1/ Nel Regno di Emmanuel Carrère, di Luigi Walt 2/ Capire il Regno per un attimo, la vera impresa di Carrère, di Roberto Righetto 3/ Carrère sulla religione, che delusione, di Carlo Mazza Galanti 4/ Non è stato Paolo a cambiare il cristianesimo, ma Gesù a cambiare Paolo, di Andrea Lonardo 5/ Paolo il vero fondatore del Cristianesimo?, di Luigi Walt

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 10 /03 /2019 - 18:05 pm | Permalink
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1/ Nel Regno di Emmanuel Carrère, di Luigi Walt

Riprendiamo dal sito https://luigiwalt.net/2015/05/01/nel-regno-di-carrere/ un articolo di Luigi Walt, pubblicato la prima volta on-line l’1/5/2015. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Sacra Scrittura ed, in particolare, la sotto-sezione Lettere di Paolo e l'articolo Appunti sul rapporto fra la new perspective su San Paolo e la third quest su Gesù, di Andrea Lonardo.

Il Centro culturale Gli scritti (10/3/2019)

Il Regno di Emmanuel Carrère è stato giustamente definito come un formidabile esperimento di “non-fiction narrativa”, incentrato sulla storia delle origini cristiane.

Per molti versi si tratta di un’opera notevole, soprattutto nelle sezioni più apertamente autobiografiche (Prologo, Parte I ed Epilogo); ma se dovessimo valutare il testo da un punto di vista storico-esegetico, temo che il giudizio non sarebbe altrettanto positivo.

Purtroppo non basta tenere sott’occhio due traduzioni moderne della Bibbia, dichiarare di averne consultate regolarmente altre tre (così l’autore a p. 126) o mettersi in capo di rispolverare le vecchie pagine di Renan, per presumere di poter dire qualcosa di nuovo e interessante sulle origini del cristianesimo.

Il metodo che Carrère afferma di aver seguito per ricostruire i discorsi dell’apostolo Paolo – «Ho messo insieme e parafrasato le fonti più antiche» (p. 118) – sta di fatto alla base di tutto il suo lavoro di scavo sui testi del primo cristianesimo. E il risultato, fatta salva l’indubbia abilità di Carrère nell’intrattenere il lettore e nel blandirlo con qualche bella pagina, è alla fine piuttosto scolastico e convenzionale.

Anche quando l’autore si avventura in paragoni che dovrebbero essere illuminanti (per lo più desunti dalla storia politica del Novecento: le lettere di Paolo equiparate alle circolari inviate da Lenin alle diverse fazioni della Seconda Internazionale, p. 149; Paolo ritratto come un ufficiale dell’Armata Bianca che improvvisamente si “converte” alla dottrina marxista-leninista e chiede udienza a Stalin, p. 173; le posizioni di Paolo, Pietro e Giacomo viste come divisioni interne del Politburo, p. 177; Paolo come Trockij, p. 179; Paolo come Stalin, p. 183; Gesù come Lenin, Pietro e Giovanni come Trockij e Bucharin, e addirittura il povero Giacomo come Stalin, p. 208; Giuseppe Flavio come membro dell’apparatčik religioso, p. 215; i governatori della Giudea come Gauleiter nazisti, p. 217; Ponzio Pilato come Ariel Sharon, p. 218; il conflitto fra Giacomo e Paolo come quello fra Trockij e Stalin, p. 275; Nerone come Putin, p. 327; Shimon bar Giora come Saddam Hussein, p. 363), o quando ipotesi storiografiche più o meno raffazzonate vengono presentate al lettore come fossero folgoranti intuizioni (l’apostolo Filippo informatore di Luca, pp. 236-239; il carattere intenzionale della conclusione improvvisa degli Atti degli apostoli, p. 307; Luca ghostwriter della Lettera di Giacomo, p. 313-318), l’impressione, almeno per chi abbia un minimo di familiarità con la letteratura critica ed esegetica prodotta negli ultimi cinquant’anni, è più che altro quella di trovarsi di fronte a espedienti retorici, nemmeno troppo originali.

Insomma, se lo scopo dell’autore era (anche) fornire una rilettura avvincente o provocatoria dei testi protocristiani, bisogna ammettere che il colpo non gli è riuscito troppo bene. Per capire il perché, a voler essere cattivi, basterebbe stilare un elenco della letteratura specialistica che Carrère dimostra di conoscere. Per quanto riguarda l’esegesi, al di là dei vari richiami al già citato Renan, troviamo soltanto riferimenti sporadici ad Adolf von Harnack (p. 286), James Charlesworth (p. 221) e Jerome Murphy O’Connor (è lui l’esegeta domenicano a cui si allude a p. 327), oltre a una breve disamina delle ipotesi “revisioniste” di Hyam Maccoby (pp. 247-253) e a un fugace accenno all’immancabile Jacob Taubes (p. 381).

