Le traversie di un’opera anomala. Il De principiis di Origene, di Manlio Simonetti

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 05 /11 /2017 - 23:49 pm | Permalink
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Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 7/8/2015 un articolo di Manlio Simonetti. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Il periodo patristico

Il Centro culturale Gli scritti (5/11/2017)

Credo che difficilmente si possa trovare un’altra opera letteraria che abbia suscitato tanti problemi e proposto tante difficoltà quanti ne ha proposto e suscitato il De principiis (in greco Perì archòn) di Origene, dall’antichità fino a oggi.

Nell’ambito dell’immensa produzione letteraria di Origene l’opera non solo è una delle pochissime non dedicate ex professo all’interpretazione della Scrittura, ma è anche l’unica, a nostra conoscenza, nella quale Origene abbia avuto intenzione di fissare per scritto, in modo passabilmente organico, i punti principali della sua riflessione dottrinale, in ambito teologico cosmologico escatologico; e la struttura per più versi anomala dell’opera quale oggi noi la leggiamo, non semplicemente riconducibile a dos grandes ciclos de enseñanza (p. 24), come scrive il nuovo editore, ci fa capire che la sua stesura debba essere stata tutt’altro che semplice e lineare.

Sappiamo bene quante traversie ebbe a subire il De principiis già subito dopo la sua diffusione al di fuori dell’ambito ristretto dell’entourage di Origene, tra cui l’accusa presentata addirittura al vescovo di Roma Fabiano, a proposito di quanto vi si leggeva sul destino finale del diavolo, il che costrinse l’autore a una imbarazzata difesa.

L’innovativa proposta dottrinale e culturale di Origene, subito conosciuta al di là dell’ambito alessandrino, provocò, tra la fine del III e l’inizio del IV secolo, insieme con calorose adesioni, anche e soprattutto violenta opposizione, soprattutto in ambienti orientali ben lontani culturalmente da quello alessandrino.

L’opposizione travalicava dall’ambito dottrinale, investendo, con Eustazio di Antiochia, la ratio interpretandi della Scrittura, fondamento della cultura cristiana, e dato che su questo argomento Origene aveva proposto, nel quarto libro, un vero e proprio trattato di ermeneutica biblica, il primo di cui abbiamo notizia in ambito cristiano, anche sotto questo aspetto l’opera ebbe a trovarsi nell’occhio del ciclone.

Quando poi, verso la fine del IV secolo, la polemica antiorigeniana si stabilizzò, auspice Epifanio di Salamina, in ambito dottrinale, le critiche si concentrarono, con accanimento pari solo alla loro superficialità, su questa opera, e di qui furono tratte le proposizioni che per tempo incorsero nella condanna ufficiale della chiesa.

Un momento fondamentale di questa vicenda, destinata a protrarsi per più secoli, si ebbe quando Rufino di Aquileia, fervente ammiratore di Origene, dopo un soggiorno di molti anni in Palestina, ritenne opportuno ritornare in occidente, e a Roma — siamo alla fine del IV secolo — tradusse in latino l’opera, il che significò la dilatazione della polemica in occidente.

Imprudentemente Rufino vi coinvolse Girolamo, che a sua volta tradusse nuovamente il Perì archòn in latino. In effetti Rufino aveva precisato, nella prefazione preposta alla traduzione, di aver modificato in senso ortodosso alcuni passi dell’opera che potevano apparire poco congruenti con l’ortodossia di fine IV secolo, dichiarando di essersi ispirato, per tale procedimento, al modo con cui Girolamo aveva in precedenza tradotto alcune omelie origeniane.

La violentissima reazione del suscettibile eremita si concretò, tra l’altro, in una nuova traduzione, dichiaratamente fedele all’originale, in modo che ne risaltassero gli errori dottrinali. Il fatto che delle due traduzioni è sopravvissuta quella di Rufino, mentre è scomparsa quella di Girolamo, ci fa capire che la traduzione geronimiana dovette apparire talmente tendenziosa in senso antiorigeniano che le persone le quali allora s’interessarono alla polemica, ovviamente di buon livello culturale e capaci di giudizio autonomo, preferirono privilegiare, delle due traduzioni, quella rufiniana.

