La basilica di Sant'Agostino in Campo Marzio in Roma: Sant’Agostino ed il desiderio, di Andrea Lonardo e Andrea Coldani

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 20 /10 /2010 - 17:16 pm | Permalink
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Mettiamo a disposizione la trascrizione del I incontro dedicato a sant’Agostino del corso sulla storia della chiesa di Roma proposto dall’Ufficio catechistico di Roma, tenutosi il sabato 14/3/2009, presso la basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio.
Il calendario dei successivi incontri del corso è on-line sul sito dell’Ufficio catechistico della diocesi di Roma www.ucroma.it. Il testo è stato sbobinato dalla viva voce dell’autore ed è stato poi radicalmente risistemato, pur conservando lo stile informale della relazione stessa.

Le trascrizioni dei precedenti incontri sono on-line nella sezione Roma e le sue basiliche. Le foto che illustrano l’itinerario descritto in questo testo sono on-line nella Gallery Sant'Agostino in Campo Marzio. La trascrizione del II incontro su Sant'Agostino è on-line al link La basilica di S. Aurea ad Ostia antica e gli scavi della città: sant’Agostino, il peccato e la grazia, di Andrea Lonardo. Sulla Madonna dei Pellegrini, vedi anche La Madonna dei Pellegrini di Caravaggio nella basilica di Sant'Agostino in Roma: dalla leggenda alla realtà storica, di Andrea Lonardo.

Il Centro culturale Gli scritti 20/10/2010

Indice

I/ La Madonna dei Pellegrini del Caravaggio, di Andrea Coldani

Come aperitivo di questo incontro sul desiderio in S. Agostino, ci fermiamo a contemplare la Madonna dei pellegrini, dipinta dal Caravaggio. Presentandola voglio solo stuzzicare il “palato della nostra mente”. Troppi ancora oggi pensano che credere significa, in un modo o nell'altro, sacrificare la propria umanità ed i propri desideri. Agostino non sarebbe stato d'accordo, Caravaggio nemmeno e così tutti noi.

Michelangelo Merisi da Caravaggio (1571-1610), infatti, è uno che il desiderio di vita l’ha sperimentato in maniera molto passionale e i suoi quadri ce lo testimoniano molto bene anche a distanza di tempo.

Vogliamo avere occhi solo per questa Madonna dei pellegrini o di Loreto (olio su tela, cm 260x150, 1604-1606, Roma, Sant’Agostino, cappella Cavalletti).

Caravaggio sembra volerci offrire una chiave di lettura: il desiderio è come una medaglia dove l’altra faccia si chiama mendicanza. La mendicanza è via d’accesso al desiderio.

Con i frutti del lascito del ricco notaio bolognese Ermete Cavalletti, morto il 21 luglio 1602, la nobildonna Orinzia de' Rossi, vedova ed esecutrice testamentaria del marito, commissionò al Caravaggio la tela per la cappella che la famiglia aveva acquistato nella Chiesa di Sant’Agostino. Ci informa Giovanni Baglione (1566-1643 pittore e biografo di artisti italiani che ebbe in vita contrasti col Merisi) che una volta posto il quadro sull’altare “da popolani ne fu fatto estremo schiamazzo”, espressione della quale gli studiosi danno una duplice interpretazione:

-schiamazzo come sdegno e riprovazione, a motivo delle due figure di pellegrini rappresentate con i piedi nudi e sudici

-schiamazzo come ovazione ed approvazione, perché l’aderenza al vero e la naturalezza della scena affascinarono il popolo che s’immedesimava nell’opera, la sentiva a lui vicina, sua, venendone quasi consolato.

Appoggiandosi su Giovanni Battista Agucchi, teorico dell’arte di fede del tempo, si può affermare che il fatto che i padri agostiniani mantennero il quadro nella cappella per la quale era stato eseguito è una riprova che lo “schiamazzo” vada interpretato in senso positivo.

Caravaggio sovverte i canoni dell’iconografia tradizionale della Vergine Lauretana, annulla ogni distanza, mostrandoci un’attraente umanità anticonvenzionale e antiaccademica pur rifacendosi ad un modello statuario classico e prendendo qualcosina dai modello tizianeschi - balza all’occhio il rosso vellutato presente nel corpetto della Madonna.

Maria una splendida donna[1] si affaccia alla porta di casa, o meglio alla porta della chiesa. Porta in braccio il Bambino, un Gesù bambino già cresciuto, un vispo ragazzetto tra il diffidente e l’incuriosito. E noi ci riconosciamo nei due pellegrini, in un uomo sbracato dai piedi sporchi e nudi e in un’anziana donna dalla cuffia sudicia e sdrucita, vivissimo particolare di grande umanità che provocherà da parte del Baglione un’ennesima accusa di mancanza di decoro: con loro ci inginocchiamo in adorazione.

La nostra umanità non è vestita a festa, ma rappresentata nella sua mirabile concretezza. Abolita è ogni distanza tra divino ed umano: le mani del pellegrino che sfiorano il piedino di Gesù, ricordano lo sfiorarsi di indici di michelangiolesca memoria. Sei tu, o Maria, che vieni incontro alla nostra umanità, che col capo ti protendi; prima ancora che noi entriamo in chiesa, vieni fuori tu col bambino, rispondi prima ancora che noi domandiamo: “la tua benignità non pur soccorre/ a chi dimanda, ma molte fiate/ liberamente al dimandar precorre!”.

La composizione si distende armoniosa lungo la diagonale che parte in alto a sinistra dalla testolina del Bambino, scende attraverso il braccino e i piedini, per raggiungere le mani giunte ed il volto del pellegrino, attraversarne il corpo proteso e fermarsi nel suo sporco piede, che ha l’alluce giusto nell’angolo in basso a destra.

Caravaggio è stato geniale nel mettere in moto il nostro sguardo attraverso un gioco di luci ed un ventaglio di linee.

L’uso sapiente della luce divide il quadro in due blocchi, annullata sì ogni distanza ma fa salve comunque alcune differenze: il blocco statuario della Vergine con il Bambino di una notevole vitalità carnale dove la luce rende la pelle levigata e i panni serici e per contrasto il blocco dei pellegrini dalla pelle rugosa e dagli abiti sudici. Caravaggio pone la Madonna e il Bambino sopra un gradino, come in una nicchia.

Un ventaglio di linee che vanno da sinistra verso destra, in stroboscopico movimento, mette in comunicazione i due blocchi: la diagonale che va dal bambino al pellegrino appunto; poi la verticale dello stipite, il bastone dell’uomo, l’altro bastone dell’anziana donna. È come una grazia che a ventaglio ci raggiunge. Noi possiamo solo mendicarla.

È questa la strada del desiderio: uno sguardo non distratto che riconosce in un incontro un gusto diverso, inaspettato, che mai avremmo potuto immaginare così pieno. Per questo si ferma, lo accoglie, vi corrisponde fino a diventarne tutt’uno con esso.

II/ Sant'Agostino e il desiderio, di Andrea Lonardo

II.1/ Sant'Agostino e Roma: perché la scelta di questo luogo per un incontro sul santo di Ippona

Ho scelto questo luogo per il primo incontro dedicato a Sant'Agostino per tre motivi.

Il primo è che questo complesso è dedicato a lui ed ospita la curia generalizia dei padri agostiniani, che vivono ancora della regola che Sant'Agostino scrisse per sé e per i suoi fratelli.

Il secondo è che Agostino certamente passeggiò più volte per le vie di Roma e certamente anche in Campo Marzio - già Giulio Cesare aveva spostato in Campo Marzio l'antico comitium che originariamente era dinanzi alla Curia del Senato ed, ai tempi di Agostino, gli edifici importanti di Roma non erano più solo nella zona dei Fori.

Roma era ovviamente ai suoi tempi molto diversa da come è oggi. Se avessimo potuto utilizzarla per questo incontro, una sede appropriata per questo incontro sarebbe stata proprio la Curia del Senato, dove Agostino, che a quel tempo era un retore in carriera, sicuramente avrà passato molto del suo tempo insieme ai senatori, alcuni dei quali lo avevano anche scelto come insegnante dei loro figli. Non conosciamo, invece, precisamente né in quale edificio egli abitò, né dove risiedevano i manichei romani che gli offrirono ospitalità e che egli dovette frequentare nel corso della sua prima residenza romana

La Roma di Agostino era, pressapoco, la Roma costantiniana, non ancora sconvolta dal primo sacco dei barbari che avvenne nel 410, quando Agostino era già tornato in Africa.

Il senato, allora, aveva ancora la sua sede nell'urbe - anche se ne esisteva uno anche a Costantinopoli, dove di fatto era stata trasferita la capitale - e teneva ancora le sue riunioni nella Curia che è ai Fori imperiali. Anzi, proprio nell'anno 384, mentre Agostino era a Milano, scoppiò la famosa disputa fra Ambrogio e Simmaco sulla statua della Vittoria che Simmaco voleva fosse nuovamente posta nella Curia del Senato.

La disputa mostra che Simmaco non era per niente un campione della tolleranza come abitualmente lo si vuole dipingere a partire dalla famosa frase «non per una sola via si può pervenire ad un Mistero così grande [cioè quello della divinità]» (Relationes II 10), bensì era un sostenitore del fatto che il culto pagano dovesse tornare ad essere culto di stato e che gli imperatori, sebbene cristiani, dovessero continuare a foraggiare economicamente il sacerdozio pagano ed officiare i culti con sacrifici di animali agli dèi di Roma, sostenendo che l'indebolimento dell'impero derivava proprio dal fatto che gli dèi non ricevevano più il tributo necessario, prescritto dalle antiche tradizioni pagane[2].

Simmaco, cugino di Ambrogio vescovo di Milano[3], era praefectus urbis a Roma. Per un paradosso della storia provvidenzialmente guidata da Dio, fu proprio lui, che lottava contro Ambrogio per cercare di riportare i culti pagani a Roma, a sostenere la candidatura di Agostino perché divenisse a Milano professore di retorica, perché pensava forse di trovare in lui, che era ancora manicheo, un aiuto presso l'imperatore contro i cristiani[4]! Senza Simmaco, Agostino non avrebbe mai conosciuto Ambrogio e non sarebbe divenuto cristiano.

Il confronto fra paganesimo e cristianesimo doveva essere ancora molto vivo e le Confessioni, che non ricordano la polemica sull'Ara della Vittoria, ricordano invece che Simpliciano - il prete che ebbe un ruolo decisivo nella conversione di Agostino perché lo ascoltò e lo consigliò nel momento in cui quest'ultimo stava per divenire cristiano - fu a Roma testimone della conversione del filosofo pagano Mario Vittorino.

Proprio Simpliciano raccontò ad Agostino della decisione di Vittorino di proclamare il Simbolo di fede dinanzi a tutto il popolo, in un luogo che può essere identificato con sicurezza con la basilica di San Giovanni in Laterano (Confessioni VIII,2,3-5). Su questo episodio torneremo poi.

Agostino era giunto a Roma da Cartagine, l'odierna Tunisi, nell'anno 383, quando aveva circa 29 anni, per fare carriera come retore. Vi restò fino all'anno successivo nel corso del quale si trasferì a Milano, quando Simmaco lo propose come professore di retorica. Agostino aveva preferito Roma a Cartagine, perché, come egli stesso scrive, gli studenti del capoluogo africano non avevano alcun rispetto della disciplina e degli insegnanti e la scuola non riusciva pertanto ad essere veramente formativa, mentre gli era stato assicurato che la situazione dell'insegnamento a Roma era molto migliore.

Nell'urbe, invece, incontrò un diverso problema scolastico: gli studenti, in prossimità della fine dell'anno, si ritiravano e passavano ad un nuovo insegnante per esimersi dal pagare i compensi del docente che li aveva accompagnati nel corso dell'anno.

Che la situazione culturale di Roma fosse scadente è testimoniato anche da uno storico, Ammiano Marcellino, giunto anch'egli a Roma dalla provincia: egli ricorda come a Roma le biblioteche sembrassero “chiuse come le tombe” e riferisce il fatto che, nei momenti di recessione economica, si preferiva licenziare “gli insegnanti delle arti liberali” e trattenere 3000 danzatrici per i propri divertimenti (Res gestae XIV 6.1) - la situazione non sembra diversa da quanto anche oggi avviene in merito ai bilanci delle TV nazionali ed, in genere, delle spese per attività culturali, dove l'intrattenimento la fa da padrone!

Proprio le Confessioni raccontano della forza di seduzione che avevano ancora i giochi del circo, quando riferiscono che Alipio, l'amico che proprio Agostino aveva sottratto a Cartagine al fascino dei giochi gladiatori, arrivato a Roma poco prima del suo maestro si era lasciato nuovamente trascinare dall'ebbrezza degli spettacoli cruenti del Colosseo (Confessioni VI, 8.13). Sui giochi ed il loro fascino torneremo più avanti.

Agostino fu spinto a cercare i favori di Simmaco per farsi concedere il trasferimento a Milano, perché Roma non gli permetteva quella promozione professionale che si aspettava. Infatti, non solo Costantinopoli era ormai più importante di Roma, ma lo era anche Milano che era stata scelta dagli imperatori d'occidente come luogo della loro residenza.

Agostino tornò poi nuovamente a Roma a trentatré anni circa, nel 387, pochi mesi dopo il suo battesimo, sulla via del ritorno in Africa. Egli era ridisceso nel Lazio per imbarcarsi con i suoi amici, divenuti cristiani, per ritirarsi a vita monastica a Tagaste. Ma i porti erano bloccati dall'usurpatore Massimo che si era ribellato all'imperatore Teodosio, che a Costantinopoli si stava preparando per affrontarlo e sconfiggerlo.

Nell'attesa della partenza per Cartagine, Agostino abitò così per diversi mesi ad Ostia, quando morì la madre Monica, come vedremo meglio nel secondo dei nostri due incontri dedicati alla sua figura. Morta la madre, Agostino da Ostia si trasferì nell'urbe fino alla metà del 388, quando finalmente poté imbarcarsi e raggiungere di nuovo Cartagine e poi Tagaste. In questo secondo periodo romano Agostino, ormai pienamente cristiano, certamente visitò le grandi basiliche che esistevano già dai tempi di Costantino: San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme e San Pietro - ma non vi è dubbio che si sarà recato in esse già nei mesi della sua prima permanenza in Roma.

Il secondo motivo, dunque, che rende significativo questo luogo per parlare di Agostino è che siamo al centro della città di Roma. Stare in questo complesso ci permette di immaginare Agostino che passeggia per le vie della Roma imperiale, prima in compagnia di Simmaco e dei manichei, poi con i cristiani di Roma. Ma possiamo immaginare in giro per Roma anche Agostino che cerca di dissuadere Alipio dal recarsi al Colosseo e, alcuni anni prima, Simpliciano che assiste in San Giovanni in Laterano alla conversione di Mario Vittorino.

Il terzo motivo che ci riporta ad Agostino è ancora più diretto: questa chiesa custodisce le spoglie di Santa Monica, sua madre, che furono traslate in questa chiesa, al tempo di Callisto III (1455-1458), dopo essere state per un breve periodo in un'altra chiesa in via della Scrofa, San Trifone, dove erano state traslate dalla chiesa di Sant'Aurea al tempo di Martino V (1417-1431). Monica, insieme al marito Patrizio, non solo dette la vita fisica ad Agostino, ma - come riconobbe più tardi il figlio – fu decisiva nel suo nascere alla nuova vita, attraverso la sua costante preghiera di intercessione.

La mia relazione si svolgerà in due parti. Nella prima ripercorreremo le Confessioni, che ci presentano alcuni dati sulla vita di Agostino, ma anche la trama ideale della sua vita fino al suo ritorno in Africa - le Confessioni chiudono il resoconto autobiografico proprio con la morte di Monica ad Ostia e non raccontano nulla della vita di Agostino in Africa, come se a Roma si chiudesse un primo ciclo della sua vita. Nella seconda amplieremo agli altri scritti agostiniani la tematica del desiderio che emerge in maniera decisiva dalle Confessioni stesse.

II.2/ La vita di Sant'Agostino nelle Confessioni

Per conoscere la vita di Agostino non mancano le fonti. Possidio ne scrisse la vita, ma, prima di questa biografia, già lo stesso Agostino, in molti dei suoi scritti, ci ha lasciato dei riferimenti autobiografici. Sono, però, soprattutto le Confessioni, come abbiamo appena detto, a fornirci il racconto della sua vita dalla nascita fino alla morte di Monica ad Ostia, nel 387.

Le Confessioni sono un libro che Sant’Agostino scrisse a cavallo del secolo, in un periodo che viene posto dagli studiosi in una data oscillante fra il 397 e il 402 - la cronologia precisa è assai discussa -, comunque mentre era già vescovo di Ippona[5].

In filigrana è possibile rintracciarvi gli eventi esteriori della sua vita, ma ci si accorge subito che non è questa la loro finalità. A differenza di una normale autobiografia, le Confessioni non sono interessate a farci conoscere le tappe “fisiche” della sua vita, bensì l'itinerario della sua conversione e l'evoluzione del suo cuore.

Certo si viene a sapere - con l'aiuto anche delle altre fonti - che Agostino, nato nel 354 a Tagaste, l'odierna Souk-Ahras in Algeria, non venne battezzato, ma fu iscritto al catecumenato. Il nord Africa era allora da tempo sotto la piena influenza culturale dell'Impero romano e, quindi, pienamente appartenente alla cultura latina. Suoi genitori erano Patrizio, un pagano, modesto proprietario terriero, e Monica, una fervente cristiana.

Siamo pochi decenni dopo la svolta costantiniana e la vita di Agostino ci conferma nei dati che abbiamo già visto, parlando di Costantino. C'era stata certamente un'accelerazione nella cristianizzazione della società, ma molti erano ancora pagani (abbiamo già parlato di Mario Vittorino e di Simmaco a Roma, qui si può aggiungere che anche il padre di Agostino era pagano e si battezzò solo al termine della vita). Molti diventavano catecumeni - o venivano fatti catecumeni dai genitori - ma non venivano battezzati, perché altrimenti avrebbero dovuto aderire pienamente alla morale cristiana, ad esempio nel campo affettivo e, pertanto, preferivano differire l'ingresso definitivo nella fede.

Agostino venne mandato a studiare a Madaura, ritornò a Tagaste e di lì si recò a Cartagine, capitale della regione - è l'odierna Tunisi - all'età di circa diciassette anni per proseguire gli studi. L'anno successivo morì il padre ed Agostino prese con sé una concubina dalla quale, nel giro di un anno - Agostino aveva quindi circa 19 anni - ebbe un figlio che venne chiamato Adeodato.

Scoprì anche l'amore per la filosofia e la verità, leggendo un'opera oggi perduta di Cicerone, l'Ortensio. All'età di 21 anni circa tornò a Tagaste per insegnare. A 22 anni, alla morte di un amico carissimo, decise di tornare a Cartagine, dove continuò la sua maturazione professionale, vivendo come insegnante di retorica.

A 29 anni si imbarcò per Roma per lasciarla poi a 30 anni, quando fu nominato professore di retorica a Milano, nel 384.

II.3/ La novità delle Confessioni: confessare la grazia, confessare il peccato

Questi i dati “fisici” della sua storia. Ma le Confessioni parlano di altro. Parlano della storia del suo cuore, del trasformarsi del suo modo di vedere la vita, dei suoi sentimenti, della sua ricerca del bene e della felicità. Così già il genere stesso del libro è di una novità straordinaria: si racconta la storia del cuore umano, di un solo cuore umano. Agostino ritiene meritevole di un'opera il racconto dei cambiamenti avvenuti nel suo cuore.

Nell'antichità ci sono poche opere che possono essere considerate anche solo lontanamente simili alle Confessioni, come, ad esempio, l'opera di Marco Aurelio I pensieri a se stesso. Questo è estremamente indicativo: è proprio del cristianesimo l'aver manifestato la grande dignità ed insieme l'enorme problematicità dell’interiorità umana. È proprio con Agostino che questo appare pienamente. Nelle Confessioni, al di là dei dati storici della vicenda agostiniana, si descrive la storia interiore del cuore, dei sentimenti, degli affetti, delle paure, del peccato, della ricerca di Dio, dei desideri appunto.

Questo spiega il titolo dell'opera che si richiama ad un'espressione che vi ricorre più volte: Agostino “confessa” a Dio o “confessa” ai suoi lettori i propri sentimenti, i propri pensieri.

Nell'opera confessio ha un duplice significato: implica certamente la confessione del peccato, ma soprattutto la confessione della lode di Dio. Le Confessioni sono quindi un libro nel quale Agostino loda Dio per l'opera con cui lo ha trasformato interiormente. Si vede qui immediatamente come le Confessioni si possano certamente considerare un'opera di analisi esistenziale, ma, questa analisi non è autoreferenziale: la vita umana è letta e vista in profondità alla presenza di Dio. Anzi è proprio questa presenza che permette ad Agostino di scavare nel suo intimo.

Lo si vede bene fin dalle prime parole delle Confessioni: «Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile. E l'uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l'uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti» (Confessioni I,1.1)[6].

Le Confessioni sono, quindi, una lode a Dio da parte di un uomo che non è, di per sé, all'altezza di lodarlo, ma viene chiamato da Dio stesso ad elevare questa lode. Ed, infatti, subito dopo Agostino si domanda se viene prima il conoscere Dio o l'invocarlo, perché si ha bisogno di Lui. Cosa nasce prima: la scoperta del proprio peccato o la consapevolezza che tutta la vita non può che essere un inno di ringraziamento a Dio per i doni di cui ci ha colmato?

Agostino non risponde alla domanda, proprio perché vuole sottolineare come solo la grazia rivela il peccato insieme al perdono di esso e come, d'altro canto, proprio il malessere che il peccato genera in noi è vero anelito alla grazia. Insomma, il fatto è che nella fede cristiana uno scopre insieme di essere amato e di essere peccatore e se uno dei due aspetti manca, vuol dire che non si ha ancora ben chiaro né cosa sia la grazia, né cosa sia il peccato!

Il tema della confessio è così importante che più volte le Confessioni lo riprendono.

Dice ancora Agostino, solo per citare qualche altra sua espressione: «Nella cattiveria è confessione il disgusto che provo di me stesso; nella bontà è confessione il negarmene il merito, poiché tu, Signore, benedici il giusto, ma prima lo giustifichi quando è empio. Quindi la mia confessione davanti ai tuoi occhi» (Confessioni X,2.2).

