1/ L'alba della poesia italiana: ecco il testo ritrovato di 800 anni fa, di Marco Roncalli 2/ La lirica siciliana e la prima poesia amorosa in Italia, di Giovanni Fighera

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 22 /05 /2016 - 14:33 pm | Permalink
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1/ L'alba della poesia italiana: ecco il testo ritrovato di 800 anni fa, di Marco Roncalli

Riprendiamo da Avvenire del 5/3/2015 un articolo di Marco Roncalli. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Letteratura.

Il Centro culturale Gli scritti (22/5/2016)

Dopo i ritrovamenti degli ultimi tempi che già avevano rimesso in discussione le tesi di Francesco De Sanctis o questioni ritenute definitive circa le origini della lirica in volgare sul modello provenzale (si pensi alla canzone trascritta su una pergamena ravennate tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo Quando eu stava in le tu’ cathene, ma anche al frammento zurighese Resplendiente stella de albur di Giacomino Pugliese, o a quello piacentino Oi bella), la poesia italiana delle origini si arricchisce di una nuova testimonianza. La scoperta si deve al filologo Nello Bertoletti, docente di linguistica all’Università di Trento, che ne rende conto nel primo volume dei Quaderni delle Chartae vulgares antiquiores (Edizioni di Storia e Letteratura), e, sin dal titolo, ci esplicita genere letterario e dipendenza di questo componimento custodito sul verso dell’ultima carta di un codice della Biblioteca Ambrosiana. 

Si tratta infatti di Un’antica versione italiana dell’alba di Giraut de Borneil, documento di una precoce ricezione della cosiddetta “alba provenzale”: uno dei generi più longevi e diffusi – teso a manifestare in versi l’amor sacro e l’amor profano – che trovò fra i maggiori interpreti il limosino Giraut de Borneil, lodato da Dante nel De vulgari eloquentia come «poeta della rettitudine» (giudizio però ridimensionato dallo stesso Alighieri nel Purgatorio). 

Un primo elemento di novità circa questa ignota traduzione dell’alba di Giraut sta nella sua datazione. La versione scoperta infatti è stata vergata su una carta dove appare la data 1239: che per Bertoletti è stata scritta in un momento successivo alla trascrizione dell’alba, precedendo così di parecchi decenni i più antichi manoscritti del testo provenzale (l’alba di Giraut, infatti, è stata sin qui trasmessa da sei canzonieri, nessuno dei quali anteriore al XIV secolo).

Un secondo elemento si ritrova nell’area italiana di provenienza, localizzabile tra l’Oltregiogo ligure, le Langhe, l’Alessandrino e il Monferrato, particolare che ne fa un documento autonomo rispetto anche alle testimonianze dei Siciliani e, per usare le parole di Bertoletti, «un notevole esperimento di trasposizione poetica dalla lingua d’oc in un volgare italoromanzo, compiuto in quell’area cisalpina occidentale, che ha conosciuto la prima e la più radicata acclimatazione della letteratura trobadorica».

Ma, questioni specialistiche a parte, fermiamoci un momento sul contenuto di questi venti versi, articolati in cinque quartine. Nonostante l’incipit orante «Aiuta de’, vera lus et gartaç, / rex glorïoso, segnior, set a vu’ platz, / ch’a mon conpago sê la fedel aiuta. / E’ nun lu vite, po’ la note fox veiota» (“Sii d’aiuto Dio, vera luce e splendore, re glorioso, signore, se a voi piace, siate il fedele aiuto del mio compagno. Io non l’ho visto, da quando si è vista la notte”), l’alba pare rappresentare un amore clandestino tra uomo e donna, fissando il momento in cui, prima del levare del sole, l’amante – avvertito da un “guardiano” al “cantare gli uccelli” e al primo “chiarore del cielo” – deve congedarsi dall’amata e fuggire.

