«Per la prima volta, dalla formazione dell'Impero romano, l'Europa occidentale si trovava isolata dal resto del mondo. Il Mediterraneo, grazie al quale fino ad allora era stata in contatto con la civiltà, le si chiudeva davanti. Fu questo, forse, il risultato più importante che l'espansione dell'Islam ebbe sulla storia universale». La svolta determinata nella storia dell’occidente dall’invasione araba nell’interpretazione di H. Pirenne. Appunti di A.L.

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 05 /01 /2014 - 14:03 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito alcuni appunti relativi al volume di H. Pirenne, Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo, Newton, Roma, 2012 (originale del 1917). Per approfondimenti, vedi la sezione Storia e filosofia.

Il Centro culturale Gli scritti (5/1/2014)

«Uno dei problemi centrali dell’Histoire, rimbalzato di capitolo in capitolo - quasi di pagina in pagina nella parte iniziale - è quello in cui l’autore osserva che, in contrasto con le affermazioni di altri storici, l’economia e la cultura del mondo romano non sono venute meno in conseguenza delle invasioni germaniche. Infatti, ne permangono elementi non esigui, sicuramente nel VI e forse pure nel VII secolo.

Il mutamento profondo, invece, avviene nell’VIII, allorché nel Mediterraneo, sembrano quasi non trovarsi più naviganti, le importazioni di merci dall’Oriente verso il regno franco appaiono interrotte, cessa la circolazione della moneta occidentale, non si incrementano i commerci che anzi si spengono, non si scorgono quasi mercanti provenienti dalle regioni bizantine, siriane o persiane.

A provocare tale frattura non riscontrabile nei precedenti duecentocinquanta-trecento anni, a generare la sparizione della tradizione antica non sono stati i Vandali, non i Goti o i Longobardi ma i Musulmani.

A porre per la prima volta l’accento su questo evento, lo storico è indotto proprio nella ricerca che ora presentiamo, ove la questione viene enunciata in linee ancor generali; infatti le condizioni eccezionali in cui essa vide la luce hanno fuor di dubbio impedito all’autore di addurre dati più precisi e conseguenti, per comprovare la sua tesi.

L’intuizione, però, è lucidamente avvertita e, fra l’altro, consente allo storico di conferire un ampio spessore ai problemi legati al mare e specialmente al Mediterraneo, secondo la teorica pirenniana una sorta di chiave di volta attraverso la quale si passa dall’età antica alla medievale il cui avvento, in certa misura, può ascriversi, come accennavamo, più agli Arabi che agli Occidentali»[1].

Così L. Gatto, nella sua Introduzione all’edizione italiana della Storia d’Europa di Pirenne sintetizza una delle grandi intuizioni dello storico belga - oggi diremmo che il mondo tardo-antico non finisce con la caduta di Romolo Augustolo nel 476, bensì con l’attacco arabo a Costantinopoli che costrinse l’impero a disinteressarsi delle questioni occidentali[2].

Pirenne scrive precisamente[3]:

«Un evento imprevisto provoca sempre una catastrofe proporzionata alla sua importanza. Sbarra, per così dire, il flusso della vita storica, interrompe le sequenze di cause ed effetti che la costituiscono, le fa come rifluire, e con le ripercussioni inattese che esse provocano, sconvolge l'ordine naturale delle cose.

È quanto accadde all'epoca dell'invasione musulmana. Da secoli, l'Europa gravitava intorno al Mediterraneo. Attraverso di esso la civiltà si era diffusa, attraverso di esso le sue diverse regioni comunicavano le une con le altre. Su tutte le sue rive, la vita sociale aveva gli stessi tratti fondamentali, stessa religione, stessi costumi, stesse idee, o quasi. L'invasione germanica non aveva portato modifiche sostanziali a questa situazione. Malgrado tutto, alla metà del VII secolo si può dire che l'Europa costituiva ancora, come ai tempi dell'Impero romano, un'unità mediterranea.

Ora, sotto la spinta improvvisa dell'Islam, questa unità si spezza di colpo. Questo mare noto e quasi familiare, questo mare che i Romani chiamavano «mare nostro» (mare nostrum), per la maggior parte della sua estensione diventa estraneo e ostile. L'interscambio, fra Occidente e Oriente, che fino ad allora si era operato grazie ad esso, si interrompe. Oriente e Occidente vengono bruscamente separati. La comunanza in cui avevano vissuto per tanto tempo viene meno per secoli, e l'Europa di oggi ne risente ancora.