O ancora: «Confessandoti dunque le nostre miserie e le tue misericordie su di noi, noi manifestiamo i nostri sentimenti verso di te, affinché tu possa completare la nostra liberazione già da te iniziata» (Confessioni XI,1.1)[7].

Agostino, a partire da questa riflessione autobiografica sul suo cambiamento interiore che gli ha fatto scoprire il peccato e la grazia, riflette sul fatto che la vita interiore dell'uomo deve destare meraviglia, deve ricevere attenzione, ancor più dell'esistenza dell'intero creato: «Gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell'oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi» (Confessioni X,8.15).

II.4/ La scoperta dell'ambiguità del cuore umano

L'opera di Agostino sottolinea come le due confessioni non siano indipendenti l'una dall'altra, bensì siano in strettissima connessione. Abbiamo visto che proprio perché Agostino sa di non meritare la misericordia di Dio, per questo egli comprende quanto sia grande la grazia, e proprio perché egli comprende la grazia di Dio, per questo vede infine quanto grande sia il suo peccato[8].

Tutto questo mostra la comprensione dialettica che Agostino ha del cuore umano: egli ha chiarissimo dinanzi a sé che il cuore umano non è unificato. Certo in esso c'è il desiderio del bene, ma in esso c'è anche la spinta a compiere il male. Non si tratta, pertanto, semplicemente di seguire il cuore, perché esso è diviso ed ha desideri contrastanti.

Ed, in effetti, il cuore umano desidera mille cose che sono in contrasto profondo tra di loro, al punto che spesso la persona stessa non sa chiarire bene nemmeno cosa vuole. L'esperienza rende consapevoli che ci si può impegnare allo spasimo per raggiungere un obiettivo e poi scoprire, una volta raggiunta quella meta, che essa non ha il potere di renderci felici e sereni.

Di questo parlano le Confessioni! Scusatemi se semplifico così le cose: sono consapevole che esse sono molto più ricche di quel che ne dico, ma questo incontro vuole essere solo una introduzione.

La fede cristiana insegna - e le Confessioni lo confermano - che il cuore umano è una realtà difficile da capire, che il proprio cuore, non solo quello dell'altro, necessita di un discernimento ed è ben diverso e più profondo della sua superficie che a volte viene scambiata per il cuore stesso. È il grande profeta Geremia a pronunciare un'espressione molto significativa: «Più fallace di ogni altra cosa è il cuore e difficilmente guaribile; chi lo può conoscere? Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori...» (Ger 17,9-10).

Nel cuore c’è tutto e il contrario di tutto. Agostino scopre che nel cuore umano c’è da un lato il peccato e dall’altro una sete inesauribile per la quale il cuore è sempre inquieto, sempre in ansia. Il cuore umano non è pacificato, non è sereno, le cose belle non bastano mai e Agostino si chiese come fosse possibile guarirlo. Si noti subito che, a differenza dei manichei che pensavano che il male proveniva dalla carne, dalla materia, le Confessioni mostrano che nel cuore, e non solo nella carne, è presente il bene come il male - lo vedremo meglio in questi due incontri.

Questa difficoltà di capire il proprio cuore si manifesta nella sua apparente incontentabilità, che esige una spiegazione. Come è noto le prime righe delle Confessioni contengono quell'espressione famosissima che acquista significato proprio in questa chiave di lettura: «Tu ci hai fatti per te e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in Te» (Confessioni I,1.1). Queste parole non vogliono sottolineare l'irrequietezza esistenziale dell'uomo che non si da mai pace, bensì, molto più radicalmente, vogliono indicare la scoperta che l'uomo non basta a se stesso e che neppure tutto l'universo basta all'uomo, poiché l'uomo è fatto per Dio e solo l'incontro con la misericordia di Dio pacifica l'uomo e lo conduce alla beatitudine. Possiamo dire fin da ora - lo vedremo meglio fra poco - che Agostino legge la scoperta dell'insoddisfazione perenne dell'uomo come un segno del suo essere stato creato per Dio: solo Dio sazia il cuore dell'uomo e gli permette di avere un rapporto bello con le cose e con le persone, perché le pone nella loro vera prospettiva, quella di doni suoi, pur non essendo esse stesse Dio, ma solo creature.

In questo senso, l'inquietudine di Agostino è una “santa inquietudine”, perché lo conduce alla scoperta che l'uomo non è autosufficiente, ma vive dell'amore di Dio e dell'amore dei fratelli e senza queste relazioni trova tutto inevitabilmente senza significato.

II.5/ Il I Libro delle Confessioni: la scoperta del piacere nell'infanzia

Il I Libro delle Confessioni apre degli spiragli sul “cuore” di Agostino dalla nascita ai quindici anni.

Agostino riflette sul fatto che già il bambino è trascinato da quello che gli piace: «Allora sapevo soltanto succhiare e bearmi delle gioie o piangere delle noie della mia carne, null'altro»(Confessioni I,6.7). Non mi soffermo qui sulle famose descrizioni del bambino che precorrono la psicologia moderna, mostrando come egli non sia per niente un angelo, ma un essere capace, sia pure inconsciamente, di essere geloso, di volere tutto per sé, ecc.[9]

Mi interessa invece sottolineare come Agostino voglia mostrare che il bambino non è soddisfatto dalle cose che possiede. Può avere tutto, ma questo non gli basta. Tutte le cose, senza la relazione con gli altri, non lo soddisferanno mai.

«Quando con gemiti e molteplici grida e molteplici gesti delle braccia volevo manifestare i desideri del mio cuore, affinché si ubbidisse alla mia volontà, ero però incapace di manifestare tutta la mia volontà e a tutti quelli cui volevo mostrarla. [...] Giunsi così a scambiare con le persone tra cui vivevo i segni che esprimevano i desideri, e m'inoltrai ulteriormente nel difficile consesso della vita umana»(Confessioni I,8.13). Ecco un ulteriore e decisivo elemento da non dimenticare. Agostino mostra che, se si vuole godere, bisogna amare non solamente le cose, ma soprattutto le persone. Le cose hanno senso solo in relazione alle persone che si amano ed il bambino, pian piano, scopre, al di là degli strepiti che fa per avere ciò che desidera, il valore del linguaggio che lo mette in relazione con gli altri.

Inoltre Agostino si sofferma sul fatto che il bambino vuole divertirsi e non faticare. Pensa in maniera infantile che la gioia consista nel vivere in eterni passatempi sempre nuovi e nel primeggiare in essi. Agostino si domanda allora come mai gli adulti impongano ai bambini di lasciare i giochi per lo studio faticoso, ma poi, gli stessi educatori, in realtà, coltivano un ideale di vita simile al gioco, come se all'adulto bastassero i passatempi per essere felice.

Gli adulti che spronano i bambini allo studio, non si accorgono poi che per loro stessi vale la stessa prospettiva: non si può raggiungere per questa via la felicità che desiderano. Così scrive: «Senonché i giochi degli adulti sono chiamati affari, mentre quelli dei fanciulli, per quanto simili, sono puniti dagli adulti. E alla fine non c'è pietà per i fanciulli, o per gli altri, o per entrambi. Un giudice onesto potrebbe approvare le botte che mi si davano, poiché, se da fanciullo giocavo a palla, il gioco m'impediva di apprendere rapidamente le lettere, grazie a cui da grande avrei eseguito giochi ben più tristi. Ma proprio chi mi puniva, agiva diversamente? Se un collega d'insegnamento lo superava in qualche futile discussione, si rodeva dalla bile e dall'invidia più di me, quando rimanevo sconfitto dal mio compagno di gioco in una partita a palla»(Confessioni I,9.15). Come il bambino si illude di trovare la felicità nel divertirsi o nel primeggiare fra i suoi compagni, così l'adulto, senza però riconoscerlo, pensa che la vita felice consista in quelle stesse cose.

Agostino si ricorda così come desiderasse «per amore del gioco, [...] le vittorie esaltanti nelle gare e le favole irreali che mi venivano sussurrate all'orecchio, che mi davano un certo gusto»(Confessioni I,10.16).

Quando si ammalò gravemente si decise di non battezzarlo ancora[10], quasi dando per scontato che sarebbe stato meglio fargli fare ancora per un po' una vita lontano da Dio - e Agostino commenta con amarezza, una volta adulto, questa decisione.

Infatti, il rimanere lontano dalla felicità data dalla grazia non poteva non essere senza conseguenze, perché «[tu, Dio,] hai stabilito infatti, e così avviene, che ogni anima disordinata sia castigo a se stessa»(Confessioni I,12.19).

Non si può essere felici in una vita lontana da Dio ed immersa nel peccato: è questa la convinzione che le Confessioni fanno emergere fin dai ricordi dell'infanzia. Ed Agostino, da adulto, esclama: «Che tu mi riesca più dolce di tutte le attrazioni dietro a cui correvo»(Confessioni I,15.24).

Notate bene: Agostino non chiede di passare da una vita di piaceri ad una vita di doveri - come spesso si pensa erroneamente che il cristianesimo proponga - bensì chiede di essere attratto verso cose ben più piacevoli di quei falsi piaceri che lo irretivano.

Riflettendo sull'educazione ricevuta si scandalizza riflettendo su come i genitori ed i maestri fossero esigenti in merito al successo scolastico e, molto meno, sulla questione della maturazione di un cuore buono: «Guarda, Signore Dio, e pazientemente, come guardi, guarda il rigore con cui da un lato i figli degli uomini osservano le leggi delle lettere e delle sillabe, ricevute da chi prima di loro usò le parole; e la noncuranza che, dall'altro, dimostrano verso le leggi immutabili della salvezza eterna, ricevute da te. Così se uno di coloro che conoscono e insegnano le antiche espressioni convenzionali dei suoni, pronuncia homo senza aspirare la prima sillaba a dispetto delle regole grammaticali, gli uomini ne sono urtati più che se egli, uomo, odia un altro uomo a dispetto dei tuoi comandamenti: quasi che il peggiore dei nemici potesse danneggiarlo più dell'odio stesso che sorge nel suo animo contro di lui, o si potesse rovinare qualcuno con il perseguitarlo, più di quanto si rovini il proprio cuore coltivando in esso l'inimicizia»(Confessioni I,18.29).

Ma ecco che, anche in queste tensioni irrisolte della propria vita di bambino, Agostino scopre enormi motivi per ringraziare e, a distanza di tempo, sa cogliere il valore delle cose, perché, come vedremo, la scoperta di Dio e del vero piacere non vuol dire il disprezzo delle cose.

È evidente innanzitutto, l'amore di Agostino, fin da piccolo, per le parole, per il pensiero, per la cultura. Troviamo, ad esempio, questa lode delle parole: «Io non accuso le parole, che direi vasi eletti e preziosi, ma il vino del peccato, che in esse ci veniva propinato da maestri ebbri»(Confessioni I,16.26). Che bella questa espressione: chiamare le parole “vasi eletti e preziosi”. Dovremmo riscoprirla in questo tempo che disprezza così stupidamente il valore della parola[11]. Agostino diviene così un innamorato della parola, e ricorderà sempre che la precisione della parola, della parola pesata, giusta, è fondamentale per capire la vita. Ed una volta che diventerà cristiano e vescovo, non rinuncerà ad essere un uomo di cultura a servizio degli altri.

Ma, soprattutto, non è tanto un qualche particolare, bensì è la vita stessa, è l'essere delle cose che viene da Dio, il motivo che spinge il cuore di Agostino al ringraziamento. Il vivere delle persone, il loro esistere è più importante del loro peccato: «Eppure, Signore, a te che sei al di sopra di tutto, ottimo creatore e reggitore dell'universo, a te Dio nostro, grazie, anche se mi avessi voluto soltanto fanciullo. Perché anche allora esistevo, vivevo, sentivo, avevo a cuore la preservazione del mio essere, immagine della misteriosissima unità da cui provenivo; vigilavo con l'istinto interiore sull'integrità dei miei sensi, e persino in quei piccoli pensieri, su piccoli oggetti, godevo della verità; non volevo essere ingannato, avevo una memoria vivida, ero fornito di parola, m'intenerivo all'amicizia, evitavo il dolore, il disprezzo, l'ignoranza. Cosa vi era in un tale essere, che non fosse ammirevole e pregevole? E tutti sono doni del mio Dio, non io li ho dati a me stesso. Sono beni, e tutti sono io. Dunque è buono chi mi fece, anzi lui stesso è il mio bene, e io esulto in suo onore per tutti i beni di cui anche da fanciullo era fatta la mia esistenza. Il mio peccato era di non cercare in lui, ma nelle sue creature, ossia in me stesso e negli altri, i diletti, i primati, le verità, precipitando così nei dolori, nelle umiliazioni, negli errori»(Confessioni I,20.31).

Ecco qui già descritta la via del piacere, della gioia, così come Agostino l'ha compresa: non godere delle cose senza Dio, bensì goderne in Lui.

Proprio il I Libro delle Confessioni in un passaggio straordinario si sofferma su Dio stesso che desidera, senza mai perdere la pace, anzi godendo del proprio desiderio: «[Dio] immutabile che muti ogni cosa, mai nuovo e mai vecchio, innovatore di tutto, che a loro insaputa rendi i superbi antiquati e nemmeno se ne accorgono; sempre in attività e sempre nella quiete, che raccogli e non ne hai bisogno; che sorreggi, ricolmi e proteggi; che crei, conservi e porti a perfezione; che cerchi benché nulla ti manca. Ami ma senza smaniare, sei geloso e pur tranquillo, ti penti ma senza soffrire, ti adiri e sei calmo, muti le opere senza cambiare il tuo piano; ricuperi quello che trovi e che mai avevi perduto; non manchi mai di nulla eppure godi nell'acquistare; mai avaro, eppure esigi gli interessi; ti si presta qualcosa per averti debitore, ma chi ha qualcosa, che non sia tua? Paghi ciò che devi, tu che non devi nulla a nessuno; non esigi tutto ciò che ti sarebbe dovuto, e non ci perdi nulla! Che ho mai detto, Dio mio, vita mia, dolcezza mia santa? Che cosa riesce mai a dire chi vuole parlare di te? Eppure, guai a chi non vuole parlare di te, perché farebbe chiacchiere inutili»(Confessioni I,4.4).

II.6/ Il II e il III Libro delle Confessioni: la scoperta del piacere dell'amore in Agostino adolescente

Ecco che tutti i divertimenti, il primeggiare in essi così come l'essere il migliore a scuola, non rendono il cuore sereno. Agostino, crescendo, si getta allora su di un altro grande desiderio, senza però mai dimenticare i precedenti: quello degli affetti.

Ne parlano il II Libro delle Confessioni, che racconta di Agostino sedicenne, ed il III Libro che racconta di Agostino diciassettenne.

Grande spazio acquista qui l'amore. Se è vero che le cose non danno pace, forse sono gli amori a saziare il cuore? Forse quando si trova chi ci ami, il piacere e la gioia raggiungeranno la loro pienezza?

Due volte, all'inizio del II e del III Libro, Agostino ripete espressioni quasi identiche: «Che altro mi dilettava allora, se non amare e sentirmi amato?» (Confessioni II,2.2) e «Non amavo ancora, ma amavo di essere amato, ed ero tanto povero interiormente da detestarmi per non esserlo abbastanza […] Amare ed essere amato mi riusciva più dolce se potevo godere anche del corpo della persona amata» (Confessioni III,1.1).

Agostino ebbe diversi amori, ma immediatamente scoprì che presto l'amore si tramutava nel suo contrario! Egli desiderava affetto, vi cercava la felicità, ma quando lo trovava esso portava con sé una lunga catena di discussioni, sospetti, gelosie, litigate. Insomma sperimentò che trovare chi lo amava non gli dava pace, bensì continue tensioni: «Fui amato e arrivai, per vie tortuose, a godere, tutto soddisfatto, di relazioni che mi avvincevano con legami tormentosi, per subire poi i colpi infuocati della gelosia, dei sospetti, dei timori, della collera, dei litigi» (Confessioni III,1.1).

Notate la straordinaria modernità con cui Agostino descrive il contrastante sentimento dell'innamoramento: «Non amavo ancora, ma amavo l’amore e in questo intimo bisogno odiavo me stesso per non sentirne il bisogno più acutamente».

A distanza di tempo, ripensando ai tormenti dell'amore, lo colpisce il fatto che i suoi genitori curarono molto la sua formazione intellettuale, ma non lo aiutarono minimamente in quella affettiva: «I miei genitori non si curarono di contenere quella frana col matrimonio; si curarono unicamente che imparassi a comporre i migliori discorsi e a convincere con belle parole»(Confessioni II,2.4).

In particolare Agostino ripensa ai sacrifici che suo padre Patrizio faceva per i suoi studi ed al disinteresse con cui seguiva le sue scelte morali e affettive: «Molti cittadini assai più ricchi di lui non affrontavano per i loro figli un sacrificio simile. Eppure quello stesso padre non si preoccupava di conoscere intanto come crescessi ai tuoi occhi o quanto fossi casto, purché fossi forbito nel parlare, o piuttosto, sfornito della tua scienza, o Dio, unico vero e buon padrone del tuo campo, il mio cuore»(Confessioni II,3.5). Solo la madre Monica interveniva in queste questioni, ma il figlio disprezzava allora i suoi suggerimenti: «Mi chiedeva - come ricordo dentro di me l'incalzante sollecitudine dei suoi ammonimenti! - di astenermi dagli amorazzi e specialmente dall'adulterio con qualsiasi donna. Io li prendevo per ammonimenti di donnicciuola, cui mi sarei vergognato di ubbidire»(Confessioni II,3.7).

Oltre agli amori, cresceva in Agostino il piacere per gli spettacoli, poiché essi gli facevano provare forti sensazioni: «Mi attiravano gli spettacoli teatrali, colmi di raffigurazioni delle mie miserie e di esche del mio fuoco. Come avviene che a teatro l'uomo cerca la sofferenza contemplando vicende luttuose e tragiche? e che, se pure non vorrebbe per conto suo patirle, quale spettatore cerca di soffrirne tutto il dolore, e proprio il dolore costituisce il suo piacere? Strana follia, non altro, è questa [...] e se la rappresentazione di sventure remote nel tempo oppure immaginarie non lo fa soffrire, lo spettatore si allontana disgustato e imprecando; se invece soffre, rimane attento e godendo piange»(Confessioni III,2.2).

Agostino coltivò così il gusto della curiosità, dell'essere spettatore di storie e passioni rappresentate in teatro: ma anche questo non riusciva, una volta passato il piacere della visione, a riempire il suo cuore.

Abbiamo già ricordato come forte fosse a quei tempi anche il richiamo dei giochi gladiatori che i ripetuti richiami dei vescovi non erano ancora riusciti a far cessare. Agostino non era incline ad essi, ma Alipio, suo amico, ne era diventato dipendente: «il vortice della moda cartaginese, fervida di spettacoli frivoli, lo aveva inghiottito con una passione forsennata per i giochi del circo»(Confessioni VI,7.11). Agostino, senza avvedersene, con un suo discorso riuscì ad allontanarlo da questa smodata passione, ma quando Alipio lo precedette a Roma, ricascò nel fascino dei giochi e, nel Colosseo, tornò ad assistere a quegli spettacoli sanguinari (cfr. Confessioni VI,8.13), finché non abbandonò definitivamente quel tipo di spettacoli.

Per capire con occhi moderni la questione dei giochi gladiatorii pensiamo solo alla passione odierna per il calcio o al tempo che si passa a navigare su Internet o alla TV. Un sacerdote amico domandava un giorno, per spiegare questi passaggi di Agostino: provate a rispondere alla domanda perché la gente ami più il calcio che il vangelo!

Le Confessioni raccontano poi del desiderio di avere un buon nome, di primeggiare, di essere visto, di essere ammirato, in particolare come studente alla scuola di retorica: «Anche gli studi nobili, com'erano chiamati, avevano il loro sbocco nel foro litigioso, cioè miravano a rendermi eccellente ove tanto più si è lodati, quanto più si è frodatori. La cecità degli uomini è così grande, che persino della propria cecità si gloriano. Ormai ero il primo alla scuola di retorica e ne provavo una gioia altera, mi gonfiavo di vento»(Confessioni III,3.6)[12].

Ma c'è un episodio su cui Agostino soprattutto si sofferma per raccontare come anche un ragazzo possa fare il male, possa allontanarsi dalla via di Dio. È il famoso episodio del furto delle pere da un albero che Agostino compì insieme ai suoi amici di allora: a sedici anni spogliarono un albero di pere che apparteneva ad un contadino senza nemmeno mangiarle, per gettarle ai porci, per il puro gusto di fare un'azione cattiva. Agostino si domanda come mai il cuore dell'uomo provi piacere a fare un'azione di questo tipo, senza nemmeno il gusto di mangiare di ciò che si è rubato.

Egli si risponde che dietro azioni come queste c'è forse il desiderio ed il piacere della libertà, c'è l'illusione di sentirsi in grado di realizzare ciò che si vuole, mentre la vera libertà - lo capirà poi - consiste nel fare il bene. Inoltre, ripensando a quel gesto, egli riflette sul fatto che non lo avrebbe mai compiuto da solo e che, quindi, rubò quelle pere solo per il piacere di stare con gli altri, per la ricerca della compagnia e dell'amicizia. Solo più avanti negli anni Agostino si renderà conto che non è questa la via per godere con gusto dell'amicizia: «In quell'azione mi attrasse anche la compagnia di coloro con cui la commisi»(Confessioni II,8.16). Ed esclama: «Oh amicizia inimicissima, seduzione inesplicabile dello spirito, avidità di nuocere nata dai giochi e dallo scherzo, sete di perdita altrui senza brama di guadagno proprio o avidità di vendetta! Uno dice: "Andiamo, facciamo", e si ha pudore a non essere spudorati»(Confessioni II,9.17).

