e fede. Ha avuto torto a voler separare del tutto queste due realtà, considerando positivamente la fede e negativamente la religione. La fede senza la religione è irreale, essa implica la religione, e la fede cristiana deve, per sua natura, vivere come religione. Ma ha avuto ragione ad affermare che anche fra i cristiani la religione può corrompersi e trasformarsi in superstizione, ad affermare, cioè, che la religione concreta, in cui la fede viene vissuta, deve essere continuamente purificata a partire dalla verità che si manifesta nella fede e che, d'altra parte, nel dialogo fa nuovamente riconoscere il proprio mistero e la propria infinitezza.

* È importante notare che Dio agisce realmente nell’uomo. Lo trasforma, crea qualcosa di nuovo nell’uomo, non dà soltanto un giudizio quasi giuridico, esterno all’uomo. Ciò ha una portata molto più generale. C’è una trasformazione del cosmo e del mondo. Penso ad esempio all’Eucarestia. Noi cattolici diciamo che c’è una transustanziazione, che la materia diventa Cristo. Lutero parla invece di coesistenza: la materia rimane tale e coesiste con Cristo. Noi cattolici crediamo che la grazia è una vera trasformazione dell’uomo e una trasformazione iniziale del mondo e non è [...] soltanto una copertura aggiunta che non entra realmente nel vivo della realtà umana.
È importante questa operazione della grazia. Noi siamo tutti contagiati un po’ dal deismo. Dio rimane un po’ fuori. Mentre la fede cattolica – questa grande fiducia, questa grande gioia che Dio, facendosi uomo, entrando nella carne, unendosi alla carne, continua a operare nel mondo trasformandolo - ha la potenza, la volontà, la radicalità dell’amore, per entrare nel nostro essere e trasformarlo ( Da un’intervista)..

* Una delle parole-guida della riforma liturgica conciliare è stata a ragione la "partecipatio actuosa", la fattiva partecipazione alla liturgia di tutto il "popolo di Dio". Questo concetto ha tuttavia subito dopo il Concilio una fatale restrizione. Sorse l'impressione che si avesse una partecipazione fattiva soltanto dove ci fosse un'attività esteriore verificabile: discorsi, canti, prediche, assistenza liturgica. Gli articoli 28 e 30 della Costituzione Liturgica, che definiscono la partecipazione fattiva, possono aver prestato il fianco a siffatte restrizioni, basando la partecipazione stessa, in larga misura, su azioni esteriori. Comunque, anche il silenzio è ricordato come "partecipatio actuosa". Riallacciandosi a questo ci si deve chiedere: come mai dev'essere solo il discorrere e non anche l'ascoltare, il percepire con i sensi e con lo spirito, una compartecipazione spirituale attiva? Non v'è nulla di attivo nel percepire, nel captare, nel commuoversi? Non c'è qui oltre tutto un impicciolimento dell'uomo, che viene ridotto alla pura espressione orale, benché noi oggi tutti sappiamo che quanto v'è in noi di razionalmente cosciente ed emerge alla superficie è soltanto l'estremità di un iceberg nei confronti di ciò che l'uomo è nel suo complesso? Saremo ancora più concreti: ci sono ormai non pochi uomini che riescono a cantare più "col cuore" che "con la bocca", ma ai quali il canto di coloro cui è dato cantare anche con la bocca può veramente far cantare il cuore, in modo che essi cantano per così dire anche in quelli stessi e l'ascolto riconoscente come l'esecuzione dei cantori diventano insieme un'unica lode a Dio. Si deve necessariamente costringere alcuni a cantare là dove essi non possono e zittire così a loro e agli altri il cuore? Ciò non dice proprio nulla contro il canto di tutto il popolo credente, che ha nella chiesa una sua funzione inalterata, ma dice tutto contro un'esclusività che non può essere giustificata né dalla tradizione né dalle circostanze.

* Alla Chiesa appartiene essenzialmente l’elemento del “ricevere”, così come la fede deriva dall’ascolto e non è prodotto delle proprie decisioni o riflessioni. La fede infatti è incontro con ciò che io non posso escogitare o produrre con i miei sforzi, ma che mi deve invece venire incontro. Questa struttura del ricevere, dell’incontrare, la chiamiamo “Sacramento”. E appunto per questo rientra ancora nella forma fondamentale del Sacramento il fatto che esso viene ricevuto e che nessuno se lo può conferire da solo. Nessuno si può battezzare da sé; nessuno può attribuirsi da sé l’ordinazione sacerdotale; nessuno può, da sé, assolversi dai propri peccati. Da questa struttura di incontro dipende anche il fatto che un pentimento perfetto, per sua stessa essenza, non può restare interiore, ma urge verso la forma di incontro del Sacramento. Perciò non è semplicemente un’infrazione contro prescrizioni esteriori del diritto canonico se ci si porge da sé l’Eucarestia e la si prende da sé, ma è una ferita della più intima struttura del Sacramento. Il fatto che in quest’unico Sacramento il prete possa egli stesso somministrarsi il Sacro Dono rinvia al “mysterium tremendum” al quale è esposto nell’Eucarestia; agire “in persona Christi” e così, nello stesso tempo, rappresentarlo ed essere un uomo peccatore, che vive completamente dall’accogliere il suo Dono. La Chiesa non la si può fare, ma solo riceverla, e cioè riceverla da dove essa è già, da dove essa è realmente presente: dalla comunità sacramentale del suo Corpo che attraversa la storia. Ma c’è da aggiungere ancora qualcosa, che ci aiuta a comprendere [...] Cristo è dovunque intero. [...] Egli è dovunque anche uno solo, e perciò io posso avere l’unico Signore solo nell’unità che egli stesso è, nell’unità con gli altri che sono anche essi il suo Corpo e che, nell’Eucarestia, lo devono sempre di nuovo diventare.

PARTE TERZA. Lettere ai genitori con bambini fino a 3 anni

I testi seguenti sono scritti in forma di lettera allo scopo di continuare, attraverso un tono più confidenziale, un qualche rapporto con i genitori che dopo la celebrazione del Battesimo del loro bambino per ragioni diverse non partecipano agli incontri formativi di gruppo nelle case o in parrocchia.
È auspicabile che i catechisti che hanno curato la preparazione al sacramento possano continuare a intrattenere un certo rapporto con questi genitori, attraverso appunto una lettera periodica. La lettera dovrebbe essere consegnata a domicilio, offrendo così l’occasione per scambiare qualche parola che faccia sentire la vicinanza del parroco e della comunità parrocchiale e suscitare l’interesse - lo desideriamo ardentemente - per frequentare la comunità. È altresì l’occasione periodica per il parroco per ricevere qualche notizia delle famiglie non praticanti.
Le lettere possono essere offerte anche alle famiglie che partecipano ai gruppi. In questo caso saranno un sussidio integrativo al loro cammino di formazione.

Prima lettera. Nutrire i figli non di solo pane

Carissimi genitori,
bussiamo alla porta della vostra casa dopo il Battesimo di vostro figlio, perché desideriamo continuare a parlare con voi dell’educazione alla fede dei bambini.

1/ Non di solo pane vivrà l’uomo

Noi cristiani siamo certi di questo: credere è un bene, anzi è il bene più grande. Sarebbe terribile se Dio non ci fosse, perché senza di Lui nessuna speranza sarebbe stata data agli uomini. Poiché credere è un bene, non lo si può far mancare a chi si ama, in particolare ai propri figli. Gesù ha detto: «non di solo pane vivrà l’uomo» (Mt 4,4). Certo il pane ci è necessario per vivere, ma se non riceviamo qualcosa che nutre il nostro cuore, che ci conferma nell’amore e nella speranza, quel pane diventa indigesto!

2/ Perché dare oggi una educazione religiosa ai piccoli?