Altrettanto magro è il quadro che si ricava considerando le auctoritates invocate per la storia greco-romana: curiosamente sono tutte francesi, e includono Jérôme Carcopino (p. 304), Paul Veyne (pp. 138 e 321-323), Jean-Pierre Vernant (p. 201) e Pierre Vidal-Naquet (pp. 219-221). Senza nulla togliere al valore di tutti questi studiosi, si può dire che non c’è niente di più di quel che un lettore di Parigi o di Beauvais potrebbe recuperare comodamente tra gli scaffali di una FNAC o di qualche altro bookstore, assieme ad opere di taglio divulgativo come quelle di Jérôme Prieur e Gérard Mordillat, i registi del documentario francese Corpus Christi (citati a p. 135), o di Simon S. Montefiore, autore di un fortunato best-seller sulla storia di Gerusalemme (ricordato a p. 211).

Molto più consistenti e numerosi, per ovvi motivi, sono invece i riferimenti a filosofi e scrittori, il vero pantheon dell’autore: non ne ho contate tutte le citazioni, ma i nomi che ricorrono più spesso sono quelli di Philip Dick (onnipresente: quasi un deuteragonista), Fëdor Dostoevskij, Gustave Flaubert, Nikolaj Gogol, Franz Kafka, Friedrich Nietzsche, Blaise Pascal, Pier Paolo Pasolini, Edgar Allan Poe, Catherine Pozzi, Marcel Proust, J.D. Salinger, Henryk Sienkiewicz, Lev Tolstoj, Miguel de Unamuno, Paul Valéry, Simone Weil e Marguerite Yourcenar; mentre fra i riferimenti più “religiosi”, per limitarsi alla sola tradizione cristiana, troviamo in particolare Agostino, Meister Eckhart, Ruysbroeck, Lutero, Francesco di Sales, Jean-Pierre de Caussade e le due Terese, d’Avila e di Lisieux (anche se il vero interlocutore, in questo frangente, è forse l’amico giornalista Hervé Clerc, e non mancano le considerazioni su mistici di altre tradizioni o su pratiche di confine come lo yoga).

Ma che cosa possiamo ricavare, in definitiva, da questa rapida sequenza di nomi? L’elemento che mi pare più significativo da sottolineare è la distanza di Carrère da un approccio realmente critico, e dunque storico, al problema delle origini cristiane. Questo spiega, fra le altre cose, l’inevitabile presenza di anacronismi (i Galati che rispondono alle accuse dei «capi della sinagoga» dicendo «Siamo cristiani… Siamo la chiesa di Gesù Cristo», p. 169; «Paolo messo sotto accusa […] da rabbini ortodossi», p. 227), affermazioni arbitrarie e imprecise («Greci e Romani credevano che fossero immortali gli dèi, non gli uomini», p. 166) o palesi ingenuità («Nei paesi conquistati Roma seguiva una politica rigorosamente laica. La libertà di pensiero e di culto era totale», p. 134; «quasi nessun episodio di questo libro che sto esaminando, gli Atti degli apostoli, è stato mai trasposto in immagini», p. 163).

Sarebbe sbagliato, pertanto, cercare tra le pagine del Regno indicazioni utili a una riflessione di tipo storico, perché semplicemente non ci sono o non sono valutabili come tali. Il libro si presenta piuttosto come un tentativo, da parte dell’autore, di fare i conti col proprio mestiere di scrittore e con la propria (mi si passi l’espressione abusata) vocazione di uomo.

Da qui deriva il suo singolare e a tratti seducente mix di confessione autobiografica, inchiesta giornalistica e riflessione (a)teologica. Oppure, se si preferisce, il suo capriccioso alternarsi tra «autobiografia e teologia, cazzeggio e profanazione, blasfemia e devozione», come ha splendidamente riassunto Marina Valensise sulle pagine del Foglio (“Miracolo per miscredenti”, articolo del 26 febbraio 2015). Verrebbe da dire che l’attuale compagna di Carrère, citata a p. 272, ha in fondo già scritto la migliore recensione possibile per questo libro, quando si è rivolta al suo autore e gli ha detto: «Bel pretesto, il tuo san Luca».

2/ Capire il Regno per un attimo, la vera impresa di Carrère, di Roberto Righetto

Riprendiamo da Avvenire del 9/11/2017 un articolo di Roberto Righetto. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Sacra Scrittura ed, in particolare, la sotto-sezione Lettere di Paolo e l'articolo Appunti sul rapporto fra la new perspective su San Paolo e la third quest su Gesù, di Andrea Lonardo.

Il Centro culturale Gli scritti (10/3/2019) 

«I poveri, gli umiliati, i samaritani, la piccola gente, quella che ha scarsissima considerazione di sé: il Regno è loro, e il più grande ostacolo per chi vuole entrarci è essere ricco, importante, virtuoso, intelligente e orgoglioso della propria intelligenza»: è rivolta soprattutto a se stesso questa considerazione di Emmanuel Carrère, scrittore acclamato che ha deciso di confrontarsi seriamente con il cristianesimo in un'opera che due anni fa è stata un vero e proprio caso editoriale anche in Italia.

Parliamo del volume Il Regno, nel nostro Paese pubblicato da Adelphi, a mio parere uno dei più importanti libri "cristiani" degli ultimi tempi, anche se scritto da un non credente: un'inchiesta sul Vangelo di Luca condotta mescolando indagine storica e racconto autobiografico, caratteristica peculiare dell'autore francese (basti pensare a Limonov e L'avversario). In questo caso però la sua diventa una severa investigazione sulla sostanza dell'annuncio cristiano, un vero corpo a corpo la cui lettura spinge anche i credenti a interrogarsi con la medesima serietà.