Peraltro, una serie di passi, di particolare significato dottrinale, della traduzione di Girolamo è giunta a noi tramite la lettera 124 nella quale questi, rispondendo all’amico Avito che gli aveva chiesto schiarimenti sulla questione, li ha riportati insieme con una notizia di carattere complessivo sull’opera.

Il De principiis, a causa delle ripetute condanne comminate alla memoria di Origene in oriente e culminate in quella del concilio ecumenico costantinopolitano del 553, è scomparso nell’originale greco. Sono sopravvissuti, a nostro beneficio, una serie di passi dottrinalmente significativi fatti estrapolare, ai fini della condanna, dall’imperatore Giustiniano, due lunghi passi, rispettivamente tratti dai libri III e IV, in quanto trascritti nella Philokalìa, antologia di scritti origeniani fatta comporre in ambiente cappadoce nella seconda metà del IV secolo, e qualche altro frustulo di valutazione difficile e controversa.

Ci siamo dovuti dilungare su questi preliminari perché il lettore sia avvertito subito della gravità dei problemi che deve affrontare lo studioso dei nostri giorni che si accinga all’arduo compito di allestire l’edizione critica del testo. Le difficoltà sono di due generi. In primo luogo l’editore ha a che fare con una traduzione latina tramandata da un buon numero di manoscritti, che va integrata con l’apporto di una tradizione indiretta particolarmente ampia, il cui rapporto con la traduzione rufiniana in più casi è molto problematico.

In effetti Girolamo e Giustiniano riportano sia passi il cui senso diverge, a volte di molto, da quello dell’omologa traduzione rufiniana e il rapporto tra le due traduzioni non è sempre chiaro, sia passi che Rufino ha omesso di tradurre e la cui collocazione nel contesto della sua traduzione non è sempre agevole.

Inoltre l’editore, alle prese con una traduzione che, pur non essendolo, si presenta come completa e con una tradizione indiretta ampia e, dove non si tratta della Philokalìa e di Girolamo e Giustiniano, di ancor più difficile valutazione, deve trovare il modo di presentare tutto questo materiale nel modo più completo e chiaro possibile, e in questo lavoro non può sempre esimersi dal prendere posizione riguardo al valore dei testi di cui si occupa. Di per sé non è compito dell’editore , una volta che abbia presentato nel miglior modo possibile tutto il materiale a sua disposizione, valutarlo anche quanto all’attendibilità storica dei contenuti del testo che propone.

Ma nel caso del De principiis, data la complessa vicenda della trasmissione del testo e lo stato disastrato in cui oggi lo conosciamo, l’editore in più casi non può prescindere da tale valutazione, anche se solo implicita quando decide di accogliere nel testo un passo di tradizione indiretta. Per intenderci su questo punto, al centro del contenzioso c’è la valutazione da dare della traduzione di Rufino, che l’autore stesso ha presentato come adattata, perciò non sempre fedele.

Tra la metà dell’Ottocento e gli anni venti del Novecento ha prevalso, nell’ambito degli studiosi interessati, la convinzione negativa che Rufino avesse modificato il testo origeniano fino al punto da svisarlo completamente quando esso trattava delle questioni più delicate e dibattute.

In tale contesto critico ha visto la luce (1913) l’edizione, fondamentale per la collezione di cui fa parte (i «Griechischen christlichen Schriftsteller»), a cura di Paul Koetschau, che ha utilizzato l’amplissimo materiale da lui raccolto nella convinzione che Rufino avesse alterato profondamente il testo originale, e l’ha edito sulla base di questa convinzione.

