La civiltà paleocristiana in Gran Bretagna. E la croce attraversò la Manica, di Fabrizio Bisconti

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 25 /09 /2010 - 14:44 pm | Permalink
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Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 15/9/2010 un articolo scritto da Fabrizio Bisconti. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (25/9/2010)

Sono circolate numerose leggende, sin dal medioevo, secondo cui il cristianesimo sarebbe approdato precocemente in Gran Bretagna, facendo, addirittura, riferimento all'età apostolica e chiamando in causa, quali evangelizzatori, i principi degli apostoli o, anche, Giuseppe d'Arimatea che - sempre secondo complesse affabulazioni leggendarie - avrebbe portato nell'isola alcune gocce del sangue di Cristo.

Sebbene le fonti patristiche e, segnatamente, Tertulliano e Origene, facciano cenno a una cristianizzazione già in corso nel III secolo, la prima notizia attendibile circa un'organizzazione gerarchica di una Chiesa britannica può essere riferita al 314, in occasione del concilio antidonatista di Arles, al quale parteciparono tre vescovi, un sacerdote e un diacono: Eborius episcopus de civitate Eboracensi provincia Britannia, Restitutus episcopus de civitate Londiniensi provincia suprascripta, Adelphius de civitate Colonia Londiniensium. Exinde sacerdos presbiter, Arminius diaconus.

Il IV e il V secolo furono attraversati dall'affaire pelagiano, il cui pensiero sembra proprio avere origine nell'isola se, Pelagio, secondo la tradizione, nacque in un non meglio identificato centro britannico intorno al 350. Per affrontare e combattere il pensiero pelagiano furono inviati nell'isola Victricius vescovo di Rouen tra il 385 e 410, Germano di Auxerre e Lupo di Troyes, rispettivamente nel 429 e nel 445.

Nel 597, Papa Gregorio inviò i monaci Agostino e Lorenzo di Sant'Andrea al Celio per convertire al cristianesimo le tribù anglosassoni, che iniziarono la loro faticosa opera dal Kent che, com'è noto, rappresenta il territorio più precocemente romanizzato. In questo frangente, il re Ethelbert, già convertito dal monaco Agostino, sposò, alla fine del VI secolo, la principessa francese cristiana Berta, il che contribuì alla diffusione del cristianesimo, per il tramite della civiltà franca, che, in quel tempo, costituiva il centro di irradiazione della cultura barbarica d'Occidente.

Tutte queste notizie provengono dalla preziosa testimonianza di Beda il Venerabile (Historia Ecclesiastica gentis Anglorum, I, 17-25), che ricorda come tutte le operazioni della difficile cristianizzazione delle genti della Gran Bretagna da parte dei monaci romani avvennero grazie alla mediazione di interpreti francofoni, voluta proprio dal Pontefice.

Il VII secolo fu costellato di concili, voluti per regolare i rapporti della Chiesa locale con quella romana, specialmente per quanto attiene la questione della celebrazione della Pasqua. Un primo concilio si tenne nel 603 a Worcester e, nonostante gli sforzi del monaco Agostino, prevalse la linea britannica, che preferiva celebrare la Pasqua alla maniera ebraica; un secondo concilio organizzato nel monastero femminile di Whitby nel 664, avvicinò la posizione degli inglesi verso la Chiesa di Roma, sia per quanto attiene la Pasqua, sia per quel che riguarda le altre tradizioni liturgiche ed ecclesiastiche. Il 15 febbraio del 672, l'arcivescovo di Canterbury Teodoro organizzò un grande concilio a Herford, dove si sancì solennemente che la Chiesa d'Inghilterra doveva seguire i riti romani e abbandonare quelli celtici.

Non è facile datare e definire i più antichi edifici di culto della Gran Bretagna, fatta forse eccezione per la chiesa domestica di Lullingstone che, però, merita una riflessione particolare. Resti di chiese urbane sono state intercettate, comunque, a Canterbury, a Lincoln, a Richborough, a Silchester, a Saint Albans, mentre edifici funerari suburbani sono attestati ancora a Canterbury, a Colchester, a Londra, a Saint Albans e, infine, oratori privati, oltre a quello citato di Lullingstone, sono stati individuati a Frampton e Hinton Saint Mary nel Dorset.

Le più antiche chiese irlandesi, come quella di Kildare, riferibile al VII secolo, sono scomparse, in quanto interamente costruite in legno, mentre quelle in pietra si riferiscono già al IX secolo. Resti più consistenti sono rimasti per quanto attiene i monasteri e gli eremi irlandesi di Nendrum, di Clonard, di Skellig Michael, di Inishmurray.