Ed ecco che, nelle Confessioni, Agostino riflette allora sul fatto che ogni peccato è ricerca di un bene in ciò che non è bene e che è ben per questo che il peccato non può dare la felicità. Ecco lo straordinario brano:

«Infatti la superbia vuole emulare la grandezza, mentre il solo Dio altissimo al di sopra di tutte le cose sei tu. L'ambizione a che altro aspira, se non a onori e gloria, mentre tu solo sopra tutto meriti onore e gloria eterna? La crudeltà dei potenti mira a incutere timore; ma chi è davvero temibile, se non Dio solo, al cui potere cosa si può strappare o sottrarre, e quando o dove o come o da chi? Le seduzioni delle persone sensuali, poi, mirano a suscitare amore, ma nulla è più seducente della tua carità, né vi è amore più benefico di quello della tua verità, tanto è bella e splendente oltre ogni cosa. La curiosità si atteggia a desiderio di conoscenza, mentre chi conosce tutto e in sommo grado sei tu. Persino l'ignoranza e la scempiaggine si ammantano col nome di semplicità e innocenza, poiché si trova nulla più semplice di te e c'è cosa più innocente di te, se ai malvagi stessi sono nocive le stesse opere loro? La pigrizia dal canto suo sembra cercare quiete, ma esiste quiete sicura senza il Signore? Il lusso vuol essere chiamato soddisfazione e sovrabbondanza; sei tu però la pienezza e l'abbondanza inesauribile di bellezze incorruttibili. La prodigalità si copre all'ombra della liberalità, ma il più generoso donatore di ogni bene sei tu. L'avarizia aspira a possedere molto, mentre tu possiedi tutto. L'invidia suscita dispute per primeggiare, ma cosa eccelle più di te? L'ira vuole vendetta, ma quale vendetta è più giusta della tua? La paura trema, nella sua ricerca di sicurezza, dei pericoli insoliti e repentini che incombono su ciò che si ama; ma per te che cosa c'è di insolito e inatteso? Qualcuno ti può privare di ciò che ami? E dove si è saldamente sicuri, se non al tuo fianco? L'amarezza si rode per la perdita dei beni, di cui si dilettava la cupidigia, poiché vorrebbe che, come a te, così a sé nulla si potesse togliere.
Così l'anima pecca quando si distoglie da te e cerca fuori di te la purezza e il candore, che non trova, se non tornando a te. Tutti insomma ti imitano, alla rovescia, quanti si separano da te e si levano contro di te. Ma anche imitandoti, a loro modo, provano che tu sei il creatore dell'universo e quindi non è possibile allontanarsi in alcun modo da te. [...] Io, schiavo, volevo imitare una libertà in realtà solo apparente, compiendo un'azione illecita con una simulazione oscura di onnipotenza? Eccolo questo servo fuggitivo dal suo padrone, che si trova in mano solo un'ombra»(Confessioni II,6.13-14).

Si può vedere qui come Agostino, a differenza di quello che affermano quanti non lo conoscono veramente, non è per niente uno che rifiuta la vita, bensì è uno che ha capito dove i desideri dell'uomo debbono essere indirizzati per raggiungere la vera gioia, il vero godimento.

Negli anni dei suoi studi, scoprì improvvisamente, come abbiamo già detto, l'amore per la verità, il desiderio di capire ciò che è vero e buono, leggendo un'opera di Cicerone, oggi purtroppo perduta, l'Ortensio: «Fu il corso normale degli studi che mi condusse al libro di un tal Cicerone, ammirato dai più per la lingua, non altrettanto per il cuore. Quel suo libro contiene un incitamento alla filosofia e s'intitola Ortensio. Quel libro, devo ammetterlo, mutò il mio modo di sentire, mutò le preghiere stesse che rivolgevo a te, Signore, suscitò in me nuove aspirazioni e nuovi desideri, svilì d'un tratto ai miei occhi ogni vana speranza e mi fece bramare la sapienza immortale con incredibile ardore di cuore. Così cominciavo ad alzarmi per tornare a te [… attraverso] quel libro, che mi aveva del resto conquistato non per il modo di esporre, ma per ciò che esponeva» (Confessioni III,4.7).

Qui Agostino racconta la scoperta di un altro grande desiderio dell'uomo, di un altro grande piacere, quello della ricerca della verità. Non ci sono solo piaceri materiali, ma la scoperta del senso delle cose è uno dei piaceri più alti nella vita umana.

Spinto dall'Ortensio, si mise a leggere la Bibbia, pensando di trovarvi la verità, ma anche questo fu una delusione, perché la Bibbia è un libro difficile - e questo i catechisti non debbono mai dimenticarlo, per saperla usare a suo tempo e con intelligenza. «Perciò mi proposi di rivolgere la mia attenzione alle Sacre Scritture, per vedere come fossero. Ed ecco cosa vedo: un parlare che non è chiaro né ai sapienti né ai bambini, un primo approccio che sembra accessibile, ma poi una profondità sublime e avvolta di misteri. Io non ero il tipo da abbassare il capo per passare da quella porta e seguire quel cammino. Infatti i miei sentimenti, nell'affrontare la Scrittura, non furono quelli che provo ora che parlo. Ebbi piuttosto l'impressione di un'opera indegna del paragone con la maestà ciceroniana. Il mio gonfio orgoglio aborriva la sua modestia, la mia vista non penetrava le sue profondità»(Confessioni III,5.9). Insomma, la Bibbia era troppo facile per alcuni versi, e troppo difficile per altri, troppo banale e troppo misteriosa, dinanzi ai problemi che allora Agostino avvertiva.

Agostino si dedicò allora a studiare la dottrina manichea, della quale parleremo meglio nel nostro secondo incontro. Basti per ora dire che Mani era un pensatore vissuto nel III secolo d.C., quindi un secolo prima di Agostino. La sua dottrina era fortemente caratterizzata da una visione dualista dell'uomo e di Dio: poiché egli riconosceva che nell'uomo c'è una parte buona ed una cattiva egli ne deduceva che esse erano state create da due diverse divinità, una responsabile del bene e l'altra del male, in eterna lotta fra di loro. Mani aveva affermato, ad esempio: «Ho appreso che la mia anima e il mio corpo che sopra di essa giace sono stati nemici, fin dalla creazione del mondo». Agostino frequentò a lungo i manichei, senza però mai diventarlo totalmente; rimase, infatti, fra gli uditori, cioè come un adepto, un principiante.

Fin dall'inizio, l'insegnamento dei manichei non convinse pienamente Agostino, anche se egli ne era interessato perché la dottrina manichea aveva il coraggio di affrontare la questione del male: «Ripetevano: verità, verità, e ne facevano un gran parlare con me, eppure non la possedevano mai, e dicevano il falso non su te soltanto, che sei davvero la verità, ma altresì su questi princìpi di questo mondo, che da te sono creati [...] Eppure io le ingoiavo, perché le credevo te, ma senza avidità, perché nella mia bocca non avevo il tuo reale sapore, non essendo davvero tu quelle insulse finzioni, e senza trarne un nutrimento, anzi un esaurimento sempre maggiore. Così il cibo dei sogni è in tutto simile a quello della veglia, eppure i dormienti non si nutrono, perché dormono»(Confessioni III,6.10).

II.7/ Il IV Libro delle Confessioni: Agostino, illa (la sua concubina) e la professione di retore

Agostino raccoglie gli anni successivi della sua vita, dal diciannovesimo al ventottesimo, in un solo libro delle Confessioni, il quarto:

«Durante questi nove anni, dal diciannovesimo al ventottesimo, fui un sedotto e un seduttore, un ingannato e un ingannatore, in preda a diverse passioni. Insegnavo pubblicamente le cosiddette “discipline liberali”, in privato praticavo una religione spuria; superbo nell'insegnamento, superstizioso nella religione, in entrambi vano. Da una parte inseguivo la vuota fama popolare, fino agli applausi teatrali, ai certami poetici, a gare per una corona di fieno, a spettacoli frivoli e passioni sregolate. Dall'altra, cercavo la purificazione da queste macchie mediante cibi che portavamo agli eletti» (Confessioni IV,1.1), cioè ai maestri manichei.

Agostino ci rivela così come vivesse ormai per la gloria che traeva dai discorsi che pronunciava e che insegnava a pronunciare, anche se ciò di cui questi discorsi molto lodati parlavano - ripensa dopo la conversione - erano solo cose vane, nelle quali non abitava la verità.

Oltre al manicheismo il maestro di Ippona seguiva anche l'astrologia e le Confessioni raccontano che probabilmente ne era attratto poiché, nel suo peccato, gli dava una giustificazione nel non attribuire il male delle sue azioni alla propria libertà: «Si sforzano di distruggere il salutare ammonimento dicendo: "Dal cielo ti viene la causa inevitabile del peccato" e: "È opera di Venere", oppure di Saturno, oppure di Marte. Evidentemente mirano con ciò a rendere senza colpa l'uomo»(Confessioni IV,3.4).

Successivamente Agostino racconterà che abbandonò l'astrologia, ricordando che gli era stato raccontato di un medico che rideva di essa: quel medico riferiva il caso di due donne, una nobile e l'altra schiava, che avevano concepito e dato alla luce due bambini esattamente con la stessa tempistica, eppure il figlio della nobile era diventato un nobile e il figlio della schiava era diventato uno schiavo. A questa storia che gli era stata riferita Agostino aggiunse nelle Confessioni l'osservazione pertinente che due gemelli, pur nascendo insieme, hanno temperamenti a volte diversissimi (Confessioni VII,6,8-10).

Ma oltre a questi errori intellettuali, ciò che il IV Libro confessa è il peccato presente nelle relazioni che Agostino viveva, in particolare quello con una donna di cui non si è conservato il nome, poiché il testo utilizza solo il pronome “illa”: «In quegli anni vivevo con una donna, non in matrimonio, come si dice, legittimo: l'aveva trovata il mio ardore vagabondo e imprudente; una sola, comunque, e a cui prestavo la fedeltà di un marito. Ma in questa relazione potei sperimentare di persona quale enorme divario ci sia fra l'assetto di un patto coniugale, in cui ci si lega per la procreazione dei figli, e l'intesa di un amore libidinoso, da cui nascono pure figli, ma contro il desiderio dei genitori; sebbene una volta nati impongano di essere amati»(Confessioni IV,2.2).

Da questa concubina, infatti, all'età di 19 anni, ebbe un bambino che venne chiamato Adeodato – lo ritroveremo a Milano, quando riceverà il battesimo insieme al padre. Peter Brown, grande studioso di Sant’Agostino, commenta con queste laconiche espressioni i fatti di quegli anni: «Agostino si arena sul lido del matrimonio». Dai testi sembra chiaro che egli volesse bene a questa donna, ma non fino alla convinzione di volerla sposare. Il concubinato era molto frequente all'epoca e poneva molti problemi alla chiesa: molti pagani ed anche molte persone vicine al cristianesimo vivevano relazioni di questo tipo, senza decidersi per il matrimonio. Anche Agostino esitava a compiere questo passo e non vedeva chiaro cosa chiedere veramente alla vita.

Più avanti nel tempo, quando deciderà di rimandarla, dichiarerà che ancora il suo cuore batteva per questa donna, ma nella stessa situazione di incertezza al punto che, come vedremo, aveva accettato un matrimonio più prestigioso proposta dalla madre Monica: «Frattanto i miei peccati si moltiplicavano, e quando mi fu strappata dal fianco, quale ostacolo alle nozze, la donna con cui ero solito coricarmi, il mio cuore, che era affezionato a lei, ne fu profondamente lacerato e sanguinò a lungo. Essa partì per l'Africa, facendo voto a te di non conoscere nessun altro uomo e lasciando con me il figlio naturale avuto da lei» (Confessioni VI,15.25).

Il rapporto con “illa” - vedremo poi le altre donne di Agostino – ci fa capire come sia falsa l'accusa che gli viene spesso rivolta di essere un “sessuofobo”, un “antifemminista”. Agostino è, invece, uno che ha sperimentato di persona cosa è la passione, il sesso, l'amore ed ha imparato sulla sua pelle che nell’amore è più facile perdersi che trovarsi! Credo sia importante la sua testimonianza anche in questo: ci ricorda come l'amore di cui ognuno ha sete non debba essere troppo facilmente identificato con la compagnia di un partner. Anche l'esperienza delle cose della vita che ognuno di noi ha ci pone continuamente dinanzi all'evidenza di questo fatto: proprio le scelte affettive sono così decisive che possono essere quelle che rovinano la vita propria e degli altri, se non corrispondono al disegno di Dio.

Ma è soprattutto la morte di un amico che turbò Agostino e lo fece riflettere più profondamente. Anche di questa persona non sappiamo il nome, ma le Confessioni ce ne parlano a lungo: «L'angoscia avviluppò di tenebre il mio cuore. Ogni oggetto su cui posavo lo sguardo era morte. La città natale mi divenne insopportabile, la mia casa natale stranamente infelice. Tutte le cose che avevo avuto in comune con lui, senza di lui, si erano convertite in uno strazio immane. Dovunque se lo aspettavano i miei occhi, ma egli non c'era. E odiavo il mondo intero perché non lo conteneva e non poteva più dirmi "Ecco, verrà", come quando era vivo in un momento che era assente. Io stesso ero divenuto a me stesso un grande enigma. Chiedevo alla mia anima perché fosse triste e perché fossi tanto turbato, ma non sapeva darmi alcuna risposta. E se le dicevo: "Spera in Dio", a ragione non mi ubbidiva, poiché l'amico carissimo perduto era più reale e buono del fantasma in cui la mia anima era sollecitata a sperare. Solo il pianto mi era dolce»(Confessioni IV,4.9). Notate in questo testo la straordinaria espressione latina: “Factus eram ipse mihi magna quaestio”: dinanzi alla morte di questo amico egli era diventato un grande problema a se stesso e si domandava cos'era l'amore, cos'era la felicità. Si chiedeva dinanzi alla morte perché l'amore genera infelicità e non pace e se esisteva una soluzione a questo dilemma dilaniante.

Così proprio dinanzi alla morte dell'amico, come dinanzi al rapporto con “illa”, la meditazione di Agostino sul desiderio fece un passo avanti. Quando si ama, si desidera non solo che l'amore sia vero, ma si desidera per l'altro che egli possa vivere per sempre. L'amore stesso porta con sé il desiderio di Dio, del suo amore, del suo dono di eternità.

Agostino riflette sulla scoperta nuova, anche se implicita già prima, che chi ama non può accettare la morte, ma comincia a desiderare una beatitudine senza fine per coloro che gli sono cari: «Sì, ero infelice, e infelice è ogni animo legato per amore a esseri mortali. Solo quando la loro perdita lo strazia, avverte la miseria, di cui però era preda anche prima della loro perdita. […] Quanto più lo amavo, io credo, tanto più odiavo e temevo la morte, nemica crudelissima che me lo aveva tolto e si apprestava a divorare in breve tempo - ormai immaginavo col pensiero - tutti gli uomini, se aveva potuto divorare quello. Tale certamente era il mio stato d'animo, me lo ricordo bene. Eccolo il mio cuore, mio Dio, eccolo nel suo intimo. [...] Io sentii che la mia anima e la sua erano state un'anima sola in due corpi; perciò la vita mi faceva orrore, poiché non volevo vivere a metà, e perciò forse temevo di morire, per non far morire del tutto chi avevo molto amato»(Confessioni IV,6.11).

Si vede bene anche qui come Agostino non solo non disprezzi minimamente l'amicizia e l'amore, ma anzi proprio attraverso di essi senta nascere in lui il desiderio della vita eterna e di Dio. Il trascorrere della vita lo allontanò poi dal pensiero dell'amico morto[13] ed egli si immerse nelle nuove relazioni di amicizia che nascevano, rendendosi conto, a distanza di tempo, come si addormentava in lui l'esigenza di immortalità alla quale non aveva trovato una risposta, anche se il richiamo dell'amore continuava a bussare alla sua porta: «Per me quella finzione non moriva, se anche uno dei miei amici moriva. Altri legami poi avvincevano ulteriormente il mio animo: i colloqui, le risa in compagnia, lo scambio di cortesie affettuose, le comuni letture di bei libri, i comuni passatempi ora frivoli ora dignitosi, i dissensi occasionali senza rancore, come di ogni uomo con se stesso, e i più frequenti consensi, insaporiti dai medesimi, rarissimi dissidi; l'essere ognuno dell'altro ora maestro, ora discepolo, la nostalgia impaziente di chi è lontano, le accoglienze festose di chi ritorna. Questi e altri simili segni di cuori innamorati l'uno dell'altro, espressi dalla bocca, dalla lingua, dagli occhi e da mille gesti gradevolissimi, sono l'esca, direi, della fiamma che fonde insieme le anime e di molte ne fa una sola» (Confessioni IV,8.13).

È evidente che Agostino non disprezza minimamente la relazione d'amore con le persone care, anzi ne sente la necessità e la esalta, ma si accorge che qualcosa di molto importante manca se non c'è Dio. E finalmente spiega come proprio la fede in Dio permetta di godere veramente dell'amicizia degli altri: «Felice chi ama te, l'amico in te, il nemico per te. L'unico a non perdere mai un essere caro è colui che ha tutti cari in chi non è mai perduto. E chi è costui, se non il Dio nostro, il Dio che creò il cielo e la terra e li colma, perché colmandoli li ha fatti?» (Confessioni IV,9.14).

Agostino invita, quindi, a comprendere che tutte le creature sono opera di Dio ed è possibile amarle in pienezza, per ciò che esse sono, solo a partire da questo fatto: «Se ti piacciono i corpi loda Dio per essi, rivolgi il tuo amore al loro artefice per evitare di dispiacere a lui per il piacere delle cose. Se ti piacciono le anime, amale in Dio, poiché sono mutevoli anch'esse, ma in lui si fissano stabilmente, mentre altrove passerebbero e perirebbero. In lui amale dunque, rapisci verso di lui con te quante altre anime puoi e di' loro: “Amiamolo, amiamolo”. Lui è il creatore di queste cose e non ne è lontano, perché non le abbandonò dopo averle create, ma, venute da lui, in lui sono. [...] Non vi è quiete dove voi la cercate. Cercate ciò che cercate, ma non è lì, dove voi cercate. Voi cercate una vita felice in un paese di morte: non è lì. Come potrebbe essere una vita felice ove manca la vita?»(Confessioni IV,12.18).

Le Confessioni difendono allora fermamente la bellezza delle persone e delle cose, ma raccontano insieme come Agostino riuscì a capire che esse sono belle perché rese belle dalla bellezza stessa che le ha create. Per questo il peccato dell'uomo consiste nel desiderarle senza riconoscere che esse ricevono da Dio il loro essere e l'amore che possono generare.

Agostino afferma lo stesso nel Libro IV, in riferimento ai libri che leggeva e che lo aiutavano ad avere nuove conoscenze di cui godeva: «Trovavo diletto nella loro lettura e non sapevo da dove veniva tutto quel vero e quel certo, poiché voltavo le spalle alla luce e il viso agli oggetti illuminati: così che il mio viso, se li vedeva illuminati, non era esso stesso però illuminato»(Confessioni IV,16.30). Agostino infatti, secondo la dottrina dei manichei, non pensava ancora al Creatore che dava a tutti l'esistenza, bensì a se stesso come se fosse una particella della stessa divinità: «A che mi giovava [tutto], se, Signore Dio e verità, pensavo che tu fossi un corpo luminoso e immenso, e io un frammento di quel corpo?» (Confessioni IV,16.31).

Ed ecco apparire la novità cristiana della conversione. Convertirsi vuol dire, per Agostino, “volgersi indietro” verso il Creatore per vedere che la luce di ogni cosa bella viene da quella luce a cui abbiamo volto le spalle: «Il nostro bene vive sempre presso di te, e nell'essere contro di te è la nostra perversione. Volgiamoci subito indietro, Signore» (Confessioni IV,16.31).

II.8/ Il Libro V: l'arrivo a Roma, il trasferimento a Milano e l'abbandono dei manichei

Il V Libro si apre con lo stesso tema, quello della conversione come rivolgere lo sguardo a Dio: «Evidentemente ignorano che tu sei dovunque e nessun luogo ti racchiude, che tu solo sei vicino anche a chi si pone lontano da te. Dunque si volgano indietro a cercarti: [...] Tu eri davanti a me, ma io mi ero allontanato da me e non mi ritrovavo. Tanto meno ritrovavo te»(Confessioni V,2.2).

Le Confessioni continuano a descrivere il desiderio di verità che animava Agostino in tutti i campi del sapere ed, anche, nella conoscenza delle leggi del mondo fisico. Proprio a partire dai suoi studi si accorse che il manicheismo aveva delle nozioni errate sulla fisica e l'astronomia. I filosofi, infatti, che leggeva confutavano le tesi fisiche manichee: «Molte sono le nozioni esatte che [i filosofi] ricavarono dallo stesso creato e che io appresi. Me ne offrivano la prova razionale i calcoli, la successione delle stagioni, le testimonianze visibili degli astri, e le confrontavo con le sentenze di Mani, che in proposito scrisse molto, delirando abbondantissimamente» (Confessioni V,3.6).

Si deve notare qui come Agostino sia mosso dal desiderio di conoscenza, di verità, così come è mosso dal desiderio dell'amore e dell'amicizia. Mai egli si pose contro la verità, contro lo studio e l'approfondimento dei problemi e ci ricorda che chi anche oggi disprezza questa sete di conoscenza dell'uomo, non ha capito bene come essa sia radicata nell'uomo: non ha compreso bene e non ha amato l'uomo così come esso è. Anche nella catechesi non dobbiamo mai dimenticare l'importanza di questo. Ogni persona, noi per primi, vuole comprendere, vuole trovare luce, su di sé, sugli altri e sull'intero universo, per poterlo abitare anche intellettualmente.

Proprio questo desiderio di comprensione fu una delle cause che diede inizio al suo allontanamento dal manicheismo. Egli non aveva dato peso al fatto che i suoi maestri manichei non sapessero affrontare intellettualmente alcuni grandi temi perché - pensava - quando avrebbe conosciuto il loro punto di riferimento, cioè Fausto, la loro guida in Africa, quest'ultimo avrebbe infine risolto i dubbi che Agostino portava nel cuore. Invece, quando finalmente lo conobbe, Fausto si rivelò una grande delusione, perché anche lui non sapeva bene cosa dire sulle questioni che Agostino gli poneva: «conobbi anzitutto un uomo che non conosceva le lettere, se si esclude la grammatica, in cui pure non era eccezionalmente versato: aveva letto alcune orazioni ciceroniane, pochissimi libri di Seneca, qualche volume di poesia, e i pochi dei suoi correligionari che siano scritti in un latino corretto e adorno» (Confessioni V,6.11). E ancora: «Con lui si dissolse l'interesse che avevo portato alle dottrine di Mani. Fiducia ancora minore nutrivo verso gli altri loro maestri, quando il più famoso mi si rivelò ignorante nelle molte questioni che mi turbavano. [...] Per il resto i miei sforzi e intenti di progredire in quella setta furono tutti immediatamente stroncati dopo conosciuto quell'uomo, benché non me ne separassi del tutto»(Confessioni V,7.13).

