Contraddizione [Ma chi lo dice che l’Ararat è vostro? E non piuttosto l’anima degli armeni?], di Silva Kaputikyan

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 16 /08 /2016 - 17:05 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito una poesia di Silva Kaputikyan. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti sull'Armenia e gli armeni, cfr le sezioni Cristianesimo, ecumenismo e religioni (sotto-sezione Chiese ortodosse) e I luoghi della storia della Chiesa, oltre alla sezione Storia e filosofia.

Il Centro culturale Gli scritti (18/8/2016)

Il monte Ararat, oggi in territorio turco, visto dal monastero di 
Khor Virap in Armenia, il luogo di nascita del cristianesimo armeno

Contraddizione

Ma chi lo dice
che l’Ararat è vostro?
Illusione assurda.
La mappa è vostra,
quello che è misurato, disegnato sulla mappa
però la montagna…

Le vecchie nevi della sua cima
è con la nostra percezione che prendono il simbolo dell’eternità.

La foschia e la nuvola che lo circondano sono nei nostri occhi
che diventano il fumo e la fiamma del cavo della canna, ogni granello della sabbia inanimata ed esanime
porta elisir ai globuli rossi del nostro sangue.

La cenere è vostra,
la crosta di pietra che compone la montagna.
Invece per noi è un vulcano vivo,
cratere d’anima,
donde per secoli e secoli
sgorga il fuoco della nostra ribellione
e rinfocola il nostro furore di vta.

Il ghiaccio è vostro,
il ghiaccio ingiallito, freddo e incomunicabile.
Invece a noi irraggia incessante dai suoi fianchi
il dinamismo di migliaia di soli
che riscaldano tutto il mondo
e i nostri resti sparsi per il mondo.
Oh santa leggenda del re Ara
riflesso irraggiamento della nostra identità,
frutto della nostra ricerca
di trenta secoli e anche più
che tutte le Semiramide vecchie e nuove
hanno rinunciato a capire.

Il corpo è vostro,
il corpo morto, ucciso
del re di Ara e dell’Ararat,
che i vostri cani leccanti non possono vivificare.

È l’anima nostra
che sempre vola di generazione in generazione,
anche nell’ultimo respiro prendendo mille forme, erompe di nuovo
l’anima che ci costringe a creare,
l’anima che non ammazzerai con il fucile e l’arroganza,
l’anima che non strapperai mai con un timbro e una firma
e non imprigionerai con le catene dei confini.
Nostra è l’anima…

Nel testo i riferimenti sono innanzitutto all’inno che celebra la nascita del dio Vahagn, divinità fra le più care al popolo dell’Ararat, nel cui mito si racconta di una canna dalla quale escono prima fumo e fiamme e poi il dio stesso. Sono poi alla storia di Ara il Bello che fu re leggendario dell’Armenia antica, figura popolare nelle leggende armene che narrano della sua bellezza così grande che la regina degli assiri Semiramide mosse guerra agli armeni solo per poterlo vedere. L’allusione è infine ad una leggenda armena secondo la quale un morto può rivivere se i cani (esseri divini) ne leccano il corpo.