Costretto a combattere a est, l'Impero non ha più difese sul Danubio. I Bulgari, i Serbi, i Croati si riversano sui Balcani e solo le città rimangono greche. Questi popoli non si amalgamano ai residenti come i Germani. L'Impero bizantino cessa di essere universale, per diventare uno Stato greco. I Bulgari, nel 677, sottomettono le tribù slave e si fondono con esse, nella Mesia. Verso la metà del IX secolo, il loro principe Boris viene convertito da Metodio e prende il nome di Michele.

L'Impero bizantino, ormai stretto tra la costa dell'Illiria e l'Alto Eufrate, dedicherà la parte migliore delle proprie energie a resistere alla pressione dell'Islam. La sua lunga storia, fino al giorno in cui, verso la metà del XV secolo, finirà col soccombere sotto i colpi dei Turchi, avrà ancora momenti di splendore e vedrà svilupparsi una civiltà la cui originalità consiste nell'amalgama delle tradizioni antiche con il cristianesimo ortodosso e in una orientalizzazione crescente. Ma per la maggior parte del tempo, sarà una storia estranea a quella dell'Europa occidentale. Solo Venezia manterrà i contatti con Bisanzio e troverà nel ruolo di intermediaria fra l'Occidente e l'Oriente, il punto di partenza della sua futura grandezza. Del resto, se Bisanzio cessa di intervenire in Occidente, nondimeno eserciterà un'influenza che le sopravviverà nei secoli. È Bisanzio che ha cristianizzato gli slavi del sud e dell'est - Serbi, Bulgari e Russi - ed è il suo popolo che, dopo aver subìto il giogo turco per quattrocento anni, nel XX secolo, ha ricostituito la nazionalità greca.

Quanto all'Occidente, la separazione da Bisanzio lo metteva in una situazione del tutto nuova, che sembrava relegarlo ai margini della civiltà, dal momento che fin dall'inizio dei tempi, ogni forma di vita civile e ogni progresso sociale gli erano venuti dall'Oriente. E vero che con gli Arabi, stabilitisi in Spagna e sulla costa d'Africa, l'Oriente si faceva più vicino. Ma fra il suo popolo cristiano e questo Oriente musulmano, la differenza delle confessioni religiose impediva il contatto morale, nonostante quello fisico.

Per la prima volta, dalla formazione dell'Impero romano, l'Europa occidentale si trovava isolata dal resto del mondo. Il Mediterraneo, grazie al quale fino ad allora era stata in contatto con la civiltà, le si chiudeva davanti. Fu questo, forse, il risultato più importante che l'espansione dell'Islam ebbe sulla storia universale. Infatti il cristianesimo d'Occidente, che vede interrotte le proprie comunicazioni tradizionali, divenuto un mondo a parte, ormai costretto a contare soltanto su se stesso, dovrà svilupparsi con le proprie forze. Allontanato dal Mediterraneo, volgerà le energie verso le regioni ancora barbare oltre il Reno e sulle rive del Mare del Nord. La società europea si allargherà e travalicherà infine le antiche frontiere dell'Impero romano. Con l'Impero franco nasce un'Europa nuova, nella quale si elaborerà quella civiltà occidentale, destinata a diventare la civiltà del mondo intero».

Per converso, così Pirenne presenta il prosieguo della storia, quando l’islam dovette indietreggiare rispetto alle conquiste armate realizzate secoli prima[4]:

«La conquista della Sicilia nel IX secolo (portata a termine nel 902 con la presa di Taormina) segna l'ultima invasione in Occidente dell'Islam che, dopo di allora, rinuncia alle conquiste. La Spagna e gli Stati che si formano sulla costa africana - Marocco, Algeria, Kairuan, Barka, fino all'Egitto - hanno perduto la forza d'espansione dei primi tempi. Non attaccano più i cristiani, vivono accanto a loro, in una civiltà più evoluta, più raffinata, ma che si è anche infiacchita. Chiedono una cosa sola: d'essere lasciati in pace e, naturalmente, padroni di quel Mediterraneo di cui occupano tutte le coste meridionali e orientali.

Purtroppo per loro, ciò è impossibile. Se avessero voluto vivere sicuri, avrebbero dovuto fare quel che un tempo avevano fatto i Romani, darsi cioè frontiere difendibili. Hanno la Spagna, ma non fino ai Pirenei. Hanno tutte le isole del Mar Tirreno, ma non hanno né la Provenza, né l'Italia. E come conservare la Sicilia senza l'Italia? Si può dire che si sono fermati troppo presto, come stanchi. Nei loro possedimenti c'è qualcosa d'incompiuto. Le posizioni avanzate che occupavano in Europa si prestavano nel modo peggiore alla difesa. Come pensare che i loro vicini più poveri, nei quali, dal X secolo, l'entusiasmo religioso si accresce a non finire, non li avrebbero attaccati?

