Cina: appunti sparsi senza pretese, di A.L., L.d.Q., G.M.

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 15 /09 /2013 - 14:51 pm | Permalink
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Questi appunti non hanno altra pretesa se non quella di fissare alcune impressioni, assolutamente parziali e discutibili, al fine di favorire ulteriori approfondimenti ed uno scambio di idee con persone eventualmente interessate.

Il Centro culturale Gli scritti (15/9/2013)

Una religiosità pre-cristiana

Il popolo cinese è un popolo pre-cristiano che non ha mai rifiutato Cristo perché non lo ha mai conosciuto. Nella semplicità della preghiera di tanti cinesi nei templi buddhisti e taoisti si manifesta l’eterna religiosità dell’uomo che chiede grazie per la vita (amore, salute, figli, lavoro, successo – e, misteriosamente, “la” grazia) – senza ben sapere a chi le chiede. I cinesi chiedono, ma non sanno a chi chiedono.

Il marxismo maoista ha lottato contro questa fede semplice, smantellandola, ma senza riuscire a cancellarla del tutto. In particolare la Rivoluzione culturale, dal 1966 al 1976, si è abbattuta sulla religiosità popolare con i suoi quattro “no”: “No alla cultura, alle abitudini, alla tradizione, alle idee”. In quel decennio sono stati smantellati quasi tutti tempi buddisti, taoisti, confuciani e sono stati perseguitati i monaci. Cfr. su questo La morte dei mille tagli. La distruzione di Pechino (da Tiziano Terzani).

L’atteggiamento del maoismo dinanzi alla cultura è si è caratterizzato per alcuni parallelismi con il marxismo gramsciano: è evidente che si è attribuita importanza alla cultura in vista di una egemonia culturale, perché senza la leadership culturale, l’economia non è sufficiente a produrre e conservare la rivoluzione – in uno dei manifesti maoisti si affermava, rivolgendosi ai soldati, ai contadini ed agli operai: “Più tu studi, più chiara sarà la tua mente”. In altri manifesti campeggiavano Einstein o Darwin, quest’ultimo con una citazione di Lenin che arruolava il padre dell’evoluzionismo che non era ateo a servizio della fine di Dio.

Confucio, in particolare, con le sue sottolineature del rispetto dell’ordine sciale venne squalificato in quegli anni come “servo del sistema”.

Gramsci, però, aveva una maggior rispetto della storia e dello spirito del popolo rispetto al marxismo maoista.

Nonostante la devastazione maoista, nello spirito cinese resta qualcosa della tradizione antica, sebbene in forma attenuata, ora che Mao non è più amato – a Shangai addirittura, una guida si rifiuta di parlare di lui dicendo che non esiste niente di significativo in città riguardare Mao (cosa ovviamente non vera).

Resta ciò da cui probabilmente tutto è iniziato: la venerazione dei morti e degli antenati. Coloro che hanno vissuto prima di noi sono comunque presenti, si brucia l’incenso per loro, li si ricorda nelle feste dei morti. Ed anche la maggioranza che si definisce non credente, ha rispetto di chi ricorda gli antenati, sia i propri, sia quelli della nazione e della tradizione.

Straordinaria in tanti è la grande gentilezza, unita ad una umiltà di tratto: è la grande tradizione antica che ha plasmato l’atteggiamento di un popolo e che continua a risplendere.

Una guida afferma -  a differenza delle altre che parlano di una popolazione atea – che è  sbagliato definire i cinesi atei, sarebbe meglio definirli non praticanti.

Comunque la Cina antica se non ha conosciuto Dio, certo ha conosciuto il Maligno, così come è avvenuto le religione pagane della Scandinavia e dell’antica America. Esso è raffigurato e c’è la coscienza di una lotta contro il male che è da affrontare.

Buddhismo d’oriente e d’occidente

Il buddhismo è presente, anche se non diffusamente, nella forma più popolare, forse la più vera, quella del “grande carro”. Non ci si rivolge al buddhismo per viverne gli insegnamenti, quanto piuttosto per chiedere aiuto al “cielo”. Le immagini del Buddha sono sempre molteplici, mai isolate. Questo da un lato manifesta che il buddhismo non è “materiale”, non è interessato all’individualità unica e irripetibile. D’altro canto proprio la versione popolare del buddhismo stesso mostra che ci si rivolge al Buddha o ai Bodhisattva esattamente a motivo della “materia” nel suo senso più semplice e reale e, per questo, a nostro avviso, più nobile: amore, sicurezza, salute, salvezza dei propri morti, lavoro, successo.

Frequentissima la raffigurazione dei tre Buddha, del passato, del presente e del futuro, così come quella dei 1000 Buddha, proprio perché non si attribuisce importanza all’unicità che è propria del cristianesimo che è assolutamente concreto e carnale.

Nel buddhismo popolare si supplisce a questa mancanza di carnalità con i Bodhisattva, in particolare con Guanjin, rappresentato come donna, come madre. In cinese Guanjin vuol dire “che vede e ascolta”: la sua presenza è personale nella mentalità dei cinesi. Aiuta proprio te e viene in tuo soccorso, rappresentata con mille mani e mille occhi. Non è inazione, bensì è azione provvidenziale che previene e supera i meriti individuali del credente.

Nel museo di Shangai un’interessantissima sezione dedicata alle sculture buddiste antiche spiega che il buddhismo in Cina è stato definito da uno studioso a ragione la “religione delle immagini”, per aver sviluppato immensamente la statuaria e la venerazione delle raffigurazioni. Che differenza con il buddismo nostrano!

Nei templi tutto è materia e rito. La tradizione ha realizzato Buddha d’oro, di giada così come di ogni altro materiale prezioso – si veda solo il Buddha coricato (il Buddha cioè entrato nel Nirvana) nei pressi di Pechino la cui statua bronzea pesa 54 tonnellate. Il Tempio della Porta del Dharma (Famen Si), vicino Xi’an, conserverebbe la veneratissima reliquia della mano del Buddha che il re Asoka, il “Costantino del buddismo”, avrebbe inviato in Cina dopo la cremazione del corpo del Buddha, per favorirne la diffusione.

Le persone, le guide in particolare, rivolgono ai templi buddhisti le stesse critiche che si rivolgono in Europa a chiese, preti e monaci. Nei templi non vige più la povertà di un tempo - si afferma - ed anche nella storia i monasteri buddhisti sono stati ricchissimi ed hanno per questo avuto conflitti con il potere statale.

Il re Asoka unificò l’India sotto il suo potere diffondendo il buddhismo come religione dell’intero stato, in una commistione fra religione e compagnie statale che poi passò al Tibet  – nel tempo, poi, l’India si allontanò dal buddismo.

Totalmente diversa è la visione confuciana che è stata spesso in conflitto con il buddhismo: Confucio, ad esempio, amava mangiare carne ed era rivolto esplicitamente alla politica ed alla vita sociale. Per questo molte delle dinastie imperiali cinese hanno poi strutturato tutta la formazione dei funzionari a partire dagli insegnamenti confuciani. I templi confuciani sono, in realtà, le antiche scuole di formazioni dei funzionari imperiali.

L’uomo, comunque, in nessuna di queste prospettive è importante di per sé. L’essere umano è visto piuttosto come parte dell’insieme, sia esso la natura che lo Stato. Non si da niente di simile ad un umanesimo od un rinascimento: l’uomo non è mai al centro.

Anche nella nuova prospettiva capitalista, conta l’uomo che ha successo, l’uomo che riesce, l’uomo che è capace, non l’uomo punto e basta. Solo a motivo di una dignità incomparabile, indipendente dai meriti acquisiti e, quindi, derivante dal Creatore, si può strutturare una centralità dell’uomo. Ma certo ben prima del capitalismo è stato il marxismo a fare piazza pulita della centralità della persona e del “cuore” umano.

Nella tradizione cinese, comunque, prima di tutto è la “natura”  che conta, nel suo equilibrio di opposti armonici. Anche la pittura cinese, estremamente naïf, predilige i paesaggi, i giardini, gli animali e dipinge su questo sfondo l’uomo, senza mai sottolineandone raramente in modo esplicito il ruolo.

Si capisce bene perché l’impressionismo europeo abbia amato la pittura cinese e giapponese – ben diverso è allora Van Gogh, dove l’uomo è l’uomo!

Interessante è anche l’immagine del Buddha che sconfigge le divinità eretiche, riconducendo l’uomo alla verità del vero culto.