Il nostro tempo, però, sembra essere diventato incerto dinanzi all’educazione cristiana. Molti si domandano se educare alla fede i bambini sia veramente un bene. Un pregiudizio porta a ritenere che educare alla fede sia, in fondo, un’imposizione, un togliere libertà alle future scelte di un figlio.
Perché voi genitori, invece, non dovete essere neutrali con lui? Perché avete la responsabilità di donargli ciò che è bello e buono! Sarebbe assurdo che una mamma non scelga del buon cibo per suo figlio, dicendo che deciderà lui da grande cosa mangiare. O che non gli insegni a parlare in un buon italiano, dicendo che sarà lui a doverlo decidere. Un genitore comincia ad insegnare l’amore alla squadra del cuore fin da quando il bambino è piccolissimo e non si sognerà mai di dire che è la stessa cosa se suo figlio diventerà romanista o laziale! Ogni genitore che ama offre ai suoi bambini il meglio che conosce!
Se in ogni campo questo è vero, ecco che vale a maggior ragione per la fede. Non è indifferente educare un figlio ad essere credente o meno.
Come genitori, possiamo educare alla fede i nostri figli perché ci è chiaro, almeno intuitivamente, che con Dio nasce la speranza e che proprio in Gesù noi abbiamo conosciuto quanto Egli sia affidabile. Gesù ci assicura che vivere è un bene e che la vita non è nelle mani di una casualità meccanica e assurda, bensì nelle mani di Dio: in buone mani! È un bene inestimabile che un bambino cresca avendo fiducia che Dio non è lontano, anzi si è fatto vicino a noi in Gesù. Verrà poi l'adolescenza, l'età della contestazione: i primi anni sono invece quelli della proposta, della semina di ciò che veramente vale!

3/ L’esigenza che il bambino ha di Dio

Sono gli stessi bambini ad avere bisogno di Dio. Sono loro a domandarci della fede, perché l'esigenza di Dio nasce dal loro cuore e non è un'imposizione. Fra breve domanderanno: «Dove ero io prima di nascere?», «Il mondo si è fatto da solo o qualcuno lo ha fatto?», «Come mai sono qui e non sono nato in un altro posto?», «Dove è ora la nonna che è morta?», «Anche io morirò? E tu papà quando morirai potrai starmi sempre vicino?», «A te piace la vita?». I bambini ci obbligano a prendere sul serio le domande che noi stessi abbiamo talvolta dimenticato! L'esigenza in loro di Dio è evidente anche dalla loro preghiera. Quando avranno imparato a parlare, pregheranno Dio per noi genitori, perché sapranno almeno intuitivamente che anche noi grandi abbiamo bisogno che Dio ci stia vicino!
I bambini hanno bisogno anche di imparare ad affrontare il male. Certamente essi conoscono innanzitutto lo stupore per ciò che è bello, ma anche la paura per ciò che spezza la speranza. Ed è sciocco nascondere loro il male: essi già ne conoscono l'esistenza! I bambini hanno invece bisogno di capire che Dio è più forte del male: è questo che li aiuterà a vincere la paura. Come ha scritto il G.K. Chesterton, «I bambini sanno benissimo che i draghi esistono. I racconti degli adulti debbono insegnare ai piccoli che esiste San Giorgio che può sconfiggere il drago»!
Per questo trascurare di dare una formazione cristiana ai bambini vuol dire condannarli a crescere in maniera atrofizzata.

4/ Quando comincia l’educazione religiosa?

Per rispondere è utile ricordare un piccolo aneddoto. Una donna si rivolge a un saggio, la cui fama era diffusa nel luogo in cui abitava. Vuol sapere da lui quando è opportuno iniziare a educare religiosamente sua figlia. Il saggio domanda l’età della bambina e, quando viene a sapere che ha 5 anni, dice alla madre: «Presto, corri a casa, sei in ritardo di cinque anni».
È proprio così. L’educazione religiosa comincia fin dalla culla ed i primi anni sono importantissimi. A torto si pensa che l’educazione comincia solo quando si possono trasmettere concetti chiari attraverso le parole: essa comincia invece dal primo giorno di vita, perché un bambino apprende dai gesti, dal clima familiare, dagli atteggiamenti, prima di poter comprendere poi tutto con la sua riflessione. Ecco perché è importante che nel lavoro straordinario, anche se oscuro, che i genitori compiono durante questi anni, abbia una parte di rilievo l’educazione cristiana.

5/ La vostra testimonianza

Ma come educare allora alla fede, se davvero è così importante? Certamente a partire da due elementi essenziali.
Il primo è la testimonianza. Il bambino maturerà vedendovi vivere. Amerà le montagne e le stelle perché vi vedrà contemplarle con stupore. Imparerà il rispetto perché vedrà come dialogate a vicenda tra marito e moglie. Imparerà a non urlare perché vedrà come voi amate il silenzio. Così vi vedrà leggere, ascoltare musica, ridere e giocare, e così via. Certo parlerete anche a lui di tutte queste cose. Ma egli vi osserverà sempre, anche quando sembrerà distratto. Si è educatori sempre, non solo quando ci si rivolge ai figli, non lo dimenticate!
I vostri figli impareranno che è bello cercare Dio e la sua volontà, perché vedranno voi farlo. Capiranno che credere è una benedizione perché vedranno che la fede è una realtà viva nella vostra vita. Impareranno la bellezza della preghiera, perché vi vedranno ogni tanto inginocchiati o con in mano il libro del Vangelo. Non spaventatevi di questo. La trasmissione della fede non è compito degli esperti. È, invece, per certi aspetti, la cosa più semplice di questo mondo. Se noi viviamo nella ricerca della volontà di Dio, questo trasparirà dai segni semplicissimi della nostra vita.

6/ La comunità cristiana ed i suoi riti

Il secondo elemento da cui partire per la trasmissione della fede è la testimonianza della Chiesa. La fede non è una nostra invenzione, bensì la riceviamo dalla comunità cristiana. Il segno della croce, la domenica, il Vangelo, i Sacramenti, la carità, il perdono, le feste dell’anno liturgico sono le realtà sempre nuove con cui si trasmette la fede. Dobbiamo riappropriarcene!
Ai bambini piace il rito, non dimentichiamocene mai! In realtà, esso piace ed è utile anche a noi adulti, anche se ogni tanto ce ne dimentichiamo. Il rito ci fa fare esperienza di Dio, anche quando non lo afferriamo concettualmente. Il bambino impara il gesto dell’inginocchiarsi, la bellezza del presepe, la solennità del canto ed il pudore del silenzio. La fede cristiana si trasmette proprio tramite questi segni, perché Dio ha voluto adattarsi alla nostra umanità: Egli sa che noi uomini comunichiamo con parole, riti e gesti.
La tradizione della Chiesa ci ricorda una cosa importantissima nell'educazione dei bambini: la ripetitività. Essa comunica ai bambini sicurezza. La ripetitività non li stanca, anzi li aiuta ad appropriarsi di una cosa. Li vediamo ripetere infinite volte lo stesso gesto. Mentre tutto si muove intorno a loro, il rito li rassicura perché li aiuta a capire che c’è qualcosa di importante che permane, che non muore. E attraverso il rito cominceranno ad intuire che c’è una roccia che non si smuove: Dio ed il suo dono di amore.

Ora vi saluto con affetto, insieme con i catechisti.

Il vostro Parroco e i catechisti

Seconda lettera. Fate sul vostro bambino il segno della croce

Carissimi genitori,
vi scriviamo per proporvi uno dei gesti più semplici e veri con il quale potete pregare per il vostro bambino: quello di segnarlo con il segno della croce. Lo avete già compiuto nel giorno del Battesimo, ora vi invitiamo a riscoprirlo e a ripeterlo.

1/ Il segno della croce è una preghiera

Il segno della croce è una preghiera. Lo facciamo ogni domenica all'inizio ed alla fine della celebrazione eucaristica e ogni giorno al mattino e alla sera, quando ci svegliamo e quando ci addormentiamo.
Divenuti genitori possiamo ora farlo anche sul nostro bambino. Lo segniamo con il segno della croce per benedire Dio per lui e per chiedergli di proteggerlo.
Il segno della croce ci dice innanzitutto chi è Dio: Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo. Dio è amore da sempre: non ha cominciato ad amare quando ha creato il mondo e la nostra stessa vita, ma è da sempre amore del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. E noi, sue creature, abbiamo bisogno di essere amate e di amare proprio perché siamo state fatte ad immagine di Lui che è amore.
Non solo. Quel segno ci ricorda che Gesù ci ha rivelato l'amore di Dio fino a morire sulla croce per noi. Egli si è caricato del male che esiste nel mondo, perché noi ne fossimo liberati. Non esiste amore più grande di questo. Cristo non ci ha amati perché eravamo giusti, ma mentre eravamo ancora peccatori. Da quel momento il male non è più l'ultima parola della storia, perché l'amore di Dio si è rivelato come parola definitiva, più forte della morte. Per questo segniamo i nostri figli con il segno della croce, perché essi sono amati dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo.
L'amore di Dio è la vera protezione dinanzi al male. Segniamo i nostri bambini con il segno della croce, perché Egli li protegga.

