Non 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, ma 6 contro 1! Il settimo giorno nella creazione e nella catechesi. Breve nota di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 17 /05 /2015 - 15:09 pm | Permalink
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Mettiamo a disposizione sul nostro sito alcuni appunti di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per approfondimenti, vedi la sotto-sezione Pentateuco nella sezione Sacra Scrittura.

Il Centro culturale Gli scritti (17/5/2015)

Nella rappresentazione di Genesi ha prevalso e tuttora prevale una lettura vecchia e stantia, precedente l’esegesi storico-critico. Infatti, ci si sofferma sui sei giorni della creazione e si dimentica il settimo, il sabato.

Tale abbaglio dipende innanzitutto dall’errata numerazione di capitoli e versetti che venne attribuita alla Bibbia nel medioevo - mentre precedentemente non esisteva alcuna numerazione.

Il copista che numerò i versetti - è la numerazione tuttora in vigore - fece terminare il primo capitolo non all’attuale versetto 2,4, come sarebbe stato giusto, bensì tagliò dal primo capitolo il riferimento al riposo di Dio nel sabato che venne “accorpato” al capitolo secondo, divenendo Gen 2,1-4.

Ma l’errore dipende anche da una incapacità di percepire il significato ebraico di quel testo, messo in evidenza dalla tradizione rabbinica. Spesso nell’annunzio e nella catechesi tuttora ci si sofferma solo sulla serie dei 7 giorni: ad esempio se si propone un’attività ai ragazzi, spesso li si fa lavorare sul primo, sul secondo, sul terzo giorno e così via, proponendo qualcosa per ognuno dei sette giorni come se ci si trovasse semplicemente dinanzi ad una sequenza nella quale c’è anche il settimo elemento. Raramente si spiega il perché della serie, limitandosi a dire che non è un testo scientifico e che, quindi, non si oppone all’evoluzione. Si fornisce così una spiegazione negativa e non positiva del numero sette, sottolineando cosa non è, ma tacendo sul suo significato.

Genesi 1-2,4 è un testo con forti accentuazioni liturgiche e spirituali[1] che vuole sottolineare fin dall’inizio del racconto biblico che il cuore della vita di Israele è il giorno settimo, il sabato. Il termine sabato proviene dal verbo shabat (riposare, cessare, fermarsi). Le parole ebraiche giocano qui sull’assonanza: Dio si riposò nel riposo (nel sabato, nel shabbat).

Il testo ebraico vuole qui contrapporre 6 giorni di lavoro ad uno, il settimo, di riposo. Nel settenario di Genesi 1-2,4 non è, dunque, importante la serie numerica 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, bensì l’opposizione 6 contro 1. L’uso del settenario nei primi 2 capitoli di Genesi è così totalmente diverso dall’impiego del numero 7 nell’Apocalisse, dove non è importante il settimo elemento, ma la serie dei 7 ad indicare la totalità (dire, ad esempio, nell’Apocalisse che il Libro è sigillato con 7 sigilli vuol dire che è sigillato perfettamente e non che il settimo sigillo è più importante degli altri).

In Genesi, invece, si vuole dire esattamente che il settimo elemento è più importante dei primi 6: la creazione è divisa in 6 giorni proprio per sottolineare un momento operativo che dura 6 ed uno di riposo come settimo elemento.

Questo è il significato straordinario dell’utilizzo del numero sette: Dio è certo Signore perché crea in 6 giorni, ma è soprattutto Signore perché si ferma e gode di ciò che ha fatto. Dio vive non solo la gioia di creare, ma anche e soprattutto, la gioia di contemplare la sua opera, Dio gode di essere se stesso e della sua creazione. E se tale è Dio, anche l’uomo parteciperà della vita divina lavorando, ma soprattutto arrestandosi nel settimo giorno per vivere nella lode.

Tale interpretazione difesa dall’esegesi storico-critica è stata ben compresa anche dall’esegesi spirituale rabbinica dei secoli precedente – e dalle sue derivazioni cristiane, fin dalla lettera agli Ebrei. Ad esempio Isidor Grunfeld, nel suo volume Lo Shabbath ha scritto:

