Giobbe dinanzi al male e a Dio, di Bruna Costacurta

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 14 /12 /2014 - 14:17 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito la trascrizione della relazione tenuta dalla prof.ssa Bruna Costacurta il 15 novembre 2014, nel corso della due giorni La Bibbia: un libro da “mangiare”, II edizione. Il male e la sua origine. Genesi 3, Giobbe e il Nuovo testamento, organizzato dall’Ufficio catechistico di Roma, dall’Apostolato Biblico di Roma e dal Centro culturale Gli scritti. La trascrizione è opera di Giulia Balzerani (che ha anche curato l’organizzazione dell’evento per Gli Scritti). Il testo non è stato rivisto dalla relatrice stessa. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Sacra Scrittura

Il Centro culturale Gli scritti (14/12/2014)

Presentazione di Andrea Lonardo

Abbiamo già ascoltato nella prima serata il prof. Antonio Pitta che ci ha presentato la Lettera ai Romani nei passi che trattano del peccato originale. È stato poi rav Riccardo Di Segni a parlarci di Genesi 3, nella riflessione dei rabbini sul problema del male. Oggi ascolteremo innanzitutto la prof.ssa Bruna Costacurta. Mi piace subito dire, prima di presentarla ufficialmente ricordando le sue pubblicazioni ed i suoi titoli, che, insieme a tanti altri, apprezzo moltissimo il suo essere una maestra dell’insegnamento della Bibbia come unità.

La questione dell’unità della Bibbia non è un problema solo degli esegeti, ma è anche un problema ed una “risorsa” per la catechesi. La catechesi si è spesso abituata a presentare un determinato personaggio biblico in maniera avulsa dall’intera storia della salvezza: solo per fare un esempio, è divenuto normale presentare Mosè come Mosè e solo come Mosè, omettendo di parlare del suo rapporto con Abramo, al quale Dio comincia a manifestarsi ed al quale comincia ad indicare il rapporto tra grazia e comandamento, così come del suo rapporto con Gesù, il nuovo Mosè. Nella catechesi talvolta si presentano solo tanti frammenti narrativi, senza ricostruire l’unità della “grande narrazione” caratteristica della Bibbia come unico libro. L’esegesi di Bruna Costacurta è sempre estremamente attenta al testo, alla sua realtà fattuale, all’aspetto storico-critico, ma oltre a questo c’è la domanda di fondo: Giobbe è un libro a sé o fa parte di un insieme?

Mi piace anche condividere con voi un ricordo personale perché il rapporto di stima e di affetto che mi unisce alla prof.ssa Costacurta ha una lunga storia. Ci siamo incontrati la prima volta in Terrasanta - era Pasqua -, diversi anni fa, nella casa dei Gesuiti dove io abitavo. In primavera, subito prima della Pasqua, i padri decisero di presentare a noi studenti il Seder pasquale e in quella lezione-cena lei, unica donna presente, fece la madre di famiglia, uno dei padri, Roland Meynet, il padre di famiglia ed a me, che ero lo studente più giovane della casa, toccò la parte del bambino che faceva le domande.

Bruna Costacurta è docente di Libri Sapienziali all’Università Gregoriana, insegna poi nel corso di Licenza in Teologia biblica ed è responsabile del Dipartimento di Sacra Scrittura. Fra le sue pubblicazioni più importanti, oltre ai numerosi articoli in riviste specializzate, voglio ricordare la sua tesi di laurea sul tema della paura nella Bibbia, “La vita minacciata”, poi gli studi sulla storia di Davide “Con la cetra e con la fionda” e “Lo scettro e la spada”. Ha scritto anche “Il laccio spezzato”, sul Salmo 124 e dei testi più divulgativi di meditazione personale come “Lascia andare il mio popolo” sull’Esodo e “Il fuoco e l’acqua” su Elia.

Sappiamo che fare un’analisi esaustiva del Libro di Giobbe richiederebbe una vita intera, ma oggi le abbiamo chiesto di aiutarci almeno a gettare uno sguardo su questo libro che parla del male, della sofferenza, dell’ingiustizia, del rapporto tra Dio e l’uomo e inizia l’arcata di un ponte che poi nella Bibbia avrà tutto un suo fecondo sviluppo.

Relazione della prof.ssa Bruna Costacurta

Parlare del libro di Giobbe in 45 minuti è impossibile. Spero che Dio mi perdoni e che mi perdoni anche Giobbe! Innanzitutto perché è un libro molto lungo, 42 capitoli, ma soprattutto perché sono 42 capitoli estremamente complessi, molto difficili proprio nello svolgimento e nella logica del discorso che vi si trova. Ma soprattutto perché questi capitoli sono molto complessi e molto problematici proprio per la tematica che affrontano, perché è una tematica difficile, in qualche modo apparentemente senza soluzione, una tematica che mette in crisi, perché la tematica del libro di Giobbe è la sofferenza dell’innocente.

