Catechesi narrativa, liturgica o a partire dal Credo? La lettera di Antonio Rosmini a don Giovanni Stefani di Val Vestino ed una importante questione per l'odierno rinnovamento della catechesi, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 02 /06 /2013 - 14:19 pm | Permalink
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Per approfondimenti, vedi la sezione Catechesi e pastorale.

Il Centro culturale Gli scritti (2/6/2013)

1/ Catechesi narrativa, liturgica o a partire dal Credo? La lettera di Antonio Rosmini a don Giovanni Stefani di Val Vestino ed una importante questione per l'odierno rinnovamento della catechesi, di Andrea Lonardo

La catechesi sembra innamorarsi sempre di nuovo di un suo aspetto, trascurandone gli altri. Accade così che una certa epoca ritenga che per rinnovare la catechesi sia necessario tornare ad una presentazione sistematica dei suoi contenuti come àncora di salvezza, che altri esaltino la narrazione biblica come una novità capace di rinnovarla, che altri ancora scelgano la dimensione liturgica propria del catecumenato come il punto su cui poggiare la leva che solleverà il mondo[1].

Con grande sapienza l'esperienza della Chiesa ha sempre integrato le diverse modalità di presentazione dei contenuti della fede.

Una fede matura ha, infatti, bisogno di tutte e tre queste modalità.

Ha bisogno di una sintesi teologica, propria del dogma e della morale: per questo la catechesi insiste tanto sul Credo, sui Sacramenti, sui Comandamenti, sul Padre nostro (e, quindi, su di un “catechismo” che li presenti).

Ha bisogno di una conoscenza biblica seria e appassionata: per questo la catechesi insiste tanto sulla narrazione della storia della salvezza (e, quindi, sulla Bibbia come “libro” della catechesi).

Ha bisogno di una presentazione essenziale dei “misteri” di Cristo: per questo la catechesi insiste tanto sui “misteri” così come vengono presentati nell'anno liturgico (e, quindi, sulla partecipazione domenicale alla liturgia e sulla meditazione unitaria del significato di ogni solennità).

Questi tre linguaggi si debbono alternare nella catechesi, esaltandosi a vicenda e non sminuendosi. Possono caratterizzare tappe diverse di un itinerario, un periodo a partire dalle formule sintetiche elaborate dalla tradizione, un altro a partire dalla Scrittura ed un terzo a partire dalle feste liturgiche. Oppure le diverse modalità possono integrarsi in ogni incontro, come esemplificava splendidamente la Prefazione del Catechismo Romano:

«Riteniamo [...] opportuno avvertire i Parroci che ogni qualvolta essi sono chiamati a spiegare un passo del Vangelo o qualsiasi brano della S. Scrittura, la materia di quel testo, qualunque esso sia, ricade sotto una delle quattro formule riassuntive suddette [Credo, Sacramenti, Comandamenti, Padre nostro]; e a quella essi dovranno ricorrere per trovarvi la fonte della spiegazione richiesta. Nel caso, p. es., che si debba spiegare il Vangelo della prima domenica d'Avvento: “Ci saranno segni nel sole, nella luna, ecc.” (Lc 21,25), quanto si riferisce a tale argomento si troverà in quell'articolo del Simbolo: “Verrà a giudicare i vivi e i morti”. E cosi valendosi della spiegazione di quell'articolo, il pastore d'anime insegnerà insieme e il Credo e il Vangelo. Perciò in ogni suo impegno d'insegnamento e d'interpretazione prenderà l'abitudine di riferire ogni cosa a quei quattro generi di argomenti, ai quali fanno capo, come abbiamo detto, tutti gli sforzi e gli insegnamenti della sacra Scrittura».

Questo testo del Catechismo Romano deve essere corretto dove privilegia la dimensione del Credo su quella scritturistica, ma deve essere invece accolto dove mostra la reciprocità delle due modalità di espressione della fede.

Sarà così possibile superare quell'antinomia che l'allora cardinale Ratzinger aveva denunziato come una delle cause più profonde dell'attuale crisi della catechesi:

«la catechesi ometteva generalmente il dogma e tentava di ricostruire la fede direttamente a partire dalla Bibbia. Ora, il dogma non è niente altro, per definizione, che interpretazione della Scrittura, ma questa interpretazione, nata dalla fede dei secoli, non sembrava più potersi accordare con la comprensione dei testi... In questo modo, coesistevano due forme di interpretazione apparentemente irriducibili: la interpretazione storica e quella dogmatica»[2].

