Giuda è purtroppo inutile. Noi leviamo il capo, però, all’amore che non è amato, quello del Cristo, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 02 /04 /2015 - 12:32 pm | Permalink
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Mettiamo a disposizione sul nostro sito un testo di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per approfondimenti, vedi le sezioni Sacra Scrittura e Cristianesimo, ecumenismo e religioni alla sotto-sezione Il peccato originale, il "mistero" del male e la croce.

Il Centro culturale Gli scritti (2/4/2015)

Bacio di Giuda, Sant'Angelo in Formis, Foto Bruno Brunelli

Giuda è inutile. Se Giuda non avesse tradito il suo Maestro, Gesù  sarebbe stato comunque catturato e ucciso, perché il Sinedrio così aveva già deciso. Giuda è servito solo per un lavoro appena un po’ più “pulito”: una cattura lontano dal clamore della folla, senza il rischio che qualcuno potesse creare problemi all’arresto: «non durante la festa» (Mc 14,2). Giuda è servito solo a trovare “il momento opportuno”, il momento tranquillo (Mc 14,11).

Perché allora tanto inchiostro e tante sequenze cinematografiche, tante speculazioni e dietrologie, per affermare che egli fosse predestinato, che egli avesse un motivo, che egli fosse inconsapevole e pur sempre amico e non vero traditore? La risposta è semplice, evidente. Perché giustificando Giuda ognuno cerca di giustificare se stesso. Se Giuda avesse avuto un motivo e delle attenuanti per essere scusato di ciò che ha fatto, ecco che si potrebbe e dovrebbe difendere colui che non ha onorato la parola data, ecco che sarebbe in fondo normale da parte di chi lavora non eseguire a regola d’arte ciò per cui si è pagati, ecco che si potrebbe in qualche modo giustificare il marito che ha tradito la moglie perché, in fondo, è lei che ha sbagliato. In Giuda è come uno specchio: riflette ciò che ognuno pensa del peccato. Giuda ci dice se pensiamo che il peccato debba essere evitato o, in fondo, abbia sempre una qualche scusante.  

E invece l’assoluta inutilità di Giuda è lì a ricordare che il male è il nostro nemico e che ci dobbiamo liberamente opporre al peccato. Giuda è lì, soprattutto, come la tragica, storica, reale testimonianza che il peccato più triste è tradire chi ci ama. Dante l’ha ben chiaro. Al fondo dell’inferno stanno i traditori dell’amore, coloro che hanno colpito alle spalle chi li amava.

È certamente grave l’uccisione di un nemico, è certamente colpevole il tradimento di un avversario, ma che dire se il nostro male colpisce chi per noi e per il nostro bene ha sacrificato tutto? Il mondo intero è sconvolto se il male dell’uomo colpisce liberamente e coscientemente l’amico: «Anche l’amico in cui confidavo, che con me divideva il pane, contro di me alza il suo piede» (Sal 40,10).

La triste verità sull’esistenza di Giuda appare anche se immaginiamo cosa sarebbe successo se egli non avesse tradito. Gesù sarebbe stato comunque ucciso e forse Giuda avrebbe nel suo nome evangelizzato uno dei popoli dell’antichità, come Tommaso si è recato in India e Giovanni in Asia. Giuda avrebbe potuto donarci un quinto Vangelo, non come quello “finto” che gli è stato attribuito e che gli gnostici hanno redatto almeno 80 anni dopo i Vangeli canonici. Avremmo potuto così conoscere qualche altro fatto o parabola di Gesù se anche il dodicesimo apostolo fosse rimasto fedele e avesse raccontato alle generazioni future dell’amore che Gesù aveva per lui: suoi veri ricordi del Signore sarebbero divenuti gioia nelle nostre orecchie. Il suo martirio ci avrebbe incoraggiato ad essere fedeli al bene ed a sperare.

