I genitori e la trasmissione della fede ai figli a Roma. Presentazione del rapporto del Censis al Convegno diocesano 2015 da parte di Elisa Manna

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 16 /06 /2015 - 09:44 am | Permalink
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Mettiamo a disposizione on-line il testo, arricchito con la trascrizione di alcune battute dette a voce rispetto a quello distribuito, della relazione pronunciata dalla dott.ssa Elisa Manna, Responsabile del settore Cultura del Censis, nel corso della seconda giornata del Convegno diocesano il 15/6/2105. Per approfondimenti, cfr. la sezione Catechesi, scuola e famiglia. A questo link il discorso integrale di papa Francesco per l'apertura del Convegno, qui la Relazione di d. Andrea Lonardo, La responsabilità dei genitori, testimoni della bellezza della vita e qui le schede di lavoro per i 10 laboratori.

Il Centro culturale Gli scritti (16/6/2015)

Famiglia e fede: un tema complesso

Quanti si avvicinano con finalità educative alla famiglia italiana si trovano oggi a confrontarsi con una sfida complessa: perché la famiglia italiana in questi ultimi decenni è profondamente cambiata nelle sue dinamiche e anche nelle sue “atmosfere”.

L’attuale, incandescente dibattito su famiglie etero e omosessuali ha, tra gli altri, il torto di porre in ombra le molte, profonde modificazioni che hanno interessato la generalità delle famiglie e non solo una minoranza. Sono davvero tanti i grandi, importanti processi sociali che hanno contribuito a queste modificazioni: e noi non dobbiamo temerne la complessità; dobbiamo piuttosto capirli. A cominciare da un maggior investimento emotivo-affettivo sulla vita di coppia, di cui si parla assai poco. Altra macrotendenza è rappresentata dalla riduzione progressiva del numero dei figli (in parte collegata proprio a questo diverso modo di intendere la coppia).

Ma i cambiamenti sono anche intorno alla vita della famiglia: ad es., la fatica nel mantenere quotidiani rapporti con le figure preziose dei nonni a causa della mobilità e delle grandi distanze metropolitane. E ancora: l’assunzione più fluida dei ruoli all’interno della famiglia connessa alla crescita della condizione sociale della donna e la crisi della figura paterna, su cui giustamente molto si sta parlando e scrivendo. Sullo sfondo, ma non per questo in maniera meno strutturante, sta l’accelerazione della crescita dell’enfasi sui diritti individuali (un trend che viene da lontano); e poi nuove reti di rapporti amicali (?) (pensiamo ai social network); nuovi modi di percepire e vivere la vita sessuale (anche questo un processo che affonda le radici lontano, nella cultura degli anni Settanta); un diverso rapporto con il mondo esterno (i viaggi, la globalizzazione, Internet). E, last but not least, sul fronte socioeconomico, la precarietà e i problemi dell’occupazione connessi alla crisi. E’ evidente che una tale confluenza di macro processi sociali non poteva non impattare sul modo di vivere la genitorialità.

Se poi l’intento educativo con cui ci avviciniamo alla famiglia riguarda la fede, la questione si fa ancora più complessa: perché anche la fede ha attraversato e sta attraversando sfide impegnative, epocali: la crescita impetuosa di un soggettivismo aggressivo (il soggetto che fa di sé stesso la misura di tutte le cose); un relativismo imperante (ogni verità è relativa). Un individualismo esasperato che sembra rendere obsoleto e demodé l’interesse per gli altri. E’ come se i “cascami”, le degenerazioni di una cultura libertaria da una parte e di una cultura liberale dall’altra (si potrebbe dire di sinistra e di destra, se queste categorie avessero ancora senso) fossero confluiti per materializzare un paesaggio sociale arido e faticoso da condividere, quasi un deserto d’anima.

Ce n’è abbastanza per intimidire qualunque ricercatore sociale. Abbiamo pensato allora, quanto il Cardinal Vallini, Vicario di Roma ha incaricato il Censis di realizzare una ricerca su “Famiglia e trasmissione della fede a Roma”, che la cosa migliore fosse affrontare il tema con consapevole semplicità, e in continuo dialogo con il Cardinal Vicario e i vescovi ausiliari della diocesi. Ben sapendo che ogni analisi sociologica è parziale e mai restituisce la straordinaria varietà delle realtà sociali.

Ma quali sono i risultati principali della ricerca?

La famiglia tiene

Una bella notizia, innanzitutto.

