L’invasione araba della Palestina nel VII secolo, di Michele Piccirillo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 22 /04 /2018 - 14:04 pm | Permalink
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Riprendiamo su nostro sito un brano da M. Piccirillo, La Palestina Cristiana. I-VII secolo, Bologna, EDB, 2008, pp. 195-201. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sezioni Alto Medioevo e Islam.

Il Centro culturale Gli scritti (22/4/2018)

LA FINE DELLA PROVINCIA DI PALESTINA                                                                           

[…]

Nella lunga storia dell'impero romano su tutto il fronte orientale c'erano state scorrerie dei nomadi arabi provenienti dal deserto e dalla steppa alla ricerca di qualcosa da razziare spinti spesso dalla fame all'interno della terra abitata. Gli imperatori avevano cercato di arginare questo pericolo incombente sulle popolazioni sedentarie stringendo alleanze con le confederazioni tribali più vicine e creando una rete continua di forti lungo le strade dell'impero.

Malgrado ciò il pericolo non era scongiurato. Con la nascita e lo sviluppo del movimento monastico, gli eremiti del deserto furono spesso le prime vittime di queste incursioni nomadiche che qualche volta prendevano l'aspetto di vere e proprie invasioni di beduini ancora pagani che ricevevano i titoli più o meno ingiuriosi di saraceni, agareni, ismaeliti, amaleciti, ladroni madianiti.

Nel VI secolo l'imperatore Giustiniano aveva deciso di affidare la difesa del confine agli arabi cristiani della confederazione dei Bani Ghassan guidati dai loro capi, i filarchi, con il titolo di re. Prima al-Harith ibn Jabala (Areta in greco), poi il figlio al-Munthir ibn al-Harith (Alamundaros in greco) avevano efficacemente svolto il loro compito nelle province di Siria e di Arabia. In Palestina la pace era stata assicurata dal fratello di Areta, ed Abu Karib ibn Jabala. I santi monaci come Simeone in Siria ed Eutimio in Palestina avevano partecipato al mantenimento della pace e della sicurezza delle popolazioni sedentarie dell'interno operando in favore della conversione dei nomadi. I cronisti bizantini tenevano a ricordare insieme con i grandi fatti della vita dell'impero anche queste incursioni, fortunatamente sempre passeggere, che lasciavano sul loro cammino uccisioni e distruzioni oltre al senso di insicurezza.

Ma negli anni trenta del VII secolo avvenne qualcosa di nuovo che ebbe ripercussioni durevoli sulla vita delle popolazioni cristiane delle province di Siria, di Arabia, di Palestina e d'Egitto, perché l'impero, uscito vittorioso ma stremato dal lungo confronto con la Persia, non riuscì più a ricacciare dai suoi confini l'invasione che veniva direttamente dal cuore dell'Arabia da parte delle tribù galvanizzate dalla predicazione del profeta Maometto.

«Mentre la Chiesa in quel tempo era turbata in tal modo da imperatori e preti empi (riferendosi al dibattito teologico che si riaccese al tempo di Eraclio) - scrive Teofane sunteggiando tutto questo periodo -, Amalec si sollevò nel deserto, colpendo noi il popolo di Cristo. E lì successe la prima terribile caduta dell'esercito romano, mi riferisco al massacro di Gabithas (al-Jabiyah sul Golan), di Hiermouchas (il fiume Yarmuk), e Dathesmos (Dathin vicino a Gaza). Dopo ciò, ci fu la caduta della Palestina, di Cesarea e di Gerusalemme, poi il disastro egiziano, seguito dalla cattura delle isole tra i continenti e di tutto il territorio romano, con la perdita completa dell'esercito romano e della flotta a Phoinix, e la devastazione di tutte le popolazioni e terre cristiane, che non cessò finché il persecutore della Chiesa non fu miserabilmente sgozzato in Sicilia».

La prima spedizione che si mosse nel 629 (anno ottavo dell'Egira), vivente Maometto, contro il territorio orientale della Palaestina Tertia, composta di 3000 uomini al comando di Zayd ibn Haritha, fu fermata a Mota nei pressi della città di Kerak nella Moabitide dalla guarnigione romana con l'aiuto di contingenti di arabi federati.

L'anno seguente, anno nono dell'Egira chiamato l'«anno delle ambasciate» (sanat al-wufud), da Medina Maometto, alla testa di un nuovo esercito, riuscì a raggiungere l'oasi di Tabuk sul confine del territorio del wadi al-Qura controllato dagli arabi federati. Sul mar Rosso, Maometto riuscì a siglare un trattato di pace con i cristiani di Aila porto della Palestina. In cambio della jiziah (un denaro d'oro per ogni maschio), Maometto garantiva alla popolazione sicurezza e libertà di movimento. Condizioni che furono imposte anche alle altre città della regione, man mano che vennero conquistate e che confluiranno in quel corpus legislativo consuetudinario che dai giuristi musulmani posteriori è conosciuto come il Patto di Omar.