La controffensiva iniziò dalla Spagna. I piccoli principati cristiani del nord, il cui suolo è povero e incolto, in assenza di frontiere naturali, cercano ovviamente di guadagnare terreno in avanti. L'antica marca di Spagna si era resa indipendente durante la disgregazione carolingia, con il nome di contea di Barcellona, e poi di Catalogna. Sulle montagne erano sorti i piccoli regni di Navarra, delle Asturie, quello di Leon, poi quelli di Castiglia e d'Aragona. Il Portogallo, che dipendeva dalla Castiglia, si pose come regno indipendente all'epoca della prima Crociata, sotto il governo del principe borgognone Enrico (… 1112). Fra questi piccoli Stati e i Musulmani, era un continuo di guerre di frontiera, dove i cristiani non sempre furono fortunati. Alla fine del x secolo, nel 984, sotto il califfo Hischam II, Barcellona fu distrutta, come pure Santiago, da dove i cristiani furono, costretti a portar via le campane, trasferendole a Cordova.

Ma dopo l'estinzione degli Ommiadi (1031), l'XI secolo segna l'avanzata cristiana. Nel 1057 Ferdinando di Castiglia si spinge fino a Coimbra, costringendo molti emiri, compreso quello di Siviglia, a pagargli un tributo. Suo figlio Alfonso VI (1072-1109) si impadronisce di Toledo, di Valencia e assedia Saragozza. Sconfitto dagli Almoravidi del Marocco che l'emiro di Siviglia chiama alla riscossa nel 1086, la sua avanzata viene interrotta dopo che con il suo esercito si è spinto brevemente fino allo stretto di Gibilterra. Ma l'offensiva dei cristiani è già segnata: dal momento che non è stato possibile stanare i nemici dalle loro montagne, andranno a Gibilterra.

In Italia, gli avvenimenti sono più decisivi. I Bizantini che non avevano difeso la Sicilia, occupavano ancora il sud della Penisola, quando la calata dei Normanni sostituì, tanto alla loro dominazione quanto a quella dell'Islam, l'egemonia di un nuovo Stato guerriero, pieno di vitalità. La conquista della Sicilia, e subito dopo quella di Malta, gettavano due baluardi cristiani in pieno Mediterraneo musulmano.

Anche i Pisani avevano preso parte alla guerra. Da qualche tempo, combattevano per mare contro i Mori della Sardegna, che scacciarono nel 1016. Presero parte attiva alla conquista della Sicilia: il duomo di Pisa è una sorta d'arco di trionfo per celebrare la presa del porto di Palermo, nel 1067. Genova, poi, incominciava le sue spedizioni e molestava le coste dell' Africa. Non si trattava ancora di commercio; si trattava di scorribande, pirateria, guerra, perché, nella mente dei marinai, l'idea cristiana si mescolava a quella di profitto.

In breve, dalla metà dell'XI secolo, l'Occidente cristiano inizia, con tentativi isolati, l'offensiva contro l'Islam. Ma non è niente che assomigli a una guerra religiosa. Sono guerre di conquista che si farebbero anche contro gente della stessa religione, se le circostanze e la posizione geografica si prestassero. Quanto ai Normanni, attaccano indifferentemente Bizantini e Musulmani.

Se la si considera da un punto di vista generale, nell'insieme della storia universale, la Crociata si ricollega chiaramente a questi eventi come la continuazione dell'offensiva contro l'islamismo. Ma con essi ha un solo elemento comune: è diretta contro l'Islam. Per il resto - origini, scopo, tendenze e organizzazione - ne differisce completamente.

A tutta prima, è puramente ed esclusivamente religiosa. In questo senso, lo spirito che la anima, si ricollega intimamente al grande movimento di fervore cristiano di cui la lotta per le investiture è un'altra manifestazione. E vi si ricollega anche per il fatto che il papa, che ha diretto questa guerra e l'ha scatenata, scatena e organizza anchela Crociata.

Il suo obiettivo, a dire il vero, non è l'Islam. Se lo si fosse voluto far indietreggiare, bisognava aiutare gli Spagnoli e i Normanni. Sono i luoghi santi, il sepolcro di Cristo a Gerusalemme. Questo apparteneva ai Musulmani dal IX secolo e i cristiani non se n'erano particolarmente curati. Ma il fatto è, che a quei tempi, sotto il governo arabo, essi non venivano molestati e la loro devozione non si era ancora fatta così suscettibile.