La famiglia tiene. Solo il 5,7% delle mille famiglie intervistate a Roma la considera un’istituzione superata, destinata a scomparire; praticamente nessuno tra i cattolici (0,8%). Le famiglie cattoliche continuano a considerarla come l’unione sacra di un uomo e una donna davanti a Dio e agli uomini (43,8%), ma sono anche molti (36,1%) i cattolici che ne hanno una concezione costituzionale, laica, intesa come” nucleo fondamentale della società”, concezione che evidentemente condividono con famiglie non cattoliche.

Questa solida centralità della famiglia non può che rallegrarci. Non si possono però con questo negare le difficoltà: essa è oggi certamente “una cittadella assediata”; tuttavia a quanto pare regge , nel cuore della gente, l’onda d’urto ideologica che la contrasta.

Del resto, siamo nei fatti e “per sempre” figli della relazione tra unuomo e una donna (anche se la tecnologia e un’ideologia aggressiva tentano di convincerci del contrario). La famiglia è e resta unascuola di solidarietà e di libertà, una palestra dei legami che durano, un aiuto reciproco, oltre che un ammortizzatore sociale.

“La famiglia, dice Papa Francesco, è il luogo principale della crescitadi ciascuno, poiché attraverso di essa l’essere umano si apre alla vita e a quella esigenza naturale di relazionarsi con gli altri”. E’ nella famiglia che le esigenze di rassicurazione e protezione dei piccoli trovano risposta. E questa esigenza può crescere e maturare se i primi anni sono ricchi di conferme, di rassicurazioni affettive, ma anche di educazione a superare gli ostacoli che inevitabilmente la vita porrà davanti al cammino di ognuno. La famiglia è l’ambiente di vita in cui si impara a dialogare tra persone diverse, dotate di aspirazioni, bisogni, desideri e a saper distinguere il grano dal loglio, il bene dal male.

Ancora una riflessione. Il fatto che non sempre l’atmosfera familiare sia positiva non inficia la bontà del modello.

Famiglia e cattolicesimo

Ma come esprimono la loro cattolicità le famiglie romane?

Ebbene, si incontrano tante diverse sensibilità, ma, e questo è un aspetto che dobbiamo cominciare ad evidenziare, anche tra le famiglie che si dichiarano atee/agnostiche si riscontrano sensibilità e disponibilità a mettersi in discussione.

Su 100 intervistati cattolici, il 40,4% si dichiara cattolico praticante, il 35,7% credente non praticante, il 22,9% pratica saltuariamente. Soltanto l’1% (questo è un dato molto interessante che meriterebbe un’analisi a parte) esprime una forma di incertezza radicata, affermando di alternare periodi di fede in cui pratica a periodi di dubbio.

Comincia a prender forma quella marcata soggettività nel vivere la propria fede che è uno dei risultati più significativi di tutta la ricerca e che troverà ulteriori conferme più avanti. Un tratto antropologico su cui riflettere a fondo. Perché questo diverso grado nell’adesione concreta alla fede? Verosimilmente la messa in discussione del pensiero cosiddetto “forte”, il relativismo invadente hanno investito in questi anni non solo le ideologie, ma anche l’appartenenza religiosa.

Famiglia e sacramenti

Guardiamo ora più da vicino ad alcuni comportamenti e atteggiamenti delle famiglie.

Considera un obbligo religioso partecipare alla Messa domenicale solo l’11,7% dei cattolici (per il 30,1% è la fonte e il culmine della vita cristiana, per il 26,6% è un’esperienza che può aiutare a riflettere, per il 20,1% è un’esperienza di condivisione necessaria alla comunità dei credenti). Per l’11,5 % è un precetto poco significativo. Tra le famiglie cattoliche si registrano dunque “infiltrazioni di pensiero laico”, che ritroviamo, forse in maniera più accentuata, anche nel modo di vivere il matrimonio religioso: quasi il 24% (23,8%) ammette che anche nel popolo di Dio si arriva alle nozze in chiesa con scarsa consapevolezza; un altro 15% parla del matrimonio religioso sottolineandone valenze marginali come l’opportunità di siglare l’unione con un bel rito, indossando abiti speciali e di compiacere famiglia e parenti o, comunque, con motivazioni genericamente spirituali e psicologiche (“è un rito più spirituale e caldo del frettoloso matrimonio civile”).

