Conoscere Paolo attraverso le immagini, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 09 /02 /2010 - 19:49 pm | Permalink
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Pubblichiamo un articolo scritto da Andrea Lonardo per la rubrica “Paolo a Roma” del sito www.romasette.it.

Il Centro culturale Gli scritti (10/2/2010)

«Il Signore è grande e non si può disegnare (perché nel foglio non ci sta)»: così recita il titolo di un recente libro che racconta di alcune esperienze educative in campo religioso nelle scuole. Il paradosso che San Paolo, insieme a tutta la fede cristiana, ci consegna è che, invece, è possibile rappresentare Dio, anzi è doveroso, perché egli ha accettato di manifestarsi nel Figlio.

Proprio nella lettera ai Colossesi, una delle cosiddette lettere della prigionia che potrebbero avere un’origine romana, si conserva l’espressione: «Cristo è l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15). Come a dire che quel Dio che nessun ricercatore umano avrebbe mai potuto vedere o conoscere, ora, liberamente, si è rivelato a noi in Cristo. E – si badi bene – non alla maniera di una semplice “apparenza”! Continua la lettera ai Colossesi, infatti: «È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità».

Questo versetto era molto caro a Giuseppe Dossetti, uno dei padri della Costituente, divenuto poi monaco, che vedeva in questa chiarissima affermazione una difesa contro ogni possibile gnosi che volesse portare oltre Gesù Cristo, spostando la presenza di Dio al di là dell’Incarnazione, come se essa non fosse sufficiente.

Nei secoli, la formulazione dogmatica cristiana ha saputo cogliere, a partire da questo tratto peculiare della fede cristiana, alcune conseguenze decisive per la realizzazione delle immagini ed il loro utilizzo nel culto e nella catechesi. Nel corso della crisi iconoclasta, quando appunto l’imperatore ed alcuni suoi seguaci avevano affermato che non era degna di Dio la sua raffigurazione, il Concilio Niceno II (celebrato nel 787 d.C.) stabilì che, invece, le icone – le immagini! – erano non solo possibili, ma addirittura necessarie alla fede cristiana. Una fede senza immagini avrebbe negato, praticamente, la verità dell’incarnazione del Figlio.

Scrive, a questo proposito, il Concilio Niceno: «Se qualcuno non ammette che Cristo, nostro Dio, possa essere limitato, secondo l’umanità, sia anatema». E prosegue: «Noi definiamo con ogni accuratezza e diligenza che, a somiglianza della preziosa e vivificante Croce, le venerande e sante immagini sia dipinte sia in mosaico o di qualsiasi altra materia adatta debbono essere esposte nelle sante chiese di Dio, nelle sacre suppellettili e nelle vesti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e sulle vie; siano esse l’immagine del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, o quella della immacolata Signora nostra, la Santa Madre di Dio, degli angeli degni di onore, di tutti i santi e pii uomini».

Proprio perché l’infinito è disceso nella carne e Maria, come è raffigurato nei mosaici di San Salvatore in Chora a Istanbul, è diventata la “dimora dell’incontenibile”, la “chora tou achoretou” (titolo da cui la chiesa prende il nome) - su San Salvatore in Chora, vedi su questo stesso sito: San Salvatore in Chora-Kariye Camii.

L’episodio della vita di Paolo che è stato più frequentemente raffigurato è quello del suo incontro con il Signore sulla via di Damasco. In questa rappresentazione una figura si è prepotentemente inserita, quella di un cavallo che Paolo avrebbe cavalcato in quel giorno (l’animale non era ancora presente, ad esempio, nei mosaici del duomo di Monreale).

Qual è il motivo di questa presenza che non compare nella narrazione degli Atti degli Apostoli? Il racconto lucano ripete, con varianti, tre volte l’incontro di Paolo sulla via di Damasco con il Signore risorto, ma mai compie alcun accenno ad una cavalcatura, benché essa non sia necessariamente da escludere.

La motivazione di questa innovazione iconografica dipende dal fatto che gli artisti hanno sempre raffigurato nell’uomo a cavallo il segno di una potenza, di una gloria, di una riuscita tutta umana.

Si pensi solo al Marco Aurelio del Campidoglio, a Guidoriccio da Fogliano di Simone Martini o ai due monumenti equestri di Giovanni Acuto e di Nicolò da Tolentino dipinti da Paolo Uccello e da Andrea del Castagno in Santa Maria del Fiore a Firenze. O ancora ai dipinti di Velázquez, come il Conte-duca di Olivares ed il ritratto dell’imperatore Filippo III (per alcune delle immagini citate, vedi su questo stesso sito Il cavallo nell’iconografia della conversione di san Paolo apostolo: segno superfluo o espressivo? di Andrea Lonardo).

Paolo viene disarcionato da Cristo, viene rovesciato dalle sue idee e sicurezze, viene “schienato”, per utilizzare una terminologia desunta dalle arti marziali. Il cavallo che si erge maestoso, mentre egli è a terra, sottolinea enfaticamente l’enormità dell’avvenuto. Ma tutto ciò è possibile ed ha motivo e consistenza solo nella rivelazione del Risorto che gli si presenta. Cristo stesso è sempre rappresentato nell’immagine della conversione di Paolo, come nello straordinario affresco michelangiolesco della Cappella paolina recentemente restaurato. Solo Caravaggio, nella seconda versione della tela della Cappella Cerasi, in Santa Maria del Popolo, ometterà l’esplicita raffigurazione cristologica e la suggerirà con un fascio di luce, alla sua maniera.

Nell’arte moderna lo scultore Marino Marini ha ripreso, in chiave antropologica la metafora della cavalcatura, rappresentando sempre più, man mano che la sua ricerca progrediva, cavalli con uomini disarcionati e non più sereni equilibri di uomini e bestie.

I due attributi iconografici che caratterizzano, invece, Paolo come figura a sé stante, sono la spada ed il libro. La spada è, innanzitutto, lo strumento del martirio. L’iconografia è solita rappresentare un martire con in mano l’oggetto con il quale i carnefici hanno posto fine alla sua vita. L’oggetto in questione è come un trofeo, come un titolo di vittoria. Lì dove l’avversario riteneva di poter ottenere un completo trionfo, si trova ad essere sconfitto proprio tramite quell’offerta testimoniale della vita, che trasforma una circostanza di odio in occasione di annunzio del vangelo.

Ma, nell’iconografia paolina, la spada viene a simboleggiare anche la parola delle sue lettere, la Parola di Dio, identificandosi con l’altro attributo che è il libro stesso che egli porta. Lo vediamo, ad esempio, nel portale maggiore di ingresso alla basilica di San Paolo fuori le Mura in Roma, dove la spada è poggiata sulle pagine del libro aperto.

Come dice la Lettera agli Ebrei, infatti, «la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12).

La spada diviene qui metafora di quella capacità che ha la parola divina di compiere finalmente quel discernimento del bene e del male, della vita e della morte che è così necessario alla vita dell’uomo, quell’uomo che brancola nel buio, non conoscendo la meta del proprio cammino e quindi la strada, che soprattutto non sa comprendere il proprio cuore, finché non si pone alla luce dell’amore di Cristo stesso, che rivela il bene inatteso, ma anche il male che si fingeva di ignorare.

In questo senso l’immagine della spada si completa con quella del libro o del rotolo che l’apostolo reca in mano. Quella luce che è il Cristo stesso, viene iscritta nelle parole umane della Sacra Scrittura, e così anche nelle lettere paoline, e Paolo attesta e offre la rivelazione cristiana negli scritti che, ispirato da Dio, ha composto.


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