Aleksandr Men', a vent’anni dalla morte, di Romano Scalfi (con un'antologia di testi di padre Men')

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 01 /11 /2010 - 17:29 pm | Permalink
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Riprendiamo dal web un articolo di padre Romano Scalfi che ricorda la figura di Alexandr Men’, assassinato un anno dopo la caduta del Muro di Berlino, il 9 settembre 1990. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. All’articolo abbiamo aggiunto, in appendice, una breve antologia da una straordinaria opera di padre Men’, Io credo. Il Simbolo della fede, Nova millennium Romae, 2007, come invito ad una lettura integrale dell'opera. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza di questi testi sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.

Il Centro culturale Gli scritti (25/10/2010)

Una grande umanità che si alimenta nella fede e una grande fede che si incarna in una umanità affascinante. Questo anzitutto mi sembra di poter dire di padre Aleksandr Men’. “In Cristo, come osserva Clement, si apre l’orizzonte infinito di una razionalità che si poggia non soltanto sulla mente, ma coinvolge la totalità della vita”.

Conosco ciò che diventa in me vita, hanno ripetuto i Padri fin dal secolo IV. Padre Aleksandr è la testimonianza di questa conoscenza che, imparentata con la fede, è capace di commuovere il cuore e diventare affascinante. E’ questa unità profonda fra umanità e fede che rende la persona di padre Aleksandr viva e attuale per i nostri giorni sia per la Russia che per l’Italia e tutto il mondo, in crisi sia di umanità che di fede. 

La storia della Chiesa è sempre stata tentata di dualismo, anche la storia del cristianesimo in Italia. Pensiamo al ’68: l’impegno sociale che dominava su tutto e Cristo ridotto a sostegno ideologico del proprio schema umanistico e, all’opposto una certa scelta religiosa, che, per eccesso di pietà spiritualistica, esclude alla fede l’accesso alla socialità, o almeno ad una parte di essa. In ambedue i casi a perderci sono simultaneamente sia l’umanesimo come la fede. L’umanesimo, sganciato dal suo naturale fondamento tende a diventare prima utopico e poi nichilista e la fede, ridotta a sostegno di un’ideologia, ha poca possibilità di tenuta. 

“Cristo ci obbliga a sentire Dio vicino” - amava ripetere padre Men’. “Colui che è presente in ogni luogo ed ogni cosa porta a compimento”, come prega la Divina Liturgia bizantina. Cristo sempre presente, a suo modo, anche nelle contraddizioni dolorose della vita.

La sua vocazione al sacerdozio gli appare evidente a 12 anni, quando una sera, sul cielo di Mosca vede apparire illuminata una gigantesca immagine di Stalin. Gli appare come l’incarnazione dell’anticristo, che intende dominare il mondo. Ma accanto a questa figura diabolica padre Men’ intravede il volto luminoso di Cristo che lo invita a testimoniarlo con tutta la sua vita.

A 14 anni incomincia a pensare al suo primo libro “Gesù maestro di Nazaret” (ora tradotto anche italiano). Era innamorato di Cristo. Per questo interpretava tutto alla luce del suo volto; anche il volto demoniaco di Stalin, l’anticristo, come lui stesso lo definisce.

Per lo stesso motivo diceva che non si doveva dare troppa importanza al nemico. Cristo doveva essere preminente a tutto e a tutti. Ironicamente annotava che i nemici del popolo, la borghesia, il capitalismo sono stati inventati dal partito per impedire al popolo di pensare ai propri diritti. Ma anche il cristiano, ogni uomo, scoperto il nemico da combattere, dimentica il male che domina dentro di sé, si esaurisce nella critica e dimentica la positività che, con Cristo, domina sul mondo. 

Richiamandosi a Solov’ev, padre Men’ sosteneva che Cristo doveva essere posto al centro della vita e non relegato in un angolo. L’autonomia delle singole realtà terrestri non può mettere in ombra la signoria del Salvatore, che solo è in grado di salvare e fa fiorire ogni cosa.