Imperi, soldati e concubine

Enorme era il potere imperiale. Alla morte dell’imperatore le concubine venivano sepolte nel sepolcro insieme a lui.

L’esercito di terracotta, opera del “primo imperatore”, cioè di colui che per la prima volta ha unificato la Cina, Qin Shihuang Di (221-209 a.C.), rappresentano una variante di questa idea. L’esercito scende nella morte a difesa dell’imperatore.

Bellissimo a vedersi, l’esercito di terracotta è ovviamente una follia ed un segno di megalomania. Non per niente i contadini si ribellano all’imperatore e distrussero l’intero esercito. Sono evidenti resti dell’incendio, così come l’assenza delle armi che vennero tutte asportate.

L’imperatore presiedeva al calendario ed alle misure agrarie – poiché decisiva era la produzione agricola. Era lui a compiere i sacrifici più importanti, con animali che venivano immolati e fatti salire nel fuoco, così come con offerte di frutti della terra e con incensi.

Le divinità antiche possono essere poste in relazione con quelle del pantheon pagano di tutti i popoli, con dèi della fecondità, della luna, del raccolto e così va. Al di sopra di tutto era il Supremo Signore dell’Augusto Cielo (Huangtian Shangdi) a cui è dedicato il Tempio del Cielo a Pechino.

Wen Zhou, la città dei cinesi italiani

Tutti gli immigrati cinesi in Italia vengono da una sola città, Wen Zhou, e mai un sindaco italiano ha proposto un gemellaggio con questa città! Incredibile! Se si giungesse ad un gemellaggio con questa città, si potrebbe così interagire con la tradizione delle famiglie cinesi in Italia che, alla nascita del bimbo, lo fanno subito partire all’età di 3 o 4 mesi perla Cina perché impari la lingua, per farlo poi tornare all’età delle scuole medie perché impari l’italiano.

Affettività e pudore

C’è grande pudore per la sfera affettiva. Ancora al liceo si dice ai ragazzi che non è bene fidanzarsi, che bisogna pensare innanzitutto a studiare, che ci sarà tempo poi. Nella mentalità corrente non avrebbe senso alcuna rivendicazione di presunti diritti gay in pubblico.

C’è grande tenerezza fra fidanzati e sposi. Ed anche con i bambini sembra molto bello il clima che si respira. C’è consapevolezza del grande mutamento che è stato introdotto con la legge che obbliga ad avere un solo figlio. Chi ne genera un secondo sa bene che non potrà avere alcun aiuto dagli ospedali che si rifiuteranno di assistere la partoriente. Multe molto salate sono previste per le persone più abbienti. Ovviamente – “ovviamente” nel senso che è secondo la mentalità corrente - si desidera un maschio e gli aborti di bambine sono molto frequentiper le famiglie che non sono disposte a rinunciare all’idea di un maschio. Come in India questo sta squilibrando lentamente il rapporto maschi e femmine con effetti difficili da prevedere nel futuro (cfr. su questo il bellissimo libro di Maalouf di cui vedi la nostra recensione Il primo secolo dopo Beatrice, di Amin Maalouf, lancinante romanzo sul dramma del mondo contemporaneo. Appunti di Andrea Lonardo). Si ritiene da parte di alcuni cinesi che fra qualche decennio l’India supereràla Cina come numero di abitanti.

Mao riteneva invece che le nascite fossero una forza della nazione.

Fra le immagini imperiali, ripetute oggi in ogni grande supermercato, il leone appare nella sua forza, con il mondo come una sfera ai suoi piedi, ma anche come fecondità, con un cucciolo con cui gioca come un padre gioca con un figlio.

Tradizione e modernità

Raccontano di una cinese che parlando dell’Italia ha commentato: “Gli italiani non hanno al presente creatività, non sono innovativi, vivono degli allori del passato, sono ancorati ai loro ruderi”. Ed è proprio così: la Cina sembra un cantiere immenso, fiera dei suo grattacieli e della sua economia continuamente protesa verso la ricerca scientifica e tecnologica.

Ma, proprio per questo, ormai staccata dalla tradizione. Veramente l’Italia sembra addormentata, dinanzi alla Cina. D’altro canto, la tradizione cinese viene solo ora riscoperta dopo il maoismo, ci sono turisti cinesi dappertutto nei luoghi antichi.

Si ripete all’infinito che la Cinaha 500 anni di storia, anche se al cinese moderno questa storia non sembra interessante quanto la modernità. In effetti la tradizione cinese è molto semplice. Le strutture architettoniche appaiono, imponenti, ma sono poi composte di legno, con immagini che si ripetono all’infinito. Non ci sono grandi maestri, come nel nostro umanesimo o rinascimento.

Per quanto possa sembrare strano, è L’Europa che si sente moderna ad avere una tradizione grande almeno quanto quella della Cina, ma più antica e raffinata. La Cina ha invece una tradizione di modi, di stile, di rispetto ed ha la grinta della modernità e del progresso.

La semplicità si vede anche dai giardini. Amatissime nel passato e nel presente sono rocce semplicissime lavorate dall’acqua che vengono prelevate da luoghi di fiume o di mare e poste vicino a piante di ogni tipo. Altrettanto semplice è il desiderio moderno di tanti giovani di farsi scattare una foto in compagnia di un turista occidentale: molto frequentemente una coppia si ferma e lui chiede alla ragazza di scattargli una foto con uno di noi italiani.

Matteo Ricci e gli altri

Riposano gli uni vicino agli altri nelle tombe di quello che era il cimitero dei gesuiti, poi confiscato ed ora statale e accessibile con un permesso. È il Cimitero di Chala, oggi al n. 6 della Chegongzhuan Dajie, che sorgeva nei pressi della scuola aperta dai gesuiti a Pechino che venne poi distrutta (ora il cimitero è all’interno del giardino di un’istituzione formativa del Partito Comunista che utilizza un palazzo anni cinquanta di stile sovietico).

Risistemato dopo il periodo maoista una lapide ricorda che era stato l’imperatore a concedere il permesso di dimorare lì e di insegnare. I gesuiti, a cavallo fra cinquecento e seicento e poi pienamente nel seicento, hanno insegnato l’astronomia ai cinesi! Le loro misurazioni dei movimenti della volta celeste erano evidentemente più precise di quelle degli astronomi locali e l’imperatore li volle vicino a sé.

A fianco della tomba di Ricci stanno in evidenza quelle di Johann Adam Schall von Bell (gesuita tedesco, 1592-1666) e di Ferdinand Verbiest (gesuita belga, 1623-1688), che lavorarono all’osservatorio astronomico dell’imperatore. A fianco, fra le altre tombe, quella del pittore Giuseppe Castiglione (gesuita italiano, 1688-1766) che fu pittore di corte, particolarmente apprezzato dall'imperatore Qianlong.

Con Ricci sono così le tombe degli altri missionari che hanno insegnato astronomia ai cinesi (i gesuiti in Cina insegnavano la teoria ticonica, cioè una visione di compromesso fra sistema tolemaico e sistema copernicano elaborata dall’astronomo danese protestante Tÿcho Brahe, 1546-1601, che, pur ponendo il sole a girare intorno alla terra, vedeva già i diversi pianeti del sistema solare che giravano intorno al sole; i calcoli dei gesuiti erano più precisi di quelli degli astronomi cinesi e per questo essi vennero prescelti a guidare la redazione del calendario cinese), ma anche la tomba di Castiglione è importante perché egli  fu il grande ritrattista della sua epoca.

Enorme il coraggio e la dedizione dei missionari di quei tempi. Sapevano che non sarebbero mai tornati indietro. Il loro partire era un “per sempre”!

Ricci, giunto in Cina, scrisse una prima opera sull’amicizia: Dell’amicizia (1595). Bellissima è la sua amicizia con il mandarino Xu Guangqi di cui è in corso il processo di beatificazione. Si fecero cristiani lui e il figlio. Prese il nome di Paolo, da San Paolo apostolo, ed è anche ricordato perciò come Paolo Xu. Suo figlio non ebbe figli. La tradizione prevedeva che, in quel caso, poiché era un disonore grandissimo non avere discendenza, si ricorresse ad una concubina. Ricci spiegò a Xu che questo non era secondo il vangelo ed egli rinunciò ad avere un nipote: esempio straordinario di come l’inculturazione vada di pari passo con il rinnovamento delle forma culturali presenti che si debbono sottomettere alla nuova prospettiva della vita di carità del Vangelo. Proprio quando Xu Guangqi  rinunciò alla discendenza nacquero in successione ben 10 nipoti! Il parco che conserva la tomba di Xu Guangqi è bellissimo. Il mandarino donò alla Chiesa il terreno fra i suo possedimenti per costruire la prima chiesa e tuttora la cattedrale di Shangai sorge sul terreno da lui donato e, dietro di essa, ancora si visita la tomba con la via sacra che vi accede.

