I libri pericolosi fanno bene, di Claudio Magris

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 10 /09 /2017 - 13:59 pm | Permalink
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Riprendiamo dal Corriere della Sera del 18/7/2011 un articolo di Claudio Magris. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Storia e filosofia.

Il Centro culturale Gli scritti (10/9/2017)

I libri non sono sempre necessariamente buoni, come non lo sono sempre i loro autori. Ogni vero libro, a cominciare da certe favole dell’infanzia, è rischio ed è nel rischio ovvero nella libertà che si realizzano il senso e la dignità della persona. Il libro può essere veramente pericoloso, come sospettano e bisbigliano gli occhiuti censori, ma anche un amore può esserlo; anzi, in qualche modo deve esserlo, deve in qualche misura cambiare e sconvolgere un ordine precedente.

Quasi ogni libro può apparire «malvagio» agli occhi di un potere, che quasi sempre si ammanta di valori spirituali e culturali. Ad esempio il Campionario di libri malvagi (ovvero compresi nell’Index Librorum Prohibitorum) riportato nel recente volumetto Sui libri malvagi curato da Aldo Canovari (Liberilibri) è quasi esilarante per l’innocua e spesso devota moralità degli autori condannati: si può ad esempio non certo approvare ma capire, dal punto di vista dell’indice e dell’autorità che lo promuove, la condanna di D’Alembert, Bayle, Giordano Bruno, Casanova o anche del De Monarchia di Dante, ma è un po’ comico trovarvi Sant’Alberto Magno, Gioberti, Giusti, il venerato Maroncelli immortalato nelle Mie prigioni del piissimo Silvio Pellico o Rosmini.

L’antologia curata da Canovari raccoglie celebri censure di libri o loro parodie, come quella invero stucchevole di Voltaire, più spiritosaggine che vera ironia. Ne fanno le spese soprattutto papi e vescovi, da Clemente XIII — che esorta, nel 1766, a vegliare affinché «la insolente e orribilissima licenziosità dei libri (...) non diventi tanto più perniciosa» e mette in guardia dal «pestifero contagio dei libri»—a Gregorio XVI che nel 1832 tuona contro le «nuove opinioni mostruose» che fanno suonare di «orrendo suono» le università e i ginnasi.

Canovari si premura di precisare che la censura dei libri non è privilegio del califfo Omar distruttore della biblioteca di Alessandria né della Chiesa cattolica, dalla quale anzi, occorre aggiungere, da tempo provengono pure altissime voci in difesa della libertà e dignità di tutti gli uomini e delle loro idee. Le pagine di don Primo Mazzolari sulla tolleranza sono molto più incisive, profonde e vissute—anche tenendo conto della distanza temporale — di quelle di Voltaire. Canovari ricorda inoltre la censura patita oggi in alcuni Paesi islamici e le norme degli Stati occidentali, «democratici, pluralistici e laici», che tutelano il proprio potere e il proprio sistema perseguendo il reato d’opinione.

Va ricordato peraltro che c’è stata pure una censura dello Stato messa in atto per limitare l’ingerenza della Chiesa. Carlo Lodoli, teorico dell’architettura e letterato in contatto con i maggiori illuministi europei (ripubblicato da Marsilio a cura di Mario Infelise), era revisore ossia censore dei libri, negli anni Trenta del Settecento, per incarico della Repubblica di Venezia, esercizio che svolgeva con equilibrio e intelligenza, cercando il più possibile di non escludere alcun buon testo «dall’universale commercio degli uomini». Anche per lui, come egli scriveva, c’erano «libri perniciosi» da tener lontani, ma la sua prima preoccupazione era l’intento laico, in conformità alla politica della Serenissima, di togliere alla Chiesa il potere inquisitorio e di riservare allo Stato la tutela dell’ordine.

Ovviamente, non per questo la sua censura diviene lodevole, perché uno Stato—anche il più illuminato — che istituisca una dogana per le idee compie un inaccettabile sopruso autoritario. Non c’è solo il moralismo clericale; c’è una virtuosità puritana, giacobina o comunista non meno totalitaria. Oggi l’intolleranza è prerogativa soprattutto del pensiero unico e dominante anarco-liberista, con la sua supponenza radicaleggiante di essere il migliore, come Togliatti, e, diversamente e peggio di Togliatti, il definitivo.

Fra i libri censurati quali «malvagi» Canovari menziona soprattutto capolavori dell’autonomia di pensiero o testi comunque innocui, il che fa apparire doppiamente arbitraria e ridicola la censura. Ma perché non ricordare Mein Kampf di Hitler, libro stupido, indubbiamente malvagio e verosimilmente produttore di malvagità? Come è noto, la pubblicazione di Mein Kampf è stata a lungo vietata a norma di legge in Germania, divieto che ora sta per cessare o è cessato da poco. Sono contrario a quella lunga interdizione e credo sia non solo più giusto, ma pure più efficace, metterne in evidenza la balordaggine e la malvagità, anche per non conferirgli l’aureola della persecuzione. Ma quel testo di Hitler dimostra, come tanti altri, che non è sempre ridicolo definire «malvagio» un libro, perché anche i libri, come gli uomini possono esserlo. Vietato vietare, dice un famoso slogan. Anche testi che incitino concretamente al linciaggio? Non lo so, non so se e dove esista una frontiera della libertà ossia dove inizi la libertà di altri che la mia non può violare. Quando «tutto è possibile», scrive Dostoevskij, non c’è limite alla violenza e alla prevaricazione — al male, possiamo dire senza paura di non apparire al passo con i tempi.

Il «libello»—come lo stesso suo autore lo definisce— illustra le forme tradizionali di censura. Ma ce ne sono pure altre, camuffate anch’esse da moralità come ogni censura, non meno pericolose dell’Indice vaticano e degli anatemi stalinisti contro la letteratura e l’arte di avanguardia. Oggi si censurano ad esempio le favole di Andersen purgandole degli elementi cristiani che potrebbero offendere la sensibilità dei fanciulli musulmani o si trasforma un amore eterosessuale in omosessuale, per non offendere i diversi, falsificazione altrettanto stupida e violenta come quella che travestisse da eterosessuale l’eros omosessuale della lirica greca. Ritoccare e alterare un testo è peggio che bruciarlo, perché lo distrugge ancora di più, meglio non leggere Spinoza piuttosto che leggerlo in una versione falsificata per non offendere i cattolici.

Sì, i libri sono la nostra gloria, come ha detto Borges. Ma anch’essi possono diventare feticci, degradati a preziosità antiquarie, a soprammobili spirituali che danno lustro o adorati ciecamente senza capacità critica. Un libro — dice Paul Valéry, che ne ha scritti di grandi — «aiuta a non pensare»; può diventare uno schermo fra noi e le verità delle nostre ansie che ci turbano, un oggetto che prendiamo superstiziosamente in mano come un portafortuna e che ci portiamo dietro pure al bagno, per metterlo come un paravento fra noi e noi stessi anche per quei pochi minuti, incapaci come siamo di essere, perfino per pochi istanti, soli con noi stessi e con i nostri pensieri. «Getta via da te questa smania di libri» dice Marco Aurelio «se non vuoi morire mormorando». Ma questa verità è giunta a noi perché il grande imperatore filosofo l’ha scritta in un libro, che per fortuna nessuno ha bruciato né censurato.