Venne il momento, come abbiamo già detto, per Agostino di trasferirsi a Roma. Certamente lo spingeva il desiderio di «maggiori guadagni e migliore carriera» (Confessioni V,8,14), ma, soprattutto - racconta -, il motivo che lo convinse a cercare fortuna nell'urbe fu il fatto che gli studenti cartaginesi erano estremamente indisciplinati, «come orde selvagge»(Confessioni V,8,14) ed egli riteneva che a Roma fossero, invece, più motivati. Solo a distanza di tempo, una volta compreso che tutto avviene per grazia, affermerà che Dio si servì di tutto questo per condurlo a sé: negli «stimoli che mi allontanavano da Cartagine e le attrazioni di Roma che mi adescavano», «in realtà eri tu, mia speranza e mia eredità nella terra dei viventi, che mi facesti cambiare luogo per la salvezza della mia anima»(Confessioni V,8,14).

Per venire a Roma, dovette ingannare Monica, sua madre, che si opponeva alla partenza, pensando che per il figlio la vita in Italia avrebbe significato un ulteriore allontanamento dalla fede cattolica e dalla via del bene: «Ma le ragioni per cui lasciavo un luogo e ne raggiungevo un altro tu le conoscevi, o Dio, anche se non le indicavi né a me né a mia madre, che pianse atrocemente per la mia partenza. Mi seguì fino al mare; quando mi strinse violentemente, nella speranza di dissuadermi dal viaggio o di proseguire con me, la ingannai, fingendo di non voler lasciare solo un amico, che attendeva il sorgere del vento per salpare. Mentii a mia madre, a quella madre, eppure scampai, perché la tua misericordia mi perdonò questa colpa, mi salvò dalle acque del mare malgrado le orrende brutture di cui traboccavo, per condurmi all'acqua della tua grazia, le cui abluzioni avrebbero asciugato i fiumi delle lacrime di cui gli occhi di mia madre volti a te rigavano per me quotidianamente la terra sotto il suo volto. Però si rifiutò di tornare indietro senza di me, e faticai a persuaderla di passare la notte nell'interno di una chiesuola dedicata al beato Cipriano, che sorgeva vicinissima alla nostra nave. Quella notte stessa io partivo clandestinamente, mentre essa rimaneva a pregare e a piangere. E cosa ti chiedeva, Dio mio, con tante lacrime, se non d'impedire la mia navigazione?»(Confessioni V,8.15).

Agostino dovette sbarcare a Porto, che sorgeva dove è ora l'aeroporto di Fiumicino, e raggiungere poi l'urbe seguendo il corso del Tevere o lungo la via Portuense o risalendo la corrente con un'imbarcazione più piccola, come si usava, fino a Testaccio.

Abbiamo già detto come le Confessioni non ci abbiano conservato memoria del luogo dove egli abitò in Roma, per cui possiamo essere certi solo della sua frequentazione dei luoghi pubblici del Senato e dei Fori, oltre che delle basiliche cristiane di allora.

Le Confessioni ci ricordano che gli studenti romani non erano migliori dei giovani cartaginesi, perché anzi facevano di tutto per non pagare i loro maestri. A Roma Agostino si ammalò fino al punto di essere in pericolo di morte. Rifiutò, però, risolutamente il battesimo:

«[A Roma] ecco mi accolse il flagello delle sofferenze fisiche, che ben presto m'incamminavano verso l'inferno col peso di tutte le colpe commesse contro te, contro me e contro il prossimo, colpe numerose e gravi, aggiunte al vincolo del peccato originale, per cui tutti siamo morti in Adamo. Non me ne avevi condonata nessuna nel nome di Cristo, né questi aveva pagato sulla sua croce l'inimicizia che avevo contratto con te mediante i miei peccati. E in verità, come poteva pagarla su una croce il fantasma che io allora mettevo al suo posto? Quanto mi sembrava falsa la morte della sua carne, tanto era vera quella della mia anima; e quanto era vera la morte della sua carne, tanto era falsa la vita della mia anima incredula. Col crescere della febbre ben presto fui lì lì per andarmene, e andarmene in perdizione. [...] Anche in un pericolo così grave, infatti, non desiderai il tuo battesimo. Ero più buono da piccolo, perché allora lo richiesi insistentemente dalla tenerezza di mia madre, come ho già ricordato e confessato»(Confessioni V,9.16).

È evidente qui, anche se al tempo della redazione delle Confessioni non era ancora iniziata la polemica con i pelagiani di cui parleremo nel II incontro, come Agostino fosse già profondamente convinto che il male segnava l'uomo. Egli ricorda che, arrivato a Roma, non dava peso all'esistenza del peccato originale e non comprendeva minimamente cosa significasse il fatto che Cristo era morto per i peccati di tutti: anzi proprio le idee che aveva su Cristo - ammette - erano assolutamente false, al punto che ne rifiutava la realtà della carne e della morte.

Proprio l'errore manicheo lo portava a pensare che non fosse l'uomo a peccare, ma che un dio del male avesse creato in ogni uomo una parte malata dalla quale il dio del bene al momento opportuno avrebbe provveduto a separare la parte sana: «Anche a Roma mi tenevo in contatto con quei falsi e fallaci santoni: non solo cioè con gli uditori, fra i quali si annoverava pure chi mi ospitò malato e convalescente, bensì con gli eletti, come sono chiamati. Ero allora del parere che non siamo noi a peccare, ma un'altra natura, chissà poi quale, pecca in noi. Lusingava la mia superbia l'essere estraneo alla colpa, il non dovermi confessare autore dei miei peccati affinché tu guarissi la mia anima rea di peccato contro di te. Preferivo scusarmi accusando un'entità ignota, posta in me stesso senza essere me stesso, mentre ero un tutto unico e mi aveva diviso contro me stesso la mia empietà. Ed era un peccato più difficile da sanare il fatto che non mi ritenessi peccatore; ed era un'empietà esecrabile il preferire, Dio onnipotente, la tua sconfitta dentro di me, per mia rovina, alla mia sconfitta di fronte a te, per mia salvezza»(Confessioni V,10.18).

Ma, lentamente, si stava creando in Agostino l'idea che non vi fosse alcuna verità o meglio, che se una verità esisteva, essa era inconoscibile agli uomini: «Mi era nata infatti anche l'idea che i più accorti di tutti i filosofi fossero stati i cosiddetti accademici, in quanto avevano affermato che bisogna dubitare di ogni cosa, e avevano sentenziato che all'uomo la verità è totalmente inconoscibile. Allora mi sembrava che la loro dottrina fosse proprio quella che gli si attribuisce comunemente, poiché non capivo ancora il loro vero intento [...] tanto più che non speravo di trovare nella tua Chiesa, Signore del cielo e della terra, creatore di tutte le cose visibili e invisibili, la verità, da cui essi mi avevano allontanato»(Confessioni V,10.19).

Infine, deluso, decise di abbandonare anche Roma per Milano, come abbiamo già visto, per avere alunni migliori ed una migliore prospettiva professionale: lo possiamo immaginare che si incammina verso il nord, sull'Aurelia, per raggiungere la città dove risiedeva la corte imperiale, a cui era stato segnalato da Simmaco che si stava scontrando con Ambrogio e pensava di avere un alleato in lui contro il grande vescovo milanese: «Perciò, quando il prefetto di Roma ricevette da Milano la richiesta per quella città di un maestro di retorica, con l'offerta anche del viaggio con mezzi di trasporto pubblici, proprio io brigai e proprio per il tramite di quegli ubriachi di favole manichee, da cui la partenza mi avrebbe liberato [...], perché, dopo avermi saggiato in una prova retorica, il prefetto del tempo, Simmaco, m'inviasse a Milano» (Confessioni V,13.23).

Del periodo milanese le Confessioni ricordano soprattutto nel V Libro l'incontro con il vescovo della città Ambrogio. Agostino si sofferma anche qui a sottolineare un aspetto del suo ministero: era piacevole ascoltarlo. Per lui, giunto a Milano come retore, era una curiosità ascoltare come parlasse una persona tanto famosa: ed ecco che, man mano che lo ascoltava, le parole di Ambrogio facevano lentamente breccia in lui: «Qui incontrai il vescovo Ambrogio, noto a tutto il mondo come uno dei migliori, e tuo devoto servitore. In quel tempo la sua eloquenza dispensava strenuamente al popolo la sostanza del tuo frumento, la letizia del tuo olio e la sobria ebbrezza del tuo vino. A lui ero guidato inconsapevole da te, per essere da lui guidato consapevole a te. Quell'uomo di Dio mi accolse come un padre e gradì il mio pellegrinaggio proprio come un vescovo. Io pure presi subito ad amarlo, dapprima però non certo come maestro di verità, poiché non avevo nessuna speranza di trovarla dentro la tua Chiesa, bensì come persona che mi mostrava benevolenza. Frequentavo assiduamente le sue istruzioni pubbliche, non però mosso dalla giusta intenzione: volevo piuttosto sincerarmi se la sua eloquenza meritava la fama di cui godeva, oppure ne era superiore o inferiore. Stavo attento, sospeso alle sue parole, ma non m'interessavo al contenuto, anzi lo disdegnavo. La soavità della sua parola m'incantava. Era più dotta, ma meno gioviale e carezzevole di quella di Fausto quanto alla forma; quanto alla sostanza però, nessun paragone era possibile: l'uno si sviava nei tranelli manichei, l'altro mostrava la salvezza nel modo più salutare. Ma la salvezza èlontana dai peccatori, quale io ero allora là presente. Eppure mi avvicinavo ad essa sensibilmente e a mia insaputa»(Confessioni V,13.23).

Ed ascoltando con piacere le parole di Ambrogio, Agostino capì pian piano che le critiche che si rivolgevano alla chiesa cattolica non erano fondate. Soprattutto, vide come il linguaggio della Sacra Scrittura che gli era sembrato così difficile, troppo banale a tratti ed insieme troppo incomprensibile si manifestava invece come profondo e vero, quando Ambrogio spiegava la Bibbia commentandola nelle omelie: «Non badavo dunque a imparare i temi, ma solo ad ascoltare i modi della sua predicazione. Sfiduciato ormai che all'uomo si aprisse la via per giungere a te, conservavo questo futile interesse. Però, insieme alle parole, da cui ero attratto, giungevano al mio spirito anche gli argomenti, per cui ero distratto. Non potevo separare gli uni dalle altre, e mentre aprivo il cuore ad accogliere la sua predicazione feconda, vi entrava insieme la verità che predicava, sia pure per gradi. Dapprima, incominciai a rendermi conto ormai che anche le sue tesi erano difendibili, e ormai mi convinsi che non era temerario sostenere la fede cattolica, benché fino ad allora fossi stato persuaso che nessun argomento si potesse opporre agli attacchi dei manichei. Ciò avvenne soprattutto dopoché udii risolvere via via molti grovigli dell'Antico Testamento, che, presi alla lettera, erano esiziali per me. L'esposizione dunque di numerosi passaggi della Sacra Scrittura secondo il significato spirituale mi mosse ben presto a biasimare almeno la mia sfiducia, per cui avevo creduto del tutto impossibile resistere a chi esecrava e derideva la Legge e i Profeti» (Confessioni V,14.24).

Decise così, intanto, di abbandonare i manichei che non sapevano spiegare le Scritture, mentre la chiesa era, invece, capace di penetrane il senso.

II.9/ I Libri VI-VIII: la conversione ed il ritorno a Roma

Nei libri che seguono, le Confessioni raccontano degli eventi accaduti a Milano e della decisione poi di tornare in Africa.

Il Libro VI racconta come crescesse la frequentazione di Ambrogio che Monica, che aveva raggiunto il figlio a Milano, amava, perché aveva sottratto con la sua parola Agostino ai manichei: la madre di Agostino - dicono le Confessioni - «pendeva dalle labbra» di Ambrogio (Confessioni VI,1.1) e anche Ambrogio «le voleva bene» (Confessioni VI,2.2). Agostino così si allontanava sempre più dall'avversione alla chiesa cattolica, pur senza decidere di appartenere ad essa: «La fallacia di quelle dottrine [nelle quali mi ero formato, avverse alla chiesa] mi apparve più tardi; fin d'allora però ebbi la certezza della loro incertezza, benché un tempo le avessi tenute per certe, quando sferravo alla cieca attacchi e accuse contro la tua Chiesa cattolica, ignaro che insegna la verità, ma non insegna le dottrine di cui l'accusavo gravemente» (Confessioni VI,4.5).

A Milano non mutò lo scopo della ricerca di Agostino: egli continuava a riflettere sul desiderio di raggiungere la vita e la felicità. Le Confessioni raccontano a questo proposito un'esperienza molto semplice che capitò ad Agostino, quella di vedere un povero ubriaco ridere felice: «Cercavo avidamente onori, guadagni, nozze, e tu [Dio] ne ridevi. [...] Quel giorno mi preparavo a recitare un elogio dell'imperatore, infarcito di menzogne, ma capace di conciliare al mentitore i favori di altre persone, ben consapevoli. Avevo il cuore ansimante di preoccupazioni e riarso dalle febbri di rovinosi pensieri, quando nel percorrere un vicolo milanese scorsi un povero mendicante, che, credo, oramai saturo di vino, scherzava allegramente. Sospirando feci rilevare agli amici che mi accompagnavano le molte pene derivanti dalle nostre follie. [...] Egli non possedeva, evidentemente, la vera gioia; ma anch'io con le mie ambizioni ne cercavo una più falsa ancora, e ad ogni modo egli era allegro, io angosciato, egli sicuro, io ansioso»(Confessioni VI,6.9).

Questo brano lascia intravedere come procedesse l'avanzamento professionale di Agostino, che era ormai richiesto per i discorsi ufficiali che si tenevano in presenza dell'imperatore: il discorso di cui qui si parla venne probabilmente tenuto nel novembre del 385 dinanzi all'imperatore Valentiniano II, ma gli altri scritti informano che già all'inizio dell'anno aveva pronunciato un discorso analogo in elogio del console Bauto, dinanzi ad un'enorme folla (Contra litt. Petiliani 3,25). Si potrebbe dire così che egli era ormai uno dei retori ufficiali dell'imperatore e che aveva così raggiunto l'apice della carriera oratoria: non c'era allora niente di più importante che parlare dinanzi all'imperatore ed a nome dell'imperatore per lodarlo dinanzi al popolo.

Ma il breve racconto del mendicante ubriaco lascia immediatamente capire come egli non trovava in questi incarichi prestigiosissimi la vera pace interiore, cioè il piacere e la felicità che egli desiderava, anzi era sempre irrequieto e insoddisfatto. Provate ancora una volta a tentare un raffronto con l'oggi: quando una persona potente e pubblicamente elogiata è serena? La sua serenità consiste nella sua fama?

Le Confessioni proseguono poi raccontando della sorte degli amici di Agostino che si ritrovarono con lui a Milano. Evidentemente egli sentiva il bisogno dell'amicizia, senza la quale non si riesce a godere veramente delle cose.

Innanzitutto Alipio che era stato assessore giudiziario a Roma: «A Roma, quando lo incontrai, Alipio si legò a me della più stretta amicizia e partì con me alla volta di Milano sia per non lasciarmi, sia per mettere a frutto le nozioni di diritto che aveva appreso, secondo il desiderio dei genitori più che suo. Aveva già esercitato per tre volte la mansione di assessore giudiziario, meravigliando i colleghi con la sua integrità, ma meno di quanto si meravigliava lui di essi, che anteponevano l'oro alla rettitudine. [...] A Roma era assessore presso il conte preposto alle finanze italiche. Viveva in quel tempo un senatore potentissimo, che si teneva molta gente legata con i benefici e soggetta con l'intimidazione. Costui pensò di permettersi, secondo l'usanza dei potentati suoi pari, non so quale atto non permesso dalla legge. Alipio gli resistette. Gli fu promessa una ricompensa, ed egli ne rise di cuore; furono proferite minacce, ed egli le calpestò, con ammirazione di tutti verso un ardire non comune» (Confessioni VI,10.16).

Si vede qui come Agostino a Roma avesse frequentato gli ambienti del senato e, quindi, anche la Curia dei Fori Romani.

A fianco di Agostino ed Alipio c'era un terzo amico, Nebridio, perché mai la vera amicizia è gelosa:

«Anche Nebridio aveva lasciato il paese natio, nei pressi di Cartagine, e poi Cartagine stessa, ove lo s'incontrava spesso; aveva lasciato la splendida tenuta del padre, lasciata la casa e la madre, che non era disposta a seguirlo, per venire a Milano con l'unico intento di vivere insieme a me nella ricerca ardentissima della verità e della sapienza. Investigatore appassionato della felicità umana, scrutatore acutissimo dei più difficili problemi, come me anelava e come me oscillava. Erano, le nostre, le bocche di tre affamati che si ispiravano a vicenda la propria miseria, rivolte verso di te, in attesa che dessi loro il cibo nel tempo opportuno» (Confessioni VI,10.17).

I tre amici intuivano che per trovare ciò che veramente desideravano avrebbero dovuto dedicare la parte migliore del loro tempo alla ricerca della verità e di Dio, ma esitavano a farlo, presi dalle mille cose che dovevano fare: «Ed eccomi ormai trentenne, vacillante ancora nel medesimo fango, avido di godere del presente fugace e dispersivo, mentre mi andavo dicendo: "Domani troverò. [...] O filosofi dell'Accademia, spiriti grandi, nessuna certezza si può davvero raggiungere a guida della vita. Ma no, cerchiamo con maggiore impegno, anziché disperare. Ecco ad esempio che quelle che sembravano assurdità nei libri della chiesa, non lo sono più: è possibile intenderle in maniera diversa e degna. Prenderò dunque come appoggio ai miei passi il gradino ove fanciullo mi posero i genitori, finché mi si riveli chiaramente la verità. Ma dove cercarla? quando cercarla? Non ha tempo Ambrogio, non abbiamo tempo noi per leggere [...] Riserviamo del tempo e assegniamo alcune ore alla salvezza dell'anima. Una grande speranza è spuntata: gli insegnamenti della fede cattolica non sono quali li pensavamo, le nostre accuse erano inconsistenti. [...] E noi dubitiamo a bussare perché ci si schiudano le altre verità? Le ore del mattino sono occupate dalla scuola; nelle altre cosa facciamo? Perché non impiegarle in quest'opera? Ma quando andremmo a ossequiare gli amici importanti, di cui ci occorre l'appoggio, quando prepareremmo le dissertazioni da smerciare agli alunni, quando, anche, ci riposeremmo, rilassando lo spirito dopo la tensione delle occupazioni?»(Confessioni VI,11.18).

E ancora: «Perché dunque esitiamo ad abbandonare le speranze mondane, per votarci totalmente alla ricerca di Dio e della vita beata? No, adagio: anche il mondo è piacevole e possiede una sua grazia non lieve. Bisogna essere cauti a troncare lo stimolo che ci spinge verso di esso, perché sarebbe indecoroso ritornarvi poi di nuovo. Ormai, ecco, siamo abbastanza preparati per ottenere una posizione di rilievo nella società, e che altro desiderare nella nostra condizione? Abbiamo un buon numero di amici potenti. Se non vogliamo brigare troppo per avere di meglio, una presidenza la possiamo ottenere senz'altro. Poi si dovrà sposare una donna di buona condizione, che non aggravi le nostre spese, e questo sarà il termine dei desideri; molti grandi uomini, degnissimi d'imitazione, si dedicarono allo studio della sapienza con le mogli al fianco»(Confessioni VI,11.19).

Agostino desiderava lasciare tutto ciò che aveva per dedicarsi alla ricerca e al servizio della verità, ma, insieme, cercava ancora un compromesso, non volendo rinunciare a tutto ciò che aveva costruito. Soprattutto si domandava se veramente avrebbe avuto la capacità di vivere castamente e, soprattutto, se la felicità non consisteva piuttosto nel matrimonio. Ma, interiormente, cominciava a porsi seriamente la domanda della vocazione al celibato cristiano. Scrive in maniera secca a riguardo: «Mi sembrava che sarei stato troppo misero senza gli amplessi di una donna» (Confessioni VI,11.20), ma è evidente che si stava facendo strada in lui un nuovo desiderio, anche a motivo dei consigli dell'amico Alipio: «Alipio mi sconsigliava, per la verità, di prendere moglie: se lo avessi fatto, mi ripeteva su tutti i modi, non avremmo potuto assolutamente vivere assieme e indisturbati, nel culto della sapienza, come da tempo desideravamo. Personalmente egli osservava fin da allora una castità assoluta, e questa condotta era tanto più ammirevole, in quanto nei primi anni della sua adolescenza aveva sperimentato il piacere della carne. [...] Egli si stupiva che io, non poco stimato da lui, fossi invischiato nel piacere a tal punto, da asserire, quando se ne discuteva fra noi, che non avrei potuto assolutamente condurre una vita celibe»(Confessioni VI,12.21-22)[14].

La questione del matrimonio divenne a Milano ancora più importante perché la madre, Monica, secondo le consuetudini dell'epoca, cercò di imporre al figlio un matrimonio con una persona del rango che Agostino aveva ormai raggiunto, finché lo convinse a rimandare “illa” ed a stringere un fidanzamento ufficiale con una giovane ragazza, anch'essa per noi senza nome: «Intanto venivo sollecitato instancabilmente a prendere moglie. Così ne avevo ormai avanzato la richiesta e ottenuta la promessa. Chi lavorava maggiormente in questo senso era mia madre, con l'idea che, una volta sposato, il lavacro salvifico del battesimo mi avrebbe mondato. […] Si insisteva e la fanciulla fu richiesta. Le mancavano ancora due anni all'età da marito, però piaceva a tutti, e così si aspettava»(Confessioni VI,13.23).

Ma Agostino, non appena allontanò la sua concubina, in attesa del matrimonio si prese con sé una nuova compagna, non riuscendo a vivere solo. Questo avvenne nonostante la testimonianza di “illa” che aveva ormai deciso di vivere in stato verginale come voto a Dio: «Ma io, sciagurato, incapace d'imitare una tale donna e di pazientare quei due anni di attesa finché avrei avuto in casa la sposa già richiesta, meno desideroso delle nozze di quanto fossi servo della concupiscenza, mi procurai un'altra donna, non certo moglie, quale nutrimento, quasi, che prolungasse, intatta o ancora più vigorosa, la malattia della mia anima»(Confessioni VI,15.25).