Qui di seguito una breve risposta di Sergio Romano ad una domanda su Castiglione sul Corriere della sera del 2 luglio 2008:

Castiglione, pittore gesuita dell'imperatore cinese: risponde Sergio Romano

Con l' avvicinarsi dei Giochi Olimpici in Cina, sarebbe bello poter ricordare un italiano che andò in Cina nel 1715 e che servì alla Corte di ben tre imperatori ma che probabilmente non è molto conosciuto in Italia. Si tratta del pittore Giuseppe Castiglione, un fratello gesuita che nacque a Milano, ma fece il suo noviziato a Genova (la mia amata città natale) dove ho letto che ci sono due dei suoi dipinti in una cappella di cui purtroppo non conosco il nome. Mi potrebbe dare qualche informazione su questo pittore tanto stimato in Cina, dove era conosciuto con il nome di Lang shih-ning (Vita lunga e calma)? Vorrei sapere se esistono pubblicazioni italiane, perché tutte le bibliografie che ho trovato sono di accademici non italiani. Sydney (Australia)

Cara signora, se qualche viaggiatore italiano cercherà di approfittare dei Giochi Olimpici per vedere le opere dipinte da Castiglione durante i suoi anni a Pechino, rimarrà deluso. Quando ne feci richiesta, parecchi anni fa, fui condotto in un padiglione della Città proibita e ammesso a una specie di rito liturgico. Due giovani sovrintendenti mi fecero sedere di fronte a un grande tavolo, mi chiesero di indossare guanti di filo bianco e svolsero di fronte ai miei occhi, con la stessa prudenza con cui avrebbero aperto un tabernacolo, due rotoli in cui il gesuita lombardo aveva disegnato più volte, con i tratti calligrafici della pittura cinese, un cavallo bianco. Era forse il cavallo mongolo del suo protettore, l' imperatore Qianlong, che Castiglione aveva già dipinto all'occidentale in alcuni quadri. Chiesi se esistevano altre opere e mi fu risposto con un sorriso imbarazzato che i due rotoli erano tutto ciò che restava del suo lavoro. Vi era probabilmente dell'altro, fra cui un ritratto dell'imperatore a cavallo in vesti cerimoniali che è stato recentemente esposto al Museo del Corso di Roma nell' ambito di una mostra dedicata a «Qianlong e la sua corte». Ma seppi più tardi che molti Castiglione erano stati trasportati nell' isola di Formosa da Chiang Kai-shek, insieme ad altri tesori delle collezioni imperiali, quando l' esercito del Kuomintang aveva abbandonato la Cina continentale di fronte alla trionfale avanzata dell' Armata popolare di Mao: una perdita di cui le autorità della Cina comunista non amavano parlare. Delle due identità artistiche - quella occidentale e quella cinese - che Castiglione assunse fino alla sua morte nel 1766, vidi quindi soltanto la seconda. Sull' ambivalenza di questo pittore gesuita esistono alcune pagine di Giuseppe Tucci in un libro, «Italia e Oriente», che apparve nel 1949 e che è stato nuovamente pubblicato tre anni fa, a cura di Francesco D'Arelli, dall'Isiao (Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente). Tucci scrive che Castiglione arrivò a Pechino in un momento in cui la Cina, dopo i secoli del suo orgoglioso isolamento, cominciava «ad avere vaghezza delle cose europee». Imperatori e mandarini conoscevano i missionari sin dal secolo precedente e avevano apprezzato la loro sapienza scientifica, ma avevano scarse nozioni delle arti occidentali. Giunse così a Pechino un piccolo gruppo di artisti e artigiani italiani: Giovanni Damasceno Sallustri da Roma, Giovanni Gherardini da Modena, Giuseppe Panzi da Cremona, Matteo Ripa da Napoli. Di questi artisti Castiglione fu il più originale. Usò l'inchiostro più del colore e s'ispirò alla pittura cinese del tempo. Ma introdusse la prospettiva lineare, insegnò lo studio del volume e delle ombre, compose grandi ritratti e dipinse nudi maschili con sorpresa e scandalo della corte. Ma il suo capolavoro, secondo Tucci, fu un'opera di architettura: il disegno del grande palazzo di stile barocco che si alzò nel 1747 in mezzo a un paesaggio popolato da pagode e da eleganti padiglioni. Sappiamo che si chiamava Hsi Yang lou e lo conosciamo grazie ai disegni dei discepoli di Castiglione. Ma è inutile che il viaggiatore dei Giochi Olimpici cerchi di visitarlo. Come scrive Tucci, «restò lì a testimoniare questo felice incontro dell' Occidente e dell'Oriente che il talento italiano aveva provocato, fino a che la soldataglia inglese e francese non lo incendiò e rase al suolo» nel 1860.

Matteo Ricci, Il vero significato del “Signore del Cielo” (1603). Breve nota di A.L.

Su Il vero significato del Signore del cielo, il testo nel quale Ricci propone il cristianesimo alla Cina di allora, cfr. Matteo Ricci, Il vero significato del “Signore del Cielo” (1603). Una recensione di Giuseppe Tanzella-Nitti e la seguente breve nota di A.L.

Ne Il vero significato del “Signore del Cielo” Matteo Ricci usa come equivalenti, per parlare di Dio, i termini cinesi Shang Di (Sovrano dell’alto, Di=sovrano/signore, Shang=altezze), Tian Di (Signore dell’alto, Tian=cielo) e Tian Zhu (Signore del cielo, Zhu=signore). La sua opera non è tesa tanto alla scelta del termine adatto, quanto piuttosto ad una purificazione del significato del termine stesso.

Proprio in relazione alla visione di Dio appaiono evidenti nel testo i motivi della critica al buddhismo ed al taoismo. Ad essi egli preferisce il sistema confuciano come base della sua argomentazione. Delle due religioni Ricci contesta la dottrina del “nulla”, l’idea dei fenomeni del mondo come un’unità organica indistinta, l’incapacità di segnare chiaramente la differenza fra l’uomo e gli altri animali.

Nel secondo capitolo in particolare Ricci, tramite il dialogo portato avanti dal “letterato occidentale” che lo rappresenta, spiega che ciò che esiste non può derivare dal nulla, come pretenderebbero il buddhismo ed il taoismo. Egli invita a non odiare i buddhisti ed i taoisti, ma li contesta perché non fanno fare un solo passo avanti nel comprendere come possano esistere il mondo in cui viviamo.

Del confucianesimo, egli valorizza, invece, l’affermazione che deve esserci un unico principio, poiché non è possibile che esistano contemporaneamente due principi originari. Il suo discorso tende a mostrare come questo principio deve avere quelle caratteristiche di bontà, di intelligenza, di libertà che ha l’uomo, anche se all’ennesima potenza, altrimenti non si comprenderebbe come una realtà inferiore possa generarne una superiore a sé. In questo senso il Signore del cielo è ben superiore al cielo stesso e non può essere assolutamente identificato con esso.

Inoltre il “letterato occidentale” si trova a condividere l’importanza che il confucianesimo attribuisce alla vita pubblica degli uomini ed al loro impegno nella storia. Il sistema confuciano riflette sull’importanza dell’autorità che struttura le diverse relazioni sociali e Ricci vuole mostrare come l’intero cosmo abbia un’autorità che la presiede.

Emerge dal testo come, nel desiderio di “inculturare” la fede – come si direbbe oggi – Ricci operi un preciso discernimento dei diversi aspetti della mentalità cinese dell’epoca, privilegiandone alcuni aspetti e criticandone altri, sempre mostrando come il cristianesimo sia quella luce che porta a compimento i germi di bene presenti in quella cultura, altrimenti destinati a non fiorire pienamente.  

Il discorso di Ricci parte, quindi, da una riflessione sul Dio Creatore (tema importantissimo per chiarire il significato della vita umana e della libertà divina) e motiva l’esigenza di Dio per l’uomo anche a partire dal bisogno umano di vivere bene e di condurre una vita che troverà una ricompensa nel cielo – si potrebbe dire una fondazione della necessità di Dio per una via etica, quasi alla maniera kantiana.