Quello di Carrère è un ritorno sui suoi passi, avendo trascorso fra il 1990 e il '93 tre anni di adesione alla fede, spinto dalla sua madrina Jacqueline e da una depressione che gli impediva quasi di scrivere. Ogni mattina si alzava e annotava appunti sul Vangelo di Giovanni: alla fine di quel periodo di vera e propria conversione sono rimasti 18 quaderni con i suoi commenti ed è proprio riprendendo in mano quei testi che egli si avventura in questa nuova ricerca, dal taglio a volte più intellettuale che esistenziale.

Lui stesso lo ammette più volte e si chiede all'inizio del volume: «Il cammino che in passato ho compiuto da credente, lo compirò oggi da romanziere? Da storico? Non lo so ancora, non voglio dare una risposta netta, non penso che l'etichetta conti poi molto».

Così egli si misura con la figura di Gesù («che se non illumina acceca») attraverso l'evangelista Luca e con lui san Paolo. Ma qui non interessano tanto gli studi storici che compie Carrère, affascinato soprattutto dalla lettura elaborata da Renan della vicenda cristiana; non ci interessano tanto la fondatezza e la solidità della sua ricostruzione dei tempi di Gesù e dell'attendibilità dei Vangeli.

Le parti più singolari dell'inchiesta sono le sue riflessioni sulla verità del messaggio cristiano, a partire dalla straordinaria diffusione nei primi secoli. «Ciò che mi sorprende – scrive a un certo punto – non è che la Chiesa sia così diversa da com'era alle origini. Al contrario, è che si sia fatta un dovere di essere fedele a quel suo passato, anche se poi non ci riesce. La Chiesa non ha mai dimenticato le sue origini. Ne ha sempre riconosciuto la superiorità e cercato di farvi ritorno come se la verità si trovasse là, come se la parte migliore dell'adulto stesse in ciò che resta del bambino».

C'è insomma in questo libro una ricerca assolutamente sincera, a partire dal riconoscimento dell'agape, quell'amore che privilegia il volto e il bene dell'altro invece del proprio e che è stato capace di sconvolgere la cultura greco-romana del tempo.

Carrère ne ha un esempio concreto nell'esperienza dell'Arche di Jean Vanier, che decide un bel giorno di andare a incontrare e di cui riempie le pagine finali del volume. Le pagine più folgoranti a nostro avviso. Fondata 50 anni fa, ora conta 150 comunità in tutto il mondo, ciascuna composta da 5 o 6 persone handicappate mentali e altrettanti assistenti che se ne prendono cura.

Esperienza forte e radicale: un conto è occuparsi dei poveri o dei malati, un conto è accoglierli in casa propria e viverci assieme. Per sempre. Lo scrittore resta in comunità qualche giorno, partecipa al rito della lavanda dei piedi, danza con una ragazza down, Elodie, e alla fine del ritiro canta assieme a tutti gli altri. «Anche se lo trovo un po' imbarazzante – commenta – mi sembra bello che della gente si riunisca per stare il più vicino possibile a ciò che c'è di più povero e vulnerabile nel mondo e in se stessi. Mi dico che è questo, il cristianesimo»; e poco dopo, ricordando quel canto e quel ballo: «Devo ammettere che quel giorno, per un attimo, ho capito che cos'è il Regno».

3/ Carrère sulla religione, che delusione, di Carlo Mazza Galanti

Riprendiamo da Il Sole 24 Ore del 25/8/2014 un articolo di Carlo Mazza Galanti. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Sacra Scrittura ed, in particolare, la sotto-sezione Lettere di Paolo e l'articolo Appunti sul rapporto fra la new perspective su San Paolo e la third quest su Gesù, di Andrea Lonardo.

Il Centro culturale Gli scritti (10/3/2019)

Studiando i capolavori di Agostino e Rousseau, la filosofa spagnola María Zambrano ha indicato la confessione («l’azione massima che è dato attuare con la parola») come l’origine dell’autobiografia. Se c’è un autore che negli ultimi anni non solo ha imposto la scrittura autobiografica all’attenzione del pubblico internazionale ma l’ha spinta verso un allargamento inedito dei suoi confini tradizionali, questo è Emmanuel Carrère.

L’astuzia dello scrittore francese è stata quella di trasformare se stesso in un crocevia di altre vite: un soggetto aperto, attraversato da correnti centrifughe, riflesso da eventi e personaggi apparentemente distanti che nel flusso del racconto finiscono sempre per tornare al centro, all’autore, al suo ego così discreto e così ingombrante. Il suo nuovo libro, Le Royaume (Il regno) è il grande atteso della rentrée letteraria, uscirà in Francia il 10 settembre (in Italia sarà pubblicato da Adelphi nella primavera del 2015).

Con questo libro massiccio (650 pagine fitte), ambizioso (già da mesi lo si considera candidato al Goncourt), risultato di un lungo e ponderoso lavoro di scrittura e documentazione che ha accompagnato per anni la stesura delle altre sue opere, Carrère esegue un ulteriore, duplice, passo in avanti. Che affascina, sorprende, lascia perplessi: torna alle radici del genere da lui così abilmente promosso riallacciandosi a una millenaria tradizione di testimonianze religiose e spirituali; deforma e corrompe gli schemi attraverso cui siamo abituati a identificare un libro in maniera ancora più decisa che nelle opere precedenti.