Questa “leggerezza” dell’interpretazione del sacramento matrimoniale si riflette poi evidentemente nell’approccio alla trasmissione della fede ai figli: quasi il 30% (28,7%) delle famiglie cattoliche non
ritiene di dovertrasmettere la propria fede e si limita all’approfondimento di temi attinenti l’interiorità oppure offre un’educazione totalmente laica o, ancora, si offrono informazioni sulle diverse religioni.

Il 99% dei cattolici ha battezzato il figlio e considera il Battesimo un sacramento fondamentale che coinvolge l’intera comunità parrocchiale (77,6%); ma solo il 14% lo considera un rito che bisogna rendere vivo attraverso la partecipazione attiva alla vita parrocchiale (ad esempio con incontri formativi o caritativi).

Il modo di vivere la Prima Comunione dei figli è un altro aspetto fondamentale e rivelatore. Se infatti, quasi la totalità dei genitori cattolici ha fatto o farà fare la Prima Comunione (96,2%), “solo” il 72,7% la definisce “la maniera più profonda in cui possiamo incontrare Gesù”. Oltre il 25% (25,7%) dei cattolici la definisce come un arricchimento personale, una bella festa, una legittimazione sociale. Inoltre più del 41% (41,2%) delle famiglie cattoliche intervistate ammette di aver partecipato poco al cammino di preparazione alla Prima Comunione del figlio, delegando ai catechisti e ai sacerdoti perché più competenti.

Una fede anemica

Se si aggiunge a tali dati il fatto che solo il 13,1% dei cattolici della Diocesi frequenta la parrocchia con regolarità e fa volontariato emerge un quadro piuttosto chiaro.

Da questi dati si percepisce una confusione, un’incertezza, un modo “anemico” di vivere la propria fede da parte dei cattolici: è come se il modello basato su un “eterno presente” fatto di piccole gioie private e di tanti guai da dimenticare appena si può avesse contagiato anche le dimensioni più serie e profonde dell’esistenza. Lo si vede nel modo di affrontare in famiglia temi estremi, come il fine della vita: solo il 18,4% dei genitori cattolici parla con i propri figli “da cattolico” della morte , spiegando loro come la fede aiuti ad affrontare la fine della vita terrena; il 38,5% cerca di rispondere alle loro domande lasciando aperte tutte le strade.

Natale e il consumismo

Una sorta di edonismo difensivo (d’importazione?) che si rivela anche nelle modalità di celebrazione delle feste religiose: si percepisce chiaramente che la religione del consumo è stata abile nell’imporre i suoi faticosi e dispendiosi riti. Se si guarda al Natale, ad esempio, il quadro è chiarissimo: “solo” il 73,8% dei cattolici definisce il Natale come la celebrazione della nascita di Gesù, per il restante 26,2% (dunque oltre un quarto delle famiglie cattoliche romane) il Natale è, più semplicemente la celebrazione degli affetti familiari o uno stressante rito consumistico. Si avverte una specie di amarezza impotente,una componente critica che però non riesce a invertire il segno dei propri comportamenti. Del resto, il 90,8% delle famiglie cattoliche fa l’albero a Natale e solo il 70% dei cattolici fa il presepe. Quasi tutti vivono il Natale attraverso la preparazione di pietanze molto speciali per la Vigilia e per il pranzo di Natale e si godono gli affetti.

Come non pensare alla disperata, umanissima cocciutaggine con cui il grande drammaturgo Eduardo De Filippo costruiva il suo presepe a Natale, in “Natale in casa Cupiello”, aspirando, inutilmente, a condividere la sua gioia con il figlio. Un grande scrittore profetico, che capiva e temeva lo sgretolarsi di una ritualità di affetti e di fiducia…

Le “aperture” tra i non cattolici

A questo punto è interessante confrontare le risposte dei non cattolici alle stesse domande. Ebbene nelle loro risposte si raccolgono atteggiamenti di apertura da evidenziare e intercettare.

E infatti, su 100 intervistati che si dichiarano non cattolici, il 38,9% si dichiara ateo convinto, ma il 43% sceglie la modalità “non credente-agnostico”. Esce ridimensionato l’ateismo militante che la rappresentazione mediatica ci fa credere imperante. Per converso, tra “i lontani”, tra le famiglie non cattoliche si registrano forme esplicite e concrete di interesse per la fede: il 43% di non cattolici ha battezzato il figlio/a.

Oltre il 30% (31,3%) di essi ha fatto o farà fare la Prima Comunione ai figli, e non può dirsi in maniera superficiale: quasi il 40% (39,3%) si è preparato discutendo in casa le tematiche affrontate durante il Catechismo.