Bellissime sono le battute finali del dialogo, nelle quali il “letterato cinese” domanda come mai questo Signore del cielo non sia disceso su questa terra, vedendo il male nel quale si dibattano gli uomini e la loro incapacità di giungere alla verità. Il “letterato occidentale” risponde che aveva il desiderio di sentirsi rivolgere questa domanda e non osava porla lui stesso.

Ed a quel punto spiega che veramente il Signore del Cielo è disceso 1603 anni or sono, nell’anno Geng-shen nel secondo anno successivo alla scelta, da parte dell’imperatore Ai della dinastia Han, del nome imperiale Yuan-Shou, decidendo di farsi carne in una donna casta: il suo nome fu Gesù.

Alcuni brani da Matteo Ricci, Il vero significato del “Signore del Cielo” (1603), Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2006, traduzione e cura di Alessandra Chiricosta

N.B. de Gli scritti. Le note fra parentesi quadre sono nostre

[nn. 1-4. Nell’Introduzione all’opera, Matteo Ricci si sofferma sull’importanza dell’unicità, come afferma in particolare il sistema confuciano che si basa sulle Cinque Relazioni Umane]

pp. 67-68

1. Tutte le dottrine riguardanti la pace mondiale e il giusto governo di un paese sono incentrate sul principio di unicità. Quindi gli uomini virtuosi e saggi hanno sempre consigliato ai ministri di essere savi, il ché significa non avere un secondo (signore nella loro mente).Tra le Cinque Relazioni Umane, la più importante è quella che riguarda il re, e il primo dei Tre Legami nelle Relazioni Umane è quello tra il re e i suoi ministri. Un uomo giusto deve comprendere ciò e comportarsi di conseguenza.

2. Nei tempi antichi, quando un grande numero di eroi, che si combattevano reciprocamente in un'era di anarchia, rendeva (il paese) disunito, e quando era ancora incerto chi sarebbe dovuto essere il giusto regnante, ogni uomo giusto esaminava attentamente chi avrebbe potuto essere il signore legittimo, e moriva per lui. Questa decisione era irrevocabile.

3. Ogni stato o paese ha il suo signore; è dunque possibile che solo l'universo non abbia signore? Un paese deve essere unito sotto un solo signore; è possibile che l'universo abbia due signori? Quindi un uomo superiore non può disconoscere la fonte dell'universo e l'artefice di tutte le creature, e non innalzare la mente a Lui.

4. Invece, ci furono alcune persone che giunsero a ribellarsi e a commettere ogni sorta di peccati. Non si accontentarono di impadronirsi di ogni (gloria) nel mondo degli uomini, ma osarono tentare di usurpare il posto del Signore del Cielo e di porsi al di sopra di Lui. Ma il desiderio di queste persone risultò impossibile da soddisfare, poiché il cielo era troppo in alto perché loro ne raggiungessero la sommità. Quindi proclamarono dottrine false e malvagie, e mentirono alla gente comune per far sparire ogni traccia del Signore del Cielo. Promisero anche di dare felicità e benefici affinché il popolo li rispettasse e li venerasse. Mentirono a se stessi e così il popolo mentì al Sovrano dall’Alto.

 [nn. 10-11. Sempre nell’Introduzione all’opera, Ricci sottolinea l’importanza della fiducia nella provvidenza di Dio che vede e ascolta, al fine di incoraggiare i buoni e spingere al timore i cattivi]

p. 70

10. Quindi essi non sanno che, sebbene la Provvidenza Celeste non abbia corpo, è come un Grande Occhio che vede tutto; è come un Grande Orecchio che ascolta ogni cosa; ed è anche come un paio di Grandi Piedi che raggiunge ogni luogo. Per un buon figlio è come la protezione del proprio genitore; per uno cattivo è come il potere autoritario di una guardia o di un ministro di giustizia.

11. Tutti gli uomini che agiscono bene credono che debba esistere Colui che è Onorato Sopra Ogni Cosa, che governa il mondo. Se Colui che si Onora non esistesse, o se esistesse e non intervenisse nelle faccende umane, non significherebbe ciò chiudere il cancello del ben operare e aprire la strada del comportamento malvagio?

 [nn. 16ss. Il I capitolo si intitola Dibattito sulla creazione del cielo, della terra e di tutte le cose da parte del Signore del cielo, e su come Lui eserciti la sua autorità su di esse e le sostenga. Il dialogo inizia con il “letterato cinese” che afferma quanto sia importante la perfezione del sé, cioè quanto sia importante vivere una vita bella e buona e conforme a verità. Ma l’uomo non sa dove condurrà alla fine della vita questa perfezione del sé]

pp. 75-76

16. Il letterato cinese afferma: Lo studio della perfezione del sé è un obbiettivo che tutti gli uomini considerano di importanza suprema. Chiunque non desideri mostrare ingratitudine per la vita che gli è stata donata, ed essere classificato alla stregua di un animale, deve sforzarsi al massimo. Solo grazie a questo esercizio assiduo un uomo può essere considerato Nobile: altrimenti, sebbene possa avere altre doti, sarà comunque un uomo da poco: la virtù è la vera felicità e la vera ricchezza; la fortuna priva di virtù non è una reale fortuna, ma ha le sue fondamenta nella sventura.

17. Quando un uomo viaggia lungo una strada, è legato ad essa perché vuole raggiungere la sua destinazione; quindi, la ragione per mantenere la strada in buono stato risiede non nella strada in sé, ma nel punto di arrivo a cui la strada conduce. Ora, dove ci conduce la Via della perfezione del sé? Sebbene sia chiaro dove ci conduca in questo mondo, non si sa dove ci condurrà dopo la morte.

18. Ho sentito che lei, signore, ha viaggiato attraverso il mondo, che insegna alla gente i decreti del Signore del Cielo, e che incoraggia le persone a fare del bene. Vorrei, dunque, ricevere i suoi insegnamenti.

 [nn. 65-76 Il II capitolo si intitola Spiegazioni delle errate teorie umane riguardo al Signore del cielo. Ricci , in questo capitolo, esclude la possibilità che le cose possano venire dal “nulla” o dalla “vacuità”, come affermano il buddhismo e il taoismo. A queste due dottrine egli preferisce comunque il confucianesimo che, pur non riuscendo a risolvere il problema del perché esista l’universo, non confonde le carte affermando che il nulla è l’origine di tutto. Non si dimentica, però, di ricordare al suo amico che non si debbono odiare buddhisti e taoisti, sebbene insegnino dottrine erronee.]

pp. 97-102

65. Il letterato cinese afferma: La sua profonda dottrina soddisfa le orecchie e inebria la mente. Ci ho pensato tutta la notte e quasi mi dimenticavo di andare a dormire. Ora vorrei chiederle maggiori chiarimenti, nella speranza che i dubbi che permangono nella mia mente possano essere dissipati completamente.

66. Nella nostra Cina sono presenti tre religioni, ciascuna con il suo insegnamento. Lao Zi dice: «Le cose si producono dal nulla, e fa del "nulla" la Via. Il Buddha pensa che «il mondo visibile emerge dalla vacuità», e fa della "vacuità" il fine. I confuciani dicono «Nel trasformarsi dello Yi risiede il Fondamento Supremo» e quindi fanno dell'"esistenza" il principio base e della "sincerità" l'oggetto dello studio della perfezione del sé. Mi chiedo chi, dal suo riverito punto di vista, sia nel giusto.

67. Il letterato occidentale afferma: Il "nulla" di cui parla Lao Zi e la "vacuità", pensata dal Buddha, sono in totale disaccordo con la dottrina che riguarda il Signore del Cielo; ed è quindi chiaro che non meritano apprezzamento. Quando si giunge all'''esistenza'' e "sincerità" confuciane, invece, sebbene io non abbia ascoltato una spiegazione completa del significato di queste parole, sembrerebbe di essere vicini alla verità.

68. Il letterato cinese dice: Anche gli uomini più importanti del mio paese rifiutano con veemenza il Buddhismo e il Daoismo, e nutrono un odio profondo nei confronti di questi.

