L’Islam non va criticato per la violenza. Il suo vero problema è non avere esperienza di inter-cultura. La sua crisi evidente dipende dalla paura, che invece potrebbe essere vinta, di confrontarsi con la libera ricerca storico-teologica e con una nuova visione della donna e della sessualità, di Giovanni Amico

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 11 /06 /2017 - 22:09 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito un articolo di Giovanni Amico. Per approfondimenti, cfr. le sezione Islam e Dialogo fra le religioni e laicità.

Il Centro culturale Gli scritti (11/6/2017)

La crisi dell’Islam mondiale, crisi non limitata ad un solo paese, bensì diffusa su tutto il globo, dipende dalla cultura. Hanno ragione quelli che dicono che il primo problema dell’Islam non è la violenza. Hanno ragione quelli che dicono che noi non sappiamo ancora oggi come potrebbe essere un Islam che rinunciasse a voler controllare con metodi “impositivi” la società.

Perché il vero problema è quello culturale, risolto il quale sarebbe risolto automaticamente anche quello della volenza.

Anzi si deve dire che il problema dell’Islam odierno, in tutta la terra, è quello dell’inter-cultura[1]. Mentre altre religioni, come il cristianesimo, hanno una grande tradizione di inter-cultura, come la laicità ha una sua tradizione di inter-cultura (ovviamente cristianesimo e laicità sono gli ambiti in cui è maturata  la prospettiva interculturale fin qui sconosciuta ad altri mondi e, quindi, per essi l’inter-cultura è una questione reciproca!) l’Islam ha esperienze molto limitate di inter-cultura, cioè di incontro fra culture parimenti libere e in dialogo vivo e pubblico. Le massime aperture in merito si sono avuta nella Turchia laica nata con la fine dell'impero ottomano e l'abolizione del califfato, come, in maniera diversa, in alcuni paesi del nord-Africa come il Marocco, l'Algeria e la Tunisia (ma ovviamente anche nell'Iran pre-rivoluzionario), ma sempre a partire da spinte laiche e, soprattutto, senza una riflessione ad hoc degli imam che riconoscessero la presenza di un pensiero ateo o di altra religione come paritariamente legittimo e, quindi, libero di esprimersi nel pubblico dibattito con la possibiltà pubblica di cambiare area culturale di riferimento in merito).

L’Islam conosce certo la multi-cultura, cioè ha esperienza di stati a maggioranza musulmana dove alle minoranze viene concesso di sopravvivere in quartieri o edifici di culto o laici riservati, all’interno dei quali possono vigere regole diverse di vita e comportamenti altri, purché essi non divengano pubblici e purché nessun musulmano si adegui alle culture di minoranza, ad esempio divenendo pubblicamente ateo o cristiano[2].

Da quando è minoranza in uno stato laico l’Islam ha una certa esperienza nel creare quartieri “di musulmani” all’interno dei quali vigono le regole dell’Islam tradizionale, mentre al di fuori di quei luoghi si osservano i modi di vivere dei paesi stessi.

Ma oggi questo è insufficiente ed è qui l’origine della crisi. Appare, infatti, oggi subito evidente che il nuovo problema dell’Islam è il rapporto con la laicità e più ancora con il laicismo. Il problema è se sia ammessa una visione della libertà della donna diversa da quella tradizionale, se esista una libertà dinanzi all’emergere pubblico dell’omosessualità, se sia legittimo uno studio critico ed un conseguente dibattito pubblico sulla religione, affrontando la critica moderna che pretende che alcuni fatti asseriti dai testi sacri siano leggendari e non storicamente avvenuti. Vivere in una società inter-culturale vuol dire accettare che i propri figli convivano con ragazzi che criticano fortemente la religione stessa o più ancora irridono la fede e si dichiarano atei.