Inoltre un 25,1% di non cattolici dichiara di scegliere l’insegnamento scolastico della religione cattolica perché “così comunque hanno un’educazione morale”…

Un linguaggio nuovo per avvicinare i “lontani”

Emerge l’importanza determinante di una riflessione sul modo e sui luoghi per comunicare la fede, sulla ricerca di un linguaggio nuovo che possa intercettare e ancorare sensibilità allo stato nascente, sull’esistenza di insoddisfazioni benefiche, di inquietudini, di domande che rivelano il bisogno sommerso di un senso più grande. Emerge anche una certa stanchezza per una vita esclusivamente centrata sul divertimento, sulle frivolezze, sul piacere, “valori” che hanno permeato l’antropologia degli ultimi decenni.

La trasmissione della fede in famiglia

Ma come si trasmette la fede in famiglia? Ebbene, entrambi i genitori sono certamente importanti, però è la madre la principale “attrice” della trasmissione valoriale (59,6%).Questo dato pone all’attenzione di tutti noi il fatto che una comprensione profonda del “femminile” nella società contemporanea, di come è cambiata la condizione e l’identità della donna diventa essenziale per attivare percorsi di rinascita spirituale.

La preparazione alla Prima Comunione è certamente un grande impegno, per i ragazzi, ma anche per le famiglie. In particolare in quelle cattoliche si attiva in quel periodo come un risveglio della fede dei genitori, una “nostalgia di fede”, un riavvicinamento che sembra rispondere all’esigenza di condividere con il proprio figlio un momento così importante.

La battuta d’arresto

Eppure, troppo spesso, proprio dopo la Prima Comunione si registra una battuta d’arresto: il 32,3% dei genitori cattolici romani ha sperimentato la crisi di un figlio che decide di abbandonare la Chiesa e il 53,4% dei figli di genitori cattolici intervistati dice di aver abbandonato la Chiesa. Evidentemente confluiscono in questa decisione diversi fattori: la crescita d’interesse per altre esperienze legate alle relazioni amicali e affettive(e non solo), la percezione della conclusione di un ciclo, l’allentamento della partecipazione da parte deigenitori (16,7%), la mancanza di un gruppo parrocchiale coinvolgente (43,4%). Quest’ultima motivazione, quando sono i figli a rispondere, sale al 55,8%. Ma anche in questo caso le interazioni sono molte: simbolicamente, lo smart phone che si regala il giorno della Prima Comunione è una porta attraverso cui possono arrivare molte influenze…

Dunque, dopo un percorso di preparazione e impegno, l’interruzione.

Questa visione della vita della fede a ”cicli ”, a “tempodeterminato” trova un riflesso nella percezione della partecipazione dei cattolici alla Santa Messa nel corso dell’anno, che sembra subire un calo dopo la Santa Pasqua e l’Ascensione, quasi si fosse conclusa una rappresentazione. Come se, dopo una fase d’impegno “terminata bene”, ci si potesse prendere una meritata vacanza. Si avverte in tutto ciò la necessità di un processo di maturazione, che si sottragga alle fascinazioni della logica della rappresentazione per confrontarsi con le logiche di verità che l’adesione ad una fede presuppongono.

Chi rema contro

E’ vero però che i genitori incontrano molte difficoltà in questo percorso, messaggi che contraddicono continuamente i loro sforzi: dalla cultura mediatica (17,8%) “farcita” di materialismo e violenza, a quella ormai diffusa e legittimata nella realtà (22,6%), e, anche, una difficoltà di relazione con altre istituzioni e soggetti educanti (altri familiari, scuola, famiglie degli amici, le contraddizioni della Chiesa (nel complesso: 40,3%). Gli insegnanti, dicono i genitori, non collaborano, ma ci si imbatte anche in situazioni parrocchiali poco vivaci e poco coinvolgenti: uno scoraggiamento che porta a non cercare nemmeno più di tanto occasioni di incontro (come dimostrano i colloqui con i professori nelle scuole, spesso deserti). Infatti, se si incrociano varie risposte dei figli e dei genitori appare evidente che la continuazione della frequentazione della parrocchia da parte dei figli dopo la Prima Comunione è legata indissolubilmente all’azione o meno di una alleanza tra l’impegno della famiglia e la presenza in parrocchia di un gruppo vitale, in cui la spiritualità trova terreno fertile per maturare grazie anche a reti di relazioni amicali e di solidarietà. Il cattolicesimo, del resto, è religione comunitaria, che fa riferimento a una comunità: laddove essa è attiva l’abbandono non si produce. La religione cristiana mette al centro la persona, non l’individuo, e la persona è il frutto della relazione, prima fra tutte quella tra padre e madre e poi di tutti gli incontri nel corso della vita. Modelli in carne ed ossa funzionano, come si è soliti dire, più di milleprediche. Si avverte il bisogno di riporre fiducia in una Guida, il bisogno di un volto, un sorriso, uno sguardo: la religione cattolica è incarnata, ha bisogno di un pastore vivente da seguire. Non a caso Papa Francesco è considerato il principale punto di forza del cattolicesimo oggi da quasi l’80% dei cattolici romani (77,9%) e raccoglie molti consensi anche tra i non cattolici..