69. Il letterato occidentale dice: È meglio rifiutare che odiare; ed è meglio, ancora, farlo attraverso un chiaro ragionamento piuttosto che rifiutarli utilizzando mere parole; poiché anche i daoisti e i buddhisti sono creati dal nostro Padre, il Signore del Cielo, e quindi siamo tutti fratelli. Ad esempio, se il mio fratello minore impazzisse e cadesse a terra, dovrei io, come fratello maggiore, avere pietà di lui od odiarlo? La cosa più importante risiede nell'utilizzo della ragione, per spiegare la verità e rendere chiare le cose.

70. Ho letto un gran numero di libri di confuciani e ho notato che non cessano di esprimere astio contro il Buddhismo e il Daoismo. Sono condannati in quanto barbari, e la reazione ad essi è descritta come un attacco all'eresia; ciononostante, non ho mai visto nessuno esporre i loro errori utilizzando principi fondamentali. Da ciò si è prodotto che se l'uno dice che l'altro è in torto, l'altro sostiene che è il suo oppositore ad essere in errore, così si sono attaccati l'un l'altro, nessuno dei due disposto a cedere, per mille e cinquecento anni; e non sono ancora in grado di riconciliare i propri punti di vista. Se fossero in grado di argomentare le proprie posizioni l'un l'altro, in maniera razionale, sarebbero naturalmente capaci di distinguere il vero dal falso; e le tre scuole sarebbero in grado di ritornare all'unica e giusta Via. C'è un proverbio occidentale che recita: "Una corda spessa può legare le corna di un bue, e il discorso razionale può assoggettare la mente umana". In passato, negli stati confinanti con la mia umile nazione, non c'erano solo tre religioni, ma centinaia di migliaia di scuole di pensiero eterodosse; poiché i nostri studiosi hanno chiarito, in seguito, la verità, con l'aiuto di un ragionamento corretto e hanno influenzato le persone per mezzo di buone opere, ora questi stati seguono la religione del Signore del Cielo.

71. Il letterato cinese dice: C'è solo una dottrina ortodossa; come possono essercene varie? In ogni caso, gli insegnamenti del Buddhismo e del Daoismo non sono privi di fondamento. Tutte le cose, dicono, sono prima vacue, poi sono attualizzate; all'inizio non esistono, ed è solo in seguito che giungono all'esistenza. Così, sembra che loro considerino la "vacuità" e il "nulla" come la fonte di ogni cosa.

72. Il letterato occidentale dice: Se si desidera ottenere un'esaustiva comprensione, bisogna iniziare a gettare le fondamenta di conoscenze elementari. Coloro che vivono sotto il cielo danno valore al reale e all'esistente e disdegnano il non-esistente. Quando si giunge a parlare della fonte di ogni fenomeno, si tratta chiaramente di ciò, il cui valore oltrepassa ogni paragone. Come, quindi, possono essere impiegate parole spregevoli come "vacuità" e "nulla" per rappresentarlo? Inoltre, non si può dare ad altri ciò che non si possiede. Questo è un principio ovvio. Ciò che si definisce ora "vacuità" o "nulla" non possiede assolutamente niente in sé. Come può quindi dare natura e forma a qualcos'altro e, di conseguenza, determinarne la venuta all'esistenza? Una cosa deve esistere autenticamente prima di poter dire che esista. Ciò che non esiste autenticamente, non esiste. Se la fonte di ogni cosa non fosse reale o non esistesse, allora, di conseguenza, le cose prodotte da essa non esisterebbero anch'esse. Anche i più santi tra gli uomini sulla terra non sono in grado di rendere qualcosa vivente. Come possono cose che sono essenzialmente nulla o vacue utilizzare la propria vacuità, o nullità, affinché tutte le cose giungano all'essere e continuino nella propria esistenza? Se osserviamo le cose nei termini delle loro cause, dobbiamo concludere che, fintanto che queste cause vengano chiamate "vacuità" e "nulla", non potranno essere la causa agente, formale, materiale e finale delle cose; e fintanto che sarà così, di che utilità saranno per le cose?

73. Il letterato cinese afferma: Avendo ascoltato i suoi insegnamenti, li trovo inquestionabilmente corretti e appropriati; ma forse c'è del vero nell'affermare che le cose prima non siano e che solo dopo giungano ad essere?

74. Il letterato occidentale dice: Si può affermare che le cose che hanno un inizio, prima non ci siano, e solo in seguito giungano all'esistenza. Non discuteremo allora delle cose che non hanno un inizio. Le cose che sono senza un principio sono sempre esistite. Come potrebbe esserci un tempo in cui fossero state non esistenti? Di alcune cose singole si può dire che inizialmente non erano, e solo successivamente sono giunte all'esistenza. Ma non si possono ammettere così ampie generalizzazioni. Ad esempio, prima che una persona sia nata, i suoi genitori esistevano; e così è per ogni altra cosa al mondo. All'inizio, quando non una singola cosa esisteva, allora, necessariamente, doveva esserci un Signore del Cielo che servisse come fonte di tutte le cose.

75. Il letterato cinese dice: Tutte le persone possiedono una mente capace di distinguere il giusto dallo sbagliato, il vero dal falso. Chiunque non sia in grado di comprendere questa verità, che lei ha appena esposto, è come una persona che abbia perduto le proprie radici mentali. Nessuno vorrebbe più ascoltare alcuna delle sue assurdità. Se la vacuità e il nulla non sono né uomini né spiriti, sono prive di mente, consapevolezza e intelletto, mancano di umanità e rettitudine, e di ogni cosa degna di essere definita buona, allora la vacuità e il nulla non possono essere paragonate neanche alla più piccola e umile pianta. Chiamarle la radice di tutti i fenomeni è veramente cosa perversa. Ma la vacuità e il nulla di cui ho sentito parlare non sono delle reali vacuità e nulla; sono, più che altro, la mancanza di forma e suono dello spirito. Che differenza, dunque, intercorre tra queste e il Signore del Cielo?

76. Il letterato occidentale dice: Questo è un modo molto sconveniente di parlare; per cortesia, non equipari tali termini al Signore del Cielo. Il Suo spirito ha una natura, ingegno e virtù. Supera altamente tutto ciò che possiede forma, e la Sua ragione è la più completa. Come si può definirLo nulla e vacuità perché è senza forma? La moralità implicita nelle Cinque Virtù è anch'essa priva di forma e suono, ma chi direbbe di essa che è nulla? La differenza tra qualcosa che non ha forma e il nulla è grande come quella tra cielo e terra. Se la teoria del nulla viene insegnata, non solo non riuscirà ad illuminare il genere umano, ma lo fuorvierà di molto.

 [nn. 102ss. Sempre nel II capitolo, Ricci mostra come negli stessi fondanti la cultura cinese ci sono come delle intuizioni dell’esistenza di un unico Signore del cielo, del Dio unico e personale.]

pp. 112-119

102. Il letterato occidentale dice: Nonostante quello che lei ha detto, la dottrina riguardante il fatto che il Cielo ela Terra siano le due cose più onorate, non è affatto semplice da spiegare, poiché ciò che è sommamente degno di onore è unico e incomparabile. Se parliamo di "cielo" e "terra" ci stiamo riferendo a due cose.

103. Colui che è chiamato Signore del Cielo, nel mio modesto paese, è colui che è detto Shang di in Cina. Non è, in ogni caso, lo stesso raffigurato nelle immagini daoiste come l'Imperatore di Giada, che è descritto come il Signore Supremo del Padiglione Nero del Cielo, perché questi non è altro che un recluso nel monte Wudang. Dal momento che si tratta di un uomo, come avrebbe potuto essere il Sovrano di cielo e terra?

104. Il Nostro Signore del Cielo è il Sovrano dall'Alto menzionato nei testi canonici: citando Confucio, la Dottrina del Mezzo dice: «Le cerimonie di sacrificio al Cielo ed alla Terra intendono prestare culto al Signore dall'Alto». Zhu Xi commenta che il non menzionare il Sovrano della Terra sia dovuta alla necessità di brevità. A mio modesto parere, ciò che Chung-ni intendeva dire è che ciò che è unico non può essere descritto dualisticamente. Come si sarebbe potuto prendere in considerazione meramente la brevità dell'espressione?

105.  Uno degli inni ai sovrani Zhou recita così:

Il braccio del re Wu era pieno di forza;
Irresistibile il suo ardore.
Grandemente illustri erano Cheng e Gang,
Governato dal Signore dall'Alto.

In un altro inno leggiamo:

Come sono belli il grano e l'orzo,
il cui prodotto lieto noi riceviamo!
Il Sovrano dall'Alto, luminoso e glorioso.