Segue poi il Libro VII che tratta della soluzione definitiva della questione che turbava Agostino, quella dell'origine del male. Ma su questo ci soffermeremo nel prossimo incontro.

Finalmente il Libro VIII racconta la conversione di Agostino alla fede cristiana. Nuovamente la questione del desiderio e del piacere è al centro. Agostino aveva ormai compreso, rifiutando l'errore dei manichei, che la fede cristiana era vera, ma non si decideva a sceglierla: «Non desideravo acquistare ormai una maggiore certezza di te, quanto piuttosto una maggiore stabilità in te. Senonché dalla parte della mia vita terrena tutto vacillava, e bisognava ripulirmi il cuore del fermento vecchio. La via, ossia la persona del Salvatore, mi piaceva, ma ancora mi spiaceva passare per le sue vie strette» (Confessioni VIII,1.1).

È importante soffermarsi su questo: si può credere solo perché la fede è vera, solo perché si è profondamente convinti che essa non inganna - e perché riusciamo a “rendere ragione della speranza che è in noi” (1 Pt 3,15) - ma, insieme, possiamo credere solo perché facciamo esperienza, per usare un'espressione cara a Benedetto XVI, che il vangelo è il “grande sì” di Dio alla vita: se, infatti, fossimo convinti che la fede fa appassire la vita con la sua gioia, ci rifiuteremmo di divenire cristiani. Ed ecco che Agostino esita proprio per questo: da un lato è ormai convinto della verità della fede, ma non è ancora convinto del tutto che meriti “passare per la porta stretta” della fede.

In particolare, il Libro VIII racconta che continuava in lui l'esitazione a motivo della castità che la fede gli proponeva: «Vedevo la Chiesa popolata di fedeli che avanzavano, l'uno in un modo, l'altro in un altro; invece mi disgustava la mia vita nel mondo. Era divenuta per me un grave fardello, ora che il piacere sensuale non mi attraeva più come prima e le speranze di gloria e di guadagno non mi aiutavano più a sopportare una schiavitù così grave. Ormai tutto ciò mi attraeva meno della tua dolcezza e della bellezza della tua casa, che ormai amavo. Ma ero tenacemente legato alla donna. L'Apostolo non mi proibiva il matrimonio, sebbene mi invitasse ad uno stato migliore, desiderando, se possibile, che tutti gli uomini fossero come lui; ma io, più debole, cercavo una posizione più comoda. Era questo unico motivo che mi faceva oscillare. […] Avevo già trovato la perla preziosa e mi era conveniente acquistarla vendendo tutti i miei beni. Eppure esitavo» (Confessioni VIII,1.2).

Agostino stesso ci racconta come Simpliciano, un prete milanese, attraverso il racconto della conversione di un filosofo dell'epoca che si chiamava Mario Vittorino, lo convinse del fatto che non bastava credere, ma era necessario appartenere a Cristo ed alla sua chiesa. Abbiamo già accennato a questo episodio ed ora possiamo leggerne direttamente la descrizione. Simpliciano raccontò a Milano ad Agostino la conversione di Vittorino avvenuta invece a Roma, quando questo grande pensatore abbandonò il paganesimo e divenne cristiano. Simpliciano fu testimone oculare delle tappe della sua conversione. Questo il racconto dei fatti: «Feci visita dunque a Simpliciano, padre quanto all'accoglienza della grazia, dell'allora vescovo Ambrogio che davvero lo amava come un padre. Quando, nel descrivergli la tortuosità dei miei errori, accennai alla lettura da me fatta di alcune opere dei filosofi platonici, tradotte in latino da Vittorino, già retore a Roma e morto, a quanto avevo udito, da cristiano, si rallegrò con me per non essermi imbattuto negli scritti di altri filosofi, pieni di menzogne e di inganni secondo i princìpi di questo mondo. Nei platonici invece s'insinua in molti modi l'idea di Dio e del suo Verbo. Per esortarmi poi all'umiltà di Cristo, celata ai sapienti e rivelata ai piccoli, mi raccontò i suoi ricordi di Vittorino, appunto, da lui conosciuto intimamente durante il suo soggiorno a Roma. Quanto mi narrò dell'amico non tacerò, poiché offre l'occasione di rendere grande lode alla tua grazia. Quel vecchio uomo possedeva una vasta dottrina ed esperienza in tutte le discipline liberali, aveva letto e meditato un numero straordinario di filosofi, era stato maestro di moltissimi nobili senatori; così meritò e ottenne, per lo splendore del suo altissimo insegnamento, un onore ritenuto insigne dai cittadini di questo mondo: una statua nel Foro romano. Fino a quell'età aveva venerato gli idoli e partecipato ai sacrifici sacrileghi, da cui la nobiltà romana di allora quasi tutta invasata, delirava per il figlio poppante di Osiride e per mostri divini di ogni genere e per Anubi, il cane divino che abbaia, i quali un giorno avevano preso le armi contro Nettuno e Venere e Minerva. Roma supplicava ora questi dèi dopo averli vinti, e il vecchio Vittorino li aveva difesi per lunghi anni con eloquenza terrificante. Eppure non arrossì di farsi fanciullo del tuo Cristo e anzi infante del tuo fonte battesimale, di sottoporre il collo al giogo dell'umiltà, di chinare la fronte al disonore della croce.
O Signore, Signore, che hai abbassato i cieli e sei disceso, hai toccato i monti e hanno fumato, in che modo ti sei insinuato in quel cuore? A detta di Simpliciano, leggeva la Sacra Scrittura, e scrutava e studiava con la massima diligenza tutti i testi cristiani. Diceva a Simpliciano, non in pubblico, ma in gran segreto e confidenzialmente: "Devi sapere che sono ormai cristiano". L'altro gli replicava: "Non lo crederò né ti considererò nel numero dei cristiani finché non ti avrò visto nella chiesa di Cristo". Egli domandava allora sorridendo: "Sono dunque i muri a fare i cristiani?". E lo affermava spesso di essere ormai cristiano e Simpliciano replicava sempre a quel modo ed egli sempre ripeteva quel suo motto scherzoso sui muri della chiesa. In realtà aveva paura di spiacere ai suoi amici, superbi adoratori del demonio, temendo che dall'alto della loro babilonica maestà e da quei cedri, direi, del Libano, che il Signore non aveva ancora stritolato, pesanti avrebbero fatto cadere su di lui pesanti ostilità. Ma quando dalle letture piene di desiderio attinse una ferma risoluzione, ebbe paura di essere rinnegato da Cristo davanti agli angeli santi, se si fosse vergognato di riconoscerlo davanti agli uomini e si sentì colpevole di un grave delitto perché si vergognava dei sacri misteri del tuo umile Verbo, mentre non si vergognava dei sacrilegi di demoni superbi, che aveva superbamente accettati e imitati. Si vergognò allora del suo vero errore e arrossì della verità e, all'improvviso e di sorpresa, come narrava Simpliciano, disse all'amico: "Andiamo in chiesa, voglio diventare cristiano". Simpliciano, fuori di sé per la gioia, ve lo accompagnò senz'altro. Là fu istruito sui primi misteri; non molto tempo dopo diede anche il suo nome per essere rigenerato nel battesimo, tra lo stupore di Roma e la gioia della Chiesa. Se i superbi s'irritavano a quella vista, digrignavano i denti e si avvilivano per il dispetto, il tuo servo aveva il Signore Dio sua speranza e non volgeva lo sguardo alle vanità e alle bugiarde follie.
Infine venne il momento della professione di fede. A Roma chi si accosta alla tua grazia professa una formula fissa imparata a memoria da un luogo elevato, davanti alla massa dei fedeli. Però i preti, narrava l'amico, proposero a Vittorino di emettere la sua professione in forma privata, licenza che si usava accordare a chi si pensava fosse troppo timido o emotivo. Ma Vittorino preferì professare la sua salvezza di fronte alla santa assemblea. Da retore non insegnava la salvezza, eppure aveva professato la retorica pubblicamente; dunque tanto meno doveva vergognarsi del tuo gregge mansueto, pronunciando la tua parola, chi proferiva le sue parole senza vergognarsi delle folle insane. Così, quando salì a recitare la formula, tutti i presenti scandirono fragorosamente in segno di approvazione il suo nome, facendo eco gli uni agli altri, secondo come lo conoscevano. Ma chi era là, che non lo conosceva? Risuonò dunque di bocca in bocca nella letizia generale un grido composto: "Vittorino, Vittorino". E come subito gridarono gioiosi al vederlo, così immediatamente tacquero per udirlo. Egli recitò la sua professione della vera fede con sicurezza straordinaria. Tutti avrebbero voluto portarselo via dentro al proprio cuore, e ognuno davvero se lo portò via con le mani desiderose dell'amore e della gioia» (Confessioni VIII,2.3-5).

Questo racconto straordinario meriterebbe da solo ore e ore di riflessione. Dobbiamo accontentarci, invece, solo di qualche sottolineatura. Innanzitutto è bene ricordare che Simpliciano era un prete di Milano, che era stato maestro di Ambrogio e che gli succedette come vescovo. Evidentemente doveva aver abitato a Roma al tempo della conversione di Mario Vittorino e lo aveva accompagnato alla fede. Come stiamo vedendo, Simpliciano giocò un ruolo decisivo anche nella conversione di Agostino, perché quest'ultimo si era rivolto a lui come “padre spirituale” - potremmo dire - poiché Ambrogio era troppo impegnato e non aveva tempo di parlare con Agostino.

Mario Vittorino (280/285 ca.-dopo il 363), invece, di origine africana, era divenuto retore famosissimo a Roma. Intorno al 355, già anziano, si era convertito al cristianesimo, accettando anche, nel 362, l'umiliazione di dover lasciare l'insegnamento, quando Giuliano l'Apostata lo aveva interdetto ai cristiani, come raccontano ancora le Confessioni: «Aggiunse un altro particolare: che, poiché ai tempi dell'imperatore Giuliano un editto proibiva ai cristiani d'insegnare letteratura onoraria, Vittorino, inchinandosi alla legge, aveva preferito abbandonare la scuola delle ciance anziché la tua Parola, che rende eloquente la lingua di chi non sa parlare. A me però non parve che qui la sua forza d'animo fosse stata superiore alla sua fortuna, poiché aveva così trovato l'occasione per dedicarsi interamente a te»(Confessioni VIII,5.10).

In effetti, Mario Vittorino, che prima della conversione aveva scritto opere di carattere neoplatonico, ma aveva anche, forse per ragioni di convenienza, insegnato la venerazione delle divinità pagane e di quelle orientali comparse nell'urbe dopo che Roma aveva sconfitto i popoli “protetti” da quelle divinità - è evidente nel testo l'ironia di Agostino su queste divinità orientali che avevano preso quasi il posto di quelle tradizionali romane, mentre i romani governavano ormai il mondo -, si era poi dedicato, dopo l'editto anticristiano di Giuliano, a scrivere commentari alle lettere paoline e testi sul mistero della Trinità che poi Agostino utilizzerà.

Prima dell'effettiva conversione, le Confessioni fanno capire che Vittorino si era convinto della bontà del cristianesimo e della verità della sua fede, ma pensava che si potesse essere cristiani senza appartenere veramente alla chiesa: «Sono forse i muri a fare i cristiani?». Agostino doveva sentire la posizione di Vittorino simile a quella in cui egli esitava prima del battesimo: ormai frequentava la liturgia di Ambrogio, accettava le idee cristiane, ma la sua vita non cambiava ed egli non entrava nella chiesa.

Ma poi Vittorino - si sente qui l'eco dellae espressioni di Gesù “Chi si vergognerà di me e delle mie parole, anch'io mi vergognerò di lui” - decise di entrare nella chiesa e di professore pubblicamente il Simbolo di fede e di ricevere il battesimo, abbandonando la vita di un tempo. Il testo fa capire che tutti i catecumeni, prima del battesimo, professavano la fede “da un luogo elevato”, evidentemente all'interno della basilica di San Giovanni in Laterano. Era quella che viene chiamata la redditio fidei, cioè la proclamazione pubblica del Credo che è richiesta a chi si prepara al battesimo.

Simpliciano doveva essere anche lui quel giorno nella basilica, nel presbiterio della cattedrale di Roma, e aveva visto con gli occhi e udito con gli orecchi quanto era accaduto.

Ed ecco la reazione di Agostino, al racconto di Simpliciano: «Non appena il tuo servo Simpliciano mi ebbe narrata la storia di Vittorino, mi sentii ardere dal desiderio d'imitarlo, che era poi lo scopo per il quale Simpliciano me l'aveva raccontata»(Confessioni VIII,5.10).

Agostino medita, a distanza di tempo, sul fatto che nel cuore umano alberghino “desideri” in contrasto fra di loro: «Sì, da una volontà perversa era nata la libidine, e dal servizio della libidine era nata l'abitudine, e l'acquiescenza all'abitudine aveva generato la necessità [di ripetere i peccati]. Con questa sorta di anelli collegati fra loro, per cui ho parlato di catena, una dura schiavitù mi teneva prigioniero. La volontà nuova, che aveva cominciato a sorgere in me, volontà di servirti gratuitamente e goderti, o Dio, unica felicità sicura, non era ancora capace di vincere la prima, corroboratasi in tanti anni. Così in me due volontà, una vecchia, l'altra nuova, la prima carnale, la seconda spirituale, si scontravano e il loro conflitto lacerava la mia anima» (Confessioni VIII,5.10).

Traspare qui ancora una volta la modernità di Agostino e la novità con cui la fede cristiana penetra il cuore umano: il cuore umano - già lo dicevamo - è diviso, desidera qualcosa ed insieme il suo contrario, per cui non è semplicemente da seguire, bensì necessità di un discernimento su quale sia il vero desiderio del cuore stesso. Agostino scopriva di desiderare sempre più di vivere da cristiano, di assomigliare a Vittorino, ma, contemporaneamente, qualcosa in lui gli diceva il contrario. Si noti che qui lo aiuta a capire il proprio cuore la testimonianza di un altro: ascoltando la storia di Vittorino, Agostino cominciava a comprendere che vivere da cristiani era possibile ed era bello. E si nasceva in lui il desiderio di imitare la vita bella di Vittorino.

Ma in lui qualcosa si opponeva a questa decisione: «L'esperienza personale mi faceva comprendere le parole che avevo letto: come i desideri della carne siano opposti a quelli dello spirito, e quelli dello spirito a quelli della carne. Senza dubbio ero io nell'uno e nell'altra, ma più io in ciò che dentro di me approvavo, che in ciò che dentro di me disapprovavo. Qui ormai non ero più io, perché subivo piuttosto contro voglia, anziché agire liberamente. Tuttavia l'abitudine si era agguerrita a mio danno e per mia colpa, poiché volontariamente ero arrivato dove non avrei voluto» (Confessioni VIII,5.11).

Si vede qui come Agostino si accorgeva bene che la vita non è questione semplicemente di forza di volontà. L'uomo non è semplicemente libero di fare una cosa o l'altra - lo vedremo meglio parlando la prossima volta della questione pelagiana -, bensì si deve misurare con il male che cerca di far dimenticare i desideri più veri e che li indebolisce con le cattive abitudini, mentre, allo stesso tempo, viene accompagnato dalla grazia che accresce in lui il desiderio del bene e di Dio.

Con un'immagine bellissima ed insieme semplicissima, le Confessioni spiegano questa compresenza di desideri opposti nel cuore umano: «Così il peso del mondo mi opprimeva piacevolmente, come capita nei sogni. I miei pensieri e le mie riflessioni su di Te somigliavano agli sforzi di un uomo, che nonostante l'intenzione di svegliarsi viene di nuovo sopraffatto dalla sonnolenza sprofondando nel letto. E come nessuno vuole dormire sempre e tutti ragionevolmente preferiscono al sonno lo stare svegli, eppure spesso, quando una pesante sonnolenza si è impadronita delle membra, si ritarda il momento di scuotersi il sonno di dosso e, per quanto già dispiaccia, lo si assapora più volentieri, benché sia giunta l'ora di alzarsi; così io ero sì persuaso della convenienza di concedermi al tuo amore, anziché cedere alla mia passione; ma se l'uno mi piaceva e vinceva, l'altro mi attraeva e avvinceva. […] Non sapevo affatto cosa rispondere, se non, al più, qualche frase lenta e sonnolenta: "Fra breve", "Ecco, fra breve", "Attendi un pochino". Però quei "breve" e "breve" non avevano breve durata, e quell'"attendi un pochino" andava per le lunghe»(Confessioni VIII,5.12).

Agostino aiuta con questo esempio a capire come spesso si scambia la schiavitù per libertà: la grande questione della vita è che spesso l'uomo non riesce a trovare la forza di essere libero per scegliere ciò che realmente desidera e ama.

Poi le Confessioni raccontano un secondo avvenimento simile al racconto di Vittorino. Questa volta Agostino era insieme ad Alipio ed un certo Ponticiano, anch'egli africano, venuto a Milano, raccontò della conversione di due funzionari imperiali avvenuta nella città di Treviri, quando questi, a loro volta, avevano ascoltato della conversione di Sant'Antonio abate: «Un certo giorno ecco viene a trovarci, Alipio e me, né ricordo per quale motivo era assente Nebridio, un certo Ponticiano, nostro compatriota in quanto africano, che ricopriva una carica importante a palazzo. Ignoro cosa volesse da noi. [...] Ci raccontò la storia di Antonio, un monaco egiziano, il cui nome brillava chiaramente in mezzo ai tuoi servi, mentre per noi fino ad allora era oscuro. Quando se ne avvide, si dilungò nel racconto, istruendoci sopra un personaggio tanto ragguardevole a noi ignoto e manifestando la sua meraviglia, appunto, per la nostra ignoranza. Anche noi eravamo stupefatti all'udire le tue meraviglie potentemente attestate in un'epoca così recente, quasi ai nostri giorni, e operate nella vera fede della chiesa cattolica. Tutti eravamo meravigliati: noi, per quanto erano grandi, lui perché non erano ancora giunte al nostro orecchio»(Confessioni,VIII,6.14).

Ponticiano aveva poi raccontato, appunto, come due funzionari di Treviri, dopo aver letto la Vita di Antonio - scritta da Sant'Atanasio - avevano scelto la vita monastica: erano entrambi già fidanzati ed avevano lasciato le loro compagne per dedicarsi interamente alla ricerca di Dio.

Agostino prosegue raccontando la propria reazione al racconto: «Questo il racconto di Ponticiano. E tu, Signore, mentre parlava mi facevi rigirare su me stesso, togliendomi dalle mie spalle, dove mi ero rifugiato per non guardarmi, e ponendomi davanti al mio viso, affinché io vedessi quanto era deforme, quanto storpio e sordido, coperto di macchie e piaghe. Visione orrida; ma dove fuggire lungi da me?. Se tentavo di distogliere lo sguardo da me stesso, c'era Ponticiano, che continuava, continuava il suo racconto, e c'eri tu, che mi mettevi nuovamente di fronte a me stesso e mi ficcavi nei miei occhi, affinché scoprissi e odiassi la mia malvagità. La conoscevo, ma la coprivo, la trattenevo e me ne scordavo»(Confessioni,VIII,7.16).

Agostino ci fa capire ancora, con il racconto della sua conversione, come non basta conoscere la verità per viverla, come invece aveva affermato Socrate quando aveva detto che si fa il male solo per ignoranza perché, a suo dire, una volta conosciuto il bene ogni persona lo avrebbe seguito.

Le Confessioni sono molto più profonde e meno razionaliste delle tesi del pure straordinario pensatore greco: ci mostrano che nella vita è in gioco non solo la pura conoscenza della verità, ma anche il desiderio d'amore che rende liberi di seguire il bene E ci ricordano che il desiderio del bene deve affrontare un conflitto che nasce dal peccato originale e dall'abitudine al male che quel peccato ha generato: «Non solo l'andare, ma anche l'arrivare là altro non era che il volere di andare, però un volere vigoroso e totale, non i rigiri e sussulti di una volontà mezzo ferita nella lotta di una parte di sé che si innalza, contro l'altra che fa cadere» (Confessioni,VIII,8.19).

E ancora: «Non facevo la sola cosa che mi attraeva con un desiderio incomparabilmente più vivo e che all'istante, non appena l'avessi voluta, l'avrei potuto [raggiungere], perché insieme, desiderandola, l'avrei voluta. Lì il potere era lo stesso che il volere, il solo volere era già fare. Eppure non se ne faceva nulla: il corpo obbediva al più tenue volere dell'anima, che muove con il suo comando le membra, più facilmente di quanto l'anima non ubbidisca a se stessa per attuare nella sua volontà una sua grande volontà»(Confessioni,VIII,8.20).

Agostino si domanda, riflettendo su come sia imperfetta la volontà umana ed il suo desiderio: «Qual è l'origine di quest'assurdità? E quale la causa? M'illumini la tua misericordia, mentre interrogherò, se mai possono rispondermi, le pieghe nascoste delle miserie umane e le misteriosissime pene che affliggono i figli di Adamo. Qual è l'origine di quest'assurdità? E quale la causa? Lo spirito comanda al corpo, e subito gli si presta obbedienza; lo spirito comanda a se stesso, e incontra resistenza. Lo spirito comanda alla mano di muoversi, e il movimento avviene così facilmente, che non si riesce quasi a distinguere il comando dall'esecuzione, benché lo spirito sia spirito, la mano invece corpo. Lo spirito comanda allo spirito di volere, non è un altro spirito, eppure non esegue. Qual è l'origine di quest'assurdità? E quale la causa? Lo spirito, dico, comanda di volere, non comanderebbe se non volesse, eppure non esegue il suo comando. In verità non vuole del tutto, quindi non comanda del tutto. Comanda solo per quel tanto che vuole, e il comando non si esegue per quel tanto che non vuole, poiché la volontà comanda di volere, e non ad altri, ma a se stessa. E poiché non comanda tutta intera, non avviene ciò che comanda; se infatti fosse intera, non si comanderebbe di essere, poiché già sarebbe. Non è dunque un'assurdità quella di volere in parte, e in parte non volere; è piuttosto una malattia dello spirito, sollevato dalla verità ma non raddrizzato del tutto perché accasciato dal peso dell'abitudine. E sono due volontà, poiché nessuna è completa e ciò che è assente dall'una è presente nell'altra (Confessioni,VIII,9.21).