La materia principale di cui è fatto Le Royaume è la storia: storia romana, ebraica, storia del cristianesimo: con puntigliosa cognizione di causa Carrère mette in scena le vite di Paolo e Luca, il primo un personaggio carismatico, fanatico, colui che ha universalizzato la parola di Cristo, il secondo l’evangelista che accompagnandolo ne ha raccontato le gesta negli Atti degli apostoli, medico greco istruito, discreto, curioso, ragionevole, sentimentale, moderato, nel quale Carrère tende a riconoscersi (originariamente il libro doveva intitolarsi Indagine su Luca).

Sullo sfondo Pietro, Giacomo e Giovanni, Flavio Giuseppe, Nerone, ovviamente Gesù Cristo, e moltissimi altri. Il racconto di come la predicazione di Paolo si è radicata nei primi insediamenti cristiani in Macedonia, tra i primi greci vicino all’ebraismo, i suoi conflitti con i rabbini ufficiali, i viaggi in Asia e nei porti del mediterraneo, le prime pratiche di preghiera, la glossolalia, la trance, tutto ciò è introdotto da un lungo preambolo riguardante una parte della vita dell’autore mai prima pubblicamente “confessata”: la sua conversione al cattolicesimo nei primi anni Novanta durante un momento di depressione.

Allora, davanti allo stupore accondiscendente della sua compagna, Carrère si è voluto sposare in chiesa, è andato a messa ogni giorno, ha battezzato suo figlio, ha commentato quotidianamente il Vangelo producendo una quantità di appunti utilizzati come pezze di appoggio in questo libro che in ultima istanza è un’inchiesta disincantata sul perché della fede, su come si possa credere, e allo stesso tempo, secondo un motivo caro allo scrittore, su come si possa cambiare, diventare altro da sé, sull’identità e i suoi punti ciechi.

Carrère affronta la (sua) fede dal punto di vista di una doppia conversione, perché dopo qualche anno di religiosità dogmatica e fervente è tornato a indossare i panni dell’ateo agnostico illuminato e scettico che sempre è stato. A questa premessa personale seguono pagine e pagine di documentatissima narrazione storica, non un romanzo storico tuttavia, non ci si aspetti una rievocazione in stile peplum: quello di Carrère è quanto di più vicino, senza esserlo, a un saggio di microstoria, o di storia culturale della religione.

Al di là degli strumenti tradizionali del ricercatore Carrère si avvale però, ed è forse l’aspetto più interessante, del suo armamentario specifico: legge i testi sacri come un romanziere, gli snodi narrativi, i sottintesi, i caratteri dei personaggi, la personalità degli autori, tutto è sentito con il fiuto di uno scrittore («sono un scrittore che cerca di capire come ha proceduto un altro scrittore»), alla ricerca, tra le altre cose, di quelli che lui chiama «accenti di verità», luoghi dove si percepisce la testimonianza, il fatto flagrante, al di là delle manipolazioni e delle stratificazioni esegetiche.

Restano innumerevoli e continue le intromissioni autobiografiche, le digressioni sul presente: Carrère è bravissimo a famigliarizzare, a proiettare e trasporre le gesta degli apostoli attraverso similitudini, paragoni con la propria esperienza, l’attualità, la letteratura e mille altre connessioni che forse faranno storcere il naso ad alcuni (la più a rischio: un’analisi di un filmato porno).

Tuttavia, giunti un po’ faticosamente alla fine del libro, la sensazione è che manchi qualcosa. Lo sforzo di osservare la fede da un punto di vista esterno ma comprensivo, empatico e spregiudicato è certamente interessante, come lo era quello di raccontare un individuo irriducibile come Limonov nel libro precedente; manca però la forza concreta di un personaggio-specchio esemplare e vivo come il militante russo o come J.C. Romand, il protagonista dell’Avversario: non è Paolo, non è Luca, non è neppure Gesù.

Nessuna personalità erompe violentemente da queste pagine, e di riflesso neppure quella dell’autore. Il percorso di autocoscienza non ci appassiona, non avvince fino in fondo. Non si percepisce lo scandalo della fede, non si assume l’ostilità del miscredente, non si trema davanti alla possibilità di cambiare la vita e il risultato, a tratti, sembra quello temuto dal narratore a un certo punto del libro: «Mi dicevo: ho imparato molte cose scrivendo, chi lo leggerà ne imparerà anche lui molte: ho fatto bene il mio lavoro».

Un buon lavoro, anzi eccellente, ma tiepido, un po’ esangue, piuttosto lontano da quello che chiediamo alla letteratura, comunque si voglia intenderla. D’altronde questo rischio Carrère l’ha corso continuamente, cercando altrove, in «vite che non sono la sua» il modo di esorcizzarlo. Questa volta, nel regno della fede, non sembra riuscirci del tutto.