A questo l’Islam non è preparato. In un mondo non globalizzato, l’inter-cultura non era una necessità popolare e quotidiana. Nei paesi a maggioranza islamica si viveva con determinati valori e nessuna famiglia musulmana che aveva contatti abituali con famiglie che avessero modalità di vivere diverse - atee o cristiane - correva il rischio che i propri figli venissero attratti pubblicamente in tali diverse visioni di vita al punto da poter divenire pubblicamente atei o cristiani: ognuno tornava, infatti, poi a casa sua e nella casa vigevano i modi pubblici abituali di vedere la vita e la cultura. Ma oggi, con la globalizzazione, l'inter-cultura porta le persone a voler assumere pubblicamente posizioni diverse da quelle di partenza e la multi-cultura non basta più.

Una famiglia musulmana praticante, ad esempio, non è oggi preparata dai suoi maestri religiosi ad acconsentire a che una propria figlia parli da sola con un professore ateo e ci divenga amica. Non è invitata dai suoi insegnamenti religiosi a discutere in pubblico di sessualità, contestando alcune tradizioni antiche. Si noti bene: non si sta affermando che questo non avvenga in taluni casi, ma si intende invece evidenziare che questo avviene in sordina, senza un incoraggiamento pubblico religioso a dibattere in chiave inter-culturale, maschi e femmine insieme.

Il problema è che nel mondo globalizzato non è più possibile evitare l’inter-cultura. Poiché la cultura ufficiale delle moschee non invita ad una inter-cultura fra pari, dove le diverse tesi si misurino liberamente e senza tabù, si è creata un’“ipocrisia” di fondo nel mondo musulmano – non si prenda il termine in senso moralistico, bensì in senso sociologico – per cui l’Islam sa che una hostess di una compagnia della penisola arabica cambia modo di vestire non appena giunge in una capitale non islamica, o che i propri figli si abituano a vedere e ascoltare su YouTube musica o sesso, ma questo non viene dichiarato in pubblico ed è come se non esistesse: l’inter-cultura è, insomma, un dato di fatto per molti musulmani, ma non una possibilità pubblica di dialogo incoraggiata a partire dalla tradizione religiosa propria, come conforme alla fede.

Si potrebbe forse dire che le più difficili questioni attuali che l’Islam sta affrontando – e che si nascondono dietro la violenza dei terroristi – sono quella del sesso e quella della donna: perché il sesso è cultura ed è linguaggio.

La questione inter-culturale, anzi, è diventata in un mondo globalizzato non più una questione che riguarda innanzitutto i migranti che vengono ad abitare in culture atee e laiche con minoranze cristiane, bensì una questione interna agli stessi paesi a maggioranza musulmana, interna al rapporto fra sunniti e sciiti, interna al rapporto che musulmani più fedeli alle regole tradizionali si trovano ad avere con vicini di casa musulmani più "laici" che non hanno problemi a che i propri figli vivano una vita più liberta, almeno nell'uso di Internet e nell'interno delle case. Da qui la tentazione dell'uso della violenza da parte di coloro che non sono disposti a vedere trasformarsi le regole tradizionali di vita che si ritiene siano tutt'uno con la fede stessa - non si dimentichi mai, infatti, che la violenza degli islamisti non si dirige innanzitutto contro i paesi occidentali, bensì primariamente contro altri musulmani più "laici". 

Qual è allora il problema? L’islam sta scoprendo  che per vivere l’inter-cultura deve permettere un libero dialogo ed un libero incontro con chi ha visioni diverse da quella islamica della religione, della sessualità, della donna, della musica, della cultura in genere.

Quella che è la non piccola fetta fondamentalista dell’Islam – forse il 30% dei musulmani, con divisioni interne enormi fra gruppo e gruppo  – rifiuta a priori la possibilità stessa di un'inter-cultura. Ritiene demoniaca la laicità. Questo 30% di musulmani avversi all’inter-cultura sono il serbatoio dal quale provengono i terroristi (che sono ovviamente meno di quel 30%).

