Paolo VI e il Risorgimento. Fin dalla giovinezza Montini vide nel Risorgimento una trama provvidenziale, di Eliana Versace

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 31 /08 /2010 - 22:48 pm | Permalink
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Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 6/8/2010 un articolo scritto da Eliana Versace con il titolo originario “Giovanni Battista il patriota. Fin dalla giovinezza Montini vide nel Risorgimento una trama provvidenziale”. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (31/10/2010)

Nel mese di giugno del 1859 il territorio lombardo divenne teatro di alcune tra le più sanguinose battaglie della Seconda guerra d'indipendenza italiana. L'esercito sabaudo, con l'indispensabile alleanza dei soldati francesi e l'ingente apporto delle truppe garibaldine, dopo i sanguinosi scontri con gli austriaci avvenuti a Palestro e Magenta, entrò trionfalmente a Milano l'8 giugno, capeggiato dal sovrano piemontese Vittorio Emanuele di Savoia e dall'imperatore di Francia, Napoleone III. Le vittorie riportate il 24 giugno, nelle battaglie di Solferino e San Martino, a prezzo di sanguinosi combattimenti e migliaia di caduti, completarono la liberazione della Lombardia aprendo la strada verso il Veneto che invece, a seguito dell'armistizio stipulato in luglio dai francesi a Villafranca, fu lasciato sotto il dominio austriaco.

Cento anni dopo, nel giugno del 1959, alle celebrazioni di quegli avvenimenti partecipò anche il cardinale arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini il quale offrì, in quelle occasioni, una singolare lettura religiosa degli eventi risorgimentali. "Occorre portare la storia vicino alla religione - esortava a Magenta nell'anniversario della battaglia - e saremo così invitati a esplorarne le sue profonde ragioni".

Qualche giorno dopo, officiando in Duomo il Te Deum di ringraziamento per la liberazione di Milano dagli austriaci, l'arcivescovo ammise di riconoscere nelle vicende del Risorgimento italiano "quel carattere superlativo che pure chiamiamo provvidenziale".

Per Montini "la storia italiana del secolo scorso ha in se stessa elementi indicativi, che possiamo ritenere sicuri, per convincerci della sua trascendente razionalità". Essa infatti, nella convinta asserzione dell'arcivescovo di Milano, "realizza un disegno, che, per vederlo ora, è l'interpretazione giusta delle condizioni e dei bisogni d'un popolo; lo realizza con una rapidità che ha del prodigioso, e acquista subito una consistenza che persuade tutti essere definitiva".

Certamente la cristiana fiducia di Montini nei misteriosi e talvolta bizzarri interventi con cui la Provvidenza divina orienta le vite umane e governa la storia, era condivisa anche dal Papa, Giovanni XXIII. Proprio ripensando a quell'Unità nazionale conquistata a spese dello Stato pontificio e del potere temporale del papato, Angelo Roncalli osservava come, mentre con lo scorrere del tempo scolorisce ogni cosa, "la Storia tutto vela e tutto svela".

Sarebbe stato però Montini a pronunciare quello che ancora oggi possiamo indicare, senza alcuna esitazione, come il più elevato tributo all'epopea risorgimentale mai espresso da un ecclesiastico e più in generale da un intellettuale cattolico. Nei "fatti del Cinquantanove", e complessivamente in tutte le vicende che condussero all'unità d'Italia, l'arcivescovo di Milano aveva scorto "l'epilogo di una storia secolare, che fra le cento grandezze della sua gente, mancava di quella nazionale e politica; d'una storia che pure aspirò e soffrì e pianse per secoli sognando la sua unità e la sua libertà, e per secoli lacerò la prima, contraddisse la seconda, finché arrivò l'età che per veggenza di alcuni, per coraggio di molti, per esultanza di tutti doveva inverarle".

Se evidentemente non possono sfuggire il tono e il significato altamente patriottico delle affermazioni di Montini - che in maniera più pacata e analitica verranno da lui stesso nuovamente riprese in altri interventi successivi, tra i quali il più noto e citato è il discorso pronunciato in Campidoglio a Roma, alla vigilia del Concilio - tuttavia bisogna precisare che il suo interesse per le vicende del Risorgimento italiano non fu estemporaneo e sollecitato dalle contingenze storico-politiche del momento, ma aveva radici molto profonde e si nutriva di motivazioni ben più solide e remote.