© Il Sole 24 Ore RIPRODUZIONE RISERVATA

4/ Non è stato Paolo a cambiare il cristianesimo, ma Gesù a cambiare Paolo, di Andrea Lonardo

Riprendiamo dal sito www.gliscritti.it un articolo di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Sacra Scrittura ed, in particolare, la sotto-sezione Lettere di Paolo e l'articolo Appunti sul rapporto fra la new perspective su San Paolo e la third quest su Gesù, di Andrea Lonardo.

Il Centro culturale Gli scritti (10/3/2019)

“Ultimo fra tutti Cristo risorto apparve anche a me come a un aborto” (1 Cor 15, 8). Paolo descrive qui sé stesso, prima della conversione sulla via di Damasco, come una vita non nata, come un’esistenza non giunta alla gioia della nascita. Egli ha cominciato a vivere solo dopo l’incontro con il Signore.
Chi è stato veramente Paolo e qual è la radice ultima che lo portò alla decisione di arrivare a Roma e di giungere fino al martirio nell’urbe? Per chi vorrebbe, snaturando gli scritti neotestamentari, che Cristo sia stato solo un rabbino fra i tanti maestri del suo tempo, non resta che affermare che Paolo è il secondo fondatore del cristianesimo o ne è addirittura l’iniziatore stesso, colui che ha ellenizzato il cristianesimo, colui che ha portato a tutti – contro le stesse intenzioni di Gesù, a loro dire – il messaggio del rabbì di Galilea.

Secondo altri egli avrebbe, invece, giudaizzato il cristianesimo, reinserendo in esso gli elementi liturgici e ministeriali dei quali un Gesù in versione liberale avrebbe fatto piazza pulita in episodi come la cacciata dei mercanti del Tempio (il tutto sostenuto con un’esegesi a dir poco approssimativa di quel passo). Altri ancora, invece, sulla scia di una certa interpretazione della Riforma, lo vedrebbero come l’unico vero interprete di Gesù, a motivo dell’accentuazione paolina dei temi della grazia e della misericordia che renderebbero superflua – a loro dire – ogni esigenza morale del cristianesimo.

La testimonianza stessa di Paolo indica, invece, con precisione una via totalmente differente: non è stato l’apostolo a trasformare il Signore, ma è stato Gesù a cambiare Paolo! Egli che non aveva mai vissuto, ha trovato la vita sulla via di Damasco.

La cecità fisica, sperimentata da Paolo in quell’occasione, ha un suo corrispettivo interiore nell’accorgersi in quel giorno di non aver mai visto niente nel giusto modo. È solo l’incontro con la chiesa, l’invio a lui di Anania ed il dono sacramentale del battesimo, a far sì che egli cominci a vedere, che egli abbia la vista.

Il cavallo che la tradizione iconografica ha voluto aggiungere al racconto degli Atti non è in dissonanza con questo, ma rappresenta in maniera straordinaria e vera l’accaduto a partire dal simbolo. L’elegante e possente animale è sempre stato immagine di potenza. Gli imperatori, i re, i nobili, hanno sempre voluto essere rappresentati in sella – si pensi solo al Marco Aurelio del Campidoglio – a manifestare la loro autorità. Caravaggio e Michelangelo a Roma, insieme a tanti altri prima e dopo di loro, hanno voluto sottolineare il rovesciamento dei valori avvenuto nell’esistenza di Paolo in quel giorno. Cristo lo aveva disarcionato, smontato dalla sua sicurezza. Gli aveva rivelato il suo essere ‘come un aborto’.

Questo non significa dimenticare i tratti ebraici o greci di Paolo, ma tutto, in quel giorno, assunse un diverso significato. Paolo era ancora ebreo, Paolo era ancora greco e romano. Ma Paolo era divenuto cristiano.

Vengono qui in mente le famose espressioni di G.K. Chesterton quando scriveva che l’eresia non è necessariamente una affermazione falsa, ma più spesso è una verità che dimentica tutte le altre verità. E continuava sostenendo che il cattolicesimo è l’unico luogo dove tutte le verità si danno appuntamento. Ha senso parlare di un Paolo ebreo, di un Paolo che conosce a menadito le Scritture, è lecito parlare di un Paolo impregnato di cultura ellenistico-romana, pensando ad episodi come la discussione avvenuta all’Areopago di Atene o ancora all’uso della Bibbia nella sua versione greca elaborata dai rabbini di Alessandria d’Egitto. Ma l’evento che è la chiave di volta per capire l’uno e l’altro è ormai il suo rapporto con il Signore Gesù, è l’incontro sulla via di Damasco.

È così importante quella svolta nella vita di Paolo che Luca, negli Atti, la descriverà ben tre volte (At 9, 1-18; 22, 1-21; 26, 2-23). Paolo stesso nel suo epistolario vi farà continuamente riferimento (1 Cor 9, 1; 1 Cor 15, 8; 2 Cor 4, 6; Gal 1, 11-16; Fil 3, 7-14; Ef 3, 1-12; 1 Tim 1, 11b-17). Se Paolo fu per nascita ebreo e romano, formato nella tradizione ebraica e nella cultura greca, ciò che lo segnò in maniera radicale fu il suo diventare cristiano.

Quel giorno nacque in lui la vocazione che lo spinse poi fino a Roma. Come gli disse sulla via di Damasco il Signore: «Va’, perché io ti manderò lontano, tra i pagani» (At 22, 21).