Ma per l'appunto, quando lo diventa, nell'XI secolo, i Turchi Selgiucidi occupano la Siria e il loro fanatismo infastidisce i pellegrini che manifestano dappertutto la loro indignazione per l'ignominia fatta a Cristo. Ora, tra i pellegrini, c'erano molti principi, come ad esempio, Roberto il Frisone. Non dovettero certo essere i racconti della gente modesta (che probabilmente non doveva essere molta a Gerusalemme), a sollevare l'opinione pubblica, ma quelli dei cavalieri e dei principi.

Alle loro sollecitazioni, si aggiungono ben presto le profferte dell'imperatore di Bisanzio. La situazione dell'Impero, dopo la comparsa dei Selgiucidi in Asia Minore, è tra le più precarie. Nel X secolo, gli imperatori macedoni, Niceforo Foca, Giovanni Trismiceto, Basilio II, avevano fatto arretrare di molto l'Islam e riportato la frontiera sul Tigri. Ma i Selgiucidi, nell'XI secolo, riprendono l'Armenia e l'Asia Minore. Nel momento in cui Alessio Comneno sale al trono (1081), soltanto le coste sono ancora greche. Non esiste più una flotta. L'esercito è insufficiente. Alessio pensa all'Occidente. A chi rivolgersi, se non al papa? Lui solo esercita un'influenza universale. Ma lo si può prendere esclusivamente dal lato della religione. Nel 1095, manda un'ambasceria a Urbano II, al concilio di Piacenza, lasciando intravedere la possibilità di rientrare nella comunione cattolica. Qualche mese dopo, il 27 novembre1095, a Clermont, veniva proclamatala Crociata tra l'entusiasmo dalla folla che era accorsa e si era stretta intorno al sommo pontefice.

Le Crociate sono essenzialmente opera del papato. Lo sono per il loro carattere universale e per il loro carattere religioso. Non sono degli Stati, e neanche dei popoli, a intraprenderle, bensì il papato. La causa che le muove è tutta spirituale, svincolata da qualsiasi preoccupazione d'ordine temporale: la conquista dei Luoghi Santi. Solo chi parte senza spirito di lucro partecipa alle indulgenze. Occorrerà attendere fino alle prime guerre della Rivoluzione Francese per trovare combattenti al pari di questi liberi da ogni altra considerazione che non sia la dedizione a un'idea.

L'entusiasmo religioso e l'autorità del papa non sarebbero tuttavia bastati a promuovere un'impresa così grandiosa, se la situazione sociale dell'Europa non l'avesse reso possibile. Alla fine dell'XI secolo, fu necessario che questo ardore di fede, questa supremazia del papato e queste condizioni sociali coincidessero. Un secolo prima, sarebbe stato impossibile, e così un secolo dopo. L'idea realizzata nell'XI secolo, si è prolungata, dopo, come un'idea-forza, in condizioni assai diverse, e comunque, affievolendosi via via sempre più. È sopravvissuta anche nel Rinascimento, perché, nel XVI secolo, i papi ci pensano ancora contro i Turchi. Ma la vera Crociata, la madre di tutte le altre, è la prima ed è veramente figlia del suo tempo.

Innanzitutto, ancora non esistono Stati. Le nazioni non hanno governi che esercitino un'influenza su di loro. La politica non divide la cristianità, che può riunirsi, tutta intera, intorno al papa.

Poi c'è una classe militare pronta a partire: la cavalleria. L'esercito esiste, basta radunarlo. Quel che è in grado di fare, lo ha dimostrato con le conquiste dei Normanni, in Italia e in Inghilterra. Ed è un esercito che non costa niente, perché è equipaggiato, di padre in figlio, dai feudi. È inutile raccogliere il denaro per la guerra santa. Basta nominare i capi, indicare le strade da seguire. Da questo punto di vista, la Crociata è essenzialmente la grande guerra feudale, quella dove il feudalesimo occidentale ha agito come un corpo unico e, se così si può dire, da solo. Nessun re vi prende parte. La cosa curiosa è che ai re non si è mai neanche pensato, per non parlare poi dell'imperatore, che è il nemico del papa.

Non c'è quindi da meravigliarsi, stando così le cose, che la Crociataabbia reclutato le truppe soprattutto nei paesi dove il feudalesimo è più affermato, in Francia, in Inghilterra, nei Paesi Bassi, nell'Italia normanna. Da questo punto di vista, è principalmente una spedizione, non diciamo di popoli romani, ma della cavalleria romana. Senza la cavalleria sarebbe stata impossibile, perché fu soprattutto un'impresa di cavalieri, di nobili. Non bisogna pensarla come una specie di corsa in massa dei cristiani verso Gerusalemme. Fu prima di tutto una spedizione di uomini d'armi, senza i quali non avrebbe fatto altro che fornire carne da macello ai Turchi. Risulta inoltre che non fu numerosa come si crede. Tutt'al più, qualche decina di migliaia di uomini, cifra enorme, in senso relativo, ma che non ha niente a che vedere con l'afflusso che avrebbe determinato una sorta di emigrazione in massa».