Se l'interpretazione biblica, quella dogmatica e quella liturgica della fede fossero irrimediabilmente diverse, la catechesi sarebbe impossibile. Proprio dall'armonia, invece, di queste tre dimensioni fiorisce la catechesi.

Illuminante per comprendere l'intreccio delle tre modalità suddette è la lettera di Antonio Rosmini a don Giovanni Stefani di Val Vestino nella quale il beato spiega al giovane sacerdote che si era a lui rivolto per meglio comprendere come strutturare la catechesi che esistono tre “modi di ordinare la dottrina cristiana” che sono tutti e tre “eccellenti”.

Rosmini si sofferma su questi tre modi:

1/ il primo va dal dogma alla morale e dalla morale al dogma (nel metodo rosminiano è importante partire sempre dall'uomo, perché di esso ognuno ha esperienza ed, in effetti, il suo Catechismo disposto secondo l'ordine delle idee comincia dalla domanda “Chi siete voi?”, cioè “Io chi sono? Chi è l’uomo?”)

2/ il secondo segue l'ordine delle feste liturgiche

3/ il terzo segue la narrazione della storia sacra, così come Dio ha voluto che si sviluppasse, dalla creazione in poi.

Si deve notare che Rosmini - e noi con lui - non intende con la parola “dogma” qualcosa di astratto o di dottrinale, bensì la fede cristiana espressa con poche parole ed in maniera semplice. Ogni uomo desidera profondamente sapere che cosa dica di nuovo il cristianesimo e se la sua proposta sia in grado di illuminare il “mistero” dell’esistenza umana. In questo senso si potrebbe dire paradossalmente che l’uomo moderno quando si avvicina alla fede per la prima volta è più interessato al “dogma” che alla Scrittura, mentre solo più lentamente matura in lui una passione perla Bibbia, man mano che cresce nella fede. Per questo "dogma" e "morale" - dove "morale" significa prospettiva esistenziale dell'uomo - si intrecciano nella lettera di Rosmini, obbligando il catechista a passare continuamente dall'una all'altra (sull'importanza della sintesi in catechesi, cfr.l'antologia di testi pubblicata al link I Catechismi di Lutero, di Calvino ed il Catechismo del Concilio di Trento. File audio di una lezione tenuta da Andrea Lonardo).

Di seguito il testo integrale della lettera secondo la versione italianizzata curata da Gianni Picenardi del Centro studi rosminiani.

2/ La lettera di Antonio Rosmini a don Giovanni Stefani di Val Vestino[3]. (“Lettera sopra il cristiano insegnamento”)

Don Giovanni carissimo.

La vostra lettera mi fu molto grata, sia perché proveniente da voi, sia perché scritta sopra un argomento così caro e vantaggioso, quale quello dell’insegnamento cristiano dei catechismi. Voi desiderate sentire da me qualcosa su ciò, né io mi sottraggo; ma magari sapessi dirvi ciò che vi fosse conveniente, come io desidero! Tuttavia vi dirò quanto ne penso e voi sappiate gradire la mia buona volontà.

Innanzitutto, ancor prima di indagare, quale modello, la stessa faccia della perfetta educazione, è cosa certa, che il maestro cristiano non deve né può avere esemplare diverso da quello che ha catechizzato tutta la terra, Gesù Cristo, mandato, come egli stesso annunzia, ad evangelizzare i “piccoli”, cioè ad educare i poveri di scienza e a consolare i poveri di beni veri col dono di quelli eterni. Egli, il cui sangue, dice l’Apostolo, parla meglio di quello di Abele, possedeva veramente le parole della vita eterna, insegnava con autorità, esprimeva principi più stabili del cielo e della terra. Come lui, non si udì mai parlare alcun uomo al mondo. Egli scaldava il cuore con i suoi detti e lo rendeva ardente nel petto; le sue parole apparivano divine, il suo parlare tutto spirito e vita. Insomma e chi oggi non lo sa? - egli stesso era il Verbo, la parola di Dio, il Maestro per essenza, la luce dei mondo[4].