5/ Paolo il vero fondatore del Cristianesimo?, di Luigi Walt

Riprendiamo dal sito Paulus un articolo di Luigi Walt, pubblicato il 27 dicembre 2008. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Sacra Scrittura ed, in particolare, la sotto-sezione Lettere di Paolo e l'articolo Appunti sul rapporto fra la new perspective su San Paolo e la third quest su Gesù, di Andrea Lonardo.

Il Centro culturale Gli scritti (10/3/2019)

Non è certo notizia nuova nel mondo degli «intellettuoloidi» l’affermazione che il Cristianesimo sia stato fondato dall’apostolo Paolo e che tra le diverse comunità delle origini riconducibili a Pietro piuttosto che a Giovanni, quella paolina fu la realtà che ne uscì vincente. Questi personaggi, molto attivi anche nel campo editoriale, (Augias, Flores D’arcais, Dawkins, Carrère e compagni di merende) praticamente ossessionati dal Cristianesimo e pronti a svelarne ogni retroscena scandalistico nello stile del peggior Scalfari, trattano la materia con sprezzante sicumera riducendo i vangeli a semplici «romanzi» e appunto, a loro avviso, fu proprio l’Apostolo delle Genti ad aver fondato (inventato) questa religione.

Diciamo subito che una tesi di questo genere non è certo una novità, anzi, resta di moda proprio tra quegli appassionati in diverso modo al cristianesimo, nessuno studioso vero ovviamente, tanto che perfino Benedetto XVI ne ha parlato: «L’importanza che Paolo conferisce alla Tradizione viva della Chiesa, che trasmette alle sue comunità, dimostra quanto sia errata la visione di chi attribuisce a Paolo l’invenzione del cristianesimo: prima di evangelizzare Gesù Cristo, il suo Signore, egli l’ha incontrato sulla strada di Damasco e lo ha frequentato nella Chiesa, osservandone la vita nei Dodici e in coloro che lo hanno seguito per le strade della Galilea».

Dato che nella storia, e ancor meno nella storiografia, non si danno mai novità assolute, è ben probabile che vi sia stato qualcuno a sostenere la stessa cosa prima di lui, ma non dispongo dell’erudizione necessaria per provarlo (mi viene in mente il caso di Reimarus, e della sua Apologia degli adoratori razionali di Dio, pubblicata da Lessing: ma temo che la nostra ricostruzione della storia dell’esegesi moderna risenta troppo dei quadri riassuntivi forniti dagli studiosi tedeschi sulla scia di Albert Schweitzer).

Andando a ritroso si potrebbe trovare qualcosa del genere, seppure non espresso in maniera così estrema, nelle lezioni di filosofia della storia di Schelling, col loro nucleo gioachimita, e più in generale nelle paludi dell’idealismo tedesco, nell’enciclopedismo massonico del Settecento, in certi ambienti radicali della Riforma, giù giù fino alla letteratura pseudo-clementina, con la sua “leggenda nera” intorno all’apostolo.

Nell’Ottocento, quando apparve nell’ambito degli studi storici e teologici, l’idea servì a slegare Paolo, inteso come simbolo di una Chiesa istituzionale, visibile, gerarchica, dall’eredità di un Gesù percepito come maestro inoffensivo (e frainteso) di morale. In breve, essa fu il risultato di un a priori ideologico, non di un’indagine storica rigorosa.

Cadere in questo tipo di trappole, beninteso, non è difficile neppure oggi. Gli storici e gli esegeti, negli anni più recenti, cercano di aggirarle evitando affermazioni che suonino troppo generalizzanti. Dire che Paolo avrebbe “fondato” il cristianesimo, nell’ottica del I secolo, è un po’ come dire, nell’ottica del XIX e del XX secolo, che Gramsci fu il vero autore del Capitale di Marx: significa scambiare un effetto, e neppure il principale, per la causa.

Paolo non agì come un outsider, non piombò dal nulla in mezzo ai primi seguaci di Gesù, né le sue posizioni possono essere valutate come del tutto originali e solitarie. Tra Gesù e Paolo non può esserci stato il vuoto. Abbiamo l’inestimabile fortuna di possedere alcune lettere scritte di suo pugno, e siamo sempre tentati di considerarle straordinariamente importanti, ma la faccenda si complica non appena ci accorgiamo che altri documenti del cristianesimo nascente, in maniera del tutto indipendente dall’apostolo, sembrano condividerne alcune linee ideali.

L’importanza di Paolo, in altri termini, non va esagerata, nel suo immediato contesto di azione. Si faceva allusione, tempo addietro, alla necessità di considerare gli elementi pre-paolini in Paolo: ebbene, un’indagine in tal senso toglie immediatamente la terra sotto i piedi a chiunque voglia attribuire all’apostolo il ruolo di “autentico fondatore” del cristianesimo. Altra cosa è se intendiamo proiettare su di lui quel che non ci piace (o ci piace) del cristianesimo successivo, o se vogliamo leggerne le epistole alla luce della nostra personale comprensione del mondo e della storia. Ma questo è già stato fatto ad abundantiam, e non ha condotto molto lontano.