Fu innanzitutto l'ambiente familiare a Brescia, dove il padre Giorgio, esponente di punta del locale movimento cattolico, svolgeva la sua attività giornalistica, a suscitare nel giovane Battista l'attenzione, rimasta poi immutata e costante nel corso della vita, per gli eventi della politica nazionale. La nonna paterna, Francesca Buffali, che il nipote affettuosamente definiva "politica di prima forza", si mostrò sempre appassionata alle vicende del Paese; proprio durante le battaglie del 1859 prestò un'intensa opera di soccorso ai feriti e per il suo assiduo impegno ricevette gli elogi del garibaldino Nino Bixio. Suo marito Lodovico, il nonno paterno scomparso prematuramente, che quindi Battista non poté conoscere, si era invece arruolato volontario tra i bresciani che, nel 1848, nel corso della Prima guerra d'indipendenza, erano insorti contro gli austriaci.

Inoltre la generazione a cui apparteneva Giovanni Battista Montini, nata quasi all'alba del nuovo secolo, dovette affrontare e subire la prima guerra mondiale, divampata nel 1914, a cui anche l'Italia partecipò a partire dall'anno successivo. Molti di quei giovani, soprattutto nelle regioni del Nord Italia, intesero quel conflitto - incitati in questo senso da una ovvia e insistente propaganda nazionalistica - come si trattasse di una quarta e ultima guerra d'indipendenza, necessaria per completare l'unità d'Italia e liberare le terre rimaste irredente. "A casa e a scuola si parlava spesso della guerra del Cinquantanove. I nostri genitori, i nostri insegnanti avevano combattuto le battaglie del 1859 per liberare i nostri Paesi dagli occupanti austriaci e ora toccava a noi difendere la Patria" - mi raccontò una volta, ricevendomi, l'ultimo reduce della prima guerra mondiale, coetaneo di Montini e lombardo come lui, scomparso ultracentenario qualche anno fa, trasmettendomi, con i suoi ricordi, una diretta testimonianza di quei lontani avvenimenti.

Pure il fratello maggiore di Montini, Lodovico fu chiamato al fronte. Battista invece fu dichiarato inabile al servizio militare, ma seguì con trepidazione ogni evento della guerra, commuovendosi per la conquista di Gorizia, soffrendo per la disfatta di Caporetto - annoverata da lui tra "le sventure d'Italia" - e giungendo, in alcuni momenti di sconforto, a temere anche per le sorti della sua Brescia. "Li seguo - scriveva Montini nel 1916, durante il secondo anno di guerra - li seguiamo tutti i nostri soldati e al di sopra di ogni ricreazione, in fondo a ogni chiasso sta il pensiero di loro, pensiero d'amore, di gratitudine, di compassione, di preghiera".

Il 4 novembre 1921, nel terzo anniversario della conclusione di quel conflitto, da cui l'Italia era uscita infine vittoriosa, Montini, insieme al padre Giorgio, assistette a Roma ai solenni onori tributati alla salma del Milite ignoto, traslata dai luoghi di battaglia e trionfalmente deposta al Vittoriano e ne riportò una vivissima impressione: quella imponente manifestazione di popolo, in cui aveva ravvisato "uno spettacolo d'esaltazione nazionale" era stata per lui "ciò che di più grandioso si poteva immaginare".

E ancora l'anno successivo, nel dicembre del 1922, scrivendo sulle pagine de "La Fionda" - periodico studentesco bresciano, di cui era stato tra i fondatori nel 1918 - Montini, ricordando i vinti incolpevoli di Caporetto, ("non traditori" - puntualizzava don Battista, nel frattempo divenuto sacerdote) acclamava "la dignità civile e militare" del Paese.

Alla luce di quanto detto, possiamo allora, senza alcun dubbio o remora, additare in Giovanni Battista Montini un vero patriota? Certamente. Egli stesso lo ammise nei suoi scritti, riconoscendosi tale sotto lo stimolo degli eventi e ispirato dalla tradizione familiare. Sembra tuttavia opportuno precisare meglio quale fosse il reale significato e l'autentica portata di questo sincero e radicato amor di patria. È plausibile infatti cogliere nell'esperienza e nelle espressioni verbali di Montini i tratti di un vero e proprio patriottismo cattolico che, in ogni suo aspetto, rivela e conferma un'acuta e mai tacita passione civile.

