Fidel Castro è morto. Breve nota di Andrea Lonardo, meditando Il 5 maggio di Alessandro Manzoni

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 26 /11 /2016 - 21:34 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito una breve nota di Andrea Lonardo. per approfondimenti, cfr. la sotto-sezione Il novecento: il comunismo nella sezione Storia e filosofia.

Il Centro culturale Gli scritti (26/11/2016)

Fidel Castro è morto: fratelli, “a noi conviene tenere altro viaggio” (cfr Divina Commedia, I).
Altro sentiero, perché da un lato si pongono quelli che sputano odio contro quest’uomo, che non mancano di vomitare veleno contro di lui, dimenticando ogni rispetto e preghiera che sempre dobbiamo a chi muore. Dall’altro si pongono quelli che non hanno mai ammesso di aver insegnato menzogne su Fidel, sul Che, su Mao, e continuano ad esaltare quel mondo che invece fu anche morte, tenebra e oppressione (verso ogni libertà, verso ogni fede, verso l’omosessualità). Per favore, non dimentichiamo che a noi conviene un altro modo di ragionare.

Manzoni scrisse per noi e per Fidel. L’ode “Il 5 maggio” dobbiamo commentare e leggere lunedì a scuola. Manzoni ricorda che la sua voce nei confronti di Napoleone fu “vergin di servo encomio e di codardo oltraggio”, cioè non si inchinò mai ad incensarlo quanto tutti lo incensavano e non fu mai di odio quando egli decadde e venne criticato aspramente.

Piuttosto Manzoni - e noi con lui - è attonito perché nemmeno i grandi della storia possono resistere a quel grande che è la morte, apparentemente unico vero vincitore. Manzoni non ha mischiato la sua voce alle mille degli incensatori e degli odiatori. Il poeta sa bene delle malefatte che Napoleone commise con campagne militari ingiuste, con la persecuzione del papa, della Chiesa, delle libertà, delle nazioni.

Ma sa al contempo che quando quel grande cadde in disgrazia e tutti lo abbandonarono, solo il papa che era stato da lui perseguitato se ne prese cura e, mentre inviava messi ad aiutarlo in esilio, ospitò tutta la famiglia dei Napoleonidi a Roma, a partire dalla madre dell’imperatore che abitò nel palazzo che ora affaccia su piazza Venezia quando i parenti di Napoleone vennero cacciati da ogni nazione. Sa, soprattutto, la grandezza che comunque caratterizzò quell'uomo, la cui storia fu sulla bocca di tanti, non come quella dei semplici della storia. Fu potente e, quindi, errò gravemente e fece del bene in maniera grande. 

“Fu vera gloria?” - domanda Manzoni - e ricorda che è “ai posteri l’ardua sentenza”, la risposta sul valore e le malefatte di quell’uomo. Certo egli poté fare ciò che fece solo perché Dio, il “Massimo Fattor”, concede agli uomini di essere creativi. Quell’uomo che era tutto divenne poi niente, così come Fidel era ormai un vecchio, senza più alcuna importanza: quel grande ormai vecchio fu fatto “segno d’immensa invidia e di pietà profonda, d’inestinguibil odio e d’indomato amor”. Ormai vecchio e prossimo alla morte divenne come un naufrago che non riesce più a vedere una meta: “Come sul capo al naufrago l’onda s’avvolve e pesa, l’onda su cui del misero, alta pur dianzi e tesa, scorrea la vista a scernere prode remote invan”.

Quel grande che aveva generato il silenzio dell’ammirazione ora era giunto a quella meta dove solo la speranza dell’amore divino offre un senso, quella presenza che al contempo relativizza nel silenzio ogni falsa gloria umana: “Dov’è silenzio e tenebre la gloria che passò”.

Napoleone si convertì alla fede cattolica nell’ultimo periodo della sua vita e la “fede ai trionfi avvezza”, la fede vincitrice, sa che “più superba altezza al disonor del Golgota giammai non si chinò”. Degli ultimi momenti di vita di Fidel non sappiamo nulla: è noto solo che, in vita, al suo potere e alle sue malefatte, al bene che fece e agli omicidi che compì aiutato dal Che, alla privazione di libertà cui ridusse i suoi e all’opposizione agli USA che talvolta ingiustamente lo avversavano, si aggiunsero anche fatti come l’aver dichiarato lutto per tre giorni a Cuba alla morte di Giovanni Paolo II, così come sappiamo che Lina Ruz, la madre dei due Castro al potere, – che costrinsero all’esilio però la sorella - portò nella stanza degli ex voto della Cachita, la Vergine Maria venerata con il titolo di Vergine della Carità del Cobre, i loro ritratti.

Dinanzi ad un uomo di potere che muore decadono i ritratti denigratori e le incensazioni eccessive. Resta la domanda se “il Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola” abbia posato “sulla deserta coltrice accanto a lui”, perché se così non fosse di quel grande resterebbero solo ora cenere e vermi.

Altra speranza, invece, sostiene la nostra fede nel Dio di misericordia, che offrì la vita per tutti noi peccatori.

Fratelli, “teniamo altro viaggio”, non uniamoci ai cori di odio o di plauso. Più seria è la vita.

 

Il cinque maggio. Ode

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita5
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale10
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,15
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,20
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,25
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.30

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito35
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;40
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,45

La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,50
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio55
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.60

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere65
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,70
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,75
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,80
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio85
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;90

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre95
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza! Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza100
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola: Il Dio che atterra e suscita,105
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.

Fidel Castro con papa Francesco
Fidel Castro con papa Benedetto XVI