Nell'autunno del 633, un anno dopo la morte del profeta avvenuta l'8 giugno 632, il califfo Abu Bakr, scelto come successore (califfo) del profeta, comandò una nuova campagna contro il territorio dell'impero bizantino (Bilad al-Sham, Paesi del Nord per gli storici arabi musulmani). L'esercito era composto da tre distaccamenti ciascuno di 3000 uomini guidati uno da 'Amr ibn al-'As che prese la strada costiera verso Aila e Gaza; l'altro da Yazid ibn abi Sufyan che si diresse verso nord prendendo la Tabukiyah, cioè la strada che, passando per l'oasi di Tabuk, raggiungeva Ma'an e il territorio della Palestina Tertia, della provincia di Arabia e di Siria; e il terzo da Shurahbil ibn Hasanah che si diresse nella steppa per raggiungere Bostra e Damasco da oriente.

Il primo scontro con le truppe bizantine avvenne nel wadi Arabah, dove Yazid sconfìsse il patrizio Sergio dux di Palestina che, da Cesarea, con soli 5000 uomini, si era mosso per sbarrargli la strada. Davanti alla superiorità numerica, questi allora decise di ripiegare su Gaza. Lo scontro ci fu nei pressi del villaggio di Dathin. Alla battaglia, nella quale cadde anche il dux Sergio, seguì un massacro di 4000 contadini cristiani, Giudei e Samaritani intenzionati a difendere le loro terre dall'incursione dei nomadi venuti dal deserto che si spinsero fino a Cesarea, metropoli della provincia.

Venuto a conoscenza della gravità della situazione, l'imperatore Eraclio da Edessa (al-Ruha) inviò un esercito al comando di suo fratello Teodoro per respingere l'invasione. Come contromisura, il califfo Abu Bakr chiamò tutte le sue forze a raccolta. Khalid ibn al-Walid, che si trovava in Iraq, risalì con le sue truppe il wadi Sirhan e dal nord scese verso Damasco giungendo alle spalle dell'esercito bizantino. Dopo uno scontro combattuto il 24 aprile del 634 a Marj Rahit a circa 15 chilometri a est di Damasco, si riunì agli altri contingenti nei pressi della città di Adra'at (Der'ah). Probabilmente, le forze congiunte musulmane attaccarono Bostra, la capitale della provincia Arabia.

I bizantini decisero di contrattaccare nel territorio della Palestina muovendovi il grosso dell'esercito che pose il campo nella località di Jilliq. Anche l'esercito musulmano fu obbligato a spostarsi a ovest del fiume Giordano. La battaglia fu combattuta a 'Ajnadayn il 13 luglio del 634, probabilmente una località tra Beit Gibrin e Lidda, dove l'esercito imperiale subì la prima sconfitta.

Teodoro dal campo di battaglia salì a Gerusalemme prima di ripiegare con le truppe superstiti su Beisan, nella valle del Giordano, e riattraversare il fìume per riprendere posizione sul Golan, lasciando il territorio palestinese in mano ai musulmani. Nella valle del Giordano, Shurahbil con il suo contingente diede battaglia ai bizantini nei pressi della città di Fihl (Pella) che si arrese il 23 gennaio del 635.

Per l'insicurezza che regnava nella regione, il nuovo patriarca di Gerusalemme Sofronio, che era succeduto a Martirio dopo sei anni di sede vacante, non poté recarsi a Betlemme per celebrarvi la festa della Natività. In una omelia tenuta nella basilica della Nea Theotokos a Gerusalemme, fa riferimento alla situazione precaria che si viveva in quei giorni: «Che i magi e i divini pastori vadano a Betlemme, ricettacolo di Dio, che essi abbiano la stella per compagna e guida della strada [...]. Per noi, noi siamo impediti di dirigere i nostri passi verso questo luogo e di esservi presenti, perché malgrado noi e tuttavia per nostra colpa, noi siamo obbligati a restare qui non perché ritenuti da legami corporali, ma incatenati e inchiodati dal terrore dei Saraceni [...] (come l'angelo sull'ingresso del paradiso, Betlemme è guardata) da una spada feroce, barbara e piena di sangue».