Ogni uomo, al fine di evitare il peccato, potrebbe immaginare come sarebbe la vita senza il male che sta per compiere: evitare la menzogna consentirebbe all’amico di continuare a credere alla mia parola, eseguire un lavoro ben fatto vorrebbe dire aiutare una persona che me lo ha commissionato ad essere più lieta, rimanere fedeli alla propria famiglia significherebbe guardare a testa alta i proprio familiari ed evitare loro la tristezza del sospetto e, peggio ancora, il dramma della scoperta del tradimento, amandoli con quella promessa così vera e grande pronunciata dinanzi al Signore “nella gioia e nel dolore”.

Di Giuda è avvenuto ciò che conosciamo del Diavolo. Egli era un angelo bellissimo, una creatura creata per amare, per salvare, per condurre alla vita ed alla fecondità, come tutti gli arcangeli e le schiere angeliche. Eppure, per libera scelta, quell’angelo si è fatto “persona nella forma della non persona” – come con acutezza lo hanno definito J. Ratzinger e W. Kasper. Egli resta “persona”, perché non è un’entità anonima e impersonale, esattamente come Giuda che andò in cerca di Gesù in quella notte. Eppure “nella forma della non persona”, perché persona è colui che vuole bene. Tanto più si è persone quanto più tanti sono nel nostro cuore. La filosofia personalistica ci ha insegnato che l’essere umano è persona e non individuo, proprio perché è sempre dinanzi ad un “tu”, trova se stessa dinanzi al “tu” delle persone che cerca ed ama e da cui è amata. Ebbene il Diavolo non ama più nessuno: tutti cerca, ma cerca per odio, per rovinare la gioia. Se il Maligno amasse una sola persona ecco che già sarebbe salvo, ecco che Dio potrebbe trarlo a sé attraverso il Purgatorio.

Giuda, similmente, ha smesso di amare. Ha volto le spalle al suo Signore. Lo cerca solo per condurlo alla fine, per consegnarlo. Proprio lui che è stato amato come gli altri, che è stato scelto, che è stato benedetto, che ha mangiato nella comunione con il Maestro alla sua stessa mensa: «uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto» (Mc 14,20). È il dolore di ogni uomo quando si vede tradito proprio da colui di cui si era per tanto tempo fidato, è lo sgomento dell’amicizia tradita.

Dante con grande acutezza, ancora una volta, coglie nel segno: Lucifero e Giuda sono nel ghiaccio, sono agghiacciati ed agghiaccianti. Non sono avviluppati dal fuoco infernale, perché il fuoco, a suo modo, ancora richiama il calore e la vita. Sono attanagliati dal freddo, perché gelido è il loro cuore. Il male produce questo: il rigido rigore di un cuore che non si scalda più. C.S. Lewis ha ripreso la potente immagine della Divina Commedia nelle Cronache di Narnia con il personaggio della strega bianca: dove essa giunge tutto ghiaccia e la primavera, apportatrice di fecondità, scompare, dove Aslan giunge, tutto torna a fiorire e a germogliare

Ma soffermarsi sul male di Giuda ha senso solo per volgersi subito a cogliere in maniera ancora più chiara la bellezza dell’essere persona, per volgere lo sguardo a Dio. Egli ci fatto per essere “persone nella forma della persona”, per guardare agli altri nel desiderio del bene. E ci ha fatti per sé, perché l’uomo si volga alla ricerca della fonte del suo essere creato e salvato. Noi sappiamo così che questi sono i tratti inconfondibili del male: l’odio e la ricerca del fratello per la sua rovina. Mentre tratto splendido dello Spirito di Dio che soffia in noi è il volgersi all’amico, al fratello, all’uomo, per abbracciarlo, per sostenerlo, per correggerlo e amarlo.