Non pare però infondato ipotizzare qui interpretazioni meno mondane, cogliendo metafore spirituali. Come ha fatto – proprio per il testo di Giraut – un grande esperto di filologia occitana come Costanzo Di Girolamo. Sino a indicare dietro l’amico guardiano che si rivolge al «bè conpagnó» (il “caro compagno”), un angelo. Che reclama la leale compagnia («leà conpagia»), o meglio il ritorno della persona affidatagli. Che nella sua affermazione «ston en pagora nun l’om çiloso v’asaia» (cioè “ho paura che il marito geloso vi assalga”), in realtà si riferisce all’assalto del demonio. 

Insomma qualcosa che ricorda la relazione fra l’angelo e l’anima descritto da san Bernardo, l’abate di Chiaravalle contemporaneo di Giraut de Borneil. E qui basterà qui ricordare con Di Girolamo che, se è dopo il Mille che l’eros si afferma decisamente quale luogo di conoscenza, di riconoscimento di Sé e dell’Altro, è pure questo il periodo in cui fra i teologi l’attenzione dal Padre si sposta verso il Figlio, l’Incarnazione: ovvero, per così dire, anche all’essere dentro il corpo.

IL TESTO
Aiuta De’, vera lus et gartaç, 
rex glorïoso, segnior, set a vu’ 
platz, 
ch’a mon conpago sê la fedel 
aiuta.
E’ nun lu vite, po’ la note fox veiota.

[Bè] conpagnó, po’ me partì de vo’,
e’ nun dormì, ma stete [e]n çenoiion
et prega’ De’, lu fi’ santa Maria,
che me rendese ma leà conpagia.

Bè conpagon, dormì-vox o veià?
nun dormì tantu, ché lu çorno est 
aproçato:
in l’orïento la stela n’è paruta
chi adux lu çorno, ch’e’ l’a’ ben 
cognovuta.

Bè conpagnó, in ça[n]tare vox apelo: 
sursé vos, ch’e’ òo canta[re] i oxele
chi van criiando lo ço[r]no per la 
boschaça;
ston en pagora n[u]n l’om çiloso 
v’asaia.

Bè conpagnó, fa’ vox a fenestrela
et rega[r]dé ver lo seren de celo:
porì savere s’e’ sun fêle conpag[no];
set sì nun fa’, vostre serà lo damaio.

LA TRADUZIONE
Sii d’aiuto Dio, vera luce e splendore, re glorioso, signore, se a voi piace, siate (sii) il fedele aiuto del mio compagno. Io non l’ho visto, 
da quando si è vista la notte. 
Caro compagno, da quando mi sono separato da voi io non ho dormito, anzi sono rimasto sempre in ginocchio e ho pregato Dio, il figlio di Santa Maria, che mi restituisse la mia leale compagnia. 
Caro compagno, dormite o vegliate? Non dormite tanto a lungo, poiché il giorno si è fatto prossimo: in Oriente è apparsa la stella che reca il giorno, io l’ho ben riconosciuta. 
Caro compagno, cantando vi chiamo: ridestatevi, poiché io odo cantare gli uccelli che vanno cercando il giorno per la foresta; ho paura che il marito geloso 
vi assalga. 
Caro compagno, affacciatevi alla finestra e guardate verso il chiarore del cielo: potrete sapere se io sono compagno fedele; se così non fate, vostro sarà il danno. 

(traduzione di Nello Bertoletti)

2/ La lirica siciliana e la prima poesia amorosa in Italia, di Giovanni Fighera

Riprendiamo da La Nuova Bussola quotidiana del 22/11/2015 un articolo di Giovanni Fighera. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Letteratura.

Il Centro culturale Gli scritti (8/5/2016)

In Italia la prima esperienza poetica in volgare riguardante temi profani nasce nel Sud e prende il nome di lirica siciliana. Non può essere considerata una vera e propria scuola, perché mancano un maestro riconosciuto e un manifesto che propone la poetica e i temi salienti del gruppo. 