L’indagine storico-critica, soprattutto a partire dal Novecento, ha sostenuto in varie occasioni l’ipotesi di una radicale discontinuità fra l’originaria predicazione di Gesù, evidentemente del Gesù “storico”, e il pensiero e l’opera di Paolo. Alcuni, specialmente a partire da una celebre definizione di William Wrede (1904), hanno pensato all’apostolo come ad una sorta di “secondo fondatore del cristianesimo”, o ne hanno sottolineato il ruolo di “ellenizzatore”, con la precisa intenzione di sganciarlo dal contesto culturale ebraico in cui si mosse Gesù e al quale, indubbiamente, appartenne anche Paolo.

L’ebraicità di Paolo, in termini di appartenenza etnico-culturale e religiosa, emerge innanzitutto dalle affermazioni autobiografiche disseminate nell’epistolario (cf. ad es. 2Cor 11,22; Rm 11,1; Fil 3,5–6), ma anche dalla testimonianza degli Atti degli apostoli: per quanto riguarda la lingua orale usata dall’apostolo (cf. At 22,1–3), per il rispetto che questi avrebbe dimostrato nei confronti della scansione temporale delle festività giudaiche (un esempio in 1Cor 16,8: «Mi fermerò ad Efeso fino a Pentecoste», con riferimento ovviamente alla festa di Shavuot), per il semplice fatto ch’egli avrebbe accettato la frequentazione del Tempio (cf. At 21,17–26), senza considerare il dato più ovvio, ovvero il massiccio richiamo dell’apostolo alle Scritture ebraiche.

Secondo André Chouraqui (scrittore e filosofo ebreo di origine algerina), Paolo avrebbe addirittura «patito più di tutti le confusioni che sono sorte dal tragico rovesciamento di situazione prodottosi col disastro del 70. Il suo pensiero acquista, infatti, un senso diametralmente opposto se viene interpretato in rapporto alle realtà politiche e spirituali che hanno preceduto la distruzione del tempio d’Israele (…). A differenza di una importante frazione del giudaismo ellenistico, Paolo non ha mai rotto con le sue radici ebraiche e rabbiniche, che conosceva infinitamente meglio di un altro grande ebreo del suo tempo, Filone alessandrino. Lo studioso cattolico Bonsirven aveva già visto bene come il pensiero di Paolo non possa comprendersi nelle sue fonti se non alla luce delle prospettive e delle tecniche dell’esegesi rabbinica. […] Malgrado l’antilegalismo che gli si attribuisce sistematicamente, senza preoccuparsi troppo del significato reale delle sue analisi circa la fede e la legge, Paolo è rimasto per tutta la vita un ebreo fervente e praticante» (Gesù e Paolo. Figli di Israele, trad. it. Qiqajon, Magnano 2000, pp. 79–81).

Le affermazioni di Chouraqui, nella sostanza, sono confermate oggi da un’abbondante letteratura critica, e fanno ormai parte del sensus communis della ricerca. Tuttavia, non possiamo non avvertire come anacronistico il richiamo dell’autore all’espressione “radici rabbiniche”: bisognerebbe parlare, piuttosto, di radici farisaiche. Ugualmente azzardata, da un punto di vista storico, risulta l’affermazione per cui l’ebreo Paolo avrebbe conosciuto molto meglio dell’ebreo Filone le proprie “radici ebraiche”.

In realtà, una considerazione rigorosa della “ebraicità” di Paolo, di Filone, come pure dello stesso Gesù, è possibile soltanto a prezzo di un’altrettanto rigorosa definizione storica di cosa significasse, all’epoca loro, essere ebrei: appartenere, cioè, a un contesto culturale e religioso estremamente variegato e dinamico, che non può essere semplicisticamente assimilato alla “ebraicità”, nell’accezione moderna del termine (errore compiuto dallo stesso Chouraqui: a rigore, infatti, si dovrebbe parlare di “radici ebraiche” anche per il giudaismo rabbinico, evitando la piana identificazione di questo col mondo giudaico precedente alla distruzione del Tempio di Gerusalemme, avvenuta nel 70).

In quanto ebrei, Paolo e Gesù condivisero senza dubbio, almeno in larga parte, il medesimo orizzonte concettuale. E questo nonostante provenissero da mondi socialmente diversi: Gesù crebbe in un ambiente rurale, del quale conservò moltissime caratteristiche; Paolo, invece, fu un individuo schiettamente urbano e cosmopolita.

Una rilettura del rapporto tra Gesù e Paolo in termini di contrapposizione tra campagna e città è stata tentata, in termini suggestivi, dallo storico Wayne A. Meeks:

«Paolo era uomo di città e la presenza della città traspira dal suo linguaggio. Le parabole di Gesù che parlano di seminatori e di zizzania, di mietitori e di casolari dal tetto di malta, ci rimandano [invece] a sentori di letame e di terra; del resto, nella lingua greca dei vangeli, avvertiamo l’eco dell’aramaico parlato nei villaggi della Palestina. Quando Paolo costruisce una metafora parlando di olivi o di orti, invece, il testo è fluido, ed evoca più un’aula scolastica che una fattoria. Paolo dà a vedere di essere più a suo agio con gli stilemi della retorica greca, che rimandano al ginnasio, allo stadio o alla bottega artigiana» (I Cristiani dei primi secoli. Il mondo sociale dell’apostolo Paolo, trad. it. Il Mulino, Bologna 1992, p. 45).