2/ La piccola liturgia familiare della sera

Per questo vi invitiamo a sera a vivere una liturgia familiare breve ma di grande intensità, quando siete insieme a casa e il piccolo sta per addormentarsi.
Si fa un momento di silenzio, poi tracciamo il segno della croce sulla fronte del bambino (sarà avvertito da lui come una carezza diversa dalle altre), accompagnandola con una breve invocazione che può essere sempre la stessa oppure variare, così come suggerisce il cuore.
Ripetuto quotidianamente, questo gesto diverrà familiare al vostro bambino. Lo aspetterà ogni sera da voi come un segno d’amore. Lo sentirà come una comunicazione di affetto differente (per la particolarità del gesto, per il tono sommesso ma intenso della voce), perché contenente un di più che pian piano imparerà a scoprire. Crescendo ne acquisterà sempre più consapevolezza, finché - superati i 2 anni - diverrà capace di farlo da solo su di sé con la vostra guida.
Ma anche quando avrà acquisito autonomia, potrete continuare a tracciare sulla sua fronte questo segno, perché ricordi che la vostra benedizione su di lui non viene meno.
Sarà un segno da ripetere almeno in alcune occasioni: il compleanno, l’onomastico, le feste di Natale e Pasqua, altre circostanze della vita come il primo giorno di scuola o altri eventi importanti. Assumerà il significato di una benedizione particolare che noi genitori continueremo ad assicurare ai nostri figli anche quando cresceranno e acquisteranno autonomia.
L’esperienza di tante famiglie ci dice che saranno gli stessi figli - divenuti grandi - a chiederci in certi momenti (un esame, una prova da superare, un viaggio, un avvenimento importante…) quel segno, di cui avranno colto tutta la ricchezza. Ma questo sarà il frutto di una tradizione familiare che ha le sue radici nell’infanzia.

3/ Mamma e papà fanno il segno della croce

A partire dal secondo anno di vita, quando il bambino ha fatto grandi progressi nella comprensione delle parole, dei gesti, degli atteggiamenti degli adulti, con i quali interagisce ormai in maniera viva e intensa, si accorgerà che quel segno fatto su di lui è il gesto con cui noi genitori ci segniamo in alcune occasioni della giornata, al risveglio, prima dei pasti, passando davanti ad una chiesa.
Come il bambino è attento ai nostri segni di affetto (un abbraccio, un bacio, una carezza tra noi) così saprà riconoscere questo gesto così diverso da tanti altri, e pronunciare le parole che lo accompagnano, per cogliere la presenza di Dio che ci ama e che ci è accanto.
Quando comincerà a dire le prime parole, anche lui potrà concludere la formula con l’Amen finale. E poi, quando nascerà un fratellino, anche il bambino parteciperà alla piccola liturgia familiare della sera, tracciando sulla fronte del neonato il segno della croce.

4/ La parole della benedizione

Queste sono le parole che vi suggeriamo per la benedizione dei figli alla sera:

Il Signore ti conceda una notte serena
e un riposo tranquillo.

R. Amen.

Oppure:

Padre santo, sorgente inesauribile di vita,
da te proviene tutto ciò che è buono;
noi ti benediciamo e ti rendiamo grazie,
perché ci hai voluto allietare con il dono dei figli;
fa' che questi bambini
trovino nella nostra famiglia
il clima adatto per crescere
e per aprirsi ai progetti che tieni in serbo per loro.
Per Cristo nostro Signore.

R. Amen.

Chi presiede conclude invocando la benedizione di Dio su tutti i presenti, facendosi il segno di croce e dicendo:

Il Signore Gesù, che predilige i bambini,
ci benedica e ci custodisca nel suo amore.

R. Amen

Vi salutiamo con affetto

Il vostro Parroco e i catechisti

Terza lettera. Ecco tua madre. L’immagine di Maria nella camera del bambino

Carissimi genitori,
dopo avervi parlato del segno di croce, vogliamo condividere con voi la proposta di un altro segno semplice ed insieme ricchissimo che ci viene consegnato dalla tradizione della Chiesa: quello di porre un’immagine della Madonna con il Bambino Gesù nella camera del vostro bambino.   

1/ Porre l’immagine di Maria vicino alla culla del bambino

Questo segno si inserisce bene nella crescita costante dei bambini. Pian piano, infatti, cresce in loro l’attenzione verso l’ambiente che li circonda, insieme con una maggiore consapevolezza di sé - questo è ormai evidente quando il bambino ha circa un anno di vita.
Questi cambiamenti fondamentali offrono nuove opportunità per l’educazione alla fede. I piccoli riti familiari come il segno della croce sono colti dal bimbo in maniera più precisa. Entrano a far parte di quel vissuto familiare che lo stanno pian piano aprendo al mondo nelle sue diverse dimensioni, compresa quella trascendente. Tali opportunità diventano ancora più stimolanti in occasione delle grandi feste come il Natale e la Pasqua.
Giunto a questo punto del suo sviluppo, il bambino può scoprire ed entrare in rapporto con un’immagine densa di significati: quella della Madonna con il Bambino. Quasi sempre questa immagine è già presente nella casa. Si tratta ora di porla accanto al lettino del piccolo e di trovare il modo giusto per un suo coinvolgimento diretto.
Fra le immagini religiose che è possibile proporgli in questo periodo, è certamente la più adatta. In essa è presente il mistero dell’Incarnazione (Dio che si fa uomo), ma insieme compaiono una mamma e suo figlio, figure familiari al bimbo.
Di questa immagine si può scegliere un modello tradizionale (molto belle, ad esempio, quelle di Raffaello o del Beato Angelico; ma belle sono anche le icone o certe statuine, oppure altre figure in rilievo), da collocare in maniera che sia ben visibile al bambino.

2/ Il bambino è in grado di capire l’essenziale

L’immagine deve essere presentata con parole semplici, in un momento favorevole in cui è tranquillo e predisposto a raccogliere la comunicazione. Le parole potranno essere simili a quelle che seguono:
«Carissimo, oggi accanto al tuo letto mettiamo questa bella immagine di una mamma con il suo bambino. La mamma è la Madonna e si chiama Maria. Il bambino che ha in braccio è Gesù, il dono più grande che Dio ha fatto agli uomini. Maria amava molto il suo bambino. Ed insieme a Lui ama tutti noi. Anche noi vogliamo molto bene a Gesù e alla Madonna. Da oggi Maria e il suo piccolo Gesù staranno accanto al tuo letto. Ti faranno sempre compagnia. Prima di addormentarti e al risveglio li potrai guardare. Gli puoi mandare anche un bacio, così… Poi, appena saprai parlare, mamma ti insegnerà una preghiera da rivolgere alla Madonna che si chiama Ave Maria. Oggi la reciterà mamma anche per te: “Ave, Maria…”».

Non dobbiamo preoccuparci che il bambino sia in grado di comprendere concettualmente il nostro messaggio. Innanzi tutto il bambino è sempre interessato alle cose che gli vengono dette con amore ed è felice di essere coinvolto in ciò che lo riguarda e che lo circonda. Se non comprende bene il significato delle nostre parole, riesce comunque a coglierne il tono affettivo, l’intenzione profonda. Egli, inoltre, è in grado di percepire l’essenziale: la Madonna e il Bambino sono qualcosa di importante che mamma e papà pongono vicino a me. Naturalmente da quel momento - nei giorni e negli anni che verranno - si troveranno altre occasioni per riprendere il discorso, riportando l’attenzione del piccolo su quell’immagine, fino a farla diventare per lui familiare.

