Papa Francesco e la catechesi dell’Iniziazione cristiana di bambini e ragazzi: primi appunti, di Andrea Lonardo (I parte)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 30 /03 /2014 - 15:33 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito un articolo di Andrea Lonardo. Per approfondimenti, vedi la sezione Catechesi e pastorale. Per la II parte della riflessione, cfr. Papa Francesco e la catechesi dell’Iniziazione cristiana di bambini e ragazzi (II parte), di Andrea Lonardo.

Il Centro culturale Gli scritti (30/3/2014)

N.B. Questo articolo cerca di rileggere alcune problematiche dell’Iniziazione cristiana di bambini e ragazzi alla luce delle prospettive aperte da papa Francesco. L’ottica è, quindi, forzatamente peculiare nella consapevolezza che il suo magistero è molto più ricco ed articolato[1].

Indice

1/ La vicinanza, il contatto anche fisico, che deve caratterizzare la catechesi

Baciare, toccare, essere vicini, non aver paura del contatto, del rapporto, della relazione. Questo, forse, è il primo insegnamento che papa Francesco consegna alla catechesi. La catechesi è una relazione dove la Chiesa, tramite i catechisti, innanzitutto e semplicemente vuole bene, cammina con le persone, le accompagna perché spinta dall’amore. Papa Francesco ricorda con ogni suo gesto che la vita della Chiesa - e per questo anche la catechesi - è un grande atto di amore[2], un atto di vicinanza che manifesta il cuore da cui nasce.

In questo modo, tutta la catechesi è chiamata a relativizzare il suo impianto talvolta intellettualistico, dove l’astrattezza non è data tanto dall’importanza dei contenuti della fede, quanto piuttosto dalla latitanza della dimensione affettiva. La catechesi esprime al meglio se stessa facendosi vicina, prossima, di ogni persona che si avvicina alla Chiesa: è l’opportunità di due vicinanze che si avvicinano, non solo da parte di chi chiede di vivere l’Iniziazione.

Papa Francesco oppone spesso la vicinanza effettiva alle persone ad un rapporto ideologico della categoria dell’altro che esonera dall’incontro reale e dall’amore singolare e personale. Abbiamo bisogno di catechisti che siano vicini ai bambini, ai ragazzi ed ai loro genitori così come essi sono e non come si desidererebbe che siano.

2/ Una catechesi popolare perché ognuno incontri la misericordia di Dio

Per questo - e questo aspetto è forse solo un’esplicitazione di quanto già detto - l’immagine di catechesi che sembra emergere da questo primo anno di pontificato può essere ben definita come di stampo “popolare”[3].

Questo - così ci sembra - indica alla catechesi non una strada caratterizzata da tappe teoriche e complicate, non una via riservata a gruppi caratterizzati da forte impegno, bensì piuttosto un cammino semplice ed aperto a tutti.

Ci sembra che, nella prospettiva di evangelizzazione e di formazione cristiana di papa Francesco, il primato spetti alla misericordia ed all’accoglienza che ognuno riceve da Dio e dalla sua Chiesa e che, progressivamente, lo porta a divenire poi protagonista di misericordia.

Lo sguardo “pastorale” della catechesi rivolto all’intero popolo di Dio  e non a gruppi di élite, che permette di offrire il vangelo a tutti, senza distinzioni, viene espresso in maniera forte e semplice dalla parabola della pecora smarrita che così papa Francesco ha commentato[4]: «È più facile restare a casa, con quella unica pecorella, eh? È più facile! Eh, con quella pecorella, pettinarla, carezzarla … ma a noi preti, anche a voi cristiani, tutti, il Signore ci vuole pastori, non pettinatori di pecorelle: pastori! E quando una comunità è chiusa, sempre tra le stesse persone che parlano, e così, questa comunità non è una comunità che dà vita. È una comunità sterile, non è feconda. La fecondità del Vangelo viene per la grazia di Gesù Cristo ma attraverso noi, la nostra predicazione, il nostro coraggio, la nostra pazienza».