Un discorso a parte merita la Scozia. Se collochiamo nella leggenda la notizia secondo cui Papa Vittore, nel 203, inviò alcuni evangelizzatori in questa terra, la prima testimonianza attendibile relativa alla cristianizzazione della regione risale al IV secolo, quando san Ninian, nato nel 360 nel sud-ovest della Scozia, si recò a Roma dove fu consacrato da Papa Siricio. Agli esordi del V secolo egli tornò nella sua terra e fece erigere il primo edificio di culto a Withorw, dove fu sepolto (Venerabile Beda, Historia Ecclesiastica gentis Anglorum, III, 4).

Di lì a poco, nel 432, l'irlandese Palladio continuò l'ardua operazione di cristianizzazione di quella terra estremamente ostile rispetto a ogni tentativo di evangelizzazione. Oltre un secolo più tardi, verso gli anni Sessanta del VI secolo, approdò nell'isola di Iona, di fronte alla costa sud occidentale della Scozia, il famoso Columba insieme ad alcuni seguaci che lo avevano già aiutato a fondare altri monasteri in Irlanda.

Mentre Columba erigeva il più importante centro monastico della Gran Bretagna che assurse alla dignità abbaziale, e si preoccupò di cristianizzare i Pitti del nord, Kentigern, vescovo di Glasgow, diffuse il cristianesimo nelle terre sud occidentali e Cuthbert si preoccupò di quelle orientali. Il monachesimo celtico della Scozia mostrava tutte le peculiarità della chiesa tribale eremitica, austera e poco propensa ad accettare le tradizioni romane, che si diffusero solo nell'VIII secolo, per volontà del vescovo di Iona Adamnan e del re dei Pitti Naiton.

L'arte cristiana si diffonde in Gran Bretagna specialmente attraverso i codici miniati, tra i quali risulta estremamente originale e antico quello di Cathach di Saint Columba, che ancora non mostra contatti con l'arte continentale, ma vanno ricordati anche l'Evangeliario di sant'Agostino, il libro di Durrow, il Codex Amiatinus, l'Evangeliario di Lindisfarne, il Libro di Kells.

Celebri risultano anche le sculture, con speciale riguardo per quelle decorate e, segnatamente, quella di Reculver, quella di Ruthwell, quella di Bewcastle, quella di Ahenny e quella di Aberlemno. Particolarmente raffinata appare, infine, la lavorazione dei metalli, a cominciare dalle diciotto vasche in piombo per il battesimo rinvenute in tutta la Gran Bretagna e alcune riferibili addirittura al IV secolo.

L'isola propone, infine, un numero davvero ragguardevole di tesori in metalli preziosi, a cominciare da quello di Mildenhall, nel Suffolk, scoperto nel 1942 e riferibile al tardo IV secolo, costituito da trenta pezzi d'argento, tra i quali emergono un celebre piatto (dal diametro di sessanta centimetri per otto chilogrammi di peso) e alcuni cucchiai con cristogrammi e le lettere apocalittiche alfa e omega. Altri tesori sono stati rinvenuti a Trafrain Law presso Edimburgo nel 1919, con 150 pezzi d'argento; a Water Newton nel 1975, con trenta oggetti liturgici; a Hoxne nel Suffolk nel 1992, rappresentato da un vero e proprio deposito di 565 solidi aurei, 14.000 monete d'argento, 200 oggetti in oro e in argento.

Tutti questi tesori si riferiscono a un periodo piuttosto precoce, che oscilla tra il IV e il V secolo, e rappresentano la testimonianza archeologica e storica più concreta di una cristianizzazione piuttosto antica dell'intero territorio britannico che, sostanzialmente, viaggia a "due velocità": da una parte la nuova fede si diffonde attraverso l'opera sistematica e austera dei monaci e dall'altra per il tramite della più ricca aristocrazia, ma anche della più elevata gerarchia ecclesiastica.

Questi due vettori della evangelizzazione dimostrano un progetto estremamente capillare volto a raggiungere tutti i livelli di una popolazione estremamente legata alle proprie tradizioni religiose e, dunque, più restia ad abbracciare una nuova fede. Furono specialmente i monaci, i re, i vescovi, i notabili, i missionari, i franchi e gli inviati della Chiesa romana a diffondere la nuova dottrina in una terra lontana eppure pronta ad aprire le orecchie e il cuore alla parola folgorante di Cristo.

(©L'Osservatore Romano - 15 settembre 2010)

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Per altri testi sulla storia del cristianesimo vedi la sezione Storia e filosofia. La vicenda umana.