3/ Un nuovo piccolo rito della sera

L’immagine della Madonna con il Bambino rende possibile un nuovo e semplice rito che si può vivere in famiglia. La sera, prima del segno della croce sulla fronte, uno dei due genitori (o magari entrambi) possono mettersi con il bambino di fronte all’immagine e recitare per lui l’Ave Maria, ricordandogli che è la preghiera che rivolgiamo alla Madonna, alla madre di Gesù. In tal modo l’Ave Maria gli diventerà familiare, ne apprenderà pian piano le parole finché, con la piena acquisizione del linguaggio, la reciterà anche lui insieme con mamma e papà.
È importante che i bambini vedano i propri genitori pregare. È il modo più significativo per farli entrare nella dimensione del rapporto dell’uomo con Dio: Egli ci trascende ma al tempo stesso ci è sempre accanto con il suo amore.
Talvolta il bambino di questa età si sveglia tranquillamente e ha il piacere di rimanere in silenzio, di guardarsi intorno. Non piange, non chiama subito i genitori. Appare contento di rimanere un po’ da solo, di osservare (ma il suo forse è un contemplare) le cose che lo circondano, ritrovando così quel mondo che aveva lasciato la sera prima. Se fra queste cose ci sarà l’immagine della Madonna con il Bambino, egli avrà la possibilità di collegarla alla preghiera dei genitori e di individuare in essa un elemento familiare, che gli trasmetterà pace e sicurezza.
C’è un’ultima cosa da dire. La dimestichezza che il bambino acquisisce con questa immagine, lo metterà presto in grado di identificarla in altri contesti: in chiesa, nelle edicole che si incontrano per strada o nelle gite in campagna… E sarà spesso lui a indicarla come qualcosa che fa parte del suo mondo, che gli è familiare (magari inviandole il suo bacio).

Vi salutiamo con affetto

Il vostro Parroco e i catechisti

Quarta lettera. «Bene, gli avete dato un corpo, ora dovete dargli un’anima!». Un articolo di un comico divenuto padre        

Carissimi genitori,
questa volta vogliamo condividere con voi un articolo che è stato scritto da un comico, Giacomo Poretti, del trio Aldo, Giovanni e Giacomo (da La stampa del 15/4/2012)
.
Ve lo offriamo perché lo possiate leggere e discutere insieme come genitori. Vi farà sorridere, ma anche pensare. Noi sacerdoti della parrocchia saremo ben lieti di parlarne con voi insieme, se pensate che questo vi possa aiutare. Vi ricordiamo nella preghiera con grande affetto

Il parroco e i catechisti

Appena nacque nostro figlio, venne a trovarci in ospedale un carissimo amico, mio e di mia moglie, un vecchio sacerdote che qualche anno prima ci aveva sposati: padre Bruno. Non seppe resistere alla tentazione, e come tutti gli anziani che si trovano davanti a un neonato, cominciò a sorridergli e a scherzare con la voce, prima in falsetto, poi con un timbro baritonale, infine, imitando una papera, cercò di attirare l’attenzione di quell’esserino che aveva solo qualche ora di vita. Tentò anche di improvvisare il balletto dell’orso Baloo, ma dopo un accenno di tip-tap deve essersi detto che per un anziano sacerdote di 82 anni, che solitamente impiegava la sua voce per tenere le omelie, per condurre cineforum, moderare conferenze e dirigere un centro culturale (quella era la sua molteplice attività), forse il tip-tap in una stanza di ospedale era un poco eccessivo. Ci guardò, guardò nostro figlio, poi disse: «Bene, avete fatto un corpo, ora dovrete farne un’anima!». Salutandoci sorrise e uscì dalla stanza. Guardandolo andare via mi sembrava che ballasse il tip-tap e che nemmeno Gene Kelly avesse la sua leggerezza.

Che cosa voleva dire «farne un’anima»? Io e mia moglie ci scambiammo uno sguardo interrogativo. I nove meravigliosi mesi di laboriosa gravidanza, e tutte quelle ore faticose del parto, l’avevano sfinita: umanamente non le si poteva chiedere nessuno sforzo in più in quel momento, anche perché quei 3 kg e 750 gr di esserino ai nostri occhi erano bellissimi e, benché le dimensioni prefigurassero un avvenire da brevilineo, eravamo convinti che non mancassero di nulla. Mi turbava l’idea dell’anima, mi ripromisi di dare un’occhiata su Wikipedia per saperne di più; in quel momento entrò il medico per accertarsi delle condizioni di mamma e figlio, e mentre annotava qualche dato sulla cartella clinica gli chiesi dopo quanti giorni si sarebbe manifestata l’anima, se prima o dopo i denti da latte, e se ce ne saremmo accorti da qualche prodromo tipo febbre o colichette. Lui prima mi fece sedere, mi auscultò il polso, mi obbligò a inghiottire una pastiglia e infine disse: «Deve essere stata un’esperienza un po’ scioccante per lei assistere al parto, chissà da quante ore non riposa, e poi tenere fra le braccia il proprio figlio! Lo mandiamo a casa a dormire, questo papà?».

In effetti prendere fra le braccia il proprio figlio era stata un’esperienza terrorizzante, come salire dietro ad Alonso sulla sua Ferrari mentre sta disputando il Gp del Nürburgring. Mi era sembrato di avere avuto in braccio la cosa più fragile dell’universo, più fragile di una flûte di cristallo, di quelle che si rompono sempre quando le metti in lavastoviglie; altro che un figlio, mi sembrava che stessi cullando una bomba atomica: non mi muovevo, non respiravo, non contraevo un muscolo. In genere si riesce a resistere in quelle condizioni non più di un minuto e quaranta secondi, e quando l’infermiera te lo toglie dalle mani facendolo roteare come un giocoliere tu speri di riabbracciare tuo figlio il giorno in cui si laureerà.

Farne un’anima? Dopo la prima ecografia che ci rivelò essere un maschietto, ricordo che fantasticai di farne un avvocato, un architetto, un laureato in scienze economiche; un vincitore del Pallone d’oro con la maglia dell’Inter, tutt’al più un campione di tennis, uno skipper, un produttore di vini nel Salento, uno chef da 3 stelle Michelin! Farne un anima!? Avrà senso nell’era della potenza tecnologica più dispiegata ? Cosa te ne fai di un’anima quando tra non molto potrai prenotare via Internet un drone telecomandato che te lo mandano a casa e ti stira le camicie e ti svuota la lavastoviglie? Poi torni a casa la sera e trovi il drone ridotto a ferraglia perché la tua colf lo aveva scambiato per un ladro e preso a bastonate.

Me lo immagino il confronto con gli altri genitori: «Mio figlio ha conseguito la maturità con il massimo dei voti al Liceo San Carlo, ha il diploma di miglior centrocampista offensivo conseguito quest’estate in uno stage a Rio de Janeiro, parla inglese fluently grazie alla permanenza bimestrale nel college Nathaniel Winkle di Brixton nella contea di Hampstead, e come hobby progetta applicazioni per iPad. E suo figlio?». «Stiamo cercando di fargli conseguire un’anima...». «...ma cos’è? Un liceo sperimentale, o frequenta una comunità di recupero per tossicodipendenti?».

E poi, un’anima come la si crea? Quanto incide una corretta alimentazione nel contribuire al progetto? E nel caso, sarebbe meglio una dieta iperproteica o senza glutine, oppure povera di sodio? E gli amminoacidi ramificati, la carnetina, oltre ad aumentare la massa muscolare, potrebbero far lievitare l’anima? L’anima è più sviluppata nei vegetariani o negli obesi? E quale attività sportiva predilige un’anima? Una disciplina aerobica o anaerobica? Mi spiego: è più adatta per un’anima la maratona o il curling? oppure sarebbe meglio lo sci da discesa con attrezzi curving o lo snorkeling con pinne lunghe? E poi che giochi si regalano a un bambino per agevolare il processo: pistole, frecce, Gameboy o il puzzle del Libro tibetano dei morti?

Ma soprattutto, a cosa serve un’anima? Nessuno più te la chiede; quando ti fermano i carabinieri si accontentano di patente e libretto; se acquisti su Internet, bastano carta di credito e mail e il resto del mondo pretende e desidera solo account e password! A pensarci bene, un’anima sembra la cosa più antimoderna che possa esistere, più antica del treno a vapore, più vecchia del televisore a tubo catodico, più démodé delle pattine da mettere in un salotto con la cera al pavimento; lontana come una foto in bianco e nero, bizzarra come un ventaglio, eccentrica come uno smoking e inutile come un papillon.