Senz’altro il poeta più significativo del gruppo è quel Giacomo da Lentini, che si firma con il nome di “Notaro” nei suoi componimenti, ricordato con questo epiteto anche da Dante quando nel canto XXIV del Purgatorio Bonagiunta Orbicciani riconosce la superiorità del Dolce Stil Novo rispetto alla lirica precedente: ««O frate, issa vegg’io», diss’elli, «il nodo/ che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne/ di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!»». In questi versi Giacomo da Lentini diventa addirittura rappresentante emblematico della lirica siciliana così come Guittone d’Arezzo è il più significativo poeta di quella siculo-toscana.

Oltre che per le poesie scritte, il poeta siciliano è ricordato anche come il creatore della forma metrica del sonetto. Costituito da due quartine e da due terzine, caratterizzato quindi da una brevità che ben si presta a piccoli quadretti o a rapidi squarci lirici o ancora a poche riflessioni, nei secoli successivi il sonetto diverrà la forma metrica più utilizzata. Nel Canzoniere del Petrarca su trecentosessantasei poesie addirittura trecentodiciassette sono sonetti.  

La lirica siciliana nasce probabilmente tra il 1232 e il 1233, ovvero nei dieci mesi che Federico II trascorre in Sicilia, dopo essersi fermato a Treviso e aver attraversato la penisola. Proprio in quel soggiorno l’Imperatore sprona i propri funzionari, i notai, i giudici e le personalità della Magna Curia a farsi promotori della scrittura poetica sulla falsariga di quella provenzale. Per questo i poeti siciliani sono tutti personaggi impegnati nella corte, possono scrivere soltanto nel tempo di svago, libero dalle attività lavorative e delimitano il tema poetico soltanto all’amore, escludendo sia l’argomento morale che quello politico, entrambi, invece, presenti nella poesia provenzale.

Nei mesi del soggiorno in Sicilia Federico II conosce anche la nobildonna Bianca Lancia da cui nasce Manfredi, re di Sicilia dal 1258 che trova la morte giovanissimo nel 1266 a Benevento combattendo contro i Guelfi. 

Proprio nel ristretto arco temporale, delimitato tra il 1233 e il 1266, trova spazio l’esperienza della poesia siciliana. Tra i suoi esponenti dobbiamo annoverare anche Pier della Vigna, Petrus de Vinea, segretario di Federico II, a conoscenza di tutti i segreti dell’Imperatore, se dobbiamo dar credito a Dante che lo colloca tra i suicidi nel canto XIII dell’Inferno. Accusato di aver congiurato contro l’Imperatore nel 1248, imprigionato e accecato, si darà la morte nel 1249, l’anno prima della morte di Federico II. Sarà la Commedia a ripristinarne la fama. Il discorso del segretario della Magna Curia federiciana, costruito con abile perizia retorica, trasmetterà l’impressione di una vera e propria perorazione tenuta di fronte a Dante, perorazione di cui il segretario non poté avvalersi in vita. 

Tra gli altri poeti della lirica siciliana non possiamo dimenticare Giacomino Pugliese, che nel nome ci ricorda che a questo gruppo appartengono anche poeti provenienti da altre regioni del Sud Italia, e Stefano Protonotaro, primo notaio di corte, l’unico di cui ci sia rimasto un testo nel volgare siciliano, non toscanizzato. Il titolo è «Pir meu cori alligrari». Leggiamo solo la prima stanza per cogliere la distanza tra il siciliano colto e i testi toscanizzati giunti fino a noi: «Pir meu cori alligrari,/chi multu longiamenti/ senza alligranza e joi d’amuri è statu,/ mi ritornu in cantari,/ ca forsi levimenti/ da dimuranza turniria in usatu/ di lu troppu taciri;/ e quandu l’omu ha rasuni di diri,/ ben di’cantari e mustrari alligranza,/ ca senza dimustranza/ joi siria sempri di pocu valuri:/ dunca ben di’ cantar onni amaduri».

