John Donne, il poeta del verso ripreso da Ernst Hemingway “per chi suona la campana”, un cattolico perseguitato nell’Inghilterra anglicana al passaggio tra cinquecento e seicento. Breve nota di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 24 /05 /2015 - 23:23 pm | Permalink
- Tag usati: , , , ,
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Mettiamo a disposizione sul nostro sito alcuni appunti di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per approfondimenti, cfr. le sotto-sezioni

nella sezione Storia e filosofia.

Il Centro culturale Gli scritti (24/5/2015)

«È verosimile che nel 1597, quando entra al servizio del Lord Guardasigilli e comincia ad assaporare la Corte, il cattolicesimo di Donne, se non formalmente ripudiato, sia già sepolto nel silenzio, come quello di William Byrd, musico di Corte, o del grande John Bull, o di Shakespeare: l’immenso taciturno che non proferì mai verbo di fede se non celato dietro una maschera, una persona»[1].

Così scrive Cristina Campo nell’introdurre a Poesie amorose. Poesie teologiche[2] del grande poeta John Donne. Donne è lo specchio di un epoca della storia inglese, quando l’essere cattolici venne interdetto durante il regno di Elisabetta I.

Donne nacque nel 1572 a Londra, in Bread street, durante il regno di Elisabetta. La madre era pronipote di San Tommaso Moro, decapitato dal re Enrico VIII. Nel 1574 lo zio della madre, Thomas Heywood, venne arrestato e impiccato su ordine della regina Elisabetta per aver celebrato la Messa cattolica.

Il poeta, cattolico di famiglia e per convinzione ebbe difficoltà a completare un regolare corso di studi perché per ottenerne i titoli, bisognava prestare obbedienza religiosa alla fede della regina: «La stessa vita intellettuale di Donne dové regolarsi sulle fasi di quella cold, aged moon, così che a Oxford passò da una disciplina all’altra per non dover sottoscrivere con una laurea i Trentanove Articoli e il Giuramento di Supremazia che avrebbero fatto di lui un apostata»[3].

Nel 1593 il fratello di John Donne, Henry, venne arrestato e poco dopo morì in prigione  a causa della durissima detenzione cui erano sottoposti i cattolici: la sua colpa era quella di aver “ascoltato” – così si diceva allora – la messa cattolica ed aver ospitato un prete fedele a Roma.

Nel 1601 Donne sposò in segreto la figlia di Sir George More. Il suocero lo denunciò, ma infine la Corte riconobbe che le nozze erano valide.

Dal 1602 al 1612 visse in povertà, poiché, essendo cattolico, non riusciva a trovare un impiego dignitoso e consono alle sue aspirazioni letterarie. I problemi erano accentuati dal fatto che ebbe una famiglia numerosa: la moglie morì dando alla luce il dodicesimo figlio, morto anche lui durante il parto.

Per Donne l’ostilità dell’ambiente anglicano era troppo, poiché egli non aveva la tempra del martire: «A simile tensione regge male; il riavvampare delle persecuzioni, la morte in carcere del fratello, quella di Essex e poi di un altro affascinante mistico in panni frivoli, il Conte di Arundel; la pungente ambizione di conquistare rango al proprio ingegno – infine l’agonia di tutti quegli anni che non gli fu mai dato convertire, con la semplicità dei suoi maggiori, in tempra spirituale: tutto questo, per Donne, fa ormai di quella “oppressa e afflitta religione” un onere importabile. Essa ha chiesto troppo alla sua stirpe e alla sua pazienza mondana»[4].

Passò così all’anglicanesimo e finalmente gli si spalancò la possibilità di una carriera. Così nel 1615 divenne diacono e poi ministro in St Paul’s Cathedral:

«È per consiglio del Re Giacomo I – o così egli ci vuol far credere – che Donne finalmente risolve di prendere gli ordini nella Chiesa d’Inghilterra. I lunghi studi nell’una e nell’altra teologia, l’eminente eloquenza ne fanno in poco tempo un parroco celebre, poi un decano che segnerà la storia della Cattedrale di San Paolo. Primo moto naturale dei transfughi è l’intolleranza per chi, malgrado tutto, tien fede. Nella poesia, nella prosa, nei Sermoni di Donne si addensano le critiche alla «oppressa e afflitta religione». E di tanto in tanto – tratto tipico dei caratteri polari, la volontà di conciliare gli inconciliabili, - vi è il tentativo di persuadere se stesso che, dopo tutto, le due Chiese sono in realtà una sola»[5].

Divenne un predicatore famoso ed, infine, Cappellano di Corte di Giacomo I. Nel 1621 venne eletto Decano di St Paul’s Cathedral. Nel 1631 morì e venne sepolto nella stessa cattedrale.

Con splendidi versi John Donne scrisse parole che poi Ernst Hemingway rese famose riprendendo il verso “Per chi suona la campana”, mostrando che quella campana a morto ci coinvolge tutti. Ogni gesto della vita dell’uomo, così come il suo morire, è un fatto sociale e non semplicemente personale:

John Donne, Meditazione XVII: “Nessun uomo è un’isola

Nessun uomo è un’isola
completo in se stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente
,
una parte del tutto.
Se anche solo una nuvola
venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare
una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te.

Note al testo

[1] C. Campo, Introduzione, in J. Donne, Poesie amorose. Poesie teologiche, C. Campo (a cura di), Einaudi, Torino, 1971, pp. 8-9.

[2] Donne J., Poesie amorose. Poesie teologiche, Cristina Campo (a cura di), Giulio Einaudi, Torino, 1971.

[3] C. Campo, Introduzione, in J. Donne, Poesie amorose. Poesie teologiche, C. Campo (a cura di), Einaudi, Torino, 1971, p. 8.

[4] C. Campo, Introduzione, in J. Donne, Poesie amorose. Poesie teologiche, C. Campo (a cura di), Einaudi, Torino, 1971, p. 8.

[5] C. Campo, Introduzione, in J. Donne, Poesie amorose. Poesie teologiche, C. Campo (a cura di), Einaudi, Torino, 1971, p. 10.