Sul Golan si concentrarono anche tutte le forze musulmane affidate al comando supremo di Abu Obayda. Dopo un primo scontro a Jabiyah, la battaglia decisiva fu combattuta il 20 agosto 636 in una giornata infuocata sulla sponda del fiume Yarmuk. Fu una sconfitta totale per l'esercito bizantino. Anche Teodoro cadde combattendo. I superstiti si ritirarono verso il nord. Racconta Teofane: «In questo anno i Saraceni – un’enorme moltitudine di essi - (usciti dall’) Arabia fecero una spedizione nella regione di Damasco. Quando Baanes lo venne a sapere, inviò un messaggio al sakellarios imperiale, chiedendogli di venirgli in aiuto con il suo esercito, vedendo che gli Arabi erano molto numerosi. Perciò il sakellarios si unì a Baanes e, muovendosi da Emesa, essi si incontrarono con gli Arabi. Fu data battaglia e, nel primo giorno, che era un martedì, il 23 del mese di Loos (luglio), gli uomini del sakellarios furono sconfitti [...]. Poiché un vento del sud soffiava nella direzione dei Romani, essi non poterono fronteggiare il nemico a causa della polvere e furono sconfitti. Buttandosi nelle forre del fiume Yarmuk, tutti perirono, l'esercito di entrambi i generali di circa 40.000 uomini. Avendo ottenuto questa brillante vittoria, i Saraceni vennero a Damasco e la presero, come pure la regione della Fenicia, e si accamparono lì e fecero una spedizione in Egitto».

Dopo la battaglia dello Yarmuk, Shourahbil sottomise le città di Tiberiade, Acca, Tiro e Seforis. Nel 637 ci fu la capitolazione di Gaza, dove 60 soldati vennero fatti prigionieri. Nel luglio dello stesso anno ritornò in Palestina 'Amr ben el-'As che occupò Sebastia, Neapolis, Yabneh, Amwas, Lod e Beit Jibrin. Resisteva Gerusalemme sulla montagna di Giudea. Dopo la battaglia, e alla vigilia della presa di Gerusalemme, gli storici arabi ricordano la venuta del califfo Omar, che era succeduto ad Abu Bakr, al campo di Jabyah, dove incontrò Abu Ubaydah e furono fissati i principi amministrativi dei nuovi territori conquistati. Il territorio fu diviso in quattro jund (plurale ajnad, governatorati militari) che territorialmente sì estendevano dal deserto orientale al mare: Dimashq, Homs, Al-Urdunn e Filastin nel sud.

Il patriarca Sofronio nell'omelia della festa dell'Epifania aveva commentato: «Da dove viene che le incursioni dei barbari si moltiplicano e che le falangi saracene si sono levate contro di noi? Perché le chiese distrutte e la croce oltraggiata? [...]. Abominazione della desolazione a noi predetta dal profeta, i saraceni percorrono le contrade che sono loro interdette, saccheggiano le città, devastano i campi, danno alle fiamme i villaggi, mettono a soqquadro i santi monasteri, tengono testa alle armate romane, riportano dei trofei in guerra, aggiungono vittoria a vittoria, si uniscono in massa contro di noi [...] e si vantano di conquistare il mondo intero». E in una lettera al patriarca Sergio di Costantinopoli aveva scritto preoccupato: «Che Dio calmato dalle vostre preghiere, accordi a Eraclio e a suo figlio lunghi giorni, ch’egli li circondi di una corona di discendenti e li munisca della pace divina. Possa egli far cadere nelle loro mani gli scettri potenti di tutti i barbari e soprattutto quelli dei Saraceni dalla fronte audace che si sono ora sollevati all'improvviso contro di noi a causa dei nostri peccati, e che tutto devastano, seguendo un progetto crudele e feroce con una audacia empia e atea. Così noi supplichiamo più insistentemente la Sua Beatitudine di offrire al Cristo preghiere molto assidue perché accettandole con la benevolenza da parte vostra, egli reprima al più presto il loro orgoglio insensato e che essi facciano di questi vili nemici, come per il passato, lo sgabello dei vostri sovrani inviati da Dio».

L'esercito musulmano salì a Gerusalemme prendendo posizione intorno alle mura. Il patriarca Sofronio decise la resa della città: «Poi (dopo la divisione amministrativa del Yaum al-Jabyah) partirono tutti alla volta di Gerusalemme e la cinsero di assedio - scrive Eutichio. Sofronio patriarca di Gerusalemme si recò allora da Umar ibn al-Khattab. Umar ibn al-Khattab gli accordo la sua protezione e scrisse loro una lettera che così recitava: "Nel nome di Dio clemente e misericordioso. Da Umar ibn al-Khattab agli abitanti della città di Aelia. È concessa loro sicurtà sulle loro persone sui loro figli sui loro beni e sulle loro chiese perché queste ultime non vengano distrutte né siano ridotte a luoghi di abitazione" e lo giurò nel nome di Allah.