3/ I Sacramenti hanno una forza evangelizzatrice, perché esprimono in maniera tangibile la misericordia

Papa Francesco presenta i Sacramenti non come un premio, bensì come “un rimedio ed un alimento” (EG 47)[5]. Per questo – insistiamo sul fatto che non pretendiamo di porci come interpreti adeguati del pensiero del papa che ovviamente è ben più ricco – dalle parole e dall’esperienza dell’allora arcivescovo Bergoglio e di papa Francesco, sembra emergere una valutazione positiva del desiderio di tanti di accostarsi ai Sacramenti, così come di desiderarli per i figli.

In EG 174 si giunge addirittura a definire “vecchia” la presunta contrapposizione che caratterizza sovente le discussioni fra esperti di catechesi fra “evangelizzazione” e “sacramento”: «Abbiamo ormai superato quella vecchia contrapposizione tra Parola e Sacramento. La Parola proclamata, viva ed efficace, prepara la recezione del Sacramento, e nel Sacramento tale Parola raggiunge la sua massima efficacia».

Questo perché la Chiesa è innanzitutto madre misericordiosa che offre innanzitutto a piene mani la grazia, sapendo che essa potrà fruttificare.

Ci sembra che le parole dell’Evangelii Gaudium riflettano l’esperienza di Bergoglio arcivescovo di Buenos Aires che così affermava in un’intervista[6]:

«Nessuno pensa che non si debba fare catechesi, preparare bambini per la cresima e la comunione. Ma occorre sempre guardare la nostra gente così com’è, e vedere cosa è più necessario. I sacramenti sono per la vita degli uomini e delle donne così come sono. Che magari non fanno tanti discorsi, eppure il loro sensus fidei coglie la realtà dei sacramenti con più chiarezza di quanto succede a tanti specialisti... Proprio qualche giorno fa ho battezzato sette figli di una donna sola, una vedova povera, che fa la donna di servizio e li aveva avuti da due uomini differenti. Lei l’avevo incontrata l’anno scorso alla festa di San Cayetano. Mi aveva detto: padre, sono in peccato mortale, ho sette figli e non li ho mai fatti battezzare. Era successo perché non aveva i soldi per far venire i padrini da lontano, o per pagare la festa, perché doveva sempre lavorare… Le ho proposto di vederci, per parlare di questa cosa. Ci siamo sentiti per telefono, è venuta a trovarmi, mi diceva che non riusciva mai a trovare tutti i padrini e a radunarli insieme… Alla fine le ho detto: facciamo tutto con due padrini soli, in rappresentanza degli altri. Sono venuti tutti qui e dopo una piccola catechesi li ho battezzati nella cappella dell’arcivescovado. Dopo la cerimonia abbiamo fatto un piccolo rinfresco. Una coca cola e dei panini. Lei mi ha detto: padre, non posso crederlo, lei mi fa sentire importante… Le ho risposto: ma signora, che c’entro io?, è Gesù che a lei la fa importante».

4/ La periferia rappresentata dalla mancanza di fede

Ci sembra che un altro tratto caratteristico del magistero di papa Francesco che illumina il rinnovamento dell’Iniziazione cristiana riguardi la riscoperta di uno sguardo di compassione verso quelle situazioni nei quali Dio è assente. Ad esempio, nel suo discorso ai partecipanti al Congresso dei catechisti[7], il papa ha detto:

 «Voi sapete una delle periferie che mi fa così tanto male che sento dolore - lo avevo visto nella diocesi che avevo prima? È quella dei bambini che non sanno farsi il Segno della Croce. A Buenos Aires ci sono tanti bambini che non sanno farsi il Segno della Croce. Questa è una periferia! Bisogna andare là! E Gesù è là, ti aspetta, per aiutare quel bambino a farsi il Segno della Croce. Lui sempre ci precede».