Ne L’inno ai sovrani Shang c'è questo passaggio:

E la saggezza e la virtù [di Tang] aumentano quotidianamente.
Risplendente è stata l'influenza del suo carattere per lungo tempo,
e il Sovrano dall'Alto l'ha indicato
a modello per le nove regioni.

Nelle Odi Maggiori leggiamo:

Questo re Wen, con attenzione e reverenza,
serviva intelligentemente il Signore dall'Alto.

Il Classico dei Mutamenti dice:

Il Sovrano proviene da Chen ad Est.

Le parole "Sovrano" e "Imperatore" non denotano il cielo materiale. Poiché il cielo azzurro abbraccia le otto direzioni, come può emergere da una sola?

107.  Nel Libro dei Riti è detto:

Quando tutti i punti sono disposti come si conviene, il Signore dall'Alto accetterà il sacrificio.

E continua:

Il figlio del Cielo stesso ara il terreno per il riso con cui riempire il vaso, e il miglio nero da cui distillare lo spirito da mischiare alle erbe fragranti, e per le offerte al Signore dall'Alto.

108.  Nel Giuramento di Tang è scritto:

Il re di Xia è un criminale, e, poiché io temo il Sovrano dall'Alto, non oso far altro che punirlo.

È anche detto:

Il grande Signore dall'Alto ha conferito anche alle persone inferiori un senso morale, in conformità del quale mostrerà la loro natura invariabilmente giusta. Ma provvedere alla serenità, perché perseguano sulla strada indicata, questo è il compito del sovrano.

Ne "Lo Scrigno bordato di metallo" del Classico della Storia il Duca di Zhou dice:

E inoltre è stato incaricato nella sala del Sovrano per estendere il suo aiuto ai quattro angoli dell'impero...

Il fatto che il Sovrano dall'Alto abbia la sua dimora, rende chiaro che chi parla non si stia riferendo al cielo fisico. Quindi, avendo sfogliato un gran numero di testi antichi, è abbastanza chiaro per me che il Sovrano dall'Alto e il Signore del Cielo siano differenti solo nel nome.

109. Il letterato cinese dice: L'amore dell'uomo per il passato non si concretizza in altro che in un'attrazione per gli oggetti e i libri dei tempi andati. Nessuno ha indagato i principi dei tempi antichi, come lei ha fatto, per fornire un insegnamento metodico, ideato per condurre gli uomini indietro, verso la Via del passato. Ma c'è ancora qualcosa che non comprendo. Nei testi antichi, il Cielo è frequentemente considerato come qualcosa degno di onore; Zhu Xi commenta che il termine "Sovrano" deve essere compreso come "Cielo", e il termine "Cielo" come "principio". Fornendo spiegazioni ancora più dettagliate, Cheng Yi afferma: «Quando pensiamo in termini di forma, noi parliamo del cielo; quando pensiamo nei termini di esercitare il controllo sulle cose, parliamo di "Sovrano" o "Signore", e quando pensiamo nei termini della natura, parliamo di qian». È possibile, dunque, parlare di servire Cielo e Terra con reverenza?

110. Il letterato occidentale dice: Se si pensa più profondamente alla questione e si spiega il Sovrano dall'Alto nei termini di Cielo, allora si dovrebbe fare come lei suggerisce, poiché Cielo, di fondo, significa "il Grande Uno". Il principio non può esercitare il controllo su tutte le cose, per le ragioni che ho addotto ieri. Il termine Sovrano dall'Alto è molto chiaro e non necessita di esposizioni ulteriori, ancora di meno di una fuorviante esplicazione. Il cielo azzurro, che possiede forma, si compone di nove livelli, dal superiore all'inferiore. Come, dunque, può essere la stessa cosa di Colui che è unico e supremamente onorato? Quando ci interroghiamo sul Signore dall'Alto troviamo che Egli è senza forma; come, dunque, può essere chiamato con un nome che indica qualcosa dotata di forma? Il cielo è circolare e limitato a nove livelli. Comunque si guardi, ad Est o Ovest, si osserva che il cielo non ha testa né stomaco; né mani né piedi. Non è forse risibile il dire che condivide il corpo vivente della divinità? Se tutte le creature spirituali sono prive di forma, come potrebbe il Signore del Cielo, che è da onorare sommamente ed è senza pari, possederne una? Asserire ciò non è solo non comprendere la natura dell'esistenza umana, ma anche essere ignoranti di astronomia e della natura di tutti i fenomeni.

111. Se il cielo superiore, o la volta celeste, non possono essere riverite, quanto meno lo dovrà essere la terra sottostante, che è calpestata dagli uomini e ricettacolo di sporcizia? Quindi, solo il vero e unico Signore del Cielo, che ha creato tutte le cose, e che produce e preserva il genere umano, può essere riverito. Non c'è una cosa creata nell'universo che non viva per il sostentamento dell'essere umano; noi dobbiamo, perciò, ringraziare il grazioso Signore del Cielo e della terra e di tutta la creazione, e servirLo con reverenza e con la più grande sincerità. Come potremmo abbandonare questo Signore, che èla Fonte Suprema di tutto il creato, e servire, invece, le cose create, che ci sono state date per il nostro uso e consumo?

112. Il letterato cinese dice: Se ciò che lei dice corrisponde al vero, allora stiamo ancora in uno stato di confusione mentale. Quando la maggioranza delle persone volge lo sguardo a vedere il cielo, pensano solo ad adorarlo.

113. Il letterato occidentale dice: Le persone differiscono tra di loro, alcune sono assennate, altre folli. Sebbene la Cina sia un grande paese, tuttavia, non ospita solo uomini saggi, ma, inevitabilmente, anche uomini stupidi, che considerano ciò che possono vedere con i loro occhi come esistente, e ciò che non possono vedere con i loro occhi come non esistente. Per questa ragione, pensano di dover servire il cielo e la terra fisici, e sono ignari del fatto che ci sia un Signore del Cielo e della Terra. Quando i viaggiatori giungono, da fuori, alle vie di Chang An e vedono l'imponente e splendido Palazzo reale, chinano il capo a terra e dicono: «Chino il capo a terra per riverire il mio imperatore». Ma chi ora riverisce il cielo e la terra, onora il palazzo al posto dell'imperatore! Le persone intelligenti sono in grado di comprendere le cose nascoste tramite la deduzione; così, quando osservano l'altezza dei cieli e l'ampiezza della terra, capiscono che c'è un Signore del Cielo dentro di loro, che esercita un controllo su di loro; e rispettosamente innalzano le menti, e giungono al Signore del Cielo, che è privo di forma, per riverirlo. Come si può pensare che il cielo azzurro sia degno di adorazione?

114. Quando gli uomini superiori parlano di cielo e terra, stanno solo utilizzando delle figure retoriche. Ad esempio, gli ufficiali in carica nelle prefetture e nei distretti chiamano loro stessi col nome della prefettura e del distretto che controllano. Il prefetto di Nanzhang è chiamato Prefettura di Nanzhang, e il magistrato del distretto di Nanzhang è chiamato Distretto di Nanzhang. Sulla base di questa analogia, il Signore del Cielo e della Terra è talvolta chiamato "Cielo e Terra". Questo non è un riferimento al cielo e alla terra dotati di forma, ma al Signore della Creazione. Temendo che le persone fraintendessero il vero Signore del Cielo, ho parlato di lui direttamente come il Signore del Cielo, e ho quindi trovato necessario chiarire questo punto.

115. Il letterato cinese dice: Oh, Insegnante perspicace, nel suo discorso sull'origine delle cose non ha solo raggiunto la verità, ma anche chiarificato la terminologia. Da ciò si può evincere che, nel suo stimato paese, le discussioni sui principi delle cose non sono discorsi superflui e superficiali, ma, piuttosto, aprono il cuore degli stolti, liberandoli dal dubbio. Lei si è applicato in uno studio e con una fede profonda alla questione e ai principi relativi al Signore del Cielo. Mi vergogno del fatto che noi confuciani non siamo stati in grado di vedere chiaramente le questioni importanti della vita. Abbiamo investigato dettagliatamente altre cose, e non siamo stati attenti a quegli insegnamenti che riguardano il fine della nostra vita. I nostri genitori ci hanno dato le varie parti del nostro corpo, e noi dobbiamo, per questo, esercitare la pietà filiale verso di loro. Il nostro sovrano e i ministri ci danno la terra, il posto in cui vivere, gli alberi e gli animali, grazie ai quali possiamo praticare la pietà filiale verso i nostri avi, e istruire e crescere i nostri figli. Dobbiamo quindi onorare anche loro. Ma quanto più dovremmo onorare il Signore del Cielo, che è il Grande Padre e la Grande Madre, il Grande Sovrano, la Causa Prima dei primi antenati, l'Uno da cui tutti i sovrani derivano il proprio mandato e il Creatore e Sostentatore di tutte le cose? Come si potrebbe cadere in errore di fronte a Lui, o dimenticarLo? I suoi insegnamenti non possono essere compresi pienamente tutti in una volta, e vorrei, quindi, ascoltare il resto un altro giorno.