È la sofferenza che appare sempre assolutamente inadeguata e soprattutto senza spiegazione ultima, perché anche quando ci fosse qualche spiegazione - ed è quello che il libro di Giobbe cerca di trovare -, anche quando sembra di trovare una qualche spiegazione dicendo che il male viene dal peccato di origine, che il dolore e la sofferenza vengono da lì, però c’è sempre una sproporzione assoluta, anche perché oltre alla sofferenza c’è la morte che con la sua definitività crea una sproporzione assoluta rispetto a qualsiasi spiegazione.

Allora il libro di Giobbe non è solo un libro che si interroga sul senso del dolore in genere e del dolore dell’innocente in particolare, ma affronta la tematica e la domanda terribile su cosa fa Dio davanti al dolore, davanti alla sofferenza dell’innocente. Ci troviamo davanti a violenze che sono inaccettabili, ci troviamo davanti alla morte e la domanda è: “Ma Dio dove è?”. Il libro di Giobbe è in realtà un libro che parla di Dio e del suo rivelarsi in riferimento a ciò che nell’uomo mette in crisi il suo rapporto con Lui, fondamentalmente la problematica del dolore.

Questo libro è costruito in modo strano, perché i primi due capitoli sono scritti in prosa, poi dal III capitolo fino ai primi versetti del cap. 42 tutto è scritto in poesia e poi dalla fine del capitolo 42 tutto torna ad essere scritto in prosa. Queste due parti in prosa - inizio e fine, prologo ed epilogo - si potrebbero leggere da sole senza la parte in mezzo, perché sono una specie di leggenda, di racconto edificante, di racconto pio che parla di un tal Giobbe, uomo giusto, uomo buono, perfetto, timorato di Dio, che vive quindi una situazione di felicità, di benedizione, come appare giusto che sia.

L’uomo buono è benedetto, vive in una situazione di benedizione, però in questa situazione viene colpito da prove, disgrazie, che arrivano fino a toccargli la vita. Giobbe rimane fedele, continua a perseverare nella sua giustizia e nella sua bontà e allora - ecco la parte finale del libro, ecco l’aggancio, alla fine del libro, ecco l’epilogo - Dio gli restituisce tutto ciò che ha perso, lo premia per la sua fedeltà e quindi “tutti vissero felici e contenti”. Raccontino pio, raccontino edificante, che deve servire a dire: “Anche nel dolore continuate a rimanere fedeli a Dio e vedrete che poi il Signore si farà conoscere e in qualche modo vi ricompenserà”.

Apparentemente questo è il racconto del libro di Giobbe. Solo che, in mezzo, dal capitolo 3 fino ai primi versetti del capitolo 42 - cioè il vero libro di Giobbe, quello che è invece scritto in poesia -, lì Giobbe appare completamente diverso: non è il Giobbe paziente che davanti alle disgrazie, alle prove, alla sofferenza, accetta tutto dalle mani di Dio, continuando a benedire Dio, ma è quello che invece protesta, che lotta con Dio, che dice “Non va bene”. Vuole costringere così in qualche modo Dio a dare una risposta all’interrogativo terribile: “Ma perché tutto questo? E tu, Dio, cosa fai?”

Vorrei allora brevissimamente percorrere il contenuto più importante di questo libro per cercare però di averne delle chiavi di interpretazione, per cercare di capire che messaggio vuole dare.

Nel prologo Giobbe viene presentato come uomo perfetto. Non si danno di Giobbe delle coordinate storiche, temporali: l’unica coordinata che si dà è spaziale, si dice che abitava nel territorio di Uz, che non sappiamo nemmeno dove sia. Probabilmente il riferimento è al territorio di Edom - e il particolare può anche essere interessante perché Edom era il territorio di Esaù, il fratello di Giacobbe, e dunque fuori di Israele. È come se questo Giobbe situato fuori di Israele, questo Giobbe visto ironicamente come discendente di Esaù, avesse molto da insegnare al discendente di Giacobbe.

Che Giobbe sia messo fuori dai confini di Israele, anche se poi parla sempre come un israelita, serve probabilmente a dare alla figura di Giobbe una dimensione universalistica, ma anche forse a consentire a Giobbe di parlare in modo libero, senza paura di andare al di là degli insegnamenti tradizionali di Israele.

