La questione armena [prima di essere una questione politica, è una questione etica], di Boghos Lévon Zékiyan

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 21 /08 /2016 - 21:44 pm | Permalink
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Riprendiamo dal web un testo del prof. Boghos Lévon Zékiyan, scritto prima che divenisse Amministratore Apostolico “sede plena” dell’Arcieparchia di Istanbul degli Armeni (Turchia), tratto da   B. L. Zékiyan, Postille di ieri e di oggi, in Claude Mutafian, Metz Yeghérn. Breve storia del genocidio degli armeni, Milano, Guerrini e Associati, 1998. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti sull'Armenia e gli armeni, cfr le sezioni Cristianesimo, ecumenismo e religioni (sotto-sezione Chiese ortodosse) e I luoghi della storia della Chiesa, oltre alla sezione Storia e filosofia.

Il Centro culturale Gli scritti (21/8/2016)

«La ‘questione armena’, prima di essere una questione politica, è una questione etica». Così scrivevo in un articolo ormai datato, nel 1981.

Tale affermazione si scopre più che mai vera oggi, quando la neonata Repubblica d’Armenia ha in notevole parte ereditato dalla vecchia Unione Sovietica i condizionamenti geopolitici sul versante caucasico sud-occidentale. Scrivevo ancora nell’articolo citato: «Evidentemente il rapporto di buon vicinato con la Repubblica turca è anche oggi qualche cosa di grande importanza per Mosca, come lo era negli anni Venti». Altrettanto importante esso si presenta ora per l’Armenia, se non addirittura di un’importanza ben più urgente, per I' ovvia imparità della Repubblica armena di misurarsi con la Turchia tanto sul fronte militare quanto su quello economico.

L'imperativo di «buon vicinato» ha avuto quale risultato più lampante il fatto che dal dizionario politico dei nuovi dirigenti dell’Armenia sparissero tutte le voci con un richiamo semantico alla «rivendicazione territoriale» che aveva costituito invece, per settant’anni, il Leitmotiv della memoria storica e della propaganda armene, in specie nella diaspora.

Un simile sviluppo, per quanto contestato oggi da ampie frange di opinione pubblica armena — e non solo in diaspora —, ci pare nondimeno aver orientato la questione armena, forse alquanto paradossalmente, sui binari di una possibile Realpolitik, nel contesto attuale della congiuntura politica internazionale e medio-orientale in particolare. Una Realpolitik che non vada per necessità fatale contro i dettami di ogni Moralpolitik.

Esso non significa infatti né rinuncia al diritto di risarcimento, né tanto meno rinuncia alla memoria storica e alle sue implicazioni. E questa, penso, la sostanza di quanto soggiace di essenziale nel nucleo della questione armena come «questione etica». La dimensione politica della questione non ne è certamente menomata, ma contestualizzata e riavvalorata in una prospettiva tale da rendere forse meno ardua la strada, sia verso il debito alla memoria sia verso le esigenze della convivenza.

Questione etica: anzitutto perché l’annientamento voluto e metodico di un popolo non può mai e per nessun motivo proporsi come misura corrispettiva al raggiungimento di qualsiasi obiettivo politico. Per quanto concerne in particolare il caso armeno, si potrà, ad esempio, discutere indefinitamente se vi fosse per l’impero ottomano il rischio di una completa secessione dei territori armeni. Supponendo che tale rischio ci fosse e accogliendo pure la ragion di stato — senza comunque approvarla —per cui nessuno Stato dominante riconosce volentieri l’indipendenza ai territori una volta sottomessi, il massimo che gli si potrà concedere è l’individuazione e la disabilitazione dei nuclei operativi insurrezionali, mai la deportazione e lo sterminio dell’intera popolazione. Nessuna coscienza etica potrà «capire» o accettare una simile soluzione,

Questione etica: per la continuità della responsabilità storica. E vero che il genocidio non successe sotto la Repubblica, ma sotto il governo di uno Stato che non esiste più. Però la storia non si cancella e la Repubblica turca è in un vero senso l’erede dello Stato ottomano, eredità che gli stessi turchi non sconfessano se non quando si tratta della questione armena. L’aver cambiato l’alfabeto o aver introdotto delle riforme, come può accadere d’altronde nell’ambito stesso di un medesimo Stato, non toglie la continuità spirituale, morale e culturale di una storia. L'unica via per sottrarsi alla complicità di tale continuità è di sconfessarne i crimini. Il rifiuto e la negazione del crimine sono la tacita conferma di quella profonda e scomoda coscienza di continuità di cui ci si vorrebbe sbarazzare.

Questione etica: perché la questione armena non è e non deve essere concepita come un processo contro il popolo turco, neppure come un atto di vendetta per riaccendere o tenere desti vecchi rancori. La responsabilità prima in questi casi riguarda i governi; i popoli ne diventano complici in quanto ne assimilano i progetti criminali, spesso in stati di concitazione e inebriamento collettivi, ma nemmeno sempre globalmente. Non pochi furono pure gli armeni salvati da vicini e amici turchi. La questione armena, in particolare il riconoscimento e la condanna del crimine perpetrato, nasce da una duplice esigenza: di giustizia e di pace. Giustizia: anzitutto verso i caduti; giustizia verso la coscienza umana che non può approvare o sottacere i crimini per opportunità politiche; giustizia verso i superstiti. Pace: essa non è mai vera se non basata sul diritto, sull’equità e la giustizia; pace in particolare tra il popolo turco e il popolo armeno che volenti o nolenti sono destinati a convivere.

Questione etica: infine, per gli imperativi che detta e che traducono l’etica in politica. Non si può parlare di condanna senza risarcimento. Intanto il riconoscimento stesso sarebbe un primo passo verso il risarcimento: toglierebbe di mezzo l’ostacolo fondamentale, affinché il genocidio armeno cessi di essere quel tabù dolente che calpesta persino i più fondamentali diritti umani. Perché lo scrivente di queste righe dovette nascondersi un tempo, da cittadino turco, sotto lo stendardo di uno pseudonimo, per non citare che un effetto negativo tra i più blandi da poter ricordare? Il risarcimento non può, comunque, fermarsi qui, deve attestare il coraggio civile di rendere giustizia di tutte le offese ai diritti umani, di tutte le storture inflitte alla storia, quindi alla memoria dell’uomo. Ma occorre pur sempre iniziare da un punto concreto. I monumenti armeni, sparsi per il territorio dell’Anatolia, alcuni dei quali tra i capolavori assoluti del patrimonio artistico dell’umanità, e giacenti purtroppo quasi tutti, se ancora superstiti, in condizioni pressoché deplorevoli, potrebbero offrire un primo banco di prova di una buona volontà tesa a riconoscere il crimine, per lenirne nel contempo la ferita che purtroppo sanguina ancora.

Le rovine della città di Ani, antica capitale dell'Armenia, con ricchezze 
archeologiche inestimabili totalmente abbandonata. La città è in territorio
turco appena passato il confine armeno. Basterebbe poter attraversare il
fiume per passare dall'Armenia ad Ani abbandonata