Altri diranno che questa testimonianza è trita e comune; altri con maggiore preoccupazione della verità, osserveranno che quanto essa è nota e facile da stabilire, altrettanto è malagevole da eseguire. A quei primi non c’è da dare risposta, perché si mostrano così pazzi, che non il buono, ma il nuovo ricercano, molto meno paghi di possedere, che avidi di acquistare. Quanto ai secondi io sono persuaso, il mio Don Giovanni, che poi non sia così tanto impraticabile, come pure si ritiene. Ma una cosa è necessaria, senza la quale non solo è arduo, ma impossibile il venirne a capo. Sapete quale? Un cuore cristiano, un animo pieno di carità forte, persuaso intimamente delle verità evangeliche, formato, nell’assiduità della preghiera e della meditazione, all’intelligenza delle cose divine.

Questo conosceva bene e raccomandava quel grande san Carlo Borromeo, che in sé aveva tutto lo spirito della Santa Chiesa. E nel Concilio V, Milanese, celebrato sotto di lui l’anno 1579[5], si prescriveva, che nell’esame da farsi al predicatore (perché anche i predicatori s'esaminavano) si cercasse fra le altre cose, se gli fosse familiare l’uso della santa meditazione e dell’orazione mentale[6].

E veramente, quanto si ritrova diverso da se stesso l’uomo in una simile opera, quando dedicandosi alla pietà è abituato a masticare la legge divina e nella propria mente, quasi nel suo stesso stomaco, digerirla, secondo l’espressione di un antico[7], mediante quel calore di amor divino che suscita il pio meditare, per nutrirne poi opportunamente i fedeli quale sue proprie membra! Ben sovente mi avvenne di imbattermi in persone semplicissime, senza grande ingegno naturale né grande studio, che (non offendendomi io d’una ruvida corteccia delle loro parole) mi parlavano delle verità divine da angeli, con una soavità che m'innamorava, con una precisione che m'illuminava, con una eloquenza che mi trascinava.

Un pio curato di campagna, da me ben conosciuto, rozzissimo in tutto il resto, mi sembrava più che un Demostene quando prendeva a inculcare qualche verità eterna, tanto era l’evidenza, l’efficacia e la forza di cui la presentava fornita e con cui da tutti i lati assaliva il cuore[8]. Io mi confondevo, e comprendevo allora quanto più valesse la viva persuasione della verità, la grazia di Dio, lo zelo della sua santa parola, del nudo studio, dell'erudizione e del parlare pittoresco. Queste qualità esprimono parole fredde come ghiaccio, e non possono infiammare di carità nessun cuore; invece quelle ferventi mettono ogni cosa in incendio.

Con quelle il mondo fu convertito; con queste fu lusingato, adulato, divertito, come sembrano fare - e perché tacerlo? - i tanti predicatori da qualche secolo in qua. Seguiamo anche noi quella strada beata di Cristo e dei santi Apostoli, lasciamo questa di uomini vani, boriosi, ridicoli, che raccolgono vento momentaneo per unico frutto delle loro fatiche e divina riprovazione. Se mediante la grazia di Dio predicheremo prima a noi stessi, noi stessi ci convertiremo ed allora cominceremo ad esser validi e fruttuosi oratori per gli altri. Il nostro cuore, il nostro amore dobbiamo comunicare. Oh! quanto è da credere, che tenendo fissi gli occhi in Cristo, e non rimuovendoli (come si fa) da quel divino esemplare per volgerli a un mondo di moderni falsi predicatori, tralignanti, o almeno infinitamente lontani dalla scuola del solo maestro, i ministri della parola divina parlerebbero certo più semplicemente ma più vantaggiosamente, forse con minor magnificenza di dottrina profana ma non già con minor sostanza di cose che edificano, senza gonfiezza rumoreggiante e senza presunzione ma con affetto caldo, coll'eloquenza che s’insinua nei cuori e che rende sempre vincenti nel governo dei cuori[9].