116. Il letterato occidentale dice: Ciò che lei cerca, signore, non è il profitto, ma solo la vera Via. La pietà del nostro grande Padre proteggerà sicuramente questo individuo che indicala Via, cosicché possa trasmettere il suo insegnamento, e il discepolo, in modo che possa riceverlo. Se ha altre domande, signore, non oserò far altro che risponderle.

 [n. 574-575 Al termine dell’VIII capitolo, Un sommario degli usi occidentali, una discussione sul significato e la storia del celibato tra il clero e una spiegazione per la quale il Signore del cielo è nato in occidente, Ricci fa porre al “letterato cinese” la domanda sul perché il Signore del cielo sia rimasto nascosto, pur vedendo gli uomini nell’ignoranza]

p. 306

574. Ma ho adesso ricevuto istruzioni da lei in numerose occasioni, e perciò considero il Signore del Cielo come onnipresente e onnisciente. Poiché è il padre compassionevole del genere umano, come può sopportare di permetterci di vivere nell'oscurità per così lungo tempo, non conoscendo il grande padre, che è la nostra fonte, e vagando avanti e indietro per questa strada dell'esistenza umana. Perché non scende Egli stesso sulla terra a guidare personalmente le masse che hanno perduto la via, in modo che le persone di tutte le nazioni siano in grado di riconoscere il vero Padre e, quindi, sapere che non ci sono altri dei. Non sarebbe la cosa più diretta da fare?

575. Il letterato occidentale dice: Ho sperato a lungo che mi ponesse una domanda simile. Se gli studiosi della Via in Cina avessero spesso posto questa domanda, avrebbero già ricevuto la risposta. Mi lasci spiegare come possano essere corretti i disordini nel mondo. Per cortesia, ascolti attentamente.

[n. 580 E finalmente risponde che il Signore del cielo stesso è disceso per amore, per compassione, per non lasciare gli uomini lontani dalla verità. Indica poi la data dell’Incarnazione secondo il calendario cinese]

p. 308

580. Quindi, agì con grande compassione, scendendo Egli stesso in questo mondo per salvarlo, sperimentando ogni cosa. Milleseicentotre anni or sono, nell'anno Geng-shen nel secondo anno successivo alla scelta, da parte dell'Imperatore Ai della dinastia Han, del nome imperiale di Yuan-Shou, nel terzo giorno successivo al solstizio d'inverno, scelse una donna casta, che non aveva mai conosciuto uomo, per divenire Sua madre, si incarnò nel suo ventre e nacque. Il Suo nome fu Gesù, che significa "colui che salva il mondo". Stabilì il suo insegnamento e predicò per trentatré anni in Occidente. Quindi riascese al Cielo. Queste sono le azioni concrete del Signore del Cielo.

p. 309

[n. 584 Ricci non dimentica di affermare che l’uomo non potrebbe salvarsi da solo e non potrebbe conoscere da solo il Signore del cielo se questi non si chinasse sull’umanità]

584. Il letterato occidentale dice: Si può istruire gli uomini riguardo agli eventi umani del passato e del presente, senza essere un santo. Chiunque desideri ottenere un nome per se stesso, può farlo, semplicemente decidendolo fermamente e lavorando duramente. Ma la forza dell'uomo è forse sufficiente quando l'obbiettivo che si sceglie, invece, è di istruire le persone in ciò che concerne il Sovrano dall'Alto, in cose che devono ancora accadere, e nell'annunciare la Via? Solo il Signore del Cielo può farlo. Un medico è in grado di curare le persone usando la medicina, i confuciani si dedicano a preservare l'ordine nel mondo attraverso l'utilizzo di premi e punizioni. Queste sono cose che possono essere fatte con lo sforzo umano, e non possono essere usate come prove di santità.

I Bodhisattva e la Madonna

A Taiwan è molto nota la storia di una donna vedova con 3 figli che si è convertita al cristianesimo. Si rivolgeva sempre al Bodhisattva Guanjin chiedendo aiuto per sé e per i figli, finché Guanjin le apparve e le disse di rivolgersi ad una donna il cui figlio era veramente potente. Questa donna le apparve e le donò la guarigione. Entrò successivamente in una Chiesa e, per caso, vide l’immagine della Madonna e disse che era Lei che aveva visto! Fece voto di vestirsi sempre di azzurro come lei. La famiglia non accettò la sua conversione e le impose di non battezzarsi. Si ammalò di nuovo. Battezzata, guarì nuovamente.

Inglesi democratici?

Contro gli stereotipi ancora una volta la storia. Mentre è la cultura cattolica che abitualmente viene indicata come intollerante ed irrispettosa, a Shangai esiste ancora il giardino Huangpu dove, ancora nel 1912, si ergeva un cartello: “Proibito l’ingresso ai cani ed ai cinesi”.

Questo disprezzo per la popolazione locale è stato pagato anche dai missionari cattolici, accomunati almeno in parte ingiustamente, a questo atteggiamento di superiorità proprio della mentalità coloniale dei paesi più ricchi come l’Inghilterra protestante. Nel Museo Provinciale dello Shaanxi a Xi’an (noto anche come Museo della foresta delle Stele, per la raccolta di testi incisi su stele che lo caratterizza) si conserva ancora una stele del 1903 che invita in cinese la popolazione a rivoltarsi, bruciare le chiese ed uccidere i missionari: la presenza dei sacerdoti cattolici e dei pastori protestanti era evidentemente confusa, come dice un pannello esplicativo, con quella dei detentori del potere economico e politico: la stele parla esplicitamente dell’”oppressione dei missionari imperialisti”. Il comando di agire uccidendo i missionari è un’“esplicita istruzione per la gente comune”, perché ognuno agisca contro di essi.

Dal marxismo al capitalismo

Allo Stato non importa minimamente cosa pensi la popolazione, basta che non si opponga allo stato vigente ed alla sua nomenclatura. Oggi tutto è permesso all’individuo, purché non si immischi delle cose pubbliche. Non è possibile visualizzare Youtube, né Facebook, né Twitter ed alla domanda perché, in albergo, le risposte sono evasive.

Il potere ed il rischio del fascino femminile

Famosa in Cina è la storia della bella concubina Yang Guifei. L’imperatore Xuanzong aveva in gioventù decretato la morte delle madri degli eredi al trono, perché temeva che le donne potessero comandare sui propri figli. Divenuto anziano si invaghì di Yang Guifei, concubina del figlio, che pian piano gli prese la mano ed il potere, a motivo del suo fascino e della sua bellezza. Alla rovina dell’impero, i generali ne chiesero la morte e la concubina dovette suicidarsi.

Il cristianesimo in Cina già dal VII secolo

Nel Museo Provinciale dello Shaanxi a Xi’an (noto anche come Museo della foresta delle Stele, per la raccolta di testi incisi su stele che lo caratterizza) si trova, fra le altre, la famosa stele nella quale cristiani venuti dalla Siria dichiarano d aver ricevuto l’autorizzazione dall’imperatore a risiedere nel suo regno ed a insegnare la “via della luce”, il cristianesimo. Avevano percorso a ritroso la via della seta che iniziava da Xi’an e vi si erano stabiliti. La stele attesta l’antichità della presenza cristiana in Cina e la benevolenza con la quale era stata accolta, ricevendo tutti i permessi necessari per poter permanere. Per il testo della stele stessa ed alcuni approfondimenti, cfr. La chiameremo con il nome di religione della Luce. Ma la via da sola senza l'azione di un santo non potrebbe diffondersi, e così pure un santo senza la via non potrebbe raggiungere la vera grandezza. Il testo della stele di Xi’an, antica capitale della Cina e punto di partenza della via della seta: la più antica attestazione della fede cristiana in Cina.