Comunque sia, questa mancanza di coordinate e questa apertura universalistica fanno sì che si capisca subito come, leggendo il libro di Giobbe, non siamo alle prese con un racconto storico, bensì con un racconto parabolico, dove Giobbe è la figura dell’uomo, rappresenta ogni uomo. E allora ogni uomo che legge il libro di Giobbe è chiamato ad identificarsi in Giobbe, sapendo che il problema di Giobbe è il problema di ogni uomo. Non leghiamo Giobbe a epoche particolari, a luoghi particolari: il suo problema è il problema di ogni uomo, in ogni luogo e in ogni tempo.

Ma cosa racconta il prologo? Questo uomo perfetto - perfetto non come lo è Dio, ma perfetto come uomo, giusto, timorato di Dio, che stava lontano dal male - godeva di grande benedizione da parte di Dio, proprio a motivo della sua bontà; dunque aveva molti figli e figlie, pienezza di fecondità come pienezza di vita, godeva di molti beni, di molto bestiame. Giobbe vive un rapporto bello, facile con la vita, un rapporto benedetto anche dalle ricchezze e, soprattutto, una vita benedetta dall’esperienza dell’armonia e della comunione, sia familiare, sia con tutti quelli che Giobbe ha intorno, quindi con tutti i suoi concittadini.

Il libro sottolinea che la situazione di grande armonia era condivisa anche dai figli che la vivevano tra di loro - si racconta, infatti, che ogni fratello faceva un banchetto invitando anche tutti gli altri, persino anche le sorelle, sottolineando così non solo armonia tra i fratelli, ma l’idea di una ricchezza che viene condivisa con gli altri e non si chiude nell’egoismo di chi gode di quella ricchezza da solo, bensì si offre in banchetti vicendevolmente. Offrire banchetti ha un valore simbolico, vuol dire aprire la vita agli altri, non semplicemente divertirsi o dare agli altri da mangiare, significa condividere la vita, perché il cibo rappresenta di fatto l’elemento vitale più importante per l’uomo e mangiare vuol dire assumere cibo dal di fuori e farlo diventare nostra vita.

È il cibo che nutre la vita ed è il cibo che, assimilato, ci permette di vivere. Condividere il cibo vuol dire condividere ciò che ti fa vivere: dal punto di vista simbolico si va al di là della semplice condivisione degli alimenti per dire che quando questi preparavano un banchetto e invitavano tutti gli altri c’era una vera condivisione di vita e di esperienze, che i fratelli vivevano tra di loro in grande armonia e in grande armonia con il padre, Giobbe, che alla fine di ogni ciclo di banchetti radunava i suoi ragazzi e offriva sacrifici al Signore, perché se qualcuno dei figli avesse sbandato un po’ sarebbe stato ancora Giobbe a preoccuparsi in qualche modo di ricostruire il rapporto o comunque a garantirli dinanzi a Dio, per proteggere il rapporto dei suoi figli con Dio, dunque in piena armonia e in piena solidarietà.

Dentro questa armonia si inserisce una nota stonata perché Dio sta ricevendo i suoi ministri e tra loro c’è anche un satàn - che non è Satana, ma il ministro malevolo, quello che va a cercare il “pelo nell’uovo” - che dice: “È vero che Giobbe è un uomo giusto, non lo si può negare: ma come essere certi che sia giusto perché ama la giustizia, che tema Dio perché ama Dio? Non potrebbe essere che è giusto e teme Dio solo perché vive una vita benedetta ed è felice?” È facile amare Dio quando si è contenti: in questa condizione  si vuole che Dio continui a benedire.

In poche parole, è una domanda che faremmo bene a porci anche noi: la nostra fede, il nostro rapporto con Dio sono questione di benessere, di buona salute, di felicità o dipendono dal fatto che Dio è tutto per noi, che è la persona più importante con la quale possiamo metterci in relazione nella nostra vita e, di conseguenza, noi cerchiamo Dio perché è il bene assoluto e non perché ci dà dei beni materiali?

La crisi che satàn vuole provocare su Giobbe è: ma la religiosità di Giobbe è interessata o disinteressata? Questo è il problema, uno dei problemi tipici dell’uomo: Dio è valore assoluto o noi cerchiamo di vivere in grazia di Dio solo perché abbiamo paura di ciò che potrebbe succedere? Noi crediamo in Lui perché comunque ci conviene, perché comunque quando si sta bene è pure più facile? Questa è la domanda che mette in gioco il concetto stesso di Dio, ed è la domanda che pone il satàn. Satàn dice: “Prova a togliere a Giobbe tutto quello che ha e vediamo se continuerà a benedirti”. Dio dice: “Io non ho nessun problema, mi fido di Giobbe, fai quello che vuoi, levagli quello che ha”. Giobbe perde tutto, compresi i figli, ma continua a benedire: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!».