Telefonai a padre Bruno e chiesi: «Ma come si fa a fare un’anima?». E lui rispose: «Cominci con il ringraziare». «Chi?», domandai. «Il Padreterno che le ha donato un figlio e queste cose meravigliose che sono il mondo e la vita». «E se non ci credessi, se fosse tutto un caso?». «E lei ringrazi il caso, che non ha faticato meno del Padreterno, benedica la circostanza, ma non si dimentichi mai di ringraziare».

E poi aggiunse: «La seconda qualità dell’anima è la gentilezza, sia sempre gentile con tutti». «Anche con quelli sgarbati? Anche con quelli che ti fanno domande importune?». «Sì, sia sempre gentile e chieda: perché vuole saper proprio questa cosa? Vedrà che cambierà domanda o starà in silenzio».

Padre Bruno mi congedò perché era affaticato, mentre io avrei avuto altre cento domande da fargli a proposito dell’anima. «Le prometto che verrò a visitarla in sogno». Sorrisi della sua affermazione e dissi: «Ma non si disturbi, vengo io a trovarla in sagrestia». La notte stessa ci lasciò perché, come lui amava dire, era arrivato il giorno dell’appuntamento con la Persona più importante.

Un giorno ero assorto nei miei pensieri, quando un tizio in maniera assolutamente sgarbata mi rivolse la seguente domanda: «Perché ha parcheggiato la macchina in seconda fila?». Io misi in pratica il consiglio di padre Bruno e gentilmente chiesi: «Perché vuole farmi proprio questa domanda?». E lui: «Perché sono un vigile e questa è la sua bella contravvenzione, e mi ringrazi che oggi sono di buon umore, altrimenti gliela facevo rimuovere la sua bella macchinetta, ha capito?».

Ho ringraziato gentilmente. Ma poi guardando meglio mi accorsi che il vigile rideva, ma non solo era padre Bruno travestito. Lo stavo sognando! Mi abbracciò e chiese: «Allora come se la sta cavando con l’anima?». «Mi applico ma non ci capisco niente. Ma, padre Bruno, l’anima è una cosa che esiste solo nelle canzoni, quasi sempre in inglese...». «Si ricordi un’altra cosa: l’uomo supera infinitamente se stesso». E svanì come nella nebbia, anzi come in un sogno.

Al risveglio mi accolse il sorriso di mia moglie, e dopo essermi stiracchiato come un gatto le dissi: «Lo sai, amore, oggi sento che posso infinitamente superare me stesso». E lei rispose: «Come te la tiri!». Mi sa che ci vuole pratica per fare un’anima!

Vi salutiamo con affetto.

Il vostro Parroco e i catechisti

Quinta lettera. «Educare un bambino è un lavoro duro che richiede costanza. Ma è un santo lavoro». Le lettere di un papà

Carissimi genitori,
questa volta vogliamo condividere con voi una lettera scritta da un papà. Ve la offriamo perché la possiate leggere e discutere insieme come genitori. Noi sacerdoti della parrocchia saremo ben lieti di parlarne con voi insieme, se pensate che questo vi possa aiutare. Speriamo che le righe che leggerete vi aiutino ad amare ancora di più il vostro difficile ruolo di genitori, facendovi capire però quando è bello e insostituibile. Riceverete successivamente altre riflessioni sul compito di educare al bene e al male, sostenendo i vostri figli con i “sì” ed i “no” che dovrete dire. Vi ricordiamo nella preghiera con grande affetto

Il vostro Parroco e i catechisti

La lettera di un papà

Vorrei condividere con voi due riflessioni che nascono dal mio difficile, ma straordinario mestiere di papà

1/ Le cose non crescono da sole

Io penso che il problema grande, che sperimentiamo sulla nostra pelle, è che siamo portati a pensare che le cose crescano da sole: facciamo così nel matrimonio (che è una creatura come tutte le altre e va curata) e facciamo così con i figli: siamo portati a pensare che basta assicurare il cibo ed una casa e poi i bambini cresceranno con il tempo, magicamente.
Invece la crescita del bambino è un lavoro, anche duro, ma soprattutto costante, continuo. È un lavoro bellissimo, appassionante, che solo l'amore ci fa scoprire. Ma è un lavoro vero, e come tale necessita che noi tagliamo altre cose per fare spazio a questo impegno.
In questo dinamismo c'è un punto critico: noi vogliamo tenere tutto (impegni, carriere, hobby, cura della persona, sport, beauty farm) e vogliamo poi allo stesso tempo che la famiglia ci sostenga sempre. Alla fine della giornata, quando torniamo a casa, vogliamo solo rilassarci e non avere altri problemi ulteriori rispetto a quelli che il lavoro ci ha già messo innanzi.
Invece il ritorno a casa per un papà deve essere il momento di iniziare il lavoro, quando bisogna essere svegli, attivi... Se il lavoro ci massacra ed arriviamo la sera a casa che siamo una larva, c'è un problema!
Questo problema è sociale, riguarda l'organizzazione del lavoro, ma riguarda anche le nostre scelte. Di solito i bisogni dei figli sono messi in secondo piano: "il lavoro è importante, non ci posso fare niente se poi arrivo stanco a casa... c'è da capirmi". Ma forse bisognerebbe rivedere la scala delle priorità e se il lavoro è troppo faticoso cambiare il modo di lavorare, non fare troppe battaglie, ridurre l'impegno fuori casa se possibile.
Il problema non è secondario perché il grande nocciolo della questione educativa riguardo ciò che proponiamo ai figli ed i limiti che imponiamo loro. Per essere vigili su questi punti bisogna che noi non arriviamo al punto di rottura, quando viene fuori il mostro che alberghiamo, quando diventiamo violenti ed irascibili, quando perdiamo il controllo. Questo punto di rottura in un genitore stanco è molto più basso che non in un altro che riesce a “limitare” in qualche modo il lavoro.
I bambini che fanno capricci e i cosiddetti bambini "viziati" spesso perdono il controllo (in vario modo ma specialmente con pianti, lagne, opposizioni varie al cibo, ad andare a letto, ad interrompere un gioco ecc.), ma questo è, in fondo, una cosa normale per tutti i bambini: il fatto è che siamo noi che dovremmo insegnargli a gestire tutte queste emozioni/frustrazioni. Siamo noi che in quei momenti non dovremmo perdere il controllo, fermare i nostri piccoli (anche fisicamente se ce ne è bisogno, abbracciandoli).
Siamo noi a dover dire al bambino con serenità che non possiamo permettere che lui si comporti così e che glielo impediamo ed impediremo anche in futuro se sarà necessario, finché non sarà capace di farlo da solo. Dirgli che sappiamo che è un traguardo che raggiungerà presto e che noi siamo lì per aiutarlo in questo cammino.
Noi siamo alleati dei figli, non ulteriori nemici. Il bambino spesso nei confronti delle proprie crisi ha lui stesso paura ed è colpito da tali esplosioni di rabbia/agitazione che vive ed è ben contento di scoprire che accanto a lui ha una mamma ed un papà che sanno fermarlo, finché non ci riuscirà da solo.
Oggi molti problemi li viviamo sul piano affettivo: ci sono mamme che svegliano i figli già a letto la sera per giocarci insieme perché non li hanno visti per tutto il giorno, ci sono figli che dormono perennemente in stanza con i genitori, ci sono ancora figli che finiscono nel lettone tutte le volte che il papà è fuori per lavoro (con l’aberrazione di sperare che la notte papà lavori per poter dormire con la mamma)... tutti questi sono problemi dei genitori! Siamo noi che usiamo i figli come dispensatori di vita e di affetto, quando invece dovrebbe essere esattamente il contrario.

