[Papa Celestino V si dimise liberamente perché non si sentiva all’altezza e si ritirò volontariamente a Fumone dove morì per l’età anziana: fu soprattutto il re di Francia Filippo IV che volle demonizzare Bonifacio VIII e fece addirittura piantare nel cranio del pontefice morto un chiodo per accusare il suo sucessore]. Barbara Frale parla di Celestino V, di Federica Garofalo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 22 /01 /2017 - 15:04 pm | Permalink
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Riprendiamo dal sito https://ilpalazzodisichelgaita.wordpress.com/ parte di un’intervista di Federica Garofalo pubblicato il 30/6/2014, che portava il titolo originale Dal Vaticano a Salerno: Barbara Frale e i successori di Pietro. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Storia e filosofia.

Il Centro culturale Gli scritti (22/1/2017)

Papa Benedetto XVI dinanzi alle reliquie di papa Celestino V

Il titolo del libro parla quasi da solo: L’inganno del gran rifiuto. La vera storia di Celestino V, papa dimissionario. Le chiediamo il perché di questo libro.

«È un libro che mi fu commissionato dalla casa editrice UTET in seguito alle dimissioni di Benedetto XVI, che i media subito paragonarono al “gran rifiuto” di Celestino V. E, in effetti, ci sono molte somiglianze fra i due casi. Di Celestino V, al secolo Pietro da Morrone, ci viene presentata una immagine molto appiattita, e abbiamo anche nome e cognome dei “colpevoli” di questa distorsione: Dante, che lo considerava causa delle sue disgrazie perché dovette andare in esilio proprio per colpa del successore Bonifacio VIII, e Filippo IV re di Francia, detto il Bello, che intentò un processo postumo contro papa Bonifacio VIII accusandolo di eresia, e per metterlo nella peggior luce possibile, fece presentare il suo predecessore come un santo.

In realtà, Pietro da Morrone aveva un’ampia fama di santità anche prima di diventare papa, e infatti oggi per la Chiesa è beato. Ha commesso un solo errore: quello di accettare la porpora, per obbedienza. Lui non era affatto un uomo di governo: era un eremita, estremamente ascetico, completamente inadatto a muoversi nel complesso ambiente della Curia romana, e difatti commise molti errori, rilasciò privilegi in maniera sconsiderata, si dimostrò insomma un sant’uomo ma un pessimo politico. Ed egli stesso se ne rese conto, tanto che, con un atto clamoroso, lasciò il pontificato e tornò alla sua vita eremitica.»

Dunque non fu Benedetto Caetani, il futuro Bonifacio VIII, a costringerlo ad abdicare, lui che tra l’altro è stato anche accusato di aver fatto morire di fame e di sete il suo predecessore nella prigione di Fumone?

«Fumone non era una prigione, ma un castello, in una delle cui torri si era sistemato Celestino V, e non ci si poteva aspettare altro da lui, dato il suo temperamento ascetico. In più aveva 87 anni e un’ulcera al polmone: con questi dati alla mano, non stupisce affatto che sia morto in poco tempo. A proposito di questa faccenda, c’è un particolare grottesco: Filippo il Bello, durante il processo postumo contro Bonifacio VIII, voleva dimostrare a tutti i costi che fosse stato lui a far assassinare Celestino V, anche a costo di truccare le carte; ne fece riesumare lo scheletro e fece piantare un chiodo nel suo cranio, in modo da esibirlo come “prova inconfutabile” dell’omicidio».

Ed è invece proprio sul suo controverso successore, Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani, forse il papa più odiato dopo Alessandro VI Borgia, che ruota il romanzo Il Papa, primo della saga Respice Arcanum, pubblicato dalla Edizioni Penne & Papiri di Tuscania dal 30 giugno prossimo.

«In realtà si tratta del racconto romanzato dello scontro tra Bonifacio VIII, Filippo il Bello e i Templari – anticipa. – È stato un modo di poter utilizzare una “storia a porte chiuse” che ho scoperto e accumulato negli anni, studiando le carte sul processo contro i Templari. Una storia che, purtroppo, non trova spazio in un saggio: un saggio storico deve essere asettico e obiettivo, un romanzo storico invece non solo lascia liberi di descrivere la vita quotidiana delle persone concrete, ma apre la strada per entrare all’interno stesso delle persone, e di ricostruire anche le dinamiche psicologiche che hanno portato alle scelte i cui risultati leggiamo sui libri di storia. È facile giudicare con il senno di poi, ma noi, al loro posto, cosa avremmo fatto?»

Barbara Frale ci anticipa inoltre che Salerno occupa un posto importante nel suo romanzo:

«Non tutti sanno che Bonifacio VIII fu un grande appassionato delle scienze, medicina compresa, ed ebbe al suo servizio intellettuali del calibro del medico catalano Arnaldo da Villanova, che, per un certo periodo, studiò e insegnò a Salerno; e a Salerno sarà in buona parte ambientato il secondo romanzo della saga, ma non voglio rovinarvi la sorpresa. Questo perché già da tempo ero affascinata dalla Scuola Medica Salernitana e dalle tracce rimaste in città di cui avevo letto, come il Giardino della Minerva. E il vederla per la prima volta di persona, dai Giardini della Minerva, al Centro Storico con le sue dimore patrizie, al Duomo, è stata per me un’esperienza stupenda. Senza dubbio mi sarà molto d’ispirazione».