Di qui è derivata una duplice conseguenza negativa. Da una parte, in caso di divergenza tra Rufino da una parte e Girolamo e Giustiniano dall’altra, Koetschau ha dato pressoché sistematicamente ragione alla tradizione indiretta, che invece, data la sua tendenziosità, va attentamente valutata caso per caso. Convinto altresì che Rufino, tra l’altro, avesse operato numerosi tagli nell’originale, non contento delle integrazioni ricavabili dalla documentazione fornita da Girolamo e Giustiniano, ha fatto ricorso, per sanare le presunte lacune, a testi quanto mai svariati, dagli anatematismi del 553 a scritti di Gregorio di Nissa, al De sectis dello Pseudo-Leonzio e ad altri ancora.

Quando, in anni più recenti, si è imposta l’opinione che Rufino avesse, sì, modificato il testo originale, ma molto meno di quanto Koetschau e altri avessero ipotizzato, di conseguenza si è capito che il criterio che aveva presieduto alla costituzione del testo origeniano proposta da Koetschau fosse da respingere. D’altra parte, la raccolta di materiali sulla quale egli aveva fondato la sua edizione costituisce tutt’ora il punto di partenza da cui ogni editore deve prendere le mosse, anche se la valutazione che ne dà debba essere ben diversa da quella di Koetschau.

Di tutto questo ha tenuto conto il cileno Samuel Fernández, addottorato in teologia patristica presso l’Istituto Augustinianum di Roma, per l’allestimento di una nuova edizione del testo, corredata da traduzione spagnola e adeguata annotazione. L’edizione della traduzione di Rufino è fondata su una nuova collazione integrale dei manoscritti, accresciuti, rispetto a quelli collazionati da Koetschau, da un altro, importante testimone, e la stessa attenta cura è stata dedicata alla tradizione manoscritta dei due ampi frammenti della Philokalìa.

La traduzione, in lingua spagnola, è quanto mai benvenuta, in quanto la recente traduzione, a opera di Josep Rius Camps, è in lingua catalana, destinata perciò a circolazione molto ristretta. Ma il De principiis, dato lo stato miserevole nel quale è giunto a noi, non può essere letto, sia nel testo sia in traduzione, come abitualmente si fa per ogni altro libro, ma il lettore deve continuamente orientarsi nel confronto tra la traduzione latina e la tradizione indiretta, e non lo può fare se non soccorso da un adeguato corredo di note.

In questa nuova edizione tale corredo si presenta come rispondente al meglio a questo difficile compito, nel senso che il novello editore è riuscito a proporre al lettore, tra testo e note, un quadro della situazione testuale insieme completo e chiaro, senza per altro appesantirlo e complicarlo con sovrabbondanza di note. Insisto su questo punto, perché so bene per esperienza quanto sia difficile orientarsi nel continuo confronto tra la traduzione latina e la tradizione indiretta. Senza eccedere in quantità, le note appaiono adeguate alla duplice finalità di chiarire i termini di quel confronto e, mediante anche un’abile scelta di luoghi paralleli, di entrare nel merito di un contenuto sempre di difficile comprensione e talvolta, nello stato in cui è giunti a noi, pressoché incomprensibile. Valendosi anche dell’utilizzazione di caratteri di stampa diversi e di un’accurata disposizione grafica del complesso materiale, Fernández lo presenta al lettore con chiarezza che agevola di molto leggibilità e comprensione.

Nell’introduzione, che con chiarezza e concisione espone tutti gli aspetti della complessa problematica che il De principiis propone a chi lo studia o anche semplicemente lo legge, va segnalata in modo particolare la cura con cui viene indagata la complessa materia relativa ai titoli diversi che, sia nella traduzione latina sia nella tradizione indiretta, corredano le varie sezioni nelle quali è ripartito il testo. Samuel Fernández ha dedicato lunghi anni alla stesura di questa sua edizione, ma alla luce di quanto ora leggiamo li possiamo considerare bene spesi.

© Osservatore Romano