2. L'importanza della affidabilità delle parole che si dicono

Altro problema ampiamente diffuso è la mancanza di verità con i figli, la mancanza di coerenza in ciò che diciamo loro (minacce o promesse che poi non si verificano mai). Spesso si dicono bugie ai figli (affermazioni che poi regolarmente non si realizzano mostrandosi chiaramente anche a loro per quel che sono). Si dicono bugie anche a fin di bene (il bene “nostro” in genere!). Ma sempre bugie sono: e dicendo bugie non si rispetta l'intelligenza dei figli ed il loro essere persone.
Ma, forse, ancora più grave è la nostra mancanza di costanza: per uscire da una situazione difficile papà e mamma possono promettere delle cose o preavvisare il figlio dell'arrivo di una punizione se non cambierà atteggiamento. Ebbene queste promesse o avvertimenti vanno sempre rispettati - sembra una banalità ma non lo è. Le minacce si possono pure fare, ma stando bene attenti a minacciare qualcosa di fattibile, che poi dovrà puntualmente avvenire nel caso non fosse rispettato l'accordo. Altrimenti avranno semplicemente l'effetto di innalzare il livello della minaccia dichiarata, pena la mancanza di presa sul bambino, fino a raggiungere la completa indifferenza del figlio nei confronti delle stesse.
In realtà tutta la vita con i figli sottostà a dinamiche di questo tipo, dal momento in cui andare a dormire all'ora in cui mangiare ed in cui astenersi dal cibo, dall'ora in cui finire di giocare o guardare la TV fino a quando vestirsi la mattina e spogliarsi la sera, da come comportarsi con fratelli ed amici e come con gli adulti. Veramente tutto rientra in questo particolare tipo di rapporto che è la relazione educativa, dalla scelta delle scarpe a quella delle mollette.
Il problema è che l'educazione ha a che fare con tutto il rapporto che abbiamo con nostro figlio: non è semplicemente il fare alcune cose con lui o per lui. È un modo di essere, un habitus, che dobbiamo avere costantemente.
E non è una cosa che viene spontanea, ma anzi va pensata, programmata, decisa con la moglie e condivisa... È un lavoro, un santo lavoro, un lavoro che farà crescere degli uomini e delle donne, degli adulti... dei cristiani. Ed è forse la cosa di cui c'è più bisogno oggi.

Un papà

Sesta lettera. «Le regole ed i limiti rassicurano i bambini». La lettera di una mamma ad altri genitori

Carissimi genitori,
questa volta vogliamo condividere con voi una lettera che è stata scritta da una mamma. Speriamo che le righe che leggerete vi sostengano nel dare ai vostri figli quelle regole e quei limiti che li aiuteranno a crescere. Gesù stesso è venuto a mostrarci il volto di Dio, ma anche i comandamenti del Padre che ci guidano alla vera felicità. Per questo educare un bambino nella fede vuol dire anche aiutarlo a scoprire come è bene vivere e come la vita può diventare bella. Fin da piccoli!

Il parroco e i catechisti

«Le regole ed i limiti rassicurano i bambini». La lettera di una mamma ad altri genitori

Il bambino come ci viene consegnato, chiavi in mano, all'uscita dall'ospedale è un grumo di bisogno puro, dipende in tutto dalla mamma, “programmata” da Dio proprio per decifrare le sue necessità! Il bambino dunque chiede - anzi pretende, col suo pianto fatto apposta per colpire i nostri centri nervosi - l'immediato soddisfacimento di tutti i suoi bisogni. Non si deve dimenticare, però, che l'educazione del bambino può, anzi deve cominciare da subito.
Gli psicologi ci dicono che il bambino molto piccolo (all’incirca fino ai 6 mesi) non è capace di capricci. Se piange deve sempre essere consolato, tutti i suoi bisogni vanno soddisfatti: ancora non è il momento dei NO, non ci sono regole, va consolato e soddisfatto in ogni suo bisogno per aiutarlo a diventare sicuro, per fortificarlo. Sarà un lavoro, a volte faticoso ma lo faremo con delicatezza, pazienza, amore e spirito di sopportazione (solo le mamme possono capire quanto ce ne sia bisogno, specie di notte). Questo è il momento per chiedere allo Spirito Santo alcuni dei suoi doni (pazienza, pace, mitezza, dominio di sé) e a Maria, che ha provato prima di noi tutto questo, la sua potente intercessione.
Dai 6 mesi in poi, invece, il nostro atteggiamento deve pian piano cambiare. Poiché è stato cullato dalla pancia per nove mesi e si è nutrito in continuazione, vorrebbe continuare a farlo. Il distacco va attuato con grande gradualità, ma va pensato da subito. Altrimenti quando si presenterà il momento opportuno per cominciare a mettere delle regole?
Come dice Edith Stein, il bambino è un adorabile egoista: è irresistibile, ma vorrebbe essere al centro. Tende al massimo piacere, con il minimo sforzo, nel minimo del tempo. Pian piano, con dolcezza, bisogna insegnargli che un'altra è la via della crescita. Bisogna farlo per lui, perché solo così faremo il suo vero bene. Dovremo comunicargli che il mondo è un posto sicuro dove stare, con poche semplici regole certe, che il babbo e la mamma stabiliscono per lui, perché sanno cosa è bene e cosa è male per lui.
Il bambino è in grado di percepire anche solo intuitivamente questo messaggio e ne è grandemente rassicurato. Se ci sono dei muri, vuol dire che non si cade, se si resta dentro le regole vuol dire che non ci sarà un “incendio”, che non si “affogherà”: sono contenuto, pensa in modo embrionale il bambino, sono protetto da queste regole che i grandi sono capaci di mettere per me. La regola è come un muro che tiene il “lupo cattivo” fuori da quel confine, impedendogli di entrare: per questo, anche se in principio infastidisce, in realtà il limite rassicura il bambino.
Se invece al bambino viene dato tutto quello che chiede, questo significa per lui che ha il potere assoluto sulla vita. Ma questo è un potere troppo grande rispetto alle sue capacità: è un peso, è qualcosa di spaventoso. Il bambino invece desidera profondamente essere guidato, contenuto, indirizzato.
Soprattutto non si deve dimenticare che il bambino percepisce da subito quali sono i comportamenti corretti. I genitori lo educano non con le urla, bensì con la fermezza. Se si imposta bene fin dall'inizio il rapporto educativo, basta uno sguardo del genitore perché il bambino capisca che un atteggiamento è sbagliato. Quando un determinato atteggiamento viene vietato al piccolo - ad esempio, prendere cose che non gli appartengono o mancare di rispetto ad altri - l'autorevolezza del genitore deve far sì che il comportamento sia poi coerente. La cosa peggiore è proporre un atteggiamento e poi permettere che si faccia continuamente eccezione ad esso.
In proposito molto importante è il tono della voce: se il rapporto educativo è bene impostato, non ci sarà bisogno di alzarla continuamente, perché il bambino avrà imparato ad obbedire. Quando un adulto si abitua ad alzare continuamente il tono della voce sta già perdendo la sua autorevolezza con il figlio. Se, invece, la parola del genitore è autorevole, la sgridata occasionale aiuterà il bambino a percepire che ciò che sta compiendo in quel momento viene ritenuto dal genitore assolutamente inadeguato alla situazione.

Il dormire

Il bambino deve imparare quanto prima che il suo lettino è un posto sicuro e non minacciato da pericoli: può dormire da subito in una stanza diversa da quella dei genitori, i quali hanno il preciso dovere di conservare una loro intimità di coppia, anche solo per parlare, per riprendere il loro codice da sposi, e non essere solo e sempre genitori. Il “lettone” quindi dovrebbe essere uno spazio solo dei genitori. Certo se la mamma allatta al seno ed è molto stanca può essere naturale portare a letto il bambino in certi momenti, ma per un'esigenza dei genitori, non per una richiesta del bambino. Oppure se il bambino ha una malattia è normale che dorma nel letto dei genitori. Ma queste resteranno eccezioni. Non è bene, invece, che i bambini si accampino nel letto dei genitori, e non dormano da soli. Se il bambino non sarà abituato a questo, continuerà a svegliarsi per controllare di non essere solo. Se invece lo si abitua a stare nel suo lettino, magari con un pupazzo o comunque qualcosa che lo rassicuri, anche nel caso in cui si sveglia riprenderà facilmente sonno, perché avrà interiorizzato il messaggio che il letto è un posto sicuro. È importante anche trasmettergli la fiducia che lui è “abile”, cioè è in grado di stare da solo, perché vale e non ha sempre bisogno di assistenza.