Ecco la complessità del desiderio umano: è ferito dal peccato, che lo porta a desiderare ciò che in realtà non vuole, ciò che gli fa male, ciò che disprezza. E subito Agostino aggiunge che questa volontà del male che è in noi non viene da una divinità cattiva contrapposta al vero Dio, poiché c'è un solo Dio: «Scompaiano dalla tua vista , o Dio, così come scompaiono, i ciarlatani e i seduttori delle menti, coloro che, avendo rilevato la presenza di due volontà nell'atto del decidere, affermano l'esistenza di due anime con due nature, l'una buona, l'altra malvagia. [...] Io, mentre stavo decidendo per entrare finalmente al servizio del Signore Dio mio, come da tempo avevo progettato di fare, ero io a volere, io a non volere; ero io, io. Da questa volontà incompleta e incompleta assenza di volontà nasceva la mia lotta con me stesso, la scissione di me stesso, scissione che, se avveniva contro la mia volontà, non dimostrava però l'esistenza di un'anima estranea, bensì il castigo della mia. Non ero neppure io a provocarla, ma il peccato che abitava in me quale punizione di un peccato commesso in maggiore libertà; poiché ero figlio di Adamo»(Confessioni,VIII,10.22).

Da solo Agostino non riusciva a farcela: «Non ricadevo al punto di prima: mi fermavo più vicino [al punto che volevo raggiungere] e respiravo. Seguiva un altro tentativo uguale al precedente, ancora poco ed ero un po' più in là, ancora poco e ormai quai toccavo, quasi stringevo la meta. E non la raggiungevo, non la toccavo, non stringevo nulla. Esitavo a morire alla morte e a vivere alla vita; aveva maggior potere su di me il male inoculato, che il bene inabituale» (Confessioni,VIII,11.25).

Ma ecco che un evento gli dette la forza di compiere il passo decisivo. Le Confessioni lo raccontano nel famoso episodio del “tolle, lege”, del “prendi e leggi”, che si verificò un giorno che Agostino era affranto nel pianto, mentre continuava ad esitare nella scelta di servire il Signore: «Così parlavo e piangevo nell'amarezza sconfinata del mio cuore affranto. A un tratto dalla casa vicina mi giunge una voce, come di fanciullo o fanciulla, non so, che diceva cantando e ripetendo più volte: "Prendi e leggi, prendi e leggi". Mutai d'aspetto all'istante e cominciai a riflettere con la massima cura se fosse una cantilena usata in qualche gioco di ragazzi, ma non ricordavo affatto di averla udita da nessuna parte. Arginata la piena delle lacrime, mi alzai. L'unica interpretazione possibile era per me che si trattasse di un comando divino ad aprire il libro e a leggere il primo verso che vi avrei trovato. [...] Così tornai concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove avevo lasciato il libro dell'apostolo [Paolo] quando mi ero allontanato. Lo afferrai, lo aprii e lessi in silenzio il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. Diceva: “Non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri”. Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Appena terminata infatti la lettura di questa frase, una luce come di certezza penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono. […] Mi hai rivolto a te in modo così pieno, che non cercavo più neanche una moglie né avanzamenti sociali» (Confessioni VIII,12.29-30).

L'episodio avvenne a Milano ed è avvolto nel mistero. Cerchiamo solo di rileggerlo per contemplarlo più da vicino. Agostino ci racconta che era sempre più in crisi e che si ritirò nel giardino della sua casa, a poca distanza da Alipio che lo seguiva preoccupato. Potremmo dire che ciò che avvenne è qualcosa di apparentemente molto semplice, come avviene spesso nella conversione di tanti. Non ci sono fatti esteriormente eclatanti, bensì è a partire da parole ascoltate o da testimonianze semplicissime che nasce la conversione. Agostino fin lì aveva capito tante cose, ma il suo orgoglio ed, insieme, i suoi sensi di colpa, lo portavano a basare tutta la vita sulle sue forze, sulle sue capacità. Finalmente capì che da soli non si arrivava a Dio, ma bisognava diventare disponibili a lui, accogliere la sua parola e far tacere la propria. Capì che non ci si dà l'amore e la salvezza da soli, ma che è la grazia che ci raggiunge, che bisogna rivolgersi al Dio che ci ha creati e che ci salva.

Agostino, attraverso un evento così semplice, come ascoltare un canto che egli interpretò come un invito a prendere la Parola di Dio ed a lasciarla penetrare in sé divenne una creatura nuova. Anche le nostre storie sono segnate di momenti in cui la grazia si fa concreta, diviene la nostra storia: noi smettiamo di difenderci e la Parola di Dio ci raggiunge.

Per Agostino avvenne proprio in quel giorno, proprio in quel luogo: egli smise di misurare tutto con il proprio metro, con i propri progetti e si rimise nelle mani di Dio. Questo era - ed è - straordinariamente nuovo per quell'epoca: nel mondo antico non era assolutamente normale che un uomo accettasse il fatto che nella propria struttura umana non ci fosse niente per bastare a se stessi, anzi i modelli educativi del tempo insistevano unicamente sullo sviluppo delle proprie capacità come origine di tutto il successo personale e motivo del raggiungimento della felicità: Agostino, invece, si abbandonò all'amore di Dio, ammettendo infine che era questa la perla preziosa.

È importante sottolineare qui che Agostino era ben consapevole, quando scrisse le Confessioni, che il cammino di conversione non era un cammino puramente interiore, ma era stato contrassegnato dall'opera di Cristo e della sua Chiesa. Come precedentemente era stata la figura di Ambrogio a liberarlo dai dubbi biblici e teologici che lo laceravano, come era stato il racconto della conversione di Vittorino a stimolarlo, come era stata la narrazione della vita di Antonio e dei due funzionari che si erano convertiti leggendola, così ora, anche al momento della conversione, era stata una voce esterna a lui che lo invitava a prendere e leggere; ed era la chiarezza della Sacra Scrittura che egli percepì come esplicito richiamo che Dio rivolgeva proprio a lui.

Tutto questo aiuta a comprendere bene l'insegnamento agostiniano sul “rede in interiore homine”, sulla necessità di ritornare in se stessi, perché Dio abita in noi. Dio non abita in noi come qualcosa che è prodotto da noi stessi e nemmeno come qualcuno cui possiamo giungere solo con le nostre forze: solo a partire dalla grazia che agisce sul desiderio e solo a partire dalla voce stessa della chiesa e delle Sacre Scritture l'uomo può ritornare in se stesso e non trovarvi solo il proprio peccato, ma anche la propria creaturalità amata dal salvatore.

È fondamentale in Agostino questa scoperta che Dio è veramente al di fuori di lui, prima di essere in lui. Meglio: che Dio può essere in lui, perché al contempo e prima è più grande di lui. Agostino non identifica Dio con il proprio cuore, né ritiene il proprio cuore una parte dio Dio, bensì è il cuore che desidera la relazione, l'incontro, con Dio, perché per questo rapporto da Dio è stato creato: «Io capii di essere lontano da Te in una regione dove tutto è diverso da Te, e dove udii la Tua voce chiamarmi: Sono il nutrimento degli adulti. Cresci e ti nutrirai di Me. Ma non sarò Io a trasformarmi in te [...] Sarai invece tu a trasformarti in Me» (Confessioni VII,10.16).

II.10/ Il battesimo di Agostino all'inizio del Libro IX

Il Libro IX riprende ancora una volta, dopo la conversione, il tema del desiderio e della dolcezza con cui esso muove il cuore: «Come a un tratto divenne dolce per me restar privo delle dolcezze frivole di prima! Prima temevo di rimanerne privo, ora godevo di privarmene. Tu, vera, suprema dolcezza, le scacciavi da me, e entravi in me al loro posto, più dolce di ogni piacere, ma non per la carne e il sangue; più chiaro di ogni luce, ma più riposto di ogni segreto; più sublime di ogni onore, ma non per chi cerca in sé la propria esaltazione. Il mio animo era libero ormai dagli assilli assillanti dell'ambizione, del denaro, della sozzura e della prurigine delle passioni, e parlavo, parlavo con te, mia gloria e ricchezza e salvezza, Signore Dio mio» (Confessioni IX,1,1).

Le Confessioni raccontano poi come Agostino aspettò che giungessero le vacanze estive per abbandonare la professione di retore e di insegnante, in maniera da non inorgoglirsi della scelta di seguire il Signore, anche se l'attesa fu difficile, tanto era il desiderio di dedicarsi completamente al servizio di Dio: «Avevi trafitto il cuore con le frecce del tuo amore, portavamo le tue parole conficcate nelle viscere, e gli esempi dei tuoi servi, che da oscuri avevi reso splendidi, da morti viventi, stavano concentrati al cuore della nostra meditazione, erano fuoco che consumava ogni profondo torpore, per impedirci di farci ricadere in basso. Tanto ne eravamo infiammati, che tutti i soffi contrari delle lingue perfide ci avrebbero infiammati ancor più, non estinto l'incendio»(Confessioni IX,2.3).

Il gruppo di amici si trasferì a Cassiciaco (forse l'odierna Cassago in Brianza), presso la villa di Verecondo e della sua consorte. Ne facevano parte Monica, il fratello di Agostino Navigio, il figlio Adeodato, i suoi cugini Lastidiano e Rustico, l'amico Alipio e due alunni, Licenzio, figlio di Romaniano, e Trigezio.

Venne finalmente il momento del battesimo, che fu amministrato, nella Pasqua del 387 dallo stesso Ambrogio, che dovette guidare poi anche la catechesi mistagogica dei neofiti, anche se Agostino continuò ad essere guidato probabilmente da Simpliciano e non da Ambrogio che continuava ad essere molto preso dalle molte attività.

Nella notte del 24 aprile Agostino, suo figlio Adeodato ed Alipio vennero battezzati insieme: «Giunto il momento in cui dovevo dare il mio nome per il battesimo [N.B. è l'elezione dei catecumeni con l'iscrizione dei loro nomi nel libro degli “eletti” al battesimo] lasciammo la campagna e facemmo ritorno a Milano. Alipio era pronto a rinascere anch'egli in te con me. Si era già rivestito dell'umiltà che conviene ai tuoi sacramenti [...] Prendemmo con noi anche il giovane Adeodato, nato dalla mia carne e frutto del mio peccato. Tu l'avevi creato bene. Era appena quindicenne, e superava per intelligenza molti importanti e dotti personaggi. Ti riconosco i tuoi doni, Signore Dio mio, creatore di tutto, tanto potente da dare forma alle nostre deformità; poiché di mio in quel ragazzo non avevo che il peccato, e se veniva allevato da noi nella tua disciplina, fu per tua ispirazione, non di altri. Ti riconosco i tuoi doni. In uno dei miei libri, intitolato Il maestro, mio figlio appunto conversa con me. Tu sai che tutti i pensieri introdotti in quel libro dalla persona del mio interlocutore sono suoi, di quando aveva sedici anni. Di molte altre sue doti, ancora più straordinarie, ho avuto la prova. La sua intelligenza quasi mi spaventava; ma chi, al di fuori di te, poteva essere il creatore di tali meraviglie? Molto presto hai tolto la sua vita alla terra, e il mio ricordo di lui è tanto più sereno, in quanto non ho più nulla da temere per la sua fanciullezza, per l'adolescenza e l'intera sua vita. Lo unimmo, dunque, a noi come nostro coetaneo nella tua grazia, da educare nella tua disciplina. E fummo battezzati, e scomparve da noi l'inquietudine della vita passata. In quei giorni non ero mai sazio di considerare con ammirata dolcezza i tuoi profondi disegni di salvezza del genere umano» (Confessioni IX,6.14). Successivamente anche Nebridio ricevette il battesimo.

Si noti il legame strettissimo che esisteva fra Agostino e suo figlio e come sia evidente che egli si battezzò insieme al padre, perché i figli seguivano le decisioni dei loro genitori, pur nella consapevolezza che sarebbe dovuta proseguire poi dopo una educazione cristiana più completa.

Si noti anche l'importanza che Agostino attribuisce alla chiesa: egli ha deciso di divenire cristiano, ma è la chiesa a renderlo tale, con il dono del battesimo, così come la grazia lo aveva toccato non solo interiormente, ma anche tramite la vita di altri cristiani.

Ed, infatti, subito dopo il battesimo, le Confessioni accennano al grande valore che ebbe anche nella formazione di Agostino il canto degli inni liturgici che Ambrogio propose al suo popolo, nella lotta contro gli ariano che volevano impadronirsi, appoggiati dal Giustina, la madre dell'imperatore Valentiniano, di alcune chiese di Milano: «Non da molto tempo la Chiesa milanese aveva introdotto la pratica consolante e incoraggiante, di cantare come fratelli, con le voci e i cuori all'unisono, con grande fervore. Era passato un anno esatto, o non molto più, da quando Giustina, madre del giovane imperatore Valentiniano, aveva cominciato a perseguitare il tuo campione Ambrogio, istigata dall'eresia in cui l'avevano sedotta gli ariani. La folla dei fedeli vigilava ogni notte in chiesa, pronta a morire con il suo vescovo, il tuo servo. Là mia madre, ancella tua, che per il suo fervore era in prima fila nelle veglie, viveva di preghiere. Noi stessi, sebbene freddi ancora del calore del tuo spirito, ci sentivamo tuttavia eccitati dall'ansia attonita della città. Fu allora, che s'incominciò a cantare inni e salmi secondo l'uso degli orientali, per evitare che il popolo stanco cadesse nella noia e nella tristezza. Da allora questa innovazione si è conservata fino ad oggi e è imitata da molti, anzi ormai da quasi tutte le comunità dei tuoi fedeli nelle altre parti del mondo»(Confessioni IX,7.15).

A questo racconto della fede trasmessa tramite il canto liturgico - sottolineatura importantissima per noi catechisti - segue poi il ricordo della scoperta delle reliquie di Protasio e Gervasio, anch'essa segno corroborante della fede, come lo è sempre il misurarsi con chi ci ha preceduto nella fede ed intercede per noi.

Agostino ricorda come trovasse ancora molto difficile la lettura della Bibbia. Ambrogio gli aveva suggerito di leggere il profeta Isaia, ma egli, dopo averne cominciato la lettura, lo abbandonò, non riuscendo a trarne giovamento. Lo aiutava di più, invece, la preghiera dei Salmi attraverso i quali continuava a meditare su dove si trovasse il vero bene: «Il mio bene non era più fuori di me, né lo cercavo più sotto questo sole con gli occhi della carne. Quanti pretendono di avere gioia fuori di sé, facilmente si disperdono, gettandosi sulle cose visibili e temporali e cercano di afferrarne famelicamente la loro apparenza. [...] Gridavo, leggendo esteriormente queste parole [dei Salmi] e comprendendole interiormente, né volevo disperdermi nei beni terreni, divorando il tempo e divorato dal tempo, mentre avevo nell'eterna semplicità un diverso frumento e vino e olio» (Confessioni IX,4.10).

Possiamo chiudere qui, alla metà del IX Libro, la nostra lettura delle Confessioni. La riprenderemo da dove l'abbiamo lasciata nel prossimo incontro, negli scavi di Ostia antica, dove morì Monica, mentre con Agostino si stava preparando per tornare in Africa.

II.11/ Il desiderio ed il piacere in Sant'Agostino

Veniamo ora ad alcune riflessioni più generali, che ci aiuteranno a comprendere ulteriormente il percorso che abbiamo sin qui compiuto.

Agostino non è il primo a porsi il problema della felicità, del piacere, del desiderio. Questa questione è antica quanto l'uomo, perché nasce dall'amore per la vita, dall'amore per se stessi, per gli altri, per il mondo. Più volte nei suoi scritti Agostino ricorda che non esiste uomo che non cerchi la felicità.

Agostino condivide con tanti pensatori la convinzione che non si possa essere felici semplicemente approfittando dei beni che il creato ci offre. Mi piace qui citare, in maniera provocatoria, il grande Epicuro, che spesso viene etichettato semplicemente come un bieco materialista. Se noi leggiamo i suoi testi e non ci limitiamo alle leggende che si sono costruite sulla sua figura, troviamo passaggi sorprendenti come questo: «Proprio perché il piacere è il nostro bene più importante ed innato, noi non cerchiamo qualsiasi piacere; ci sono casi in cui noi rinunciamo a molti piaceri se ce ne deriva un affanno. Inoltre consideriamo i dolori preferibili ai piaceri, quando da sofferenze a lungo sopportate ci deriva un piacere più elevato. Quando diciamo che il piacere è il nostro fine ultimo, noi non intendiamo con ciò i piaceri sfrenati, e nemmeno quelli che hanno a che fare con il godimento materiale, come dicono coloro che ignorano la nostra dottrina. La saggezza è principio di tutte le altre virtù e ci insegna che non si può essere felici, senza essere saggi, onesti e giusti. Le virtù in realtà sono un’unica cosa con la vita felice e questa è inseparabile da essi» (Epicuro, Lettera a Meneceo).

Notate in questo testo straordinario come si affermi che è necessaria una fatica per raggiungere il vero piacere, la vera gioia, come il desiderio indichi vie impervie. Ed Epicuro arriva ad affermare che senza virtù, senza una vita buona, non si può veramente assaporare integralmente il piacere ed essere felici! Perché solo vivere bene, solo vivere una vita che ha un senso, che è ricca di significato, riempie il cuore[15].

Agostino si colloca in questa linea. Egli ha scoperto, attraverso la sua riflessione e la sua esperienza, che il piacere e la felicità appartengono non solo alla carne, ma anche al cuore e che il cuore e la carne possono - anzi debbono - andare d'accordo e non opporsi.

C'è una bellissima Colletta nella messa della XX domenica che riprende in forma liturgica la riflessione agostiniana: «O Dio che hai preparato beni invisibili per coloro che ti amano, infondi in noi la dolcezza del tuo amore, perché amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa, otteniamo i beni da te promessi che superano ogni desiderio».

Io amo molto queste espressioni: amare Dio in ogni cosa, amare Dio al di sopra di ogni cosa. Per la fede cristiana non si può amare Dio e disprezzare le persone o le cose. Non potrebbe mai attecchire nella coscienza cristiana qualcosa come il terrorismo suicida, dove io, appellandomi all'amore di Dio, arrivo ad odiare altre persone e dimostro nell'odio e nel mio disprezzo per la vita proprio il mio presunto amore per Dio. Piuttosto, se io non amo te, ciò significa che io non amo nemmeno Dio. Non basta amare Dio al di sopra di ogni cosa, lo si deve - e lo si può! - amare anche in tutte le cose.

Ma, allo stesso tempo, non basta amare Dio in ogni cosa: lo si deve - e lo si può - amare anche al di sopra di tutte le cose. Agostino scoprì che solo amando Dio al di sopra di tutto era poi possibile amare pienamente ogni realtà, ogni persona. E scoprì che questo amore “di Dio” non era primariamente l'amore che lui portava per Dio, ma che il nostro amore era preceduto dall'amore che da Dio abbiamo ricevuto, a cui ci siamo abbandonati con fiducia.

Questo amore di Dio in ogni cosa e al di sopra di ogni cosa è il tesoro più prezioso, è il cuore del desiderio e della pienezza della vita. In una densissima espressione Agostino scrisse: «Desiderium sinus cordis est» (Trattati su Giovanni, 40.10), è il desiderio di Dio il “seno” del cuore, il cuore del cuore umano: cioè è solo il desiderio di Dio che rende profondo il cuore, che scava il cuore, perché Dio è al fondo del cuore umano.

Agostino era convinto che il cristianesimo non era la mortificazione del desiderio, ma anzi l'unica via per raggiungerlo ed approfondirlo. Innanzitutto, si gode delle cose, perché esse ci guidano alla relazione con gli altri, perché le utilizziamo nell'amore, ma poi la scoperta della possibilità di essere in relazione con Dio ci fa scoprire che le cose e, ancor più, le persone escono dalle sue mani come doni. E noi le amiamo in Lui che ce le ha donate e amiamo Lui che ce le dona.

E possiamo rinunciarvi se questo è utile per amare più liberamente le persone e il Signore stesso, perché questo amore è il vero godimento.

Con una straordinaria distinzione Agostino afferma che ci sono due tipi di godimento, quello dell'usare delle cose - in latino si utilizza il verbo uti - e quello del goderne appieno - in latino con il verbo frui.

Agostino fa capire che il grande errore della sua vita non è stato quello di amare le cose, bensì quello di cercare in esse sole la felicità. In uno dei suoi scritti, il De doctrina christiana, afferma: «Riguardo alle cose, alcune sono fatte per goderne (frui), altre per usarne (uti), altre invece per goderne e usarne. Le cose fatte per goderne sono quelle che ci rendono beati; dalle cose presenti invece, che bisogna solo usare, veniamo sorretti nel nostro tendere alla beatitudine. Di esse, per così dire, ci equipaggiamo per poter giungere a quelle che ci rendono beati e aderir loro. Quanto a noi, che poi siamo quelli che o godiamo o usiamo quelle altre cose, ci troviamo nel mezzo fra le une e le altre e, se vogliamo godere delle cose di cui dobbiamo solo servirci, la nostra corsa è ostacolata e qualche volta diviene anche tortuosa, con la conseguenza che, ostacolati appunto dall’amore per ciò che è inferiore, siamo o ritardati o anche distolti dal conseguire quelle cose di cui si deve godere» (La dottrina cristiana, I,3,3).

Agostino vuole dire che non è sbagliato godere, ad esempio, del cibo quando si ha fame. Anzi sarebbe follia trascurare il proprio nutrimento. Ma il vero godimento sta nel nutrirsi rendendo grazie a Dio delle meraviglie del creato che sono così buone da assaporare, godendo insieme della compagnia delle persone che divengono a noi sempre più care man mano che condividiamo insieme la mensa. Se si pensasse, invece, che la vera gioia, il vero piacere, consista nell'ingozzarsi di tutto ciò che si può mangiare ecco che questo impedirebbe, invece, di giungere alla pienezza della felicità.