Questo ve lo dico non perché voi non lo sapete, ma perché mi è dolce il ripeterlo ogni volta che me n’è data occasione. Però non dovete credere che io non apprezzi nel predicare l’arte e il senno naturale. Anche queste cose giovano, fornendo sia le ragioni da dire, sia i valori, sia i lumi di cui vestirle, ma ciò non supplisce niente affatto alla mancanza del fervore interiore, e d’un alto sentimento dei principi che si desiderano inculcare. L’ufficio proprio dell’arte naturale è quello di fornire materie ed ingegni, che la carità poi lavora ed usa a modo suo, dando loro, dirò così (per esprimermi con un termine scolastico), la forma che li eleva a mezzi spirituali. Poiché la grazia non distrugge la natura, anzi la perfeziona; perciò lungi dall’escluderla la suppone, nel modo stesso che la forma suppone la materia. Ma di questi precetti, intorno ai quali sono stati scritti tanti libri, non dirò nulla, rimettendomi a quelli. Pur se voleste che v’accennassi un piccolo compendio di buoni precetti, leggete la lettera che l’abate Natale dalle Laste scrisse al R. P. Giovampaolo da Venezia, M. O. Riformato, l’ultima fra le stampate dal Morelli, e ripubblicata poco fa dal Vescovo di Verona in separato, a norma dei suoi chierici.

In quanto all’ordine, con cui distribuire la materia dei catechismi, a me sembra che tre modi di ordinare la dottrina cristiana possono essere eccellenti, egualmente adatti all'insegnamento cristiano, conformi allo spirito della Chiesa e al vantaggio di chi ascolta.

[I modo: dal dogma alla morale e dalla morale al dogma]

Il primo è appunto quello che voi proponete, che sta nell’esporre prima la parte dogmatica, e poi la morale; ed anche di questo troviamo esempio nella Sacra Scrittura, che viene insegnando ora cose dogmatiche ed ora morali. Però bisogna avere questo riguardo: il dogma non sia mai disgiunto dall’istruzione della vita, essendo fine necessario dell’insegnamento cristiano quello di migliorare i costumi. E ciò che appartiene al miglioramento dei costumi può sempre intessersi con l'esposizione del dogma, se non come parte principale, almeno come accessoria.

Tanto più che non c’è verità dogmatica, dalla quale non si possano trarre bellissime conseguenze morali; né mai le regole della vita vengono presentate con tanta chiarezza e fornite di tanta forza, come quando siano derivate dai loro principi dogmatici. E questo è stato anche lo stile di S. Paolo nei discorsi che di lui ci restano, e nelle sue lettere, nelle quali espone prima delle verità teoretiche e poi ne deduce con assai calzante ragionamento delle verità pratiche, e passa infine anche a muovere gli affetti. Potete osservar ciò specialmente nella lettera agli Ebrei, nella quale di continuo serba quest’ordine.

Il che ancora è consentaneo alla natura umana: la quale non passa all’operare se prima non ami quelle date azioni, né prima le ama se non ne conosca il valore. Per cui di natura sua nell’uomo prima deve esser illuminato l’intelletto, e poi riscaldato il cuore, e mosso il volere. Ma parlando ai cristiani, che si suppongono conoscitori e persuasi della verità della fede, questo metodo, quantunque buono, non è il solo; si potrebbe anche invertire l’ordine, cioè prima cercare di migliorare i costumi con i precetti morali, poi illuminare maggiormente l’intelletto ben preparato dall’esposizione dei dogmi e dei misteri.

E questo era ed è tuttavia il metodo che tiene la Chiesa coi catecumeni, predicando loro la fuga dei vizi e la sequela della virtù, ed ancora esigendo da essi la prova della bontà della vita, prima d’introdurli nelle dottrine rivelate più misteriose. Ad ogni modo io credo che potrà essere buonissimo il metodo da voi proposto, di trattare prima il dogmatico e poi il morale della religione, quando queste due cose, come dicevo, non si disgiungano totalmente e si miri sempre a quel gran fine d’infondere la carità nei fedeli che ascoltano.

Per ciò non potete certamente trovare altro migliore strumento del Catechismo Romano, dove con grande semplicità e chiarezza è stesa e ridotta a quattro soli capi tutto quell’insieme d’istruzioni, che occorrono catechizzando[10].

[II modo: secondo le feste liturgiche]

Un altro ordine delle materie molto proprio e molto conforme alle intenzioni della Chiesa, che sempre raccomanda ai parroci, come si può vedere nello stesso Catechismo Romano, è quello di spiegare al popolo le sacre solennità che ella celebra lungo l’anno, seguendo continuamente la liturgia. Questa, come voi sapete, è regolata dalla maggior solennità dei cristiani, la Santa Pasqua, e la Chiesa viene di mano in mano, nei diversi tempi dell’anno, giudicati dalla sua sapienza più adatti, solennizzando i grandi misteri in cui consiste tutta la nostra religione. Ora, soprattutto perché la lingua latina non è più lingua del popolo, tornano sommamente necessarie delle istruzioni intorno alle pubbliche celebrazioni e preghiere, affinché il popolo si unisca allo spirito della Chiesa, che è lo spirito vero, col quale trattare con Dio.