Le attese delle famiglie cattoliche: tra bisogno di guida e difesa dell’autonomia

E allora, quali sono dunque le attese delle famiglie cattoliche? Ebbene esse dimostrano un atteggiamento molto particolare, che si può collocare tra bisogno di guida e difesa dell’autonomia. Una contraddizione solo apparente.Le famiglie chiedono maggiore comprensione per la condizione umana, sono sempre più distanti da una Chiesa normativa e sempre più aperte ad una Chiesa in difesa della dignità e della crescita dell’uomo.Difendono gelosamente la vita privata e la vita delle emozioni; il 73,2%dei cattolici della diocesi di Roma ritiene che per quanto riguarda i comportamenti sessuali, il Magistero della Chiesa debba prendere atto dei cambiamenti sociali e rivedere alcune sue posizioni alla luce della sensibilità di oggi. E’ come se chiedessero alla Chiesa di comprendere che, prima ancora di decidere di fare famiglia, le persone vivono sentimenti, emozioni umane. E che questi sentimenti, queste emozioni sono oggi una dimensione centrale nel vissuto delle persone. Le famiglie si dicono infastidite esplicitamente dalla morale sessuale e dall’ingerenza nelle scelte personali (37,9, che diventa 47,8 tra i figli). Vorrebbero una Chiesa povera, umile, che riscopra lo spirito francescano (93,7%), che riscopra l’eredità del Concilio Vaticano II (88,3%), che dia un maggior ruolo alle donne nella Chiesa (66,2%). Una percentuale minore rispetto alle altre, ma comunque significativa vorrebbe che i sacerdoti potessero sposarsi e avere figli (56,2%). Praticamente tutti vorrebbero che le grandi religioni si incontrassero (93,9%), vorrebbero una Chiesa capace di comprendere i problemi delle famiglie (97%) e dei giovani di oggi (98,3%). Chiedono una nuova comprensione della vita coniugale e familiare immersa nei nostri tempi.

Un capitolo a parte è rappresentato dal sistema di attese che riguardano la cultura. Le famiglie chiedono che la Chiesa, e in particolare la diocesi, si faccia promotrice di eventi culturali alti distribuiti sul territorio (28,1% dei cattolici, mentre solo il 10,6% di essi chiede di promuovere incontri sul Vangelo nei caseggiati) in grado di coinvolgere e colpire la mente e il cuore delle persone. Non lezioni accademiche, non complessi approfondimenti teologici, ma occasioni profonde magari attraverso lo stimolo di opere immortali, che li aiutino a riflettere su sé stessi, a fermarsi a pensare, a porsi interrogativi. E chiedono anche di migliorare la liturgia domenicale (16,9%), di dare testimonianza di vera carità (27%), di invitare in Chiesa a parlare di religione persone di spessore culturale e umano (13,2%). Da questo punto di vista emerge un tipo di aspettativa molto profonda nei confronti della Chiesa: ad essa si chiede la promozione di una cultura non di erudizione o estetizzante, né tanto meno attenta alle classifiche di vendita dei libri, ma in grado di far riflettere, di far crescere; quasi una richiesta d’aiuto per ritrovare la propria umanità. Un nuovo umanesimo.

Le attese dei non cattolici

Anche i non cattolici hanno aspettative che vanno in tale direzione.

In effetti, si avverte una specie di ”benefica inquietudine” circolare tra essi.Il 57% dice senza reticenze: “La vita non ha senso, ma qualche volta vorrei che avesse un significato più grande”. O, anche: “Non credo perché Dio non mi da la fede“ (21,3%).Non è forse questo un primo atto di fede?