In uno splendido racconto così Ferdinando Camon ha attualizzato la tragedia del tradimento di Giuda:

«Un pittore aveva bisogno di un modello per disegnare la figura del Cristo nell’Ultima Cena. Gira e rigira, lo trovò in un contadino povero, con uno sguardo mansueto e luminoso. Lo pregò di posare per lui, e quello accettò. Ne venne un Cristo meraviglioso. Il pittore era molto contento. Disegnò anche gli apostoli, tutti tranne Giuda; anche per Giuda ci voleva un modello, perché era troppo importante per quella scena. Gira e rigira, questo modello non lo trovava, finché capita un giorno in un paese di campagna e vede un contadino torvo, bieco, violento, che stava bestemmiando in un casolare e litigando con i familiari. Lo guardò bene e gli parve adatto. Lo pregò di posare per lui, convincendolo con l’impegno che lo avrebbe pagato, e cominciò il ritratto di Giuda. A un certo punto si accorse che l’uomo piangeva. Pieno di stupore, gli chiese: “Perché piangi?”. “Perché”, rispose l’altro, “quel Cristo che avete dipinto la volta scorsa, sono io”. “E cos’hai fatto, dunque, per essere ora così diverso?”. E l’uomo rispose: “Ho peccato”».

Proprio nel traviare i gesti dell’amore per ferire sta la depravazione più grande dell’essere persona. Giuda arriva ad utilizzare il bacio come segno del tradimento, come quando un uomo che tradisce la moglie che lo ama, pure le viene incontro dicendole tenerezze che cercano di nascondere l’abisso del cuore: «Con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?» (Lc 22,48).

Ma l’onnipotenza di Dio non si arresta nemmeno dinanzi all’odio diabolico, non arretra nemmeno dinanzi al tradimento di Giuda. Proprio dinanzi all’odio, ecco che l’amore del Signore si rivela come amore che non si spegne, come amore che arde e non si consuma. Mentre l’uomo, scopertosi tradito, impreca e giura vendetta, Gesù liberamente si consegna all’amore per prendere su di sé il peccato del mondo.

Come ha scritto il rettore del santuario di Oropa in un biglietto di auguri pasquali, Gesù continua a chiamare Giuda “amico”:

«Amico! Tutti ci ha abbracciati, traditori come Giuda e Pietro, o amorevoli come Giovanni e Maria.
Amico. Questa parola, fissa come un piolo nel terreno, non l'ha potuta spostare neanche la morte, neanche tutta la violenza di cui siamo capaci noi uomini ed è rimasta ferma nella storia del mondo e nella nostra vita come punto instancabile di ripresa e speranza. Lui è risorto, è qui e con la stessa infinita passione ci ripete: amico!».

In una meravigliosa Laude, la 39esima, Jacopone da Todi canta l’amore non amato di Gesù: «O Amor, devino Amore, Amor, che non èi amato!» O Amore, divino Amore, che non sei amato! Egli canta il Signore che manifesta l’amore, proprio mentre esso è disprezzato. L’amore divino rifiutato si manifesta come l’amore più grande mai apparso sulla terra, come l’amore stesso di Dio in terra, come il vero amore misura e nutrimento di ogni amore. Perché questo è il grande mistero del mondo. Come possa non essere amato l’amore. Eppure dinanzi al suo rifiuto, l’amore di Cristo spezza il cerchio infernale del tradimento, con la vendetta e l'odio, o anche solo il disprezzo e l'indifferenza che ne potrebbero conseguire. Per la prima volta nel mondo appare l'amore:

«O Amor, devino Amore,
Amor, che non èi amato!
Amor, la tua amicizia
è plena de letizia;
non cade mai en trestizia
lo cor che tt'à assaiato.
O Amor amativo,
Amor consumativo,
Amor conservativo
del cor che tt'à abergato!
O ferita ioiosa,
ferita delettosa,
ferita gaudiosa,
chi de te è vulnerato!
Amor, et und'entrasti,
che ssì occulto passasti?
Nullo signo mustrasti
dónne tu fuss'entrato.
O Amore amabele,
Amore delettabele,
Amore encogetabele
sopr'onne cogitato!
Amor, devino foco,
Amor de riso e ioco,
Amor, non dài a ppoco,
cà è' ricco esmesurato».

Insomma, di Giuda si può e si deve parlare solo per indicare cosa sia l’amore del Signore Gesù.