Nei bellissimi Trattati sul vangelo di Giovanni, Agostino spiega che esiste un piacere dello spirito che è infinitamente più grande di quello semplicemente corporale e che è così grande che anche il corpo partecipa della dolcezza che prova lo spirito:

«"Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre" (Gv 6,44). Non pensare di essere attirato contro la tua volontà: l’anima è attirata anche dall’amore. Né dobbiamo temere di essere criticati per queste parole evangeliche della Sacra Scrittura da quanti stanno a pesare le parole, ma sono del tutto incapaci di comprendere le cose divine. Costoro potrebbero obiettarci: Come posso ammettere che la mia fede sia un atto libero, se vengo trascinato? Rispondo: Nessuna meraviglia che sentiamo una forza di attrazione sulla volontà. Anche il piacere ha una forza di attrazione.
Che significa essere attratti dal piacere?
"Cerca la gioia nel Signore, esaudirà i desideri del tuo cuore" (Sal 36,4). Esiste dunque una certa delizia del cuore, per cui esso gode di quel pane celeste. Il poeta Virgilio poté affermare: Ciascuno è attratto dal proprio piacere. Non dunque dalla necessità, ma dal piacere, non dalla costrizione, ma dal diletto. Tanto più noi possiamo dire che viene attirato a Cristo l’uomo che trova la sua delizia nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, dal momento che proprio Cristo è tutto questo. Forse che i sensi del corpo hanno i loro piaceri e l'anima non dovrebbe averli? [...]
Dammi uno che ami, e capirà quello che sto dicendo. Dammi uno che arda di desiderio, uno che abbia fame, che si senta pellegrino e assetato in questo deserto, uno che sospiri alla fonte della patria eterna, dammi uno che sperimenti dentro di sé tutto questo ed egli capirà la mia affermazione. Se, invece, parlo ad un cuore freddo e insensibile, non potrà capire ciò che dico.
Tu mostri ad una pecora un ramoscello verde e te la tiri dietro. Mostri ad un fanciullo delle noci, ed egli viene attratto e là corre dove si sente attratto: è attirato dall'amore, è attirato senza subire costrizione fisica; è attirato dal vincolo che lega il cuore. Se, dunque, queste delizie e piaceri terreni, presentati ai loro amatori, esercitano su di loro una forte attrattiva - perché rimane sempre vero che ciascuno è attratto dal proprio piacere - come non sarà capace di attrarci Cristo, che ci viene rivelato dal Padre? Che altro desidera più ardentemente l'anima, se non la verità? Di che cosa dovrà essere avido l'uomo, a qual fine dovrà desiderare che il suo interno palato sia sano nel giudicare il vero, se non per saziarsi della sapienza, della giustizia, della verità, della vita immortale?» (Trattati su Giovanni, 26,4-6).

Questo testo è straordinario. Agostino vuole far capire che la fede non è una nostra invenzione, bensì è un dono. È Cristo che ci attrae a sé, non siamo noi ad inventarcelo. Ma siamo veramente liberi dinanzi a lui, perché egli ci attrae con la sua bellezza, con la sua bontà, con la sua verità.

Agostino non ha paura di utilizzare qui il termine “piacere”. Vai dietro ad un cibo, perché ti piace, proprio come ha affermato Virgilio: «Ciascuno è attratto dal proprio piacere». E subito Agostino aggiunge: «Forse che i sensi del corpo hanno i loro piaceri e l'anima non dovrebbe averli?». Vedete come il discorso agostiniano non è assolutamente anti-edonistico, come alcuni vorrebbero, anzi è un discorso che mira alla verità del piacere. Egli contesta con forza chi nega che l'anima provi piacere, chi pensa che l'amore non sia un piacere.

Agostino vuole insistere proprio sul fatto che seguire Dio è veramente il più grande piacere dell'uomo, anche se questo dovesse costare fatica. Anzi, tutta la tradizione cristiana insiste sul fatto che non è vera sequela quella di chi, nel suo intimo, si lagna di dover essere discepolo. Insegna, ad esempio, San Tommaso d'Aquino che la virtù consiste nel fare il bene essendo contenti di farlo, nella piena convinzione che merita farlo, senza per questo arrivare all'eccesso di pretendere da noi stessi di non sentirne più la fatica. Certo il vangelo è faticoso, ma lo si vive perché è una grazia viverlo, perché non potremmo farne a meno, tanto ci attira.

Ed Agostino spiega: «Dammi uno che ami, e capirà quello che sto dicendo. [...] Se, invece, parlo ad un cuore freddo e insensibile, non potrà capire ciò che dico». Se amo, accetto anche un cammino faticoso e lungo per il bene di chi amo, ma se non amo, non capirò mai questo discorso.

In un altro passaggio, Agostino afferma che tutta la vita è un esercitarsi nel desiderio. Si noti bene ancora che si tratta, quindi, non di spegnerlo, come pretenderebbero alcune impostazioni morali pseudocristiane, bensì di esaltarlo fino alla sua pienezza:

«Che cosa ci è stato promesso? “Noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1 Gv 3,2). La lingua si è espressa meglio che ha potuto, ma il resto bisogna immaginarlo con la mente. […] Ritorniamo perciò a soffermarci [...] su quella unzione che ci insegna interiormente quanto non siamo capaci di esprimere in parole. E poiché ora non potete avere questa visione, vostro compito è desiderarla. L’intera vita del fervente cristiano è un santo desiderio. Ciò che poi desideri, ancora non lo vedi, ma vivendo di sante aspirazioni ti rendi capace di essere riempito quando arriverà il tempo della visione. Se tu devi riempire un recipiente e sai che sarà molto abbondante quanto ti verrà dato, cerchi di aumentare la capacità del sacco, dell’otre o di qualsiasi altro contenitore adottato. Ampliandolo lo rendi più capace. Allo stesso modo si comporta Dio. Facendoci attendere, intensifica il nostro desiderio, col desiderio dilata l’animo e, dilatandolo, lo rende più capace. Cerchiamo, quindi, di vivere in un clima di desiderio perché dobbiamo essere riempiti. Considerate l’apostolo Paolo che dilata il suo animo, per poter ricevere ciò che verrà. Dice infatti: “Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto” (Fil 3,13). Allora che cosa fai in questa vita, se non sei arrivato alla pienezza del desiderio? “Questo soltanto so: Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Fil 3, 13-14). Paolo ha dichiarato di essere proteso verso il futuro e di tendervi pienamente. Era consapevole di non essere ancora capace di ricevere “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo” (1 Cor 2,9). La nostra vita è una ginnastica del desiderio. Il santo desiderio sarà tanto più efficace quanto più strapperemo le radici della vanità ai nostri desideri. Già abbiamo detto altre volte che per essere riempiti bisogna prima svuotarsi. Tu devi essere riempito dal bene, e quindi devi liberarti dal male. Supponi che Dio voglia riempirti di miele? Bisogna liberare il vaso da quello che conteneva, anzi occorre pulirlo. Bisogna pulirlo magari con fatica e impegno, se occorre, perché sia idoneo a ricevere qualche cosa. Quando diciamo miele, oro, vino, ecc., non facciamo che riferirci a quell’unica realtà che vogliamo enunziare, ma che è indefinibile. Questa realtà si chiama Dio. E quando diciamo Dio, che cosa vogliamo esprimere? Queste due sillabe sono tutto ciò che aspettiamo. Perciò qualunque cosa siamo stati capaci di spiegare è al di sotto della realtà. Protendiamoci verso di lui perché ci riempia quando verrà. “Noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1 Gv 3,2)» (Trattati sulla prima lettera di Giovanni, 4,6).

Anche qui tutto ruota intorno al desiderio, perché esso è il cuore della vita, anzi è la vita stessa. Il problema è che a volte il desiderio non è “esercitato”, come era quello di Agostino prima della conversione, e si attaccava alla gloria, al successo, alla sensualità, senza mai appagarsi, perché non giungeva all'amore di Dio e dei fratelli.

Proprio questo è il grande problema del nostro tempo: la catechesi, l’educazione, la scuola aiutano ad educare i piaceri del cuore? Cosa vuol dire provare piacere nel cuore? Un teologo contemporaneo, don Pierangelo Sequeri, insiste da tempo sul fatto che dobbiamo tornare ad insegnare i sensi spirituali, i gusti del cuore, il discernimento dei “sentimenti”, in un tempo che non sa più orientarsi a comprendere cosa sia la felicità, il piacere e il desiderio[16].

Voglio, infine, ricordare che Agostino ritorna sulla tematica del desiderio anche quando si tratta di educare alla preghiera. Esiste un testo agostiniano giustamente famoso su questo: la Lettera a Proba. Proba era una vedova che aveva manifestato ad Agostino il desiderio di imparare a pregare. Voleva essere consigliata sulla preghiera: cos'è le preghiera, come si fa a pregare, cosa è giusto chiedere nella preghiera?

Benedetto XVI ha citato questa lettera in un bellissimo passaggio dell'enciclica sulla speranza:

«È vero che l'eliminazione della morte o anche il suo rimando quasi illimitato metterebbe la terra e l'umanità in una condizione impossibile e non renderebbe neanche al singolo stesso un beneficio. Ovviamente c'è una contraddizione nel nostro atteggiamento, che rimanda ad una contraddittorietà interiore della nostra stessa esistenza. Da una parte, non vogliamo morire; soprattutto chi ci ama non vuole che moriamo. Dall'altra, tuttavia, non desideriamo neppure di continuare ad esistere illimitatamente e anche la terra non è stata creata con questa prospettiva. Allora, che cosa vogliamo veramente? Questo paradosso del nostro stesso atteggiamento suscita una domanda più profonda: che cosa è, in realtà, la “vita”? E che cosa significa veramente “eternità”? Ci sono dei momenti in cui percepiamo all'improvviso: sì, sarebbe propriamente questo - la “vita” vera - così essa dovrebbe essere. A confronto, ciò che nella quotidianità chiamiamo “vita”, in verità non lo è. Agostino, nella sua ampia lettera sulla preghiera indirizzata a Proba, una vedova romana benestante e madre di tre consoli, scrisse una volta: In fondo vogliamo una sola cosa - “la vita beata”, la vita che è semplicemente vita, semplicemente “felicità”. Non c'è, in fin dei conti, altro che chiediamo nella preghiera. Verso nient'altro ci siamo incamminati - di questo solo si tratta. Ma poi Agostino dice anche: guardando meglio, non sappiamo affatto che cosa in fondo desideriamo, che cosa vorremmo propriamente. Non conosciamo per nulla questa realtà; anche in quei momenti in cui pensiamo di toccarla non la raggiungiamo veramente. “Non sappiamo che cosa sia conveniente domandare”, egli confessa con una parola di san Paolo (Rm 8,26). Ciò che sappiamo è solo che non è questo. Tuttavia, nel non sapere sappiamo che questa realtà deve esistere. “C'è dunque in noi una, per così dire, dotta ignoranza” (docta ignorantia), egli scrive. Non sappiamo che cosa vorremmo veramente; non conosciamo questa “vera vita”; e tuttavia sappiamo, che deve esistere un qualcosa che noi non conosciamo e verso il quale ci sentiamo spinti (Ep. 130 Ad Probam 14, 25-15, 28)» (Spe salvi 11).

Ed, in effetti, Agostino spiega nella lettera a Proba che pregare vuol dire desiderare, desiderare rivolgendosi a Dio. E che bisognava approfondire cosa sia il desiderio, cosa sia bello desiderare dinanzi a Dio.

Nella sua risposta alla vedova, Agostino spiega che non è sbagliato rivolgersi al Signore per esigenze come il cibo, il lavoro, la salute. Ma, nella nostra dotta ignoranza, noi sappiamo che non è in questo che consiste la vera vita. Infatti queste realtà da sole non ci bastano e possono addirittura trasformarsi in maledizione: «Orbene, come potresti darti tanto pensiero di pregare Dio, se non sperassi in lui? E come potresti sperare in Lui, se riponessi le tue speranze nell'instabilità della ricchezza e se disprezzassi il precetto assolutamente salutare dell'Apostolo che dice: Ai ricchi di questo mondo raccomanda di non essere orgogliosi e di non riporre la speranza nell'instabilità della ricchezza, ma nel Dio vivo che ci offre abbondantemente ogni bene perché ne godiamo; raccomanda di essere ricchi di opere buone, di essere generosi nel dare, di mettere gli altri a parte dei loro beni, di accumulare un bel capitale per il futuro e poter così acquistare la vita vera?» (Lettera a Proba 1.2).

E continua: «Gli uomini non diventano buoni per mezzo di tali beni, ma coloro che lo sono diventati con altri mezzi fanno si che quei beni siano buoni usandone bene. Il vero conforto non è dunque in tali beni, ma piuttosto là dov'è la vera vita, poiché l'uomo deve diventar beato mediante ciò stesso con cui diventa buono. Ma anche in questa vita le persone buone sono all'origine, a quanto pare, di non piccoli conforti. Se infatti ci angustiasse la povertà, se ci addolorasse il lutto, ci rendesse inquieti un malanno fisico, ci rattristasse l'esilio, ci tormentasse qualche altra calamità, ma ci fossero vicine delle persone buone che sapessero non solo godere con quelli che godono, ma anche piangere con quelli che piangono, che sapessero rivolgere parole di sollievo e conversare amabilmente, allora verrebbero lenite in grandissima parte le amarezze, alleviati gli affanni, superate le avversità. Ma questo effetto è prodotto in essi e per mezzo di essi da Colui che li rese buoni col suo Spirito. Nel caso invece che sovrabbondassero le ricchezze, che non ci capitasse nessuna perdita di figli o del coniuge, che fossimo sempre sani di corpo, che abitassimo nella patria preservata da sciagure, ma convivessero con noi individui perversi fra i quali non ci fosse nessuno di cui fidarci e dei quali avessimo continuamente paura e timore di dover subire inganni, frodi, ire, discordie, insidie, non è forse vero che tutti questi beni diventerebbero amari e insopportabili e che nessuna gioia o dolcezza proveremmo in essi? Così in tutte le cose umane nulla è caro all'uomo senza un amico» (Lettera a Proba 2,3-4).

Vedete che è in questo contesto che emerge la famosa espressione così vera che abbiamo già citato: «Nulla è caro all'uomo senza un amico». Agostino insegna così alla vedova che la vera “vita” si ha solo nell'amore, solo nella carità, solo nel gusto del rapporto con le altre persone.

Ma proprio l'amore per gli altri ci apre poi alla necessità della speranza per loro, al desiderio che anche la loro vita sia vera “vita”: chi ama vuole la felicità e l'immortalità delle persone che ama, ne desidera l'incolumità e la salvezza. Vuole che anche le persone amate a loro volta scelgano il bene e la vera “vita”. Ma questo si trova solo in Dio! Ed è anche per amore di coloro che si ama, che Proba deve rivolgersi a Dio, chiedendo che ognuno viva nella volontà di Dio.

Agostino insegna così a Proba che, se essa guarda nel proprio cuore, si accorge che c’è questo desiderio della vera “vita”, che c'è un desiderio che dà senso a tutti i desideri, quello di abitare tutti i giorni nella casa di Dio. E chi abiterà nella casa di Dio, troverà un significato alla gioia come al dolore, alla sofferenza come al piacere, all'amore che chiede una “vita” vera. Lo stare nella casa di Dio è quella condizione che permette all'uomo di amare ogni frammento di vita, sapendo che tutto è destinato alla salvezza che il Signore ha promesso e che esiste una promessa più grande di quella assicurata dalle sole forze dell'uomo[17].

Ed è per questo - afferma ancora Agostino - che se tutti cercano la felicità, non tutti la trovano, perché essa si trova solo quando si trova la “vita” vera: «prega per ottenere la vita beata. La desiderano tutti; anche coloro che conducono una vita sregolata e pessima, non vivrebbero affatto così, se non fossero convinti di essere o di poter divenire beati in quel modo. Che altro dunque conviene chiedere nelle preghiere se non quel bene che desiderano tanto i cattivi che i buoni, ma al quale arrivano solo i buoni? Forse a questo punto potresti domandarmi in che consista precisamente la vita beata. In questo problema molti filosofi hanno consumato il loro ingegno e il loro tempo, e tuttavia tanto meno sono riusciti a risolverlo, quanto meno hanno avuto in onore la vera sorgente della vita e le hanno reso grazie»(Lettera a Proba, 4,9-5,10).

III/ Visita della basilica, di Andrea Lonardo

III.1/ La facciata, la biblioteca e il convento

Usciamo adesso sulla scalinata della chiesa per iniziare la nostra visita.

La Regola che Agostino stese per la vita comune del clero che viveva insieme con lui - ne parleremo la prossima volta - servì da guida a numerose comunità nei secoli. Queste vennero poi riunite in età medioevale, precisamente nel 1256, da papa Alessandro IV nell'ordine mendicante degli Eremitani di Sant'Agostino. Siamo negli anni del grande sviluppo degli ordini mendicanti, primi fra tutti i francescani e i domenicani. Insieme a questi, l'ordine agostiniano fiorirà con numerose vocazioni nel XIII secolo scegliendo non l'eremitaggio, come farebbe pensare il nome, bensì la costruzione di conventi nelle città, nei quali, però, si conservasse lo spirito della preghiera e della contemplazione.

Se si guarda la pianta delle maggiori città italiane ci si accorge immediatamente che subito fuori le mura sorsero nel XIII secolo i complessi dei grandi ordini mendicanti, comprendenti tutti sia una chiesa che un convento. Lo schema si ripete per i francescani, per i domenicani ed anche per gli agostiniani (si pensi a Firenze con Santa Croce dei francescani, Santa Maria Novella dei domenicani e Santo Spirito degli agostiniani), così come per gli altri nuovi ordini appena sorti.

In Roma, invece, poiché la cerchia delle mura comprendeva molte zone ancora disabitate, i nuovi complessi sorsero direttamente all'interno della cerchia muraria.

Gli agostiniani ricevettero in Campo Marzio la chiesa di San Trifone che affacciava su via della Scrofa. Nel 1296 costruirono una nuova chiesa di cui è rimasta l'abside medioevale che è visibile all'esterno sul fianco sinistro della chiesa, e che è ora l'abside sinistra del transetto.

Fu nel corso del pontificato di Sisto IV (1471-1484), quindi in età umanistico-rinascimentale, che la chiesa medioevale e l'intero complesso conobbero una risistemazione totale.

Ne fu protagonista il cardinale, agostiniano e camerlengo del papa, Guglielmo d'Estouteville. La facciata che vedete è di questo periodo. Venne terminata, come recita l'iscrizione, nel 1483, lo stesso anno della morte del cardinale. Anche il suo nome è chiaramente leggibile in alto:

GUILLERMUS DE ESTOUTEVILLA EPISCOP. OSTIENS. CARD. ROTHOMAGEN. S.R.E. CAMERARIUS FECIT MCCCCLXXXIII (Guglielmo d'Estouteville, vescovo di Ostia, cardinale di Rouen, S.R.E. Camerario fece – 1483). Proprio a Santa Aurea ad Ostia ritroveremo il suo nome, ma il d'Estouteville è legato anche alla chiesa di San Luigi dei Francesi, poiché egli fu il promotore del suo primo progetto nel 1478.

La facciata di Sant'Agostino è certamente una delle prime facciate rinascimentali di Roma ed apre quel periodo in cui Roma, come tutte le altre città italiane ed europee, iniziò a trasformare edifici di età medioevale secondo il nuovo gusto che si andava affermando. Il dipinto sopra il portale centrale rappresenta la Consegna della Regola agostiniana, ma è molto rovinato.

Vale la pena sottolineare subito che il complesso comprendeva l'intero isolato. Vedete sulla destra la Biblioteca Angelica, la prima biblioteca pubblica di Roma, che era originariamente parte integrante del complesso di Sant'Agostino. Prende il nome dal sacrista pontificio Angelo Rocca (1545/6-1620), agostiniano, che unì la sua biblioteca personale alla biblioteca che già possedeva il convento degli agostiniani. La biblioteca fu aperta dagli agostiniani al pubblico nel 1604, cioè negli anni in cui Caravaggio dipingeva per questa chiesa e per le altre chiese di Roma. Fu poi papa Alessandro VII (1655-1667) a chiedere al Borromini di ristrutturare ulteriormente la biblioteca, ma il progetto fu eseguito dal Righi, un allievo del Borromini. Venne così realizzata l'ala sporgente sulla strada che vedete alla destra della facciata e che delimita ora la piazza. Nel 1669 i libri furono trasferiti nella nuova sede della biblioteca.

Un'ulteriore ristrutturazione avvenne nel settecento quando il padre generale degli agostiniani Agostino Gioia affidò i lavori a Luigi Vanvitelli. Poiché quest'ultimo era impegnato nella costruzione della Reggia di Caserta furono in realtà prima Carlo Murena, suo assistente, e poi Nicola Fagioli, architetto del convento, a realizzarli, fra il 1756 ed il 1765.

Proprio in quegli anni, nel 1762, gli agostiniani acquistarono l'importantissima biblioteca del cardinale Domenico Passionei, che era appassionato di tematiche legate alla spiritualità giansenista. L'Angelica venne così in possesso di volumi molto importanti e tuttora, se si vogliono consultare testi d'epoca legati alla Riforma protestante ed alle controversie teologiche del secolo successivo, si rivela una miniera di materiali di prima mano. La sala più bella della biblioteca è il Salone Vanvitelliano, terminato nel 1765, che conserva molti dei volumi più antichi.

Nel frattempo era iniziata anche la ristrutturazione del convento che gira tutto intorno alla chiesa, ad esclusione del lato sinistro. Vi lavorò, sempre a nome del Vanvitelli, Antonio Rinaldi (1709-1794), finché si trasferì in Russia al servizio di Caterina II ed il Murena dovette proseguire i lavori.

L'unità della basilica, del convento e della biblioteca venne spezzata con il 1870, quando il nuovo Stato d'Italia confiscò i beni degli agostiniani, lasciando loro solo la chiesa e qualche stanzetta. La Biblioteca Angelica divenne così una istituzione a se stante ed il convento è ora occupato dall'Avvocatura generale dello Stato.

Da qui potete, invece, rendervi conto bene dell'unità del complesso e, girando tutto intorno all'isolato, immaginare il ruolo storico ed ecclesiale che giocò questa struttura che univa la vita liturgica a quella culturale e a quella comunitaria, come vedremo meglio all'interno vedendo quali grandi personalità della storia di Roma vi abbiano lavorato e vi siano anche sepolti. L'ingresso del convento era su via dei Portoghesi ed ancora si legge l'iscrizione COENOBIUM S. AUGUSTINI, prima del grande chiostro che è ora utilizzato dall'Avvocatura dello Stato. Il convento ha ben sei piani proprio perché doveva ospitare molte celle e numerosi edifici per la vita comune, data l'importanza dell'ordine. Ad esempio, all'interno vi era la sala di ricevimento del priore che è ora l'ufficio dell'Avvocato Generale.