Il mangiare

Anche nell'alimentazione bisogna passare al bambino lo stesso messaggio: «io ti voglio tanto bene, e io sono grande, quindi io so quello che è bene per te». È bene gradualmente cercare di fissare degli orari, e cercare di mantenerli con una certa elasticità, ma non nell'anarchia più totale. Quando comincia lo svezzamento, bisogna con pazienza insegnare che un pasto (poi pian piano due, e infine tutti) viene fatto con la pappa decisa dal pediatra. Se il bambino non la finisce non si può integrare con il latte del seno materno, perché altrimenti non si abituerà mai al nuovo gusto. Crescendo il bambino svilupperà gusti alimentari determinati, ai quali si cercherà di venire incontro, mantenendo però alcuni paletti (se il gusto prevede solo pane e cioccolata chiaramente non può essere assecondato!).

Il pianto dei bambini

I bambini con il loro pianto vorrebbero far credere che qualsiasi loro esigenza è questione di vita o di morte, mentre la sapienza dei genitori deve educare il piccolo a non attribuire eccessiva importanza a ciò che non lo ha. Quando un figlio piange per ottenere qualcosa, il suo pianto inconsciamente tende a far sentire l'adulto colpevole quasi che il genitore che non risponde alla sua richiesta fosse la causa della sua infelicità. Proprio qui si deve manifestare la sapienza educativa dell'adulto. Se fosse vero che è da quell'oggetto che dipende la felicità del figlio, egli, per amore suo, dovrebbe acquistarlo. Ma poiché l’adulto sa che la felicità è cosa più difficile, deve dire il suo “no” proprio per educarlo: «Tu piangi perché desideri che io ti compri qualcosa, pensando che quest'oggetto ti farà stare finalmente bene. Non è così, perché anche se io lo acquistassi, dopo poco tu cominceresti a piangere per qualcos'altro! Le cose che hai in realtà già bastano per essere contenti, anzi oggi sarai più felice se riusciremo a regalare qualcosa a chi ne ha bisogno. Perché c'è più gioia nel dare che nel ricevere». È necessario collocare le richieste dei figli nella giusta prospettiva perché divengano capaci di essere felici.

Una mamma

Settima lettera. Nel giorno del Signore. Vivere la domenica in famiglia

Carissimi genitori,
vogliamo questa volta parlarvi della domenica. Prima che ci fossero l’ebraismo ed il cristianesimo, nel mondo pagano, non c’era un giorno settimanale di riposo. In fondo è grazie al Dio di Mosè e di Gesù Cristo che il mondo ha scoperto la bellezza del sabato e della domenica. Ma qual è il vero senso del riposo festivo? E come vivere la domenica perché dia veramente pace ai nostri cuori e ci aiuti a donare un cuore sereno ai nostri figli?

1/ Scandire il tempo

Scandire bene il tempo vuol dire riconoscere ciò che nella vita vale veramente. Nel rapporto di coppia c’è il tempo della giornata in cui gli sposi si parlano: questo tempo permette loro di esprimere il loro amore, di vivificarlo, di celebrarlo. C’è poi il tempo del lavoro, quello del gioco, quello del riposo. Ci sono poi i giorni di festa, come gli anniversari, i compleanni, e così via. Certo noi ci amiamo sempre l'un l’altro, ma il compleanno ci dona il modo di celebrare la presenza di chi amiamo - e per questo ci disturba tanto quando qualcuno si dimentica dei nostri anniversari!

2/ Il significato della domenica

Nello scandire il tempo l’uomo esprime se stesso. I giorni della settimana ci ricordano la storia dell’Europa. Cinque giorni della nostra settimana portano il nome delle divinità pagane - ad esempio, “venerdì” viene da Venere. Un sesto giorno porta un nome ebraico, “sabato” da shabbath, che vuol dire in ebraico “riposo”, “cessazione dal lavoro”. Fin dal primo capitolo di Genesi la Bibbia ci ricorda che Dio non solo crea, ma che si “ferma” per godere di ciò che ha creato, indicando così all’uomo che deve giungere a riposarsi per ringraziare della vita, altrimenti il lavoro diviene maledizione. Proprio la frenesia del nostro tempo ci porta a correre, ma raramente a fermarci per ringraziare, per godere, per metterci alla presenza di Dio e vedere con i suoi occhi tutto ciò che esiste.
Domenica significa, invece, “giorno del Signore” - dies Domini. Gesù, risorgendo il primo giorno dopo il sabato, ha portato a compimento il significato del riposo ebraico. Non c’è vera pace e vera festa, non c’è vero ringraziamento e vera lode, se non perché la vita che viviamo è destinata alla resurrezione. Il tempo e la morte non possono più strapparci l’amore. Il bambino che avete generato è destinato ad amare per sempre ed a vivere per sempre, perché Gesù è risorto e la morte non ha più l’ultima parola sulla sua vita. Questo è il vero significato della domenica.

3/ Vero riposo non è perdere tempo, ma ritrovare il senso del vivere quotidiano

Talvolta ci sembra quasi che la domenica ci stanchi più degli altri giorni. Oppure ci sembra che, dopo la stanchezza della settimana lavorativa, almeno la domenica sia giusto non pensare a niente. È vero invece il contrario: ci si riposa veramente quando si scopre il significato della fatica che facciamo ogni giorno. La domenica ci è donata, perché in Dio ritroviamo la fiducia che vale la pena faticare per la nostra famiglia. I giorni della settimana non sono maledetti, bensì è il tempo in cui viviamo la vocazione che Dio ci affida. Dio è vicino ed allora tutta l’esistenza non è una corsa verso il nulla: ecco cosa ci dà motivo di festa e di serenità. I gesti cristiani con cui viviamo la domenica, se da un lato ci impegnano, d’altro canto ci danno una serenità diversa perché più profonda. Intorno ai segni della fede che condividiamo, rinnoviamo anche l’amore che unisce la nostra famiglia e troviamo la forza per superare le contrarietà e per ricercare di nuovo la via del perdono.

4/ Proposte per vivere il giorno del Signore in famiglia

Abbiamo già detto che i bambini imparano il rapporto con Dio e la carità verso gli altri che ne deriva non tramite concetti astratti, bensì tramite i riti. Essi amano i riti perché permettono loro di orientarsi nel tempo e di comprendere pian piano che esiste qualcosa di stabile, mentre tutto il resto muta intorno a loro.
Proprio la domenica li aiuta a celebrare la presenza di Dio, scoprendo che la famiglia in quel giorno particolare rivolge a Lui la sua attenzione e ne trae motivo di gioia e di festa.
Per il bambino, prima ancora che la Messa, saranno importanti quei gesti che si vivono di domenica in casa e che, prima di andare in chiesa, preparano il suo cuore alla diversità di quel giorno.

5/ Il vestito ed i cibi della festa

La domenica è giorno di festa: la festa è caratterizzata dalla gioia ma parte integrante di questa saranno i segni della festa che preparano e rendono possibile la gioia.
Il vestito domenicale dei genitori e dei bambini sarà tipico di una festa, sarà un vestito bello (l’espressione il “vestito della domenica” non è un detto provinciale, bensì la memoria di una tradizione cristiana!), un vestito degno dell’incontro con il Signore che torna a visitare gli uomini per incoraggiarli nel loro cammino.
La colazione ed il pasto saranno più buoni dell’ordinario, consumati tutti insieme nella sala da pranzo e non in cucina. La domenica è anche il giorno in cui comprare dei fiori per la moglie o fare una sorpresa ai figli! Con quei fiori si abbellirà la casa o la tavola.
La domenica è un giorno comunitario: si farà il possibile per stare insieme. Sicuramente ci si siederà tutti insieme per pranzare, a differenza degli altri giorni. Si farà insieme in famiglia anche qualche attività: un gioco con i figli, la visione di un cartone animato, una gita nelle belle giornate.

6/ Andare a Messa tutti insieme con i bambini, anche se molto piccoli

La domenica è il giorno in cui partecipare all’Eucarestia. Recarsi tutti insieme, genitori e figli, alla Messa farà percepire ai bambini l’importanza di quel momento, anche se non ne capiranno appieno il significato. La celebrazione potrà essere preparata dal papà - o dalla mamma - che racconterà ai figli durante la prima colazione il Vangelo che poi si ascolterà durante la Messa.
Si spiegherà ai bambini il senso della domenica, ma sarà anche importante superare le loro ritrosie quando vorranno passare tutto il tempo in casa o davanti al computer e non uscire per la Messa. I genitori potranno spiegare con grande naturalezza che la famiglia ha bisogno di vivere dei momenti in cui tutti insieme si è presenti e che la Messa è importantissima per incontrare Dio e ringraziarlo dei suoi doni.
Sarà molto bello per i bambini imparare i primi canti, quelli più facili fra quelli che vengono eseguiti a Messa. Ai bambini piace moltissimo il canto comune e pian piano li si scoprirà cantare i canti della domenica anche a casa!