Satàn non demorde, dice: “Ti è andata bene, perché gli hai tolto i figli e le cose, ma non l’hai toccato veramente nella vita, prova a toccarlo nella vita e vedi se continua a benedirti!”. Giobbe viene toccato nella vita, arriva a un punto di non ritorno, una malattia che lo porta alle soglie della morte. A questo punto arrivano tre amici che si rendono conto che Giobbe sta morendo, fanno il lutto per sette giorni e, dice il testo, stanno in silenzio e non parlano perché vedono che il dolore di Giobbe è troppo grande.

Questa è una notazione importante: davanti al dolore troppo grande, l’unico atteggiamento di sapienza è tacere, non cercare parole consolatorie che non scaturiscano anch’esse da un’esperienza di dolore. Davanti a un uomo che soffre, le uniche parole consentite sono le parole che può dire qualcuno che, comprendendo pienamente quel dolore e condividendolo, da dentro a quel dolore dice parole. Se non abbiamo il coraggio di entrare dentro quel dolore, se non abbiamo il coraggio di entrare dentro la disperazione di chi soffre, allora l’unica strada di sapienza è tacere. E gli amici tacciono.

Poi però inizia la parte in poesia dove Giobbe inizia a parlare e incominciano a parlare tanto, tanto, tanto, anche gli amici. Abbiamo dunque un Giobbe paziente nel prologo e poi nella parte in poesia un Giobbe che comincia a parlare maledicendo la vita e lottando poi con Dio. E abbiamo gli amici del prologo che saggiamente tacciono inizialmente, ma che poi nella parte in poesia si mettono a parlare, ma non condividendo il dolore di Giobbe. Si mettono a parlare ma dall’esterno, facendo dunque ciò che la saggezza suggerisce di non fare e dicendo cose stolte.

Questo è il libro di Giobbe in poesia, questi i dialoghi tra Giobbe e gli amici. Sono tre cicli di dialoghi in cui Giobbe parla e gli amici uno dopo l’altro parlano e Giobbe risponde. Ma Giobbe più che parlare con gli amici si mette a lottare con Dio, fino a quando finalmente Dio risponderà.

Cerchiamo di capire questa parte in poesia cosa ci mette davanti. Innanzitutto Giobbe inizia al capitolo 3 a parlare maledicendo il giorno della sua nascita e la notte del suo concepimento, dove però questa maledizione è desiderio di distruzione. Il narratore dice che Giobbe maledice, ma in realtà quello che Giobbe dice è “che sia distrutto il giorno in cui sono nato e la notte in cui sono stato concepito”. Giobbe sta dicendo che non vorrebbe essere mai nato. E siccome invece è nato, allora poi, sempre in questo stesso capitolo, si mette a sognare di essere già morto e di essere nello Sheol e di riposare finalmente.

Giobbe innanzitutto - ed è fondamentale - non maledice Dio: vuole distruggere la sua vita, vuole esserne fuori, perché questa vita ora è insopportabile, però non maledice Dio. Desidera di uscire da una situazione insopportabile che però, Giobbe, nonostante tutto, invece accetta, perché Giobbe dice che non vorrebbe essere mai nato, poi dice che vorrebbe essere morto, però in realtà rimane vivo, non si suicida, non può cancellare la sua vita. Potrebbe uscirne uccidendosi, ma questo nemmeno lo sfiora come pensiero: Giobbe è davanti a una situazione che dichiara insostenibile, perciò accusa Dio, però continua a vivere chiedendo a Dio di spiegargli perché mai gli stia succedendo tutto questo.

Gli amici cominciano a parlare e cominciano davanti a questa denuncia di Giobbe, che è la denuncia dell’assurdo del suo vivere nel dolore, i loro discorsi che dovrebbero essere consolatori e che dovrebbero, secondo loro, riportare Giobbe sulla “retta via”. Abbiamo in questi tre cicli di discorsi, da una parte la posizione degli amici, dall’altra la posizione di Giobbe, che sono posizioni completamente contraddittorie.

La posizione degli amici è quella tradizionale, retributiva, che diceva: se uno fa il bene, sta bene, se uno fa il male, sta male. Dunque se tu vedi uno che sta bene puoi tranquillamente dire che lui è buono, se vedi uno che sta male puoi dire che lui è cattivo.

Una posizione di questo tipo oltre a essere continuamente smentita fin dall’inizio, fin dalla preistoria, fin da quella storia delle origini raccontata nei primi capitoli del libro della Genesi, dove il primo a morire è proprio l’unico giusto che c’era, Abele, oltre a essere contraddetta dalla realtà dei fatti, è radicalmente contraddetta da Giobbe, perché Giobbe è buono, è innocente, è giusto.

Gli amici prendono la teoria tradizionale della retribuzione e ignorando la realtà di Giobbe la applicano a Giobbe e la applicano in modo semplicistico e automatico. Ti comporti bene? Vivrai il bene. Ti comporti male? Avrai male. No! La vita è più complicata e non funziona così.