Le steli ripetono nelle diverse epoche l’autorizzazione delle autorità cinesi perché il cristianesimo fosse tutelato: le si ritrovano nel giardino della Chiesa meridionale di Pechino (il permesso era stato concesso a Johann Adam von Schall von Bell nel 1657), così per la scuola e le tombe di Ricci e degli altri gesuiti.

Nel tempo sono sorti anche santuari famosi come quelli di She Shan, una collina alta circa100 metri, alla periferia di Shangai o quello, ancor più noto per le apparizioni mariani, di Dong Lü.

La Chiesa è stabilita dappertutto, sebbene con tensioni perché lo Stato prevede l’esistenza di una Chiesa patriottica nella quale i vescovi sono scelti dal governo, mentre esiste pure una Chiesa detta “clandestina” con vescovi non scelti dal governo. La situazione richiede grande pazienza. La Santa Sede, ove possibile, vuole che ci sia un solo vescovo e cerca di conferire l’incarico a quello già scelto dallo Stato se degno – e molti lo sono veramente. Se un vescovo, un prete o un laico dissente dalla Chiesa patriottica può pagare con il carcere e l’isolamento la sua scelta.

Esistono persone che hanno fatto molti anni di carcere e tuttora di alcuni vescovi o preti non si sa niente. Alcuni vescovi chiedono ai giovani che vogliono entrare in seminario, come prima domanda: Sei pronto ad andare in carcere?

Una guida, sentendoci parlare del tipo di presenza dei parroci in Italia, ci dice: “vi prego, venite, venite, qui c’è bisogno di gente così, noi non ne abbiamo nei nostri templi!”

In una chiesa cattolica ci raccontano di più di 400 battezzati adulti in un anno (oltre al diffondersi di gruppi protestanti). Alla domanda cosa attrae al cristianesimo rispondono: la vita qui è sempre “pressata” da moltissime parti – la vita cioè è estremamente stressante, e la persona è sola ed è sottoposta a ritmi frenetici – e la gente sente il vuoto e cerca una serenità ed una pace, quella della presenza di Dio. La trova nel cristianesimo come non la trova altrove.

L’uomo di Pechino

Trovato da un gruppo di ricercatori dei quali faceva parte Teilhard de Cardin, presso Zhoukoudian. I suoi resti vengono datati a 500.000 anni fa.

Ritualità orientale

Le arti marziali manifestano a loro modo, la rilevanza e la bellezza della ritualità. Tutto un cerimoniale, derivante dalla tradizione, è messo in atto, perché l’uomo impari il controllo di sé ed il rispetto dell’altro. Certo questa ritualità non mette al sicuro dal peccato, come dimostra la storia del maestro di Shaolin Juan Carlos Aguilar, tre volte campione mondiale di kung fu e primo maestro occidentale riconosciuto di shaolin, in arte Huang C. Aguilar, arrestato a Bilbao mentre stava per uccidere in casa una prostituta e reo confesso successivamente di averne uccisa un’altra (notizia dal Corriere della sera del 5 giugno 2013 nell’articolo Bilbao: «maestro» di arti marziali massacra prostituta. Altri resti umani nella sua palestra, di Andrea Nicastro).

Ma, al di là di simili episodi, è incredibile come i difensori di questa ritualità tradizionale si scaglino poi contro la ritualità della tradizione occidentale che ha almeno altrettanta bellezza e altrettanti valori!

Non esiste vita umana senza ritualità: l’oriente insegna.

La teocrazia in Tibet: nascita e decadenza del ruolo politico del Dalai Lama nella storia. Appunti di L.d.Q. 

Questi appunti, senza alcuna pretesa di completezza, si basano, per quel che riguarda i dati storici, sulle due voci “Tibet” (pp. 675-681) e “Dalai Lama” (pp. 150-151) del Dizionario del Buddhismo, a cura di P. Cornu, Bruno Mondadori, Milano, 2003.

Il Centro culturale Gli scritti (8/9/2013)

Le diverse scuole monastiche buddhiste lottarono a lungo nei secoli per la supremazia politica in Tibet. Nel XIII secolo emerse da questo periodo di lotte interne la scuola Sakyapa che venne confermata nel suo potere politico sul Tibet da Kublai Khan, una volta che questi divenne imperatore della Cina. Fu così che Chögal P’akpa (1235-1280) divenne il primo “grande Lama”, chiamato dall’imperatore cinese a governare su tutti i Lama.

È così un paradosso che la figura del Grande Lama (che prenderà solo nel 1578 il titolo di Dalai Lama) come leader “temporale” prende origine da una decisione del potere politico cinese, lo stesso che ne decreterà la fine al tempo del maoismo, almeno fino ai nostri giorni.

Negli stessi anni era in atto una lotta religiosa fra i diversi monasteri per stabilire il Canone buddhista. Quando venne compilato un Canone delle Scritture tibetane, il cosiddetto Kanjur redatto da Butön Rinchen Drup (1290-1364), ne vennero esclusi alcuni testi che invece erano ritenuti canonici dalla scuola buddhista Nyingmapa. Per questo motivo, i monasteri di questa scuola non ebbero mai accesso al potere politico. 

Una volta sorta la figura del Grande Lama, contro la sua corrente, che era quella della scuola buddhista Sakyapa, scesero presto in lotta i Drigung kagyüpa che vennero però sconfitti nel 1290 ed il loro monastero venne dato alle fiamme.

Un altro ramo kagyüpa cercò il potere successivamente, precisamente la scuola P’akmo drupa: salì al potere sconfiggendo sia i Sakyapa che i Drigung.

Nel 1358 i Sakyapa sono definitivamente sconfitti e i P’akmo proclamarono l’indipendenza del Tibet.

Ma nel frattempo cresceva il potere di un’altra scuola buddhista, i Karma kagyüpa, che lottò con una nuova scuola appena sorta, quella dei Gelugpa.

Nel 1498 saranno i Rinpung ad occupare Lhasa, mettendo all’indice la ritualità dei Gelugpa. Ma poco dopo, nel 1517, nuovamente perderanno la capitale ed i Gelupta risaliranno al potere alleandosi con i mongoli.

Avvenne allora che Altan Khan, governatore mongolo, si convertì al buddhismo nel 1576 e, dopo aver chiamato a corte un abate gelupta, gli conferì il titolo di Dalai Lama, letteralmente “Oceano di Lama”, cioè “Maestro Oceano (di saggezza)” (alle due incarnazioni precedenti di Sönam Gyatso vennero attribuiti postumi i titoli di Dalai Lama I e Dalai Lama II per cui  Sönam Gyatso divenne il Dalai Lama III). Alla sua morte il reggente, che portò a termine la costruzione del Potala, tenne nascosta la sua morte per 13 anni, governando al suo posto il Tibet.

Nel frattempo, però, le scuole buddiste avevano iniziato nuovamente a lottare fra di loro, scacciando i mongoli. Dopo un Dalai Lama intermedio (l’unico Dalai Lama mongolo) si giunse all’individuazione del V Dalai Lama, Ngawang Lozang Gyatso (1617-1682) che ottenne l’appoggio di un clan mongolo che entrò successivamente nel Tibet e sconfisse, uccidendolo, il capo degli Tsang legato ai Karma kagyü nel 1641.

Nel 1642 il V Dalai Lama poté essere insediato come autorità suprema del Tibet: fu il più potente Dalai Lama dal punto di vista politico.

Il VII Dalai Lama pose sotto controllo la scuola Karma kagyü, spossessandola temporaneamente dei suoi monasteri, e compì una repressione nella scuola Jonangpa considerata eretica (quest’ultima perse così i suoi monasteri).

A cominciare dal XVIII secolo le scuole buddiste tibetane si ripiegarono ulteriormente su se stesse, mentre nacque il movimento Rimé, “non settario”, che voleva riunire le scuole e preservare quelle minacciate di estinzione. Alla morte del VII Dalai Lama, nel 1757, il ruolo politico del Dalai Lama si affievolì fino agli inizi del XX secolo.

Il ruolo politico della massima autorità buddhista riemerse con Il XIII Dalia Lama (1876-1933) che proclamò l’indipendenza del Tibet dalla Cina nel 1913, mentre il XIV (Tendzin Gyatso) dovette confrontarsi con l’invasione della Cina comunista nel 1950 che pose fine, oltre che all’indipendenza del Tibet, anche al potere politico del Dalai Lama.