Non c’è cosa più utile, né più importante e bella di questa, cioè di unire i figli colla madre, di fare che i figli intendano e s’imbevano dei sensi sublimi della loro genitrice spirituale, la cui bocca è retta dallo Spirito Santo e diretta alla santificazione dei suoi figli. Ma tutto è sterile nella Chiesa là dove non è accompagnato dalla parola: i riti e le preghiere sono movimenti e gesti vani, quasi scene e spettacoli senza senso, se la parola del sacro dottore non li rende intelligibili ed utili al popolo. Questa parola, che deve accompagnare tutto nella Chiesa, è la vita delle funzioni e delle solennità sacre e senz’essa non sono vive, ma morte.

Ora questa necessità di spiegare quanto la Chiesa dispone a onor di Dio, non si potrebbe prendere per regola nell’ordine delle materie da esporsi al popolo nei catechismi? In questo modo, seguendo fedelmente i passi della Chiesa nelle sue funzioni, non ci sarebbe verità che in un anno non si toccasse e spiegasse al popolo, e doppiamente, cioè colla voce e con le pubbliche celebrazioni; quanto poi non si potesse fare in un anno, si potrebbe aggiungere in un altro, cosicché dovendo omettere qualche parte delle dottrine cristiane nell’annuo corso per la loro vastità, non si ometta mai però un trattato intero, ma le parti meno essenziali d’ogni trattato teologico, per riservarle ad un altro giro annuale d’insegnamento.

Cominciando per esempio dal tempo d’Avvento, con cui inizia l’anno liturgico, si potrebbe insegnare al popolo la creazione dei primi uomini, la loro caduta, gli effetti del peccato, le promesse, le predizioni e le figure del Cristo, e di mano in mano sviluppare tutto il sistema della religione, colle dottrine intorno ai misteri della incarnazione, della nascita, della vita e della morte di Cristo, e della manifestazione alle genti (Epifania). Poi nelle domeniche dopo l’Epifania, gli effetti della redenzione, con tutto il trattato della grazia. Nella Quaresima s’apre il campo a parlare della penitenza e della unzione degli infermi, e dei modi di riacquistare la grazia perduta. Poi si celebrano i misteri della passione e della risurrezione di Cristo. Nel sabato dopo la Pasqua e nella domenica in Albis viene a parlarsi del battesimo, essendo questo il tempo in cui i catecumeni vengono battezzati.

Alla Pentecoste del sacramento della confermazione. Poi degli altri sacramenti, della fondazione della Chiesa, della diffusione del vangelo e tutta la dottrina intorno ad essa. Questo sarebbe l'argomento delle parti d’inverno e di primavera. Nell’estate, cominciando dalla domenica della SS. Trinità, si può parlare di questo mistero; poi viene l’ottava del Corpus Domini, adatta per parlare del sacramento eucaristico, del sacerdozio di Cristo e della partecipazione a questo sacerdozio fatta dagli altri sacerdoti, della venerazione dovuta a questi, del deposito che conservano delle divine scritture e qui, quanto si vuole o si può, è a dire dei libri ispirati.

Non abbiamo qui già quasi tutta la dogmatica? Cominciando dunque dalla sesta domenica dopo la Pentecoste, viene opportuno insegnar cose morali e prima della morale i fondamenti: l’onnipotenza di Dio, la libertà dell’uomo, la legge eterna. Quindi della fede, della speranza, della carità e col principio del trattato intorno alla preghiera privata e pubblica potrebbe terminare l’estate. L’autunno, cominciando dalla quattordicesima domenica dopo Pentecoste, si potrebbe parlare delle doti della preghiera e poi, coll’occasione delle feste della Beata Vergine, di tutti i Santi, di San Michele, della solennità della Santa Croce; si potrebbero insegnare di mano in mano le verità cattoliche circa l’invocazione dei santi, il culto degli angeli, della Santa Croce, delle Reliquie. Al giorno della Commemorazione dei fedeli defunti il discorso è naturalmente intorno a questi e poi bella occasione troviamo di parlare della pazienza, della fortezza, due figlie della speranza, della moderazione, del serio contegno dell'uomo cristiano, della carità verso il prossimo, dell'elemosina e, in ultimo, si può finir l’anno ragionando intorno allo stato della Chiesa, intorno alle promesse future, della conversione dei Giudei, del giudizio, della fine del mondo e della rimunerazione celeste.