In queste affermazioni, non è la contrapposizione tra Gesù e Paolo a non funzionare, quanto l’idea di una separazione così netta tra la vita delle città antiche e la vita delle campagne. Non è forse, tutto ciò, il risultato di una idealizzazione moderna, nutrita a sua volta delle tante dichiarazioni degli autori classici che esaltano la quiete rurale contro il trambusto della vita cittadina? Continua infatti Meeks:

«Quando Paolo con accenti retorici fa l’elenco dei luoghi in cui si è trovato in pericolo, distingue il mondo in città, deserti e mari (2Cor 11,26), e cioè il suo mondo non comprende la chōra, vale a dire le campagne coltivate: fuori della città non c’è nulla, ossia si incontra l’erēmia [il deserto]» (op. cit., p. 46).

Ma le cose stavano realmente così? Era questo, il pensiero dell’apostolo? L’impressione è che Meeks si stia lasciando trascinare dalla propria argomentazione, sovra-interpretando il passaggio citato di Paolo, che intendeva semplicemente riferirsi ai luoghi più pericolosi attraversati durante i suoi viaggi: città, come ad esempio Damasco; deserti, come quelli che s’incontrano ancora oggi sull’arido altipiano anatolico (infestato da briganti e predoni, stando ai resoconti del tempo); mari, frequentando i quali, all’epoca dell’apostolo, far naufragio era un’evenienza tutt’altro che remota (poco oltre nello stesso passaggio di 2Cor, Paolo ne rammenta tre!).
Dobbiamo inoltre considerare cosa fosse una città, nell’esperienza concreta di un uomo del I secolo.

Sappiamo che nessun autore antico, tantomeno geografi come Pausania o Strabone, si è mai preoccupato di dare una definizione accurata di polis. E che certamente non era la grandezza o il numero degli abitanti, a fare di un agglomerato di case una città: molti centri considerati come città di rilievo non superavano il numero di abitanti che oggi attribuiremmo a un modesto villaggio.

La differenza, probabilmente, consisteva nella presenza di servizi governativi, di un teatro, di luoghi di culto o di infrastrutture: ma ciò non toglie che la chōra, il terreno coltivabile che circondava la città, venisse percepita anche a livello amministrativo come facente parte a pieno diritto dell’area urbana. Pochi passi lungo strade rumorose e polverose, puntellate durante il giorno dal traffico degli uomini e dei loro animali, e la si poteva raggiungere: campi coltivati, vigne e pascoli non potevano essere troppo distanti, in un mondo in cui la terra era la principale fonte di ricchezza e di sostentamento, se non proprio l’unica. Persino a Roma, stando alle stime che gli storici riescono a ricavare faticosamente dalle fonti, una parte non piccola della popolazione possedeva il proprio “campicello”. E una città come Patavium, l’odierna Padova, era celebre per i suoi allevamenti di pecore. Gli esempi, naturalmente, si potrebbero moltiplicare.

Cosa possiamo dedurre, allora, dalla corretta affermazione di Meeks per cui la missione di Paolo fu essenzialmente «un’iniziativa a carattere urbano»? Fondamentalmente due cose: che Paolo si mosse sempre lungo le strade battute dalla diaspora ebraica, e che cercò altresì di lavorare i centri più importanti dell’Impero, quasi fossero una terra da coltivare, ben sapendo che questa terra era già stata resa fertile dalla presenza dei fratelli “Giudei”, e che sarebbe stato più semplice conquistare le varie periferie partendo dai loro centri.

Crolla così, come un castello di carte, l’idea tanto diffusa che Paolo, in quanto “ellenizzatore”, abbia “tradito” il pio ebreo Gesù. L’apostolo, da questo punto di vista, si dimostra persino più “ebreo” dello stesso Gesù, il quale appare invece – e ciò sia detto senz’alcuna ironia – molto più simile a un “pagano”, nel senso etimologico della parola: un abitatore dei pagi, cioè di quei villaggi che – alla stregua di Nazareth – risultavano marginali, periferici rispetto ai grandi centri amministrativi e politici del tempo.

La fantasia della storia, ancora una volta, supera quella degli storici.

6/ Da “Paolo, il missionario nostro contemporaneo”, un’intervista di Salvatore Mazza al prof. Romano Penna su Avvenire del 27 giugno 2007

Il tema di Paolo come “secondo fondatore del cristianesimo” è piuttosto trito, anche se ha avuto una certa presa nel Novecento in ambito luterano. Si tratta di una concezione che però bypassa un elemento importante, cioè che tra Gesù e Paolo non c’è una continuità “gomito a gomito”. Paolo è “gomito a gomito” con la Chiesa di Gerusalemme e con le Chiese, al plurale, della Giudea. Lui stesso dice: “Io vi ho trasmesso quel che anche io ho ricevuto”. Quello che voglio dire è che c’è una fede delle origini che è assolutamente pre-paolina, la sua originalità ermeneutica elabora il dato della fede, che è anteriore a lui. Per questo quella contrapposizione non ha, alla fine, nessun senso. Si tratta di un giudizio affrettato, semplificatorio, superficiale.