Questa teoria tradizionale a cui si rifanno gli amici che poi è la teoria che trovate nei Profeti, nei libri Sapienziali, di per sé non è sbagliata, ciò che è sbagliato è applicarla in modo semplicistico e automatico, come causa ed effetto. Fai il bene e stai bene, fai il male e stai male? Non è così semplice.

In realtà questa teoria si appoggia su due punti fondamentali. Il primo è la consapevolezza che le scelte etiche dell’uomo hanno una loro forza intrinseca che prima o poi si manifesta. Il che vuol dire che se tu fai il bene stai mettendo in circolazione una dimensione di bene e questo ha una sua forza. Al contrario se tu fai il male metti in circolazione una dimensione di male, e questo ha una sua forza. Quindi fare il male crea in qualche modo il male, crea una situazione di male, e fare il male fa male anche a chi fa il male. Chi commette il male, fa del male anche a se stesso. Questa è una prima consapevolezza.

C’è poi la certezza che l’uomo è inserito dentro un progetto salvifico di Dio che ingloba anche il male e che, poiché è progetto salvifico - potente perché è quello di Dio - vince il male trasformandolo in bene.

Questa è la teoria retributiva e gli amici invece la prendono in modo semplicistico, e questo non funziona. La teoria si basa sull’idea che quando si è davanti all’ingiustizia - questo lo trovate espresso in tutto l’AT e poi anche nel NT -, quando si commette l’ingiustizia, quando c’è un peccato, il modo di rispondere non è punire il colpevole, andare in tribunale, andare dal giudice e far sì che il colpevole sia punito, perché tu in questo modo, se impedisci al colpevole di continuare a fare del male, però non lo converti, e quindi non risolvi il vero problema.

Il vero modo di rispondere al male, dice la Scrittura, è di rispondere con il bene, con l’amore. Quindi il mondo giuridico di Israele prevedeva, come prassi, un sistema giuridico che si chiama rib - questo è il nome tecnico. Questo procedimento giuridico prevedeva che chi aveva ricevuto il male non mettesse di mezzo il giudice, ma andasse direttamente dal colpevole per accusarlo di quello che stava facendo, ma dove questa accusa aveva lo scopo di aiutare il colpevole a capire che facendo il male, lui si stava facendo del male. D’altro canto la parte lesa che aveva ricevuto il male, perdonando il male, dimenticando quel male e divenendo preoccupata che il colpevole smettesse di farsi del male, smettesse dunque di essere colpevole e si potesse così tornare ad essere in comunione.

Questa è vera giustizia perché si risponde al male con il bene, si risponde al peccato perdonandolo e mettendo in opera tutto quello che si può per far sì che questo peccato smetta di esserci, perché il peccatore capendo quello che sta facendo smetta di fare il male e perciò il male non ci sia più, non ci sia più l’ingiustizia, quindi ci sia la vera giustizia, e non ci sia neanche più chi fa il male, perché chi fa il male avendo capito si lascia convertire, si lascia perdonare e smette di fare il male. Ecco il trionfo della giustizia, l’ingiustizia non c’è più e non c’è più chi fa del male, non serve nemmeno più punirlo.

L’Antico Testamento applica tutto questo a Dio dicendo che quando siamo nella relazione tra Dio e l’uomo - l’uomo vivente, non stiamo parlando qui del Giudizio ultimo - Dio fa continuamente all’uomo il rib per aiutarlo a capire che sta facendo il male, così che il peccatore si lasci convertire e possa essere perdonato. Dio fa il rib, avendo già perdonato l’uomo però questo rib è offerta di perdono che deve convertire l’uomo.

In questa visione si potrebbe anche capire una possibile funzione della sofferenza e del dolore. Poiché il dolore, la sofferenza e la morte sono la conseguenza del peccato, nella visione del rib avrebbero proprio questa funzione di mettere il peccatore davanti alle conseguenze dolorose del proprio peccato, così che sperimentando quanto male fa il male, quanto male fa fare il male, l’uomo smetta di farlo, si lasci convertire e si lasci perdonare e ridiventi santo.

Ecco che la sofferenza potrebbe essere questo cammino attraverso il quale Dio fa il rib al peccatore perché il peccatore prenda coscienza del suo male e si lasci perdonare. Potrebbe, perché in realtà, come ho detto prima, questo non funziona mai in modo automatico e soprattutto non va mai interpretato come: “Quello ha fatto il male, allora adesso soffre”, oppure “quello soffre perché Dio gli vuole far capire che ha fatto il male”, non funziona così, il discorso è molto più globale e deve esserlo. Quello che succede nel libro di Giobbe è che gli amici lo prendono in modo semplicistico e allora dicono a Giobbe: “Ecco, il tuo problema è risolto! Tu stai soffrendo perché Dio ti sta facendo il rib, perché tu capisca che hai fatto il male. Convertiti e vedrai che tutto tornerà come prima!”