In un articolo, pubblicato su "La Fionda" nel settembre del 1923 - ed emblematicamente intitolato Osservazioni elementari sul patriottismo - Montini sosteneva la "necessità morale del patriottismo", mettendo però in guardia da un distorto abuso di questo spontaneo e lodevole sentimento, e dal rischio - particolarmente evidente in quel delicato frangente storico, mentre andava consolidandosi il governo di Mussolini - di concepire la patria "come l'unica patria del mondo". Diversamente, solo il patriota cattolico, orientato dal supremo comandamento evangelico della carità, "amando la patria" - proseguiva Montini - non rinunciava "ad amare l'umanità intera e ad abbracciarla in un sentimento fraterno di unione e solidarietà".

Fu proprio in quegli anni, tra il 1921 e il 1923, che il giovane don Battista si dedicò con una passione - tanto profonda quanto ancora oggi sconosciuta - agli studi sul Risorgimento italiano. Inviato, giovane sacerdote, a perfezionare la sua preparazione a Roma, dove risiedeva al Seminario lombardo, gli venne consentito (tramite una particolare dispensa), oltre ai corsi filosofici seguiti presso la Pontificia Università Gregoriana, di iscriversi, nell'anno accademico 1920-1921, al primo anno della facoltà di Lettere dell'università statale di Roma, La Sapienza. Lì Montini, accanto alle obbligatorie lezioni di letteratura italiana, latina e greca, frequentò soprattutto i corsi delle discipline storiche, le uniche di cui avrebbe conservato, per tutta la vita, appunti e annotazioni.
Ma ancor più che dalla storia antica e moderna, il sacerdote bresciano è conquistato dal corso di Storia del Risorgimento, partecipando assiduamente alle lezioni ed esercitazioni della disciplina, che intendeva seguire per un biennio, e maturando il pensiero di svolgere la sua tesi di laurea proprio in questa materia. Titolare del corso era Michele Rosi - per il quale Montini nutrì sempre una profonda stima, tanto da fargli riservare, alcuni anni dopo, sulle pagine della rivista della Fuci "Studium", un "tributo d'ammirazione" - il quale interpretava il Risorgimento non come un movimento guidato dalle élite, ma come un grande avvenimento di popolo, che aveva dato un contributo decisivo alla formazione dell'Italia contemporanea.

Il giovane sacerdote desiderava comunque soffermare la sua attenzione sul tema dell'influenza religiosa nelle vicende risorgimentali. Nei suoi appunti manoscritti infatti Montini esprimeva alcune chiare esigenze: innanzitutto, con genuina sensibilità storica, manifestava "il desiderio di uscire dalla polemica e studiare i fatti" poi, di seguito "il desiderio di conoscere come fu possibile l'origine di forti correnti antireligiose (anticlericali)", e ancora "come si comportò il pensiero religioso - se contribuì in qualche misura ai fatti del Risorgimento". Montini rivelava inoltre il suo maturo interesse e la sua volontà di "studiare la relazione tra la politica italiana (dello Stato e della Chiesa) colla Religione", ma precisava anche che questo studio non avrebbe dovuto essere limitato alla politica ecclesiastica o all'influenza della religione nella sfera pubblica.

Più importante per lui era invece comprendere "la religione come fattore psicologico, morale, sociale della vita italiana nel secolo XIX". In queste pagine giovanili trapela anche il giudizio, altrettanto interessante, che Montini dava sull'"imparzialità" dello storico: "non basta stabilire i fatti", osservava in merito il giovane studente, poiché "se la storia è scienza e ha una funzione comunque educatrice, deve giudicare i fatti". E, a suo parere, pure l'analisi della "questione religiosa studiata nella storia", a cui egli si dimostrava particolarmente sensibile, non doveva essere intesa come specialistica e settoriale, ma - citando come esempio la poderosa Histoire religieuse de la Révolution française pubblicata tra il 1909 e il 1923 da Pierre De La Gorce in cinque volumi - poteva divenire un efficace punto prospettico per "lumeggiare una sintesi storica" anche sul Risorgimento italiano.