Tutti gli altri componimenti pervenutici sono toscanizzati: le vocali strette siciliane sono state riportate nel sistema di sette vocali che sarà tipico dell’italiano provocando quindi profondi cambiamenti al testo. Si pensi che la rima «amurusi/usi» in forma toscana viene trascritta «amorosi/usi». Nel tempo si diffonderà l’idea che i siciliani avessero resa lecita la rima imperfetta, che verrà per questo definita siciliana.  

La canzonetta Meravigliosamente di Giacomo da Lentini è emblematica per capire alcuni dei caratteri fondamentali della lirica siciliana. Un amante timido e introverso è così travagliato per l’amore che prova nei confronti della donna amata che non riesce in alcun modo a comunicarle il suo sentimento e la guarda di nascosto. Può, però, dedicarsi alla contemplazione della figura della donna che porta impressa nel suo cuore. Rivolgendosi a lei, così scrive: «e quando voi non vio/ guardo ‘n quella figura,/ e par ch’eo v’aggia davante;/ come quello che crede/ salvarsi per sua fede,/ ancor non veggia inante». Il riferimento alla fede è formale e assolve il compito di elevare il linguaggio e il contesto in cui è avvolta l’immagine dell’amata, non ha di certo un valore religioso e sacrale. 

Del resto, nella produzione siciliana la modalità di rappresentazione della donna è del tutto profana, la figura di lei è assai distante dalla donna-angelo che diventerà centrale nella poesia stilnovista. Il fuoco d’amore, nascosto nel petto del poeta, quanto più è tenuto nascosto nel cuore tanto più divampa. L’amore così diventa sempre più evidente all’esterno dai segni che l’amante porta impressi sulla sua persona. In accordo con la produzione provenzale precedente il poeta non tratteggia i lineamenti fisici della donna, apostrofata nei versi più volte con l’espressione «bella».

Soltanto nel congedo della canzonetta scopriamo che l’amante è da identificarsi nel Notaro: «Canzonetta novella,/ va’ canta nuova cosa;/  lèvati da maitino/ davanti a la più bella,/ fiore d’ogn’amorosa,/ bionda più c'auro fino:/ ”Lo vostro amor, ch’è caro,/ donatelo al Notaro/ ch'è nato da Lentino”». In linea con la tradizione cortese la donna ha i capelli biondi come l’oro, tratto che rimarrà caratteristico per molti secoli nella poesia occidentale e che sarà immortalato dal celeberrimo sonetto petrarchesco  «Erano i capei d’oro a l’aura sparsi».

Il poeta invita la canzonetta a recarsi dall’amata per raccontarle quell’amore che lui non riesce ad esprimerle a parole. Se la poesia provenzale mostrava tratti fortemente carnali, i versi siciliani esprimono un amore profondamente interiorizzato e deprivato della componente erotica. In un certo senso la visione dell’amata nella lirica siciliana si pone sulla linea di transizione tra la donna carnale provenzale e l’immagine spiritualizzata stilnovista. 

Ad ogni modo l’amore di cui il poeta scrive non è certo rivolto alla moglie amata. La linea della tradizione cortese occidentale che approda in Italia alla poesia petrarchesca che avrà un’influenza decisiva sulla poesia d’amore e lirica fino a Leopardi e oltre, raramente canterà l’amore di un uomo per la propria moglie (fatte salve le eccezioni di Umberto Saba, di Eugenio Montale e di pochi altri). Ha preferito, in genere, raccontare o descrivere l’amore lontano, irraggiungibile, impossibile, o tormentato, ostacolato, reso difficile da mille impacci. Ha cantato l’amore per una donna che è già di altri, trascurando di soffermarsi su quell’amore quotidiano che permette di vedere tutti i limiti dell’altro, ma anche di abbracciarli con una tenerezza che tutto rispetta

Si è allontanata, in genere, dal realismo nella descrizione dell’amore e si è fondata su quella che Leopardi definisce poetica del vago, dell’indefinito e della rimembranza. La rappresentazione realistica, pur tanto presente nella linea poetica e novellistica più popolare, o in monumenti della nostra letteratura come il Decameron o la Divina commedia, raramente sarà presa come modello da imitare nella tradizione illustre.