Poi Umar gli disse: "Mi sei debitore per la vita e per i beni che ti ho accordato. Orsù, dammi un luogo dove possa edificare una moschea". Il patriarca disse: "Do al principe dei credenti un luogo in cui egli possa innalzare un tempio che i re dei Rum non sono stati capaci di costruire. Questo luogo è la Roccia, sulla quale Dio parlò a Giacobbe e che Giacobbe chiamò ‘porta del cielo’; i figli di Israele la chiamarono Sancta Sanctorum ed è al centro della terra. Essa fu già tempio per i figli di Israele, i quali l’han sempre magnificata ed ogni volta che pregavano rivolgevano verso di essa i loro volti ovunque si trovassero. Questo luogo io ti darò, a condizione che tu mi scriva un sigillo con cui disponga che non sia costruita a Gerusalemme nessun’altra moschea all’infuori di questa" [...]. Il patriarca Sofronio prese per la mano Umar ibn al-Khattab e lo portò su quel luogo [...]. In seguito Umar si recò in visita a Betlemme».

Finiva un'era e ne iniziava un'altra. Il patriarca Eutichio, con questo racconto un po' fantastico per ribadire i diritti dei cristiani contro i soprusi commessi al suo tempo (IX-X secolo) dalla comunità musulmana nel Santo Sepolcro e nella basilica di Betlemme poste sotto protezione del califfo, sottolinea la nuova realtà nata dalla resa del 638. Gerusalemme restava cristiana, ma diventava uno dei centri dell'islam, presto identificata con il santuario più lontano (al-Aqsa) dove era giunto il profeta nel suo viaggio notturno (mi'raj), perciò luogo di pellegrinaggio dopo la Qa'aba della Mecca e la città di Medina, dove il profeta era sepolto. Il califfo Abd al-Malik, con la costruzione monumentale della Qubbat al-Sakhrah (Cupola della Roccia) e della moschea al-Aqsa, rendeva il Haram al-Sharif di al-Quds (il Recinto Nobile della Santa Città) il degno antagonista della basilica del Santo Sepolcro restaurata dall'igumeno Modesto dopo l'incendio del 614.

I MARTIRI DI GAZA.       

In questo quadro quasi idillico di passaggio tra il periodo bizantino-cristiano e quello arabo islamico si inserisce il racconto della passione dei 60 soldati arabi cristiani di Gaza conservatoci in una cattiva traduzione latina da un originale in greco.

La città di Gaza al confine con l'Egitto fu assediata dall'esercito musulmano il ventisettesimo anno di Eraclio e costretta alla resa (637). Dalle condizioni di resa vennero esclusi i soldati della guarnigione bizantina che furono fatti prigionieri. Invitati a farsi musulmani per avere salva la vita, rifiutarono l'offerta di Ambrus/Amr, comandante dei vincitori, e vennero rinchiusi in prigione.

Dopo trenta giorni, incatenati, furono condotti alla città di Eleutheropolis/Bet Gibrin dove restarono due mesi e dove fecero ritorno dopo un altro viaggio in una località sconosciuta al seguito dell'esercito musulmano.

Dopo tre mesi vennero condotti a Gerusalemme dove il patriarca Sofronio fece loro visita incoraggiandoli a resistere imitando la fede dei quaranta martiri cappadoci. Dopo dieci mesi vennero invitati di nuovo ad abbracciare l'islam dal capo musulmano della città, Ammiras/Amir, su ordine di Ambrus. Al loro rifiuto ci fu una prima esecuzione: l'ufficiale Callinico con nove soldati vennero decapitati l'11 novembre alla presenza degli altri. I martiri furono sepolti con onore dal patriarca Sofronio «in un solo luogo dove fece costruire un oratorio dedicato a santo Stefano Protomartire».

I sopravvissuti, un mese dopo, vennero riportati a Eleutheropoli davanti ad Ambrus/Amr che ordinò di portare in tribunale le loro mogli e i loro figli, quando fece un nuovo tentativo di farli apostatare. Al loro rifiuto ordinò di eseguire la sentenza di morte affidandola ai musulmani presenti. I martiri furono decapitati il 17 dicembre, di giovedì, all'ora sesta, l'anno ventottesimo di Eraclio (638 d.C.).

«I corpi furono riscattati con tremila solidi (d'oro) dai cristiani del luogo che con grande onore seppellirono i martiri di Cristo in un sol luogo in Eleutheropoli. Sul luogo poi costruirono una chiesa nella quale si adora la santa vivificante e consustanziale Trinità».

Al racconto delle due esecuzioni fa seguito la lista dei nomi dei martiri di Cristo uccisi «imperante Eraclio anno vicesimo octavo, regnante Domino nostro Jesu Christo, qui cum Patre et Spiritu Sancto vivit et regnat in saecula saeculorum. Amen».