È dunque possibile riconoscere, o almeno intuire, nelle vicende risorgimentali "una trama, una storia religiosa"? Montini cercò di rispondere a questo suo incalzante interrogativo con le riflessioni espresse a margine degli appunti sul corso. Ma, se col termine Risorgimento si è soliti definire "la formazione storica dell'unità politica (stato) del popolo italiano (nazione-territorio)", tali avvenimenti non potevano evidentemente essere letti come una storia religiosa.

Tuttavia, insisteva Montini, se per altri eventi come la storia delle crociate o la guerra dei Trent'anni, era di fondamentale e imprescindibile importanza considerare il fattore religioso, anche nell'analisi del processo risorgimentale italiano diventava lecito avvistare perduranti "influenze, dirette o indirette" di carattere religioso e questo poteva avvenire, a suo parere, essenzialmente per due motivi: perché molti tra i protagonisti di quelle vicende "professavano sentimenti religiosi" (e, in questo senso, egli avrebbe tentato di approfondire "l'idea di Dio" anche in Mazzini); ma ancora di più perché - continuava il giovane sacerdote bresciano - "la popolazione italiana è cristiana". Anche il temuto anticlericalismo, "posizione di contrasto", cui pure fu soggetta la campagna risorgimentale, per Montini - che nell'esprimere questo giudizio si richiamava ad alcuni studi recenti di Arturo Carlo Jemolo, dimostrando così un'approfondita e ammirevole conoscenza del già poderoso dibattito storiografico sull'argomento - palesava in fondo, "per correlazione", la tendenza opposta.

Ma vi è ancora un altro punto nelle osservazioni sul Risorgimento del giovane Montini che merita particolare attenzione. Egli si proponeva infatti di "studiare le idee vive del Risorgimento" distinguendole da quelle che concepiva come "idee morte o latenti". Se tra le prime annoverava quelle idee "che hanno influenza attiva nella politica di un popolo, quantunque spesso inconsapevolmente possedute", e dunque "l'idea socialista - neocristiana - nazionalista", ancora più interessante è rilevare come per idee morte del Risorgimento italiano - cioè, specificava Montini "quelle che storicamente, di fatto non funzionano più" - egli si riferisse esclusivamente all'idea del "potere temporale, inteso come potere civile", dunque proprio quel potere sul quale si era retto per secoli lo Stato pontificio e che fu l'ultimo ostacolo all'unificazione nazionale italiana. Per comprendere meglio la valenza di queste convinzioni esposte con sicurezza dal sacerdote bresciano, bisogna rammentare che, in quegli anni, la questione romana non aveva ancora trovato rimedio, e ripensare anche a come simili e audaci posizioni, espresse molto tempo prima da alcuni religiosi e patrioti "conciliatoristi" - tra questi, padre Luigi Tosti, benedettino di Montecassino, luogo assai caro a Montini - furono duramente sconfessate dalle disposizioni pontificie.

Il giovane sacerdote intendeva dunque completare i suoi studi sul Risorgimento, predisponendo la tesi di laurea, e incentrandola presumibilmente proprio su questi argomenti da lui prediletti e approfonditi. Nell'anno accademico successivo continuò infatti a seguire le lezioni di Rosi il quale avrebbe trattato, come si evince dai quaderni della materia, ordinatamente custoditi da Montini, "l'esame dal 1861 al 1870 sulla questione romana". Nel marzo del 1923 invece don Battista, già avviato al servizio diplomatico, dovette definitivamente, e con grande rammarico, interrompere i suoi studi alla Sapienza per completare quelli filosofici e giuridici nelle università pontificie.
Montini, come si è già detto in apertura, tornerà ancora a commemorare in ripetute occasioni, anche da Pontefice, gli eventi che condussero all'unità d'Italia. E, forse, anche le antiche riflessioni giovanili, qui richiamate, aiutano a comprendere il senso più autentico di quella incontestabile passione civile con cui Giovanni Battista Montini - in maniera trepidante e tuttavia discreta - seguì e amò sempre la nazione italiana.

(©L'Osservatore Romano - 6 agosto 2010)


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