 Inoltre più della metà dei non cattolici ha manifestato i seguenti atteggiamenti: si dicono disponibili a interagire con gruppi di cattolici capaci di rimetterli in discussione, senza però volerli indottrinare; affermano che Papa Francesco li ha fatti riavvicinare alla religione cattolica e che, pur non credendo ancora, lo considerano il loro faro; affermano che le ideologie non bastano all’uomo, e che c’è bisognodiun Ente morale superiore; dicono di essersi allontanati dalla Chiesa perché nella loro esperienza si sono sentiti abbandonati. Tutte queste espressioni insieme fanno 52,4%, appunto più della metà dei non cattolici.

Dietro queste benefiche inquietudini si avverte che c’è qualcosa di più da intercettare, forse la delusione e il senso di vuoto successivi alla crisi strutturale delle ideologie di ogni tipo, compresa quella edonista che ha innervato silenziosamente e pian piano ogni dimensione dell’esistere negli ultimi decenni. Una disponibilità da raccogliere, un campo fertile per la Chiesa su cui lavorare e impegnarsi.

L’analfabetismo religioso

Guardando ora ai dati da una prospettiva più generale, nel complesso si avverte comunque un forte analfabetismo religioso. E’ davvero singolare che nell’epoca dell’informazione e della curiosità martellante su qualsiasi argomento, ci si accontenti troppo spesso di una fede blanda, ”strascicata”, su una base di vecchi ricordi del catechismo, riveduta e corretta alla luce di proprie personali esigenze. Non si legge Vangelo e Bibbia (lo fa solo il 27% dei cattolici individualmente, li legge in famiglia solo l’11,1%). Qualcuno si giustifica dicendo che non c’è tempo anche se potrebbe essere interessante (17%). Ma la maggior parte (oltre il 44%) non sente neanche il bisogno di trovare grandi giustificazioni. Tra quanti leggono Vangelo e Bibbia il 53,6% lo fa per dare vita alla propria fede, ma l’altra metà dei cattolici adduce motivazioni di tipo antropologico (ritrovare il senso profondo della nostra umanità, arricchire il bagaglio culturale, ritrovare le radici dell’identità).

Alcuni dogmi, di cui probabilmente si ha una concezione un po’ infantile, vengono semplicemente accantonati, scartati (il 34% delle famiglie cattoliche non crede alla resurrezione della carne; la percentuale sale al 43% tra i giovani).

In questo senso anche l’individuazione nel carisma di Papa Francesco del punto di forza della religione cattolica ci dice qualcosa di molto profondo: si ha bisogno di poter avere fiducia in qualcuno che ci colpisca profondamente, che ci attragga, più che di lunghe e impegnative analisi teologiche della nostra fede.

In conclusione: la novità del Vangelo

Nessun risultato andrà letto né con trionfalismo, né con scoramento, questi risultati ci invitano invece a trovare una freschezza di sguardo, una giovinezza d’approccio di cui oggi tutti, cattolici e non cattolici, abbiamo bisogno, per superare posizioni e atteggiamenti stereotipati, polverosi, poco misericordiosi. Una tradizione “congelata” può essere asfittica, può esserlo anche un modernismo superficiale e acritico. I cambiamenti si possono interpretare con serenità e gioia ideativa, diventare occasioni per vivere “la novità” del Vangelo. I percorsi di annuncio e di iniziazione debbono tener conto di un'antropologia profondamente cambiata, che va guardata con simpatia, curiosità e con la serena sicurezza di chi custodisce la Verità. Va ritrovata la percezione di una comunione, la consapevolezza di condividere la stessa condizione e le stesse fragilità; basta pensare all’urgenza di tutelare l’ecosistema che ci riguarda tutti. Il dialogo tra Scienza, Tecnologia e Umanesimo è non solo possibile, ma necessario, la tecnocrazia non è abbastanza lungimirante per tenere da sola la rotta della Storia umana.

In maniera più quotidiana, forse è arrivato il tempo in cui ciascuno può guardarsi intorno con uno sguardo più maturo, sentendosi in qualche modo “genitore universale”: per tutti i piccoli che sono tra noi e anche lontano da noi, verso i quali siamo in debito di speranza. Per educarli al futuro che debbono avere la forza di costruire. E per trasmettere loro una verità luminosa: che la fede, come ha detto Papa Francesco nella Enciclica Lumen Fidei “non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita”.