Una gran parte dei musulmani, invece – forse il 40%? –, vive in privato una piena inter-cultura, ma non avrebbe mai, ad oggi, il coraggio di dichiararlo apertamente, perché la pressione sociale è fortissima e non è maturata ancora l’abitudine che si dichiari in pubblico che le regole passate dell’Islam non valgano più nel mondo di oggi. Tali regole non si osservano più, ma è proibito dire che lo si fa. Ma fra questi iniziano, invece, manifestazioni pubbliche in favore di una piena libertà di espressione in materia religiosa, di una piena libertà di divenire atei o anche di battezzarsi - si noti bene che mai si deve confondere la libertà con l'approvazione piena di un comportamento, poiché è evidente che per un credente non sarà una gioia l'eventuale ateismo del figlio ma egli, per amore, accetterà che il figlio dichiari pubblicamente il suo pensiero. Il video pubblicitario della compagnia telefonica Zain del Bahrain rappresenta un tentativo nella direzione di coniugare insieme fede islamica e maturazione nella libertà e nella cultura, anche se non si accenna a questioni inter-culturali. 

Un altro 30% (anche qui il condizionale è d'obbligo) non si pone assolutamente il problema e, pur non correndo il rischio di commettere violenza contro terzi, rifiuterebbe a priori che la propria figlia musulmana sposi un ateo o non circoncida i suoi figli maschi o inizi a frequentare un prete con l’idea remota di battezzarsi o si specializzi in uno studio scientifico-critico delle fonti coraniche alla maniera europea.

Proprio il rischio del passaggio a forme di vita atee è il grande problema e la grande paura. I musulmani avvertono chiaramente che se accettassero pienamente l’inter-cultura e, quindi, il dialogo dei loro figli con i figli di famiglie "laiche" non musulmane, molti ragazzi potrebbero chiedere di abbandonare l’islam o almeno alcuni aspetti fin qui decisivi di viverlo, soprattutto in ambito di sessualità e di libera discussione della verità religiosa (c’è chi afferma, ad esempio, che in Egitto il 20% almeno della popolazione sia atea senza possibilità di dichiararlo in pubblico).

Per questo la difficoltà da parte islamica di aprirsi all’inter-cultura è reale, perché molti capi religiosi si rendono conto che una volta concessa una libertà di “cambiare” alle giovani generazioni non sarebbe più sicuro dove esse potrebbero giungere.

La violenza dei fondamentalisti è il segno di questa crisi dell’Islam in ogni angolo della terra, indipendentemente quindi da questioni economiche, storiche o geo-politiche: è la più grande crisi che l’Islam abbia mai attraversato nella sua storia ed è generata dal confronto con la laicità. Dinanzi a tale crisi palpabile, piuttosto che affrontare il problema portandolo alla luce e aprendo una discussione su di esso, si preferisce da parte dei terroristi uccidere e, con il terrore, distogliere lo sguardo dalla crisi in atto, che potrebbe invece essere un’opportunità di crescita per l’Islam.

Ogni persona che voglia, dall’interno dell’Islam come dall’esterno, contribuire ad una maturazione dell’Islam stesso perché si integri pienamente con la modernità deve invece continuamente riportare il discorso sul piano culturale e inter-culturale.

Le grandi questioni che possono portare l’Islam a divenire oggi una religione di pace (non importa qui disquisire del passato, ma delle possibilità del presente) sono queste: come permettere in un mondo globalizzato a chi è musulmano di vivere la propria fede, chiedendo al contempo a lui di lasciare liberi i suoi figli e le sue figlie di maturare in un discorso interculturale che comprenda una diversa visione della donna, una nuova possibilità di critica a partire da studi storici sulle fonti, un nuovo impulso verso studi filosofici e teologici che siano liberi verso le affermazioni religiose del passato? Come è possibile vivere questo non nei grandi convegni teologici, ma negli incontri quotidiani e nell’educazione dei figli?