E nell’EG 200 papa Francesco ha scritto: «Desidero affermare con dolore che la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. l’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua parola, la celebrazione dei sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria».

Anche la catechesi pertanto tocca le periferie dell’esistenza, perché non c’è persona più lontana dal cuore della vita di chi si rivolge ad idoli falsi o al nulla e non al Dio vivente. Eppure la catechesi è chiamata ad annunziare che il Dio della vita è già lì, dove sembrava assente.

5/ La catechesi come educazione alla misericordia ed all’amore del povero

Ci sembra ancora che una catechesi “carica di misericordia”, che inizi dall’accogliere le persone così come esse sono per manifestare loro la bontà di Dio, si coniughi, nella prospettiva di papa Francesco, con una proposta che accompagni ogni persona a divenire poi ricca di misericordia, avendo sperimentato la tenerezza di Dio.

L’alta proposta morale di papa Francesco - ben lontana da facili moralismi ed invece piena delle esigenze etiche del Vangelo - sottolinea la responsabilità pubblica della fede cristiana, invitando a porla al centro della catechesi insieme all’annunzio della misericordia di Dio rivelatasi nel volto di Cristo.

In EG 176 papa Francesco spiega che la dimensione sociale e morale del Vangelo non viene solo dopo l’annunzio stesso, ma è costitutiva dello stesso inizio della fede: «Vorrei condividere le mie preoccupazioni a proposito della dimensione sociale dell’evangelizzazione precisamente perché, se questa dimensione non viene debitamente esplicitata, si corre sempre il rischio di sfigurare il significato autentico e integrale della missione evangelizzatrice».

La catechesi viene così invitata a porre al centro la condivisione di vita con i “piccoli” ed i “poveri”. Un autentico cammino di formazione cristiana non potrà essere solo un cammino di preghiera o di esperienza liturgica, bensì aiuterà a “sporcarsi le mani”, entrando nella relazione viva con chi è nel bisogno. La catechesi si deve caratterizzare per il rifiuto della “cultura dello scarto”, divenendo invece scuola di una “cultura dell’incontro”[8], proponendo esperienze di servizio e di incontro con testimoni di opere di misericordia corporale e spirituale.  

6/ Una catechesi incentrata sull’essenziale

Papa Francesco sottolinea poi che una catechesi che voglia evangelizzare e non presupporre l’annunzio del vangelo deve puntare al cuore della fede. In EG 35 afferma: «Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa».

Nella Lettera di risposta all’ex direttore del quotidiano La Repubblica, Eugenio Scalfari, papa Francesco ha scritto[9]: «Lei mi chiede come capire l’originalità della fede cristiana in quanto essa fa perno appunto sull’incarnazione del Figlio di Dio, rispetto ad altre fedi che gravitano invece attorno alla trascendenza assoluta di Dio». Questo - ci sembra - è l’atteggiamento indicato alla catechesi da papa Francesco.

Infatti, ogni contenuto ed ogni aspetto dell’intero e armonico messaggio evangelico ha senso solo in relazione al suo cuore, alla manifestazione del volto di Dio in Gesù, alla presenza reale in Cristo della misericordia divina. Per questo la catechesi viene invitata non solo a porre al centro fin dall’inizio la novità e la bellezza della fede, senza arrivarvi alla fine di un estenuante cammino, ma anche a mostrare il legame di ogni sua particolare espressione con questo cuore pulsante e vivo: «Quando diciamo che questo annuncio è “il primo”, ciò non significa che sta all’inizio e dopo si dimentica o si sostituisce con altri contenuti che lo superano. è il primo in senso qualitativo, perché è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra, in tutte le sue tappe e i suoi momenti» (EG 164).