L’opera di Pirenne venne elaborata in circostanze straordinarie. Lo storico, infatti, venne deportato in Germania nel 1916, nel corso della I guerra mondiale, per l’atteggiamento patriottico con il quale volle difendere la sua università in periodo di guerra, e così obbligato a risiedere in forma coatta a Krefeld, poi a Holzminden ed, infine, a Kreuzburg in Turingia. Organizzò allora corsi di storia per i suoi compagni di prigionia: un corso di economia per i russi prima e poi un corso di storia del Belgio per i suo compatrioti. Nacque in questo modo la Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo. Così il figlio J. Pirenne riporta i ricordi dello storico nel descrivere le condizioni del suo insegnamento che confluirono poi nello scritto[5]:

«“Quanto a me”, scrive, “tenevo due corsi, uno di storia economica per due o trecento studenti russi fatti prigionieri a Liegi nell’agosto del 1914, l’altro, in cui raccontavo ai miei compatrioti la storia del loro paese. Non ho mai avuto allievi più attenti e mai ho insegnato con tanto piacere. Il corso di storia del Belgio era veramente avvincente. L’uditorio si stipava, gli uni appollaiati su pagliericci accatastati uno sopra l’altro su un angolo della baracca adibita ad aula, altri ammassati su banchi o in piedi, lungo le tramezzature... Qualcuno si radunava all’esterno, davanti alle finestre aperte. Dentro, dal tetto di cartone catramato, veniva un caldo asfissiante. Migliaia di pulci venivano fuori da ogni dove, saltellando al sole come le goccioline di una leggera innaffiatura. Talvolta mi immaginavo di udirle, tanto era profondo il silenzio di tutti quegli uomini che ascoltavano uno dei loro parlare della patria lontana e ricordare tante catastrofi che aveva subito e superato. Senza dubbio l’affluenza del pubblico allarmò la ‘Kommandantur’. Un giorno mi venne intimato l’ordine di interrompere l’insegnamento. Naturalmente, protestai contro una misura che, di tutti i professori del campo, colpiva soltanto me. Rimisi al generale una memoria che egli promise di inviare a Berlino, e subito ebbe inizio una corrispondenza interminabile. Per quindici giorni dovetti fornire note, rapporti, spiegazioni di tutti i tipi. Per farla breve, alla fine giunse l’autorizzazione a riprendere le lezioni. Ma dovetti impegnarmi a consegnare il giorno prima all’ufficio del campo il sommario della lezione quotidiana e a subire la presenza, fra l’uditorio, di due o tre soldati che conoscevano la lingua francese”»[6].

E così commenta l’opera del padre[7]:

«Messo nell’impossibilità di ricorrere alle fonti, di riprendere nel dettaglio lo studio dei fatti, di controllare le date, mio padre dovette limitarsi necessariamente allo studio degli insiemi; la storia sociale, l’evoluzione economica, le grandi correnti religiose e politiche hanno catturato la sua attenzione, e i fatti, in conclusione, sono serviti soltanto da supporto al vasto affresco che egli schizza a grandi pennellate, abbracciando con un solo sguardo l’Oriente e l’Occidente».

Note al testo

[1] L. Gatto, Introduzione, in H. Pirenne, Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo, Newton, Roma, 2012 (originale del 1917), pp. 11-12.

[2] Questa è la tesi, ad esempio, di P. Brown, Il mondo tardo antico, Einaudi, Torino, 1974.

[3] H. Pirenne, Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo, Newton, Roma, 2012 (originale del 1917), pp. 49-50.

[4] H. Pirenne, Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo, Newton, Roma, 2012 (originale del 1917), pp. 149-152.

[5] J. Pirenne, Prefazione, in H. Pirenne, Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo, Newton, Roma, 2012 (originale del 1917), p. 23.

[6] Henri Pirenne, Souvenirs de captivité en Allemagne, Bruxelles (Lamertin), 1921, p. 38-39. Questi scritti sono apparsi anche nella Revue des Deux Mondes, Paris, 1 e 15 febbraio, 1920.

[7] J. Pirenne, Prefazione, in H. Pirenne, Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo, Newton, Roma, 2012 (originale del 1917), p. 26.