Quest’ordine, che io in fretta vi ho abbozzato, seguendo la traccia della liturgia, voi potreste ordinarlo meglio, e grazie alle vostre rare doti eseguirlo assai convenientemente. A seguire un tale filo di cose vi gioverà fra i Breviari quello della Congregazione Benedettina di S. Mauro stampato in Parigi l’anno 1787, il quale tenni specialmente sottocchio nel tracciarvi un tal corso di dottrina, come quello che offre una compendiosa raccolta ben ordinata dei più bei testi della tradizione ecclesiastica in tutte queste materie.

[III modo: secondo la narrazione della storia sacra]

Infine il terzo metodo è quello che avrete veduto proposto nel libro di Catechizzare i rozzi, composto da Sant’Agostino e da me volgarizzato. Questo metodo io lo credo bellissimo ed eccellentissimo; segue il filo della storia sacra e dai fatti avvenuti successivamente nel mondo per disposizione della divina provvidenza, fa pullulare e fiorire tutte le verità rivelate sia dogmatiche sia morali.

Così si viene sviluppando tutto il sistema della religione in quell'ordine stesso nel quale Iddio l’ebbe sviluppato per gli uomini; congiunge varietà di cose, amenità di fatti, facilità di condotta; non stanca l’uditore, ma lo ricrea e sempre con novità di ambientazione lo richiama a nuova attenzione, entra agevolmente anche nel rozzo, perché si apre agevolmente il passaggio colle storie; le verità congiunte agli esempi restano sigillate meglio nella memoria, meglio impresse nel cuore e per la pratica condotta della vita riescono più efficaci.

Ciò non di meno, per quanto il metodo sia bello, lucido, vantaggioso, non converrà mai che il catechista, specialmente se è parroco, cioè se ha la cura generale di quelle anime a cui parla, metta a se stesso dei ceppi e dei legami tali, da non saper indirizzare il suo discorso a quanto è più vantaggioso al tempo. Non c’è difetto così grande nel parroco che ammaestra, quanto il percuotere colle sue parole l’aria, dicendo solo cose generali, senz’entrare coll’animo nel bisogno presente del suo gregge e battere là dove sono i difetti.

Il catechista parroco starà attento a tutto e parlerà con gran fiducia sopra i bisogni del giorno, sempre con modo prudente e caritatevolissimo, tuonando contro quei mali che germinano quotidianamente. Per questo fine egli alternerà digressioni ed episodi nel metodo preso, si permetterà delle divagazioni ed anche lo interromperà se occorre, non essendovi nulla più utile quanto un parlare a proposito e a tempo.

Allora si ritengono e comprendono meglio le verità e i principi quando si riconoscono importanti nelle circostanze presenti; quando sono dettate dal caso concreto, è allora che divengono con palmare ragione persuasive. È allora che il parroco parla da uomo autorevole e di senno, e non si conforma ad una vana formalità e consuetudine.

E l’insegnamento apparirà tanto più naturale e calzante, quanto meno egli avrà bisogno della memoria, ma formerà il discorso sul momento. Allora il ragionamento sarà più a proposito e più da uomo serio e di forma apostolica. La memoria non è che un rimedio e un surrogato introdotto per supplire la sterilità dell’ingegno e il difetto dell’invenzione e forse anche la freddezza dello spirito.

Quando però il sacro istruttore parla di quello di cui ha la mente e il cuore pieni, allora egli sa ben rendersi conto dei casi accidentali che avvengono e trarre frutto utilissimo da quelli. Per esempio l’improvvisa morte d’una persona che visse pubblicamente in scandalo, la morte di un grande, o tali altri casi si devono utilmente trattare dal maestro cristiano; lo farà sicuramente quando lo zelo delle anime a lui affidate, congiunto con la prudenza sacerdotale, sia quello che lo conduce nei suoi sacri insegnamenti.