La catechesi ha bisogno, tanto più oggi, non di un metodo semplicemente progressivo, bensì di una centratura sull’essenziale che viene poi via via sempre più compreso per successivi approfondimenti contenutistici ed esperienziali. Un metodo che potremmo definire “a scaletta”, che giunge solo dopo molto tempo e tanti “gradini” al cuore del messaggio cristiano non è adeguato al mondo in cui siamo chiamati a vivere.

Note al testo

[1] Specificamente su papa Francesco e la catechesi, vedi finora, oltre all’Evangelii gaudium, il Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti al congresso internazionale sulla catechesi del 27/972013, le catechesi del mercoledì sui Sacramenti, e «Le rivoluzioni della storia hanno cambiato i sistemi politici, economici, ma nessuna di esse ha veramente modificato il cuore dell’uomo». La catechesi di papa Francesco in apertura del Convegno della diocesi di Roma 2013. Per una riflessione più organica sul ministero del catechista, cfr. anche Chiamati a servire e ad annunciare. Incontro arcidiocesano di Catechesi. L’allora arcivescovo Jorge Mario Bergoglio parla ai catechisti.

[2] Sul dramma di un atteggiamento educativo che emargina la “vicinanza” e la “carità” dai luoghi di formazione demandando a specialisti come gli psicologi tutti i temi decisivi, cfr. Monsieur Lazhar e The artist: provocazioni per la catechesi. Breve nota di Andrea Lonardo.

[3] Sul modo di utilizzare il concetto di “popolo di Dio” in Bergoglio, cfr. La Teologia del Popolo in papa Francesco. La parola “popolo” è usata 164 volte nella “Evangelii Gaudium”: cosa intende il pontefice con questa?, di Esteban Pittaro.

[4] Dalla catechesi tenuta da papa Francesco in apertura del Convegno della diocesi di Roma «“Cristo, tu ci sei necessario!” La responsabilità dei battezzati nell’annuncio di Gesù Cristo» presso l’Aula Nervi, il 17/6/2013.

[5] Questo il testo di EG 47: «La Chiesa è chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre. Uno dei segni concreti di questa apertura è avere dappertutto chiese con le porte aperte. Così che, se qualcuno vuole seguire un mozione dello Spirito e si avvicina cercando Dio, non si incontrerà con la freddezza di una porta chiusa. Ma ci sono altre porte che neppure si devono chiudere. Tutti possono partecipare in qualche modo alla vita ecclesiale, tutti possono far parte della comunità, e nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi. Questo vale soprattutto quando si tratta di quel sacramento che è “la porta”, il battesimo. L’eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli». E nelle note dell’esortazione, a sostegno di queste affermazioni, papa Francesco cita i Padri: Sant’Ambrogio, De Sacramentis, IV, vi, 28: PL 16, 464: «Devo riceverlo sempre, perché sempre perdoni i miei peccati. Se pecco continuamente, devo avere sempre un rimedio»; ibid., IV, v, 24: PL 16, 463:«Colui che mangiò la manna, morì; colui che mangia di questo corpo, otterrà il perdono dei suoi peccati »; San Cirillo di Alessandria, In Joh. Evang. IV, 2: PG 73, 584-585: « Mi sono esaminato e mi sono riconosciuto indegno. A coloro che parlano così dico: e quando sarete degni? Quando vi presenterete allora davanti a Cristo? E se i vostri peccati vi impediscono di avvicinarvi e se non smettete mai di cadere – chi conosce i suoi delitti?, dice il salmo – voi rimarrete senza prender parte della santificazione che vivifica per l’eternità?».

[6] Cfr. Non siamo padroni dei doni del Signore. Intervista sulla grazia del Battesimo con il cardinale Jorge Mario Bergoglio di Gianni Valente.

[7] Discorso tenuto a Roma nell’Aula Nervi il 27/9/2013.

[8] Cfr. Papa Francesco nell’Udienza agli aderenti al movimento apostolico ciechi e alla piccola missione per i sordomuti, 29/3/2014.

[9] Cfr. La Repubblica dell’11/9/2013.