«Il lavoro può rendere liberi, ma si può anche esserne schiavi. È detto nel Talmud che quando Dio creò il cielo e la terra, essi continuarono a girare senza posa come due rocchetti di filo, sino a quando il Creatore ordinò: "Basta". L'attività creativa di Dio fu seguita dallo Shabbath, allorché deliberatamente Egli cessò la Sua opera creatrice. Questo fatto, più di ogni altra cosa, ci presenta Dio come libero creatore, che liberamente controlla e limita la creazione da Lui attuata secondo la Sua volontà.
Non è quindi il lavoro, ma la cessazione del lavoro che Dio scelse come segno della Sua libera creazione del mondo. L'ebreo, cessando il suo lavoro ogni Shabbath, nel modo prescritto dalla Torah, rende testimonianza della potenza creatrice di Dio.
E, inoltre, rende manifesta la vera grandezza dell'uomo. Le stelle e i pianeti, una volta iniziato il loro moto rotatorio che durerà in eterno, continuano a girare ciecamente, senza interruzione, mossi dalla legge naturale di causa ed effetto. L'uomo invece può, con un atto di fede, porre un limite al suo lavoro, affinché non degeneri in una fatica senza senso.
Osservando lo Shabbath, l'ebreo diviene, come dissero i nostri Saggi, simile a Dio stesso. Similmente a Dio, egli è padrone del suo lavoro, non schiavo di esso»
.

Si potrebbe dire allora anche che il cuore del messaggio di Genesi 1-2,4 non è l’esaltazione dell’uomo come culmine della creazione: il culmine della creazione è piuttosto la creazione del sabato perché solo attraverso l’esistenza di quel giorno l’uomo può incontrare il suo Creatore e godere della gioia che Dio stesso ha.

La trasposizione cristiana è ovvia: il cuore della gioia dell’universo è celebrare il primo giorno dopo il sabato – nel quale viene trasposto il significato straordinario del sabato a motivo della Resurrezione di Gesù avvenuta in quel giorno. L’uomo, santificando la domenica, scopre che la vita non è solo lavoro – per quanto il lavoro sia esso pure comandato – bensì che il lavoro ha come fine il riposo domenicale e la gioia della celebrazione eucaristica che conferisce senso a tutto ciò che esiste e che è stato fatto nel lavoro.

Ne consegue – per chi volesse trarne delle conseguenze catechetiche – che un’adeguata attenzione all’esegesi storico-critica ed insieme all’interpretazione spirituale della Scrittura invita non a far lavorare i partecipanti sulle 6 opere create, bensì a riflettere sul lavoro (6 giorni) ed il riposo liturgico (settimo giorno).

Nell’arte esistono rari capolavori che sottolineano correttamente il settenario della creazione. Ad esempio, nei mosaici del Duomo di Monreale (1180-1190 d.C.) è rappresentato il settimo giorno con l’iscrizione: Requievit Dominus die septimo ab omni opere quod paraverat.

La differenza del sabato viene sottolineata dalla postura di Dio Creatore che reclina sereno il capo in segno di riposo ed ha le braccia stese. Inoltre i colori del globo su cui siede sono invertiti rispetto agli altri giorni.

Anche la vegetazione creata riposa al suo fianco e mentre altrove è tesa verso l’alto, qui è come reclinata ed in silenzio, per riposare.

Nell’arte di ispirazione ebraica troviamo frequentemente rappresentata la liturgia familiare dello Shabbat come, ad esempio, in Marc Chagall.

L’importanza del 7+1, dell’ottavo giorno, il primo dopo il sabato, può essere evidenziata in catechesi richiamando le piante dei battisteri antichi, di forma ottaginale.

Il differente utilizzo del numero 7 in Apocalisse può emergere, invece, attraverso il confronto con una qualsiasi raffigurazione di essa. Ad esempio, nella cripta di Anagni, il Cristo agnello ha sette corna (tutta la forza), 7 occhi (tutta la sapienza di chi tutto vede) ed apre il Libro della vita e della storia sigillato da 7 sigilli, altrimenti impossibile da aprire senza la sua croce e la sua resurrezione: quei 7 sigilli dicono che la vita è totalmente incomprensibile senza che Cristo e spalanchi il significato.

Inoltre, nell’Apocalisse,  il Cristo appare in mezzo ai 7 candelabri, alle 7 stelle ed ai 7 angeli che raffigurano le 7 Chiese dell’Asia Minore, cioè la totalità delle Chiese. Qui – lo ripetiamo – è centrale il 7 come totalità, mentre in Genesi è decisivo il settimo elemento che si differenzia dagli altri 6.

Note al testo

[1] Gli studiosi lo indicano come opera di una mano sacerdotale, cioè ritengono che sia stato scritto da uno o più autori attenti alla liturgia e al culto. Tradizionalmente l’insieme dei capitoli attribuiti a questa mano viene chiamato Priester Codex, cioè Codice Sacerdotale, e abbreviato negli studi con la lettera iniziale dell’espressone, cioè P.