Questo è falso, perché Giobbe è innocente, questo è perfino perverso, perché somiglia tanto al discorso di Satàn, convertiti, smetti di fare il male e vedrai che Dio ti premia. Siamo al discorso del Satàn, si ama Dio solo perché si ha paura che Dio ti punisca o solo perché ti conviene perché Dio poi ti fa il bene. Questa è la posizione degli amici, che chiaramente non funziona, perché Giobbe è innocente. Giobbe allora dice: “Questo non funziona, perché io sono innocente, quindi io non posso accettare che Dio mi stia facendo il rib, allora però se davvero Dio mi sta facendo il rib perché vuole che io mi converta dal male, dal momento che questo male non c’è, questo rib è completamente ingiusto. Allora adesso sono io, Giobbe, che faccio il rib a Dio per mostrargli che quello che sta facendo è ingiusto”.

È così che va capito il libro di Giobbe. Giobbe in questo modo però cade nella trappola degli amici, perché anche lui va in cerca del colpevole: questo è il problema. Gli amici stanno interpretando male e, di fatto, nel libro Dio non accusa mai Giobbe di aver fatto il male, quindi sono completamente fuori strada, ma in qualche modo portano fuori strada anche Giobbe perché anche lui cade nella trappola di credere che se c’è del male qualcuno deve essere colpevole. Se non sono colpevole io, allora sarà colpevole Dio.

Questo è il problema che ogni uomo ha davanti alla sofferenza: alla sofferenza noi diamo una valenza accusatoria. Vediamo il dolore e diciamo: “Chi è che ha fatto il male? Chi è il colpevole?” È colpevole l’uomo oppure non è colpevole e allora è colpevole Dio che ha permesso che questo male cadesse su un uomo che è giusto. Noi andiamo continuamente in cerca del colpevole. È colpevole l’uomo? Abbiamo risolto il problema. Non è colpevole l’uomo? Allora inevitabilmente noi facciamo sì che la sofferenza diventi accusa a Dio, come Giobbe, dicendo allora è Dio il colpevole.

È Dio il principio del male? No, questo non si può dire e non lo dice mai neppure Giobbe. Il male avviene perché lui permette il male? No e non lo dice nemmeno Giobbe. Il problema allora è che dobbiamo fare il rib a Dio anche noi, insieme a Giobbe, cioè lottare con una falsa idea di Dio per trovare la vera immagine di Dio. Giobbe si mette a lottare con Dio, ecco il rib, perché vuole che Dio cambi, perché vuole che Dio si converta, prenda coscienza che quello che sta facendo non è secondo Dio, allora bisogna che Dio si rimetta a fare Dio, come Dio.

È questa la lotta del credente con Dio, e dico del credente perché Giobbe è un gigante della fede. Questa è la lotta del credente, è la lotta di Giobbe che, davanti ad un Dio che sembra diventato cattivo e ingiusto, dice: “No! Non è vero, Dio è buono e Dio è giusto! Io non mi rassegno all’idea che Dio possa essere cattivo e ingiusto e allora lotto con lui perché voglio ritrovare il Dio buono e giusto in cui io ho sempre creduto e in cui io continuo a credere e non rinuncio a credere a questo”.

Allora bisogna che sia Dio a cambiare, io non voglio cambiare. Io non voglio cambiare la mia immagine di Dio, perché so che Dio è buono, io non accetto di dire che è cattivo. I fatti sembrano dire questo, c’è un innocente che soffre, i fatti sembrano dire che Dio è cattivo. Ebbene, io, Giobbe, io credente, dico no, non è vero, Dio è buono. Io non cambio. Dio è buono e allora adesso io lotto con Dio perché lui finalmente si manifesti per ciò che è, buono e giusto, e dunque io possa lodarlo nuovamente per ciò che è, anche davanti a questi fatti che sembrano contraddire la realtà.

Leggendo il libro di Giobbe troviamo delle frasi che sembrano delle bestemmie. Tu, Dio, sei cattivo, tu uccidi l’uomo… In realtà è il rib! Quello che Giobbe vuole è che Dio possa finalmente rimanifestarsi per ciò che è, e questo perché Giobbe crede nel Dio buono e ha a cuore che il Dio buono si manifesti come buono a tutti.

A volte i Salmi riportano preghiere in cui si dice a Dio: Svegliati, che fai dormi? Perché lasci che le nazioni dicano: dov’è il loro Dio? Questo è il problema, davanti al dolore, la domanda è: Ma Dio dov’è? Che fa? È andato in vacanza? Sta giocando a carte? Dov’è Dio? Se n’è andato? Perché il male trionfa, l’innocente viene perseguitato, la violenza impera, i bambini vengono stuprati, gli uomini vengono decapitati, e Dio che fa? Dov’è? Questa è la domanda.