III.2/ L'interno della basilica, i Sansovino e Raffaello

L'interno non ha più oggi lo stile architettonico che gli era stato impresso ai tempi del d'Estouteville che aveva fatto radicalmente ristrutturato a sua volta la precedente chiesa medioevale. Per avere un'idea della chiesa come si presentava dopo i lavori commissionati dal d'Estouteville si deve immaginare la chiesa in uno stile simile a quello dell'agostiniana Santo Spirito del Brunelleschi in Firenze. Se si vede la pianta, ci si accorge che la struttura è la stessa, con cappelle nelle navate laterali che si concludevano tutte con absidiole. I pilastri dovevano essere in pietra chiara come la facciata e le pareti intonacate.

La basilica di Sant'Agostino assunse la sua attuale fisionomia prima con l'intervento del Vanvitelli che lavorò non solo alla biblioteca e al convento, come abbiamo appena visto, ma anche alla chiesa, in particolare alla cupola e al transetto, che non era in buone condizioni statiche. L'originaria cupola emisferica che poggiava su di un tamburo fu da lui sostituita con l'attuale di diversa forma e senza tamburo, mentre gli arconi furono rinforzati.

Tra il 1855 e il 1868, poi, la chiesa venne interamente decorata con cicli pittorici riferentisi alla storia della Vergine, al Cristo ed a Sant'Agostino.

Alcune opere presenti tuttora nella chiesa ci riportano, però, all'epoca umanistico-rinascimentale. Innanzitutto la statua della vergine con il Bambino che troviamo nella controfacciata.

È opera di Jacopo Sansovino (1486-1570), discepolo di Andrea Sansovino di cui parleremo fra poco. Fu la famiglia mercantile Martelli a commissionare l'opera che risulta terminata nel 1521. La Madonna risente di modelli classici, tipici del Rinascimento e, a mio avviso, ha influenzato la Madonna dei Pellegrini di Caravaggio. Guardate il suo collo, le mani affusolate, il bambino Gesù rappresentato già abbastanza cresciuto. Questa Madonna è qui molto venerata come colei che intercede per le partorienti soprattutto a partire dal 1820 quando un tal Leonardo Bracci ricevette la grazia per la moglie in cinta che versava in gravi difficoltà. Anche il Belli ricorda la Madonna del Parto della basilica di Sant'Agostino nei suoi sonetti.

Procedendo verso la Cappella di Santa Monica, il luogo che più ci interessa nella visita di oggi, bisogna assolutamente soffermarsi a contemplare il Profeta Isaia dipinto da Raffaello ed il gruppo sottostante con Sant'Anna, la Madonna e il Bambino.

Il gruppo marmoreo è di Andrea Contucci, detto il Sansovino, il maestro di Jacopo ed è di grande bellezza. L'opera viene datata tra il 1510 e il 1512, quindi in contemporanea con la Volta della Sistina di Michelangelo. L'opera fu pensata insieme all'affresco di Raffaello per esprimere visivamente la relazione esistente fra l'Antico e il Nuovo testamento.

Siamo in piena età rinascimentale è c'è il gusto del riferimento al classico, evidente anche in quest'opera, così come la passione per le origini cristiane ricostruite con precisione filologica.

Anche il Profeta Isaia di Raffaello appartiene con evidenza allo stesso clima culturale. Si vede immediatamente il parallelo con i Profeti della Sistina appena dipinti da Michelangelo, cui Raffaello mostra di volersi ispirare. Il committente delle due opere fu Johan Goritz, protonotario apostolico lussemburgehse ai tempi di Giulio II. Il testo in greco recita: “A Sant'Anna, madre della Vergine, alla Santa Vergine Madre di Dio, a Gesù salvatore, Io Co, (cioè Iohannes Coricius, latinizzazione/grecizzazione del nome Goritz) - Annē Parthenotokō Parthenikē Theotokō kaytrōtē Xristō Iō Kor .

Anche il cartiglio del profeta è in perfetto ebraico e riprende Is 26,2, cioè l'annunzio dell'apertura della rivelazione e della salvezza a tutti i popoli: “Aprite le porte, il popolo che crede entri, la sua volontà è salda, tu gli assicurerai [la pace]” (pitechu shearim, veiabo' goy zaddiq shomer 'emunim yezer samuk tizzor).

Per comprendere il legame di autori così famosi con la chiesa, basti ricordare che, oltre l'ultimo pilastro prima del transetto vi è, a terra, la tomba dell'umanista e vicario dell'ordine agostiniano Egidio da Viterbo che fu il teologo che aiutò come consulente Raffaello nella progettazione iconografica delle famose Stanze.

Anche Michelangelo fu legato alla basilica di Sant'Agostino ed iniziò a realizzare per essa il Seppellimento di Cristo che rimase incompiuto (è ora alla National Gallery di Londra).

Nella Madonna della serpe o dei palafrenieri di Caravaggio, ritroviamo le tre figure di Sant'Anna , della madonna e del Bambino e si vede chiaramente come la figura di Anna sia simile a quella del Sansovino.

III.3 La Cappella di Santa Monica e la Cappella dei Santi Agostino e Guglielmo

Entriamo ora nel luogo che è il più significativo per noi che stiamo meditando la storia di Sant'Agostino: è la cappella di Santa Monica che conserva le sue reliquie. Monica, come vedremo meglio la prossima volta, morì ad Ostia mentre era in attesa di imbarcarsi per l'Africa con il figlio.

Gli agostiniani ne ritrovarono il corpo sotto Martino V (1417-1431), quando fu realizzata la chiesa di Santa Aurea ad Ostia Antica che visiteremo nel prossimo incontro. Il corpo di Monica venne prima traslato nella chiesetta di San Trifone che affacciava su via della Scrofa e poi, al tempo di Callisto III (1455-1458), trasferita in questa basilica che, però, non era ancora stata rinnovata.

Fu l'umanista Maffeo Vegio, la cui sepoltura è ora nel chiostro dell'Avvocatura dello Stato, in realtà il chiostro principale del convento agostiniano, che volle che si dedicasse a Monica una cappella nella nuova chiesa. Isaia da Pisa venne incaricato di scolpire il sarcofago che vedete a sinistra (solo la parte superiore è di Isaia da Pisa, mentre la parte inferiore dovrebbe essere appartenuta al sarcofago nel quale era originariamente il corpo di Monica).

Probabilmente appartengono al sepolcro scolpito da Isaia da Pisa anche i quattro Dottori della Chiesa che sono ora collocati nel piccolo atrio dell'ingresso che è sul fianco sinistro della chiesa. Il sepolcro fu modificato già nel 1566 ed il corpo venne definitivamente traslato nell'attuale sepolcro che è al centro della cappella nel corso dei lavori settecenteschi.

Gli affreschi della volta sono cinquecenteschi, di Giovan Battista Ricci da Novara e rappresentano, intorno a Dio Padre storie della vita di Monica: la Carità di Santa Monica bambina, il Battesimo di Sant'Agostino, l'Estasi di Ostia, di cui parleremo la prossima volta, e Santa Monica che intercede per i fedeli.

Nell'ottocento furono aggiunti gli altri affreschi alle pareti con Santa Monica confortata per il figlio da un vescovo a Cartagine, la Visione che ebbe di Sant'Agostino convertito, La Conversione di Agostino e la Morte di Monica. Sono raffigurati anche San Navigio e Santa Perpetua, anch'essi figli di Monica. La pala d'altare è la Madonna della Cintura, cara alla tradizione agostiniana, dipinta dal Gottardi (1733-1812).

Se ci spostiamo nella piccola Cappella a sinistra, dedicata ai Santi Agostino e Guglielmo, troviamo un intero ciclo pittorico realizzato dal Lanfranco, che lo realizzò a partire dal 1612. Merita innanzitutto uno sguardo la finta cupola con l'Assunzione della Vergine, ispirata all'affresco da poco realizzato dal Correggio a Parma. Nella lunetta, invece, gli Apostoli intorno alla tomba vuota della Vergine. Nella pala d'altare si vedono i due santi insieme che contemplano l'incoronazione della Vergine, mentre ai due lati si vede Agostino che medita in riva al mare il mistero della Trinità e san Guglielmo guarito dalla Vergine.

Famoso è l'episodio qui rappresentato che la leggenda agostiniana tramanda: Agostino vide sulla riva del mare un bambino che versava l'acqua del mare in una buca che aveva scavato nella sabbia. Il Santo domandò al piccolo cosa stesse facendo ed egli rispose che voleva versare tutto il mare in quella buca. Agostino, attonito, cercò allora di spiegargli che era impossibile. A quel punto il bambino gli disse che era esattamente ciò che lui cercava di fare quando voleva spiegare il mistero della Trinità nei suoi libri: Agostino comprese allora che gli era apparso e che gli aveva parlato il Bambino Gesù.

In realtà, si sa oggi che tale racconto compare la prima volta in Cesario di Heisterbach (1180-1240) che, nel Dialogus magnus visionum et miraculorum, lo utilizzò come esempio per spiegare il compito stupendo e impossibile della teologia. Fu poi Robert de Sorbonne (1201-1274), cappellano di Luigi IX, ad applicare l'aneddoto ad Alano di Lilla, immaginando il suo incontro con il Bambino Gesù sulle rive della Senna. Da qui, solo a partire dal XIV secolo, venne poi applicato ad Agostino.

III.4/ L'altare maggiore e il transetto

Sull'altare maggiore troviamo l'immagine della Madonna con Bambino secondo il modello dell'Odighitria, cioè di “colei che indica la via, additando al mondo il Bambino Gesù da seguire. La tradizione vuole - e così recita una scritta che è nel retro dell'immagine - che essa fosse originariamente appartenuta alla chiesa di Santa Sofia di Costantinopoli e che sia stata portata a Roma nel 1482, donata da un tal Clemente da Toscanella. Gli studiosi, però, ritengono che sia precedente, forse del XIV secolo e che sia di scuola italiana, anche per l'iscrizione in latino che si legge nell'aureola: Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus

La cappella di sinistra del transetto è dedicata all'agostiniano san Tommaso da Villanova (1486-1555), che fu vescovo di Valencia, famoso come predicatore e come uomo di carità. La scultura tipicamente barocca dell'altare lo ritrae insieme alla virtù della Carità, rappresentata come una donna carica di figli che nutre e sostiene. L'opera, iniziata da Melchiorre Caffà (1638-1667), venne terminata nel 1669 da Ercole Ferrata.

La cappella del transetto destro è dedicata, invece, a Sant'Agostino. La pala d'altare con Sant'Agostino tra i Santi Giovanni Battista e Paolo eremita è del Guercino (Francesco Barbieri da Cento, detto il Guercino, 1591-1666): la scritta EREMI CULTORES è un chiaro invito al valore della contemplazione e della vita di solitudine. Le due tele ai lati sono del Lanfranco (1580-1647) e vennero realizzate vent'anni dopo la Cappella dei Santi Agostino e Guglielmo. Rappresentano Agostino che accoglie Cristo sotto la forma di un pellegrino e Agostino che sconfigge le eresie - chiara è la scritta CADUNT LUCIS RADIO - sintetizzando cioè la vita del Santo nelle due virtù della carità e della fede.

Sul pilastro, si vede la memoria di Angelo Rocca, fondatore della Biblioteca Angelica.
Alla destra dell'altare è la Cappella di San Nicola da Tolentino, primo agostiniano ad essere canonizzato nel 1466, patrono delle anime del Purgatorio. Interessante è la pala d'altare di Tommaso Salini (1575 ca.-1625), un caravaggesco. Il dipinto rappresenta il santo che viene incoronato da Dio Padre, dalla Madonna e da Sant'Agostino. In mano ha il giglio simbolo di purezza, ed una citazione agostiniana sul libro: Deus certantem spectat, deficientem sublevat, vincentem coronat (Dio assiste chi lotta, solleva il debole, incorona chi vince). Ai piedi del santo stanno incatenati la carne, rappresentata da una donna, il mondo, rappresentato da una sfera, ed il maligno, con le ali di falena.

III.5/ Le Cappelle laterali

Torniamo ora in fondo alla chiesa per passare in rassegna le cappelle laterali. La prima a destra è dedicata a Santa Caterina d'Alessandria, patrona dei filosofi e degli studi. La pala d'altare con la santa, come le due più piccole con Santo Stefano e San Lorenzo sono di Marcello Venusti (1515-1579), allievo di Michelangelo.

La seconda cappella è dedicata a San Giuseppe ed ha come pala d'altare la Madonna del velo, recentemente attribuita a Domenico lo Spagnolo, allievo di Raffaello.

La terza Cappella è dedicata a Santa Rita da Cascia (1381-1457), patrona delle cause impossibili, a motivo del miracolo che ottenne che i suoi figli potessero perdonare l'uccisore del loro padre. La pala d'altare, l'Estasi di Santa Rita, è di Giacinto Brandi (1623-1691), mentre a lato sono raffigurate Santa Rita attorniata dalle api e La morte di Santa Rita.

La quarta cappella è oggi dedicata a San Pietro. Dell'originaria decorazione resta in alto il Dio padre, attribuito al Pinturicchio od alla sua scuola.

La quinta cappella è detta del Crocifisso. Un piccolo ritratto di San Filippo Neri è visibile alla destra della croce. Vuole ricordare che San Filippo Neri studiò teologia presso lo studentato degli agostiniani e spesso si recava dinanzi a questo crocifisso per pregare.

Alla destra dell'ingresso dell'attuale sacrestia è visibile il busto dell'agostiniano Onofrio Panvinio (1530-1568), archeologo e storico della chiesa che ha, fra i suoi meriti, quello di aver fissato al 21 aprile 753 a.C. la data della fondazione di Roma.

Se ritorniamo ora verso l'ingresso laterale della chiesa lungo la navata sinistra, troviamo innanzitutto, sulla parete a fianco dell'uscita due busti di personalità agostiniane: quella a destra è del grande Girolamo Seripando, teologo e protagonista del Concilio di Trento. Nell'atrio dell'uscita, come abbiamo già detto, sculture dei quattro dottori latini della chiesa, forse appartenuti alla tomba di Santa Monica scolpita da Isaia da Pisa.

Seguono poi la Capella di San Giovanni da San Facondo (1430-1479), agostiniano spagnolo, e la Cappella di Sant'Apollonia.

La successiva cappella è dedicata a Santa Chiara da Montefalco (1268-1308), monaca agostiniana. La pala d'altare, con l'Apparizione di Cristo a Santa Chiara, è di Sebastiano Conca (1680-1764).

Dopo la Cappella Pia ci ritroviamo, infine, alla cappella della Madonna di Loreto da cui è iniziato il nostro itinerario.

Note

[1] Prendo qui in prestito, con qualche modifica, le parole utilizzate da Roberto Filippetti, Caravaggio. L'urlo e la luce. Una storia in cinque stanze, Itaca, Castel Bolognese, 2005, p. 44, che introducono molto bene alla comprensione dell'opera.

[2] Sulla questione del conflitto sull'Ara della Vittoria fra Simmaco ed Ambrogio, cfr. su questo stesso sito Il Battistero Lateranense in Roma: Costantino e la libertà dei cristiani, di Andrea Lonardo, in particolare II.13 La chiesa dopo la svolta costantiniana, il paganesimo e la cultura del tempo.

[3] Cfr. P. Brown, Agostino d'Ippona, Torino, Einaudi, 1971, p. 55.

[4] Così P. Brown, Agostino d'Ippona, Torino, Einaudi, 1971, p. 58.

[5] Le Confessioni sono un libro straordinario, ma tutt'altro che facile da leggere. Per affrontarne la lettura, bisogna scegliere una traduzione che sia scorrevole, come quella fatta da Guido Sommavilla, con introduzione di H. U. von Balthasar, Piemme, Casale Monferrato, 1993.

[6] I corsivi nelle citazioni agostiniane rimandano alle espressioni bibliche che egli cita. Non è stato possibile indicarne i riferimenti precisi che possono essere trovati in ogni buona edizione delle Confessioni.

[7] Il tema della confessione ritorna molte altre volte nell'opera; cfr., ad esempio, Confessioni X,2.2 «Tu splendi e piaci e sei oggetto d'amore e di desiderio [...] Nella cattiveria è confessione il disgusto che provo di me stesso; nella bontà è confessione il negarmene il merito»e Confessioni XIII,12.13 «Procedi nella tua confessione, o mia fede».

[8] Anche in Sermo 67,2 si spiega che confessio è autoaccusa ed, insieme, lode di Dio

[9] Ripensando all'infanzia, le Confessioni danno una visione assolutamente controcorrente, ma anche assolutamente vera di questa età: «È la debolezza fisica di un bambino che lo fa sembrare innocente, non la natura della sua vita interiore. Io stesso ho visto un bambino geloso: era troppo piccolo per parlare, ma era livido d’ira vedendo un altro bambino succhiare [al seno della madre]» (Confessioni I,7,11). Agostino sottolinea così come già il bambino piccolo sia evidentemente segnato dal peccato originale. Nella nostra cultura si afferma spesso che solo i bambini sono buoni, che sono degli angeli, mentre l'adulto perderebbe l'innocenza del bambino. Agostino pensa invece che il bambino finché non matura nella grazia è profondamente centrato su se stesso.

[10] Egli, che non venne battezzato da bambino, si domanda se non sarebbe stato meglio fosse battezzato da piccolo. La nostra epoca, invece, non accorgendosi di che grande tesoro sia quello di battezzare i bambini, si domanda se non sarebbe meglio differirlo in età adulta: «Dio mio, ti prego, vorrei sapere, se pure tu lo volessi, per quale disegno fu differito allora il mio battesimo. Fu un bene per me che mi siano state allentate, per così dire, le briglie al peccato, o sarebbe stato bene il contrario? Per questa ragione dunque ancor oggi si sente dire da parte dell'uno o dell'altro: "Lascialo fare: non è ancora battezzato". Eppure riguardo alla salute fisica non diciamo: "Lascia che si produca altre ferite: non è ancora guarito". Dunque sarebbe stato molto meglio per me guarire subito, di modo che, per me, tanto io quanto i miei parenti avremmo posto ogni diligenza a ricuperare e a mettere la salvezza della mia anima al riparo dell tuo riparo, che non le avresti rifiutato. Sarebbe stato meglio davvero» (Confessioni I,11.18). Agostino racconta che da bambino, essendosi ammalato gravemente, aveva chiesto il battesimo, poiché era già credente, ma la prassi dell'epoca aveva sconsigliato di battezzarlo, per il rischio che commettesse poi peccati: «Così la mia purificazione fu rimandata, quasi fosse inevitabile che la vita mi insozzasse ancora, e certamente col pensiero che dopo il lavacro del battesimo più grave e pericolosa sarebbe stata la mia colpa nelle sozzure dei peccati»(Confessioni I,11.17).

[11] «Non era, ecco, tutto fumo e vento?»: questa è la considerazione amara che Agostino adulto fa non sulle parole stesse, bensì sul loro utilizzo al solo fine di piacere ed avere successo (Confessioni I,17.27).

[12] Già nel I Libro Agostino aveva parlato della sua capacità, ancora studente, di tenere una orazione sull'ira ed il dolore di Giunone a motivo di Enea che strappò gli applausi degli ascoltatori (Confessioni I,17.27).

[13] Così scrivono le Confessioni: «Il tempo non è inoperoso, non passa oziosamente sui nostri sentimenti. Agisce invece sul nostro animo in modo sorprendente. Ecco, veniva e trascorreva di giorno in giorno, e venendo e trascorrendo insinuava dentro di me nuove speranze e nuovi ricordi per cui mi riattirava verso forme antiche di piacere e cedeva il recente dolore» (Confessioni IV,8.13).

[14] Il dialogo doveva essere serrato al punto che Alipio si domandava se fosse meglio sposarsi, vedendo Agostino così convinto: «Io, al vedere il suo stupore, mi difendevo sostenendo che passava una bella differenza tra le sue momentanee e furtive esperienze, rese innocue e facilmente disprezzabili dal ricordo ormai quasi svanito, e i piaceri del mio amore ormai stabile, cui mancava soltanto l'onorato titolo di matrimonio […]. Certo nessuno di noi due era gran che mosso dalla dignità coniugale, quale può consistere nel compito di guidare un matrimonio e di allevare dei figli: io, per essere soprattutto e duramente schiavo torturato dell'abitudine di appagare l'inappagabile sensualità; lui, per essere trascinato alla schiavitù dal fascino dell'ignoto»(Confessioni VI,12.21-22)

[15] Su questo e su quanto segue, cfr. per approfondimenti, su questo stesso sito Per dovere o per piacere? Il ruolo del piacere nella morale cristiana: la proposta educativa di Albert Plé, di Achille Tronconi.

[16] Cfr. su questo tema, su questo stesso sito, Fare memoria di Dio tra i giovani oggi, di Pierangelo Sequeri.

[17] La Lettera a Proba presenta anche il tema dell'esercizio del desiderio, affermando che Dio ci chiede di chiedergli proprio perché vuole che il nostro cuore impari a desiderare: «Potrebbe sembrare strano che Dio ci comandi di fargli delle richieste quando egli conosce, prima ancora che glielo domandiamo, quello che ci è necessario. Dobbiamo però riflettere che a lui non importa tanto la manifestazione del nostro desiderio, cosa che egli conosce molto bene, ma piuttosto che questo desiderio si ravvivi in noi mediante la domanda perché possiamo ottenere ciò che egli è già disposto a concederci. Questo dono, infatti, è assai grande, mentre noi siamo tanto piccoli e limitati per accoglierlo. Perciò ci vien detto: "Aprite anche voi il vostro cuore! Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli" (2 Cor 6, 13-14). Il dono è davvero grande, tanto che né occhio mai vide, perché non è colore; né orecchio mai udì, perché non è suono; né mai è entrato in cuore d'uomo (cfr. 1 Cor 2, 9), perché è là che il cuore dell'uomo deve entrare. Lo riceviamo con tanta maggiore capacità, quanto più salda sarà la nostra fede, più ferma la nostra speranza, più ardente il nostro desiderio» (Lettera a Proba 130, 8,15.17-9,18).