Certamente padre Aleksandr è anzitutto un gigante di fede, ma un gigante convinto che la fede, la pietas ad omnia utilis est. La fede è ingrediente sostanziale di tutti gli aspetti della vita. Un ingrediente che dà sapore alla vita. Per lui la vita, pur nella sua tragicità, era una festa, non perché fosse in qualche modo contaminato dall’ingenuo e pericoloso utopismo della dottrina comunista, ma perché sperimentava che in Cristo ogni situazione poteva diventare luminosa, perfino il volto diabolico di Stalin.

Il detto evangelico ‘rinnega te stesso’ non significa - seguo il commento di padre Aleksandr - distruggi te stesso, ma apriti ad un amore più grande che ti farà più felice, ti farà partecipare fin da questa terra alla vita del cielo’. Come si fa - si chiedeva sempre padre Men’- a non amare questo mistero che è la vita? Anche la morte non può far paura, perché in Dio ci sono soltanto uomini vivi. “Ora et labora et noli contristari” (Schuster). Prega, lavora e non piangerti addosso. Non indulgere alle lamentele; non rattristare te stesso e non annoiare gli altri con i tuoi lai. “La Chiesa è laboratorio di risurrezione”

Sapeva affascinare sia i giovani che i vecchi, gli intellettuali come la semplice gente del popolo, perché per lui, nonostante tutto, la vita era affascinante. E non si può dire che la sua vita sia stata sempre tranquilla.

Non costringeva nessuno, si limitava a proporre, a presentare la gioia e la bellezza della vita cristiana. “Dio ci ama - ripeteva - tutto è gioia, anche il sacrificio’”.

Un suo figlio spirituale recentemente ha detto: “Se non fosse stato ucciso, se avesse potuto parlare alla televisione per un ora alla settimana, oggi la Russia sarebbe molto migliore. Ci sembrava che fosse stato fatto su misura per essere il missionario della nuova Russia.”

Certamente il suo martirio non ha interrotto la sua missione. Basti pensare che i suoi libri stampati in Russia (lui non ebbe la fortuna di vederne una sola copia) a tutt’oggi superano i due milioni di copie.

Non ha mai voluto schierarsi apertamente con i dissidenti, sia religiosi che umanistici, non perché non ne condividesse le idee e gli impegni (fu amico personale di Zheludkov e di Jakunin e di molti altri, più di lui impegnati in questo settore), ma perché era tutto impegnato a comunicare Cristo e creare piccole comunità cristiane, convinto che il diffondersi di una fede ecclesiale espressa in comunità clandestine, fosse il modo migliore per preparare il terreno anche ad un autentico cambiamento sociale.

Ricordo, due anni prima della caduta del comunismo, ebbi l’occasione di incontrare a Mosca padre Aleksandr Men’. Ad un certo punto del nostro dialogo, il padre, quasi fosse stato illuminato, improvvisamente mi disse: “Il comunismo sta per cadere. Culturalmente è morto. L’esperienza gli è stata fatale. La cultura di quelli che la pensano diversamente (come erano chiamati dal potere i dissidenti) ha vinto. Il comunismo ha le ore contate”.

Lo guardai in faccia più meravigliato che convinto (questi santi russi, pensai, senza un po’ di utopismo non sono capaci di vivere). Il mio fu un giudizio cattivo e superficiale. Era una grande fede che gli donava una straordinaria capacità di intuizione, di comprensione umana.

Fra le migliaia di documenti del samizdat sottoscritti dai credenti che protestavano per la persecuzione contro la religione, non troviamo la firma di padre Aleksandr. Non ha mai voluto compromettersi, non perché condannasse il dissenso, ma perché era fin troppo compromesso con la sua missione: annunciare Cristo, totale salvezza dell’uomo.

D’altra parte nessun compromesso con la falsità: nessun compromesso con il potere per garantirsi una benevola tolleranza. La valigetta con l’indispensabile in caso venisse arrestato dalla polizia era sempre pronta. Ogni notte poteva essere quella buona per il KGB.

Nessun compromesso neppure con quella corrente del nazionalismo ortodosso che consigliava di non avere rapporti amichevoli con i cattolici.

Qui sono obbligato a parlare dell’ecumenismo di padre Men’. Ci sarebbe da scrivere un intero libro. Mi limito a