Non credo che si possa dare nessun precetto più importante di questo. Ma già mi basta di avervi fatto un cenno, secondo il vostro desiderio, di questi pensieri, non miei ma di tanti santi uomini, che più volte li posero nei loro libri e da cui giova trarli, e con nuove parole quasi rinfrescarli alla memoria comune.

Dico di nuovo per conclusione, che quello che soprattutto sento essere efficace, è l’amore della religione, il fervore e lo zelo per la causa di Dio e della salute delle anime. Oh preghiamo, amico, che Iddio conceda pure a noi grand’abbondanza di così grande tesoro dei Santi. Non altro desidero e son certissimo, che per ogni arte e per ogni scienza ci servirà lo Spirito Santo, che si diffonde nei nostri cuori; amatemi in esso. Addio.

Da Rovereto, lì 15 ottobre 1821.

Vostro ROSMINI.

Note al testo

[1] Abbiamo già proposto 6 criteri per un rinnovamento della catechesi e questo sulla complementarietà dei metodi necessari per presentare i contenti ci appare ora come un VII criterio costitutivo per una riflessione armonica. Sui 6 criteri già proposti, vedi Gli snodi fondamentali per un rinnovamento della catechesi e dell'Iniziazione cristiana. Relazione al Convegno catechistico regionale dell’Umbria, di Andrea Lonardo e le brevi note Che cosa si deve propriamente intendere per catechesi dei bambini e dei ragazzi di “ispirazione catecumenale”? Note I-VII, di Andrea Lonardo.

[2] J. Ratzinger, Transmission de la Foi et sources de la Foi, conferenza tenuta il 15 gennaio 1983 nella basilica di Notre-Dame di Fourvière a Lione ed il 16 gennaio 1983 nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi e disponibile on-line Le conferenze sulla crisi della catechesi tenute a Lione ed a Parigi nel 1983 dall’allora cardinal Joseph Ratzinger: la trasmissione della fede ed il problema delle fonti.

[3] Giovanni Stefani di Val Vestina (o Vestino) sul versante delle Alpi trentine verso Brescia, era uno dei più cari amici di gioventù che avesse A. Rosmini, il quale, prete novello, interessa l’amico, prete novello anch’esso, ad occuparsi con zelo nella educazione dei giovanetti cristiani. Lo Stefani fu ben presto assunto da un Principe di Lisbona come educatore di suo figlio; ma essendo questi morto dopo qualche anno, passò la più parte della sua vita a Parigi, non dimenticato mai dal Rosmini, e a Parigi morì nel 1881. Questa lettera fu stampata a Rovereto nel 1823 dal Marchesani; a Firenze nel 1827 dal Conti; a Lugano nel 1834 nelle Prose; e nel 1836 nel Cattolico; e finalmente a Milano nel 1838 nella Catechetica delle Prose Ecclesiastiche di A. Rosmini. - Nota dell’Editore.
[Nota de Gli scritti: Sulla lettera e sull'intera proposta catechetica del Rosmini, cfr. G. Biancardi, La lezione catechistica del beato Antonio Rosmini, di Giuseppe Biancardi (articolo apparso in due parti, la I su "Catechesi", n. 4 del 2007-2008 e la seconda su "Salesianum" 2010 (72), pp. 265-290)].

[4] Cfr. Luca, 4,18: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore»; cfr. Ebr, 12,24: «al Mediatore della Nuova Alleanza …»; cfr. Gv, 6,69: «noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio»; cfr. Mt 9,6: «Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati …»; cfr. Mc 2,10: «Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati …»; cfr. Mt 24,35: «Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno»; Gv 7,46: «Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!»; cfr. Lc, 24,32: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?»; cfr. Gv 3,34: «… colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio e dà lo Spirito senza misura», 6,63: «… le parole che vi ho dette sono spirito e vita», 1,4: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini».

[5] CONCILIO PROVINCIALE MEDIOLANENSE V, Costituzioni Parte III, Titolo II: “Motivazione degli esami”, in C. CAJETANO, Acta Ecclesiae Mediolanensis, Milano, P. Pagonio, 1843, vol. I, p. 265 e 271: «Nel governo della Chiesa è necessario che vi siano molteplici esami sulla disciplina e professionalità del ministero sacerdotale … così pure si richiede un’approvazione per confessare e predicare …», «…Si richiede anche … quale familiarità abbia [il predicatore] nella santa meditazione e nell’orazione mentale».