7/ La domenica e la carità

La domenica è anche giorno in cui riscoprire la carità, anzi è il giorno più idoneo per gesti di carità, condivisi con i figli. È il giorno in cui donare l’elemosina, è il giorno in cui far visita ad amici o parenti, in cui vivere quei gesti che esprimono il senso della gratuità.

Vi salutiamo con affetto

Il Parroco e i catechisti

Ottava lettera. In ogni cosa rendete grazie. Pregare a tavola

Carissimi genitori,
vogliamo questa volta riscoprire con voi la possibilità di benedire insieme il Signore al momento dei pasti. Tutti sappiamo bene che il mangiare insieme è uno dei momenti che ci mostra la qualità dei rapporti che stiamo costruendo. Intorno al cibo possiamo sedere sereni, possiamo condividere le cose più belle che stiamo vivendo, ma altre volte possiamo anche avvertire la tristezza che abbiamo nel cuore. La preghiera al momento del pasto ci aiuta a vivere al cospetto di Dio la nostra vita quotidiana, con le sue gioie e le sue fatiche.

1/ Un gesto di lode per il Signore che crea la vita

Benedire la mensa è un’importante tradizione cristiana. Quale il suo fondamento?
Il cristianesimo è la religione nella quale nessun cibo è vietato, perché tutto è stato creato buono da Dio. Senza la fede cristiana non ci sarebbero in Italia né i tortellini, né il Brunello di Montalcino, né le salsicce o il Passito di Pantelleria! Anche qui si vedono le radici cristiane dell'Europa. Gesù, infatti, ha dichiarato che non c'è alcun cibo che rende impuri, perché il male viene piuttosto dal cuore dell'uomo. È per questo che tutti i santi, compreso San Francesco, hanno mangiato anche la carne, eccetto che nei periodi di digiuno.
La fede ci insegna che è bello mangiare ringraziando Dio che ci dona il cibo. In fondo, quando mangiamo è come se si ripetesse il gesto creativo originario di Dio: noi veniamo plasmati dalla terra, perché con l'energia che viene dal cibo e con il gusto di ciò che è stato ben cucinato, noi ritroviamo la forza e la gioia di vivere.
I Vangeli ci dicono che anche Gesù prima dei pasti benediceva sempre il Padre. Ad esempio, in occasione della moltiplicazione dei pani, egli «prese il pane e, pronunciata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro», ricorda il Vangelo secondo Marco.
Nel ringraziamento a Dio ci rendiamo conto che non è scontato avere anche oggi del cibo buono da mangiare. E ritroviamo anche la gioia di ringraziare chi lo ha preparato per noi.

2/ La benedizione della mensa in presenza dei bambini

La benedizione della mensa ha un grande valore nell’educazione alla fede dei bambini. Ormai anche loro mangiano a tavola, o comunque sono presenti. Per questo la benedizione prima di iniziare il pasto diventa un fatto capace, più di tante parole, di far scoprire loro la fede di noi adulti. Perché sono papà e mamma a rivolgersi a Dio e a lodarlo per il cibo che si sta per mangiare. Proprio loro che poco prima hanno fatto giocare il bambino. Che sono tornati dal lavoro, magari stanchi e nervosi. Sono loro che adesso chiedono un momento di silenzio, fanno il segno della croce e ringraziano Dio per il cibo che è sulla tavola.
Spesso si è persa l’abitudine di iniziare il pranzo con questo gesto. Compierlo per molti sembra quasi una forzatura, qualcosa che si scontra con la «praticità» della famiglia moderna, con la fretta nel consumare il pasto per potersi dedicare ad altre cose. Invece la preghiera a tavola rende più bello il ritrovarsi insieme per dividere il cibo. Per riscoprirla è però necessario che i genitori ne parlino fra loro e che riscoprano insieme la bellezza del gesto e la sua importanza: anzitutto nella loro vita, poi nell’educazione dei figli.

3/ In quali momenti benedire la tavola

Ma quando benedire la tavola? L'ideale sarebbe farlo tutti i giorni, nel momento in cui la famiglia si ritrova insieme per mangiare. Nella maggioranza dei casi ciò oggi accade la sera per la cena e per il pranzo della domenica. Sono momenti a cui bisogna tenere perché sostengono l’unità della famiglia e favoriscono lo scambio ed il dialogo. Certo, il pranzo della domenica ha un’importanza particolare e può essere preparato con più cura.
Non possiamo però dimenticare alcuni problemi. Talvolta potrebbe essere difficile ritrovarsi tutti insieme al momento di andare a tavola. Il bambino può aver avuto bisogno di mangiare prima, un genitore può arrivare tardi dal lavoro. L’importante è vivere questi momenti con pazienza e buon senso. La benedizione è un gesto capace di far ritrovare la giusta dimensione delle cose e di riportare la serenità.

4/ Come metterla in pratica

La benedizione è fatta da uno dei genitori. Tutti i presenti all’inizio fanno il segno della croce e alla fine rispondono «Amen», parola importante che ormai il bambino è in grado di ripetere e che lo renderà partecipe della benedizione. In certe situazioni il segno della croce può essere sufficiente: è il minimo che non dovrà mai mancare. Ma il piccolo rito diventa più ricco se si aggiunge una breve benedizione della tavola che è essenzialmente una preghiera di lode. Ma su questa può innestarsi talvolta quella di richiesta: almeno per coloro che non hanno cibo sufficiente a nutrirsi. La formula può essere molto semplice: Signore, noi ti ringraziamo per il cibo che è sulla nostra tavola, segno del tuo amore. Aiutaci a non dimenticare mai quelli che ne sono privi. Amen. Oppure si può dire: Benedici, Signore, noi e questo cibo che stiamo per prendere. Amen.
Ogni tanto può essere significativo sostituire la benedizione a voce con una preghiera di ringraziamento fatta in silenzio da tutti i presenti. Uno dei genitori, dopo aver fatto il segno della croce, potrebbe dire: «Oggi ringrazieremo il Signore in silenzio, perché il Signore conosce i cuori». Dopo qualche momento si dice: «Amen».
Verrà il giorno in cui il bambino chiederà di poter fare anche lui la sua benedizione. Sarà un momento importante, da accogliere con favore. Al di là di ciò che il bambino riuscirà a dire, è il segno che egli desidera diventare parte attiva della preghiera.

5/ Se c’è qualche ospite

Come comportarsi quando c’è qualche ospite a tavola? Spesso sorge un certo imbarazzo, forse perché si pensa che la cosa non rientri nelle abitudini del nuovo commensale. Invece sarebbe bene che la benedizione della mensa venisse fatta, a prescindere dalle sue convinzioni e anche dal suo credo religioso. A ben vedere sarà questo il modo migliore per manifestargli la nostra amicizia. La vera accoglienza, infatti, è far sentire all’ospite che la sua presenza non crea impaccio, non modifica le abitudini della famiglia. Proprio perché è un amico, di fronte a lui la famiglia può apparire per quella che è, può mostrarsi nel proprio vissuto, nella propria autenticità.
Per non cogliere di sorpresa i commensali, al momento di mettersi a tavola si potrà dir loro, con molta semplicità: «Nella nostra famiglia, prima di mangiare, siamo abituati a benedire la mensa». Sarebbe poi bello se nella benedizione ci fosse anche un ringraziamento per le persone presenti: «Signore, ti ringraziamo anche per gli amici che oggi sono con noi: la loro presenza dà gioia alla nostra tavola».

Vi salutiamo con affetto

Il vostro Parroco e i catechisti

Note al testo

[1] Dalla relazione di Franco Nembrini al Convegno della Diocesi di Roma, 11 giugno 2007.

[2] Dalla lectio di Benedetto XVI al Convegno della Diocesi di Roma 2012.

[3] Spe salvi 27.

[4] Andrzej Jawien - Karol Wojtyla, La Bottega dell'orefice, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 1979.

[5] Dall'omelia di Benedetto XVI del 9/9/2007, nel Duomo di Santo Stefano di Vienna.