Ad esempio, se io fossi un papà musulmano e mia figlia diciottenne volesse andare a ripassare la lezione di filosofia su Marx, Freud e Nietzsche da sola e senza velo a casa di un compagno di classe maschio che per di più legge abitualmente Charlie Hebdo con le sue vignette anti-religiose, questo sarebbe possibile al punto che lo potrei dichiarare tranquillamente in una riunione in moschea, condividendo i miei sentimenti di padre? E se mia figlia si innamorasse a 18 anni di un ragazzo cristiano e cominciasse ad andare con lui in parrocchia o si innamorasse di un ragazzo ateo ed iniziasse a partecipare a manifestazioni politiche femministe, potrei io, padre musulmano, parlarne tranquillamente in moschea, confrontandomi serenamente con altri padri musulmani?  

Ma questi esempio sono ancora troppo "occidentali". Ci si deve rendere conto che esistono ormai questioni che sono interne ai paesi musulmani stessi. Se una famiglia iraniana sciita non volesse vivere il Ramadan le sarebbe concesso di non farlo in patria? Se una colf filippina o colombiana lavoratrice in Arabia Saudita volesse pregare in arabo il rosario o leggere il Vangelo e parlarne con amiche musulmane potrebbe farlo? Se un professore universitario pakistano volesse organizzare un cineforum in cui vedere insieme il Gesù di Nazaret di Zeffirelli per dibatterne potrebbe farlo? Se un gruppo di giovani del Kuwait o del Qatar volesse costituire un gruppo di musica rock potrebbero farlo? Tutto questo potrebbe avvenire pubblicamente, come avviene già nel silenzio delle case?     

Si tratta insomma di capire se è possibile pensare ad una riforma popolare dell’Islam, riforma che è ineludibile nei fatti. Non ha alcun senso oggi discettare teoricamente se l’islam sia violento in sé – così come è altrettanto assurdo difenderlo come pacifico di per sé. Quello che si tratta di verificare è se è possibile oggi, in questo contesto, un’evoluzione dell’Islam tradizionale e in quali direzioni, individuando vie percorribili per l’oggi. La grande questione è se oggi i musulmani intendono scegliere la via della cultura e dell’inter-cultura nei paesi di origine, lasciando così ai loro figli una reale possibilità di “cambiare” e di rinnovare l’Islam dall’interno.

I laici ed i cristiani d’Europa, dal canto loro, hanno un compito prezioso perché sono chiamati a mostrare che una visione diversa della cultura e dell’inter-cultura, della sessualità e della donna, di una libera ricerca critica sulle fonti della religione di per sé non implica la fine della fede, bensì una sua purificazione.

I “laici” possono aiutare l’evoluzione dell’Islam mostrando  che essi non hanno mai inteso distruggere il cristianesimo e nemmeno le altre fedi e che non ritengono i monoteismi di per sé più volenti di visioni laiche della vita. Se riusciranno a mostrare che essi hanno stima delle religioni ed intendono, da “laici”, semplicemente accompagnare con stima anche i credenti musulmani, come hanno già accompagnato con stima i cristiani, nell’incontrarsi in una visione inter-culturale.

I cristiani, dal canto loro, sono chiamati a testimoniare come il rapporto con la modernità non abbia dissolto la possibilità di vivere  e di pensare da credenti, ma anzi abbia purificato la fede da tanti atteggiamenti che sembravano indispensabili ed erano invece storicamente datati.   

Note al testo

[1] Per la differenza importantissima fra multi-cultura e inter-cultura, rimando a Per una prospettiva “inter-culturale”, di Andrea Lonardo.

[2] Nonostante le false affermazioni circolanti, ad esempi, sull’Andalusia storica, è evidente che lì le culture di minoranza, come quella ebraica e cristiana non avevano pari diritti dei musulmani, si pensi solo al fatto che le famose moschee di Toledo e Cordoba vennero costruite solo dopo la Reconquista cattolica; cfr. su questo Andalusia: dal mito alla storia. Appunti per un accostamento realistico a al-Andalus, di Andrea Lonardo.