[6] Vedi ancora S. AGOSTINO, La Dottrina cristiana, 4,15,32: «Il nostro oratore dunque parlerà di cose giuste, sante e buone - di null’altro infatti deve parlare -; e parlando di queste cose userà ogni risorsa possibile perché lo si ascolti in maniera comprensibile, con piacere e con docilità. Il fatto poi che riesca a tanto - se ci riesce e nei limiti entro i quali ci riesce - non dubiti di attribuirlo più alla devozione nella preghiera che non alle risorse oratorie: per cui, dovendo pregare e per sé e per coloro ai quali rivolgerà la parola, sarà prima uomo di preghiera che predicatore. Avvicinandosi l’ora di parlare, prima di muovere la lingua per parlare sollevi a Dio l’anima assetata, in modo che proferisca quel che ha bevuto e versi ciò che lo riempie. In effetti, su ogni argomento che tocchi il campo della fede e della carità ci molte sono le cose da dire e molti i modi con cui le può dire chi le conosce. Ora chi potrebbe valutare rettamente cosa noi dobbiamo dire volta per volta o cosa si aspettano gli uditori di ascoltare da noi all’infuori di colui che penetra i cuori di tutti? E chi fa sì che noi diciamo quel che occorre e com’è necessario se non colui nelle cui mani siamo noi e tutti i nostri discorsi (Cfr. Sap 7,16)? Pertanto chi vuol conoscere la verità e insegnarla impari, certo, tutto ciò che deve insegnare; si procuri una capacità espressiva quale conviene ad un uomo di Chiesa; ma giunto il momento di dover parlare, pensi che a una mente bene intenzionata conviene regolarsi come diceva il Signore: Non pensate a cosa o a come dovete parlare; vi sarà dato infatti in quel momento ciò che dovete dire, poiché non siete voi a parlare ma parla in voi lo Spirito del Padre (Mt 10,19-20). Se è dunque lo Spirito Santo colui che parla in coloro che per Cristo vengono consegnati ai persecutori, perché non dovrebbe essere lo stesso Spirito Santo a parlare in coloro che presentano Cristo a chi lo vuole conoscere?».

SAN GREGORIO [MAGNO] PAPA, Omelie su Ezechiele, Omelia XI, n. 8: «Ecco che il profeta è di nuovo ammonito a non aver la presunzione di dire ciò che non ha udito; … Chi predica in modo autentico, come si è detto, porge l’orecchio del cuore al discorso interiore per poi aprire la bocca nella proposta esortativa»; e nel Pastorale.

[7] AUTORE INCERTO, Trattato incompiuto su Matteo, Omelia 38 sul cap. 21. Fra le opere di S. Giovanni Crisostomo, [È un testo in lingua latina, risalente agli inizi del V secolo e tramandato sotto il nome di Crisostomo. Si discute tuttora se si tratti di una traduzione latina di un testo originale greco.] in Patrologia Greca, vol. 56, p.839: «Come lo stomaco ricevendo il cibo lo digerisce e trasforma in se stesso e lo distribuisce per l’intero corpo; così anche i sacerdoti acquisiscono da Dio la capacità di predicare per mezzo della Sacra Scrittura, ed elaborandola in se stessi, cioè ragionandoci e meditandola tra di sé, la distribuiscono all’intero popolo».

[8] Questo disse a noi più volte Antonio Rosmini del parroco di Terragnolo, villaggio alpestre dell’alta valle che dà l’acqua del Leno. – N.d.R. [Paoli].

[9] Se mi si domandasse quale io credessi il più saggio dei moderni oratori ecclesiastici, non esiterei affatto a nominare il P. Antonio Cesari dell’Oratorio.

[10] Il parroco e il sacerdote, bramoso di provvedersi della scienza opportuna, non trova solo nel Catechismo Romano un compendio eccellente di sana dottrina, ma ben anche un filo che lo può condurre nello studio delle cose divine; perché nei margini del libro gli sono indicate le fonti dei padri e dei teologi da cui egli può attingere in abbondanza le testimonianze e le dichiarazioni delle singole verità. Quanto non sarebbe desiderabile che inculcando nel clero un più grand’amore allo studio, ciascun sacerdote cercasse di fornirsi d’una discreta biblioteca a cui poter ricorrere per approfondire maggiormente le cose teologiche inerenti al suo ministero!