Giobbe vuole che Dio si manifesti per ciò che è, così che nessuno possa dire: Ma Dio dov’è? Oppure, come gli amici: Stai male? È colpa tua! Soffri? È perché sei colpevole! Ti hanno decapitato? È perché hai commesso peccato! Ma siamo matti? Questi sono gli amici. Giobbe non vuole questa tesi, ma non vuole neppure che Dio non intervenga per manifestarsi per come realmente è.

Alla fine dei suoi discorsi allora Giobbe giura la sua innocenza e dice: “Basta, è andata, se devo morire muoio, non m’importa più niente, io sono innocente, giuro, metto pure la firma, firma il documento di innocenza. Succeda quel che succeda io vado incontro a Dio e Dio adesso mi deve rispondere”. E dopo un breve intervallo nel quale interviene un tal Eliu che però non aggiunge niente di decisivo al dibattito, Dio finalmente risponde, e risponde mettendosi a fare delle domande.

Comincia a chiedere a Giobbe: “Tu dove eri quando io costruivo la Terra? Dove eri quando io fermavo il mare perché non straripasse? Dove eri quando io creavo le stelle? Tu sai come si fa a dar da mangiare ai leoni, o ai figli del corvo? Tu sai come si fa a far partorire i camosci? Sai come si fa a tenere la Terra stabile sulle sue colonne? Tu sai come si fa a tenere insieme le costellazioni? Beh, tu saprai dove sono la brina, la neve no? Dimmelo!”.

Cosa fa Dio? Con queste domande mette Giobbe davanti ai misteri belli del Creato per aiutare Giobbe a capire, e qui fa il rib a Giobbe, ma quello vero, non quello falso degli amici. Dio vuole aiutare Giobbe a capire che l’uomo è davanti a dei misteri che non si possono capire, e allora lo mette davanti ai misteri del Creato, lo mette davanti ai misteri delle cose del mondo.

Giobbe le conosce, conosce le stelle, la neve, la brina, i leoni e i camosci, è il suo mondo. Ma Giobbe adesso è costretto ad ammettere che è il suo mondo, ma lui non ne sa niente, non lo capisce! Ci sono misteri davanti ai quali si deve fermare. E se ci si deve fermare davanti ai misteri delle stelle, quanto più ci si deve fermare davanti al mistero della vita dell’uomo che è segnato da quella realtà infinitamente misteriosa che è la libertà umana. Posso pure capire come fanno le stelle a muoversi, perché ci sono delle leggi che prima o poi riusciremo a scoprire, ma la vita dell’uomo no, perché c’è dentro la libertà che spacca tutto.

Allora Dio mostra a Giobbe un creato bello e buono, così che Giobbe capisca che Dio, che ha fatto quelle cose è bello e buono e che lui, Giobbe, invece quelle cose non le ha fatte, è piccolo e si deve fermare davanti al mistero e deve dire: “Ebbene, l’uomo non può capire tutto, deve sapersi fermare”. Allora l’uomo non può capire la sofferenza, che però non è più accusatoria, perché non si può spiegare, né accusando l’uomo, né accusando Dio.

Quando Giobbe capisce questo e dice: “Basta, non parlo più”, Dio insiste e questa volta gli fa vedere le cose mostruose, i mostri marini, perché adesso Dio va a toccare un punto nevralgico e dice a Giobbe: “Ascoltami bene, adesso tu ti metti a fare Dio, ti rivesti di maestà e potenza, distruggi il male in un attimo, fai tutto quello che io non ero capace di fare e io, che mi metto a fare l’uomo, ti loderò!”. Dio dice: “Scambiamoci le parti, tu mi accusavi di non saper fare Dio come Dio deve fare? Allora fallo tu, Dio. Risolvi il problema del male, se sei capace e allora io ti loderò!”.

Dio sta toccando il punto nevralgico che è il problema eterno dell’uomo. Accettare di essere uomo e non Dio, accettare che Dio sia diverso dall’uomo. Questo è il nostro problema. Il problema di Giobbe è il nostro di sempre. “Ma perché Dio ha fatto questo? Ma perché Dio ha permesso quest’altro?”. Dio ci dice: “Ah, sì? Fallo tu! Scambiamoci le parti. Se tu sai fare Dio così bene, meglio di me, scambiamoci le parti!”.

È il problema eterno dell’uomo, Dio è diverso dall’uomo ed è diversa dalla nostra idea anche la sua potenza. La potenza di Dio non è quella che noi sogniamo, quella di Superman, quella di Mandrake, di uno che interviene e risolve con la bacchetta magica. La potenza di Dio è talmente potente da poter entrare nella debolezza dell’uomo, addirittura facendosi uomo per portare l’uomo alla salvezza. Quella la potenza di Dio. Convertire i cuori.

Quella è la potenza di Dio. Non fermare i terremoti o guarire dal cancro. La vera potenza di Dio è convertire i cuori e salvare l’uomo. Finalmente Giobbe, davanti a questo, capisce. Capisce di non poter capire e accetta il mistero e allora la famosa frase: “Prima ti conoscevo per sentito dire, ora finalmente i miei occhi ti vedono”. Quando Giobbe dice questo è ancora malato, ancora senza niente, nella disgrazia. Entra nella benedizione così come è. Malato, vicino alla morte, senza capire niente.

A questo punto l’epilogo racconta che Dio gli restituisce tutto. Questo epilogo non va capito come il modo con cui Dio premia Giobbe per la sua fedeltà, ma è un modo con cui si esprime, attraverso le categorie tradizionali della benedizione, il fatto che Giobbe è entrato nella benedizione, perché ha potuto dire :”Ora i miei occhi ti vedono”.

E dopo aver detto questo Giobbe può persino perdonare gli amici e fare i sacrifici per loro. Giobbe è entrato nella benedizione perché ora vede Dio e perdona come perdona Dio. Allora è beato, è benedetto e per dire questo l’epilogo dice che Giobbe è ridiventato ricco, che Giobbe è guarito e felice.

Non è un lieto fine, perché i figli morti rimangono morti, perché il tempo della sofferenza a Giobbe non lo restituisce nessuno. Adesso però pur nella sofferenza e nella morte Giobbe è entrato nella benedizione perché dentro la sofferenza e dentro la morte, Giobbe sa che Dio, la sofferenza e la morte, sono tutte realtà che bisogna accettare nel mistero e che accettando il mistero gli occhi si aprono, vedono cose diverse: “Ora i miei occhi ti vedono”.

Se accettiamo il mistero è possibile vedere il Dio buono e il Dio della vita anche dentro il dolore e la morte. Il libro di Giobbe non dà una risposta vera al problema del bene e del male. O meglio, dà una risposta vera, ma non di tipo logico-esplicativo, con spiegazioni dettagliate. La risposta del libro di Giobbe è una risposta esperienziale, la risposta del libro di Giobbe è: “Se volete capire il senso del dolore e della morte, dovete entrarci dentro continuando a credere che Dio è buono e vedendo lì dentro il Dio della vita. Dovete cambiare il cuore, accettare che Dio è Dio, dovete accettare il mistero”.

E il male dunque rimane un mistero, il male non ha una vera spiegazione logica e razionale, però ha una fine perché Dio può essere riconosciuto come Dio buono anche nel dolore, e come Dio della vita anche nella morte. Giobbe pone la domanda in tutta la sua drammaticità, perché è un uomo che lotta, che grida, che accusa Dio, che non ha paura di chiamare le cose con il loro nome, perché è l’uomo di fede che combatte dentro la crisi della fede.

Giobbe ha posto la domanda, adesso la risposta la possiamo trovare a Pasqua, quando con il Figlio di Dio che muore e risorge, lì finalmente finisce la morte, perché viene vinta, e lì finisce anche la colpa, il male viene vinto. Di questo innocente che muore e questa volta Innocente con la I maiuscola, perché è il Figlio di Dio, certo non è colpevole Dio, certo non è colpevole lui, perché è innocente, ma, se accettiamo il mistero di Pasqua non è colpevole neppure l’uomo, perché Gesù muore perdonando, distruggendo la colpa e dicendo: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

“Perdona loro”, il male c’è, ma “non sanno quello che fanno”. Se noi accettiamo questo, accettiamo di essere quelli che quando facevano il male non sapevano quello che facevano e perciò adesso si lasciano finalmente perdonare da Dio, se noi entriamo dentro questa dinamica, allora anche la nostra colpa è cancellata, la colpa è distrutta e noi diventiamo, anche noi, innocenti.

Non c’è più niente che ci possa accusare, la morte del Figlio di Dio non ha più valore accusatorio nei nostri confronti, l’accusa che chiede la punizione, non quella del rib. La morte del Figlio non ha più forza accusatoria, noi siamo liberi dalla colpa per quella morte e niente più allora, se noi accettiamo di essere questi che si lasciano perdonare, niente più ci può accusare perché non solo Gesù è risorto e ha distrutto la morte e ha distrutto la colpa, ma quell’unico segno che poteva ancora accusarci, il corpo morto di Gesù che poteva accusarci di essere stati assassini, quel corpo non c’è più, la tomba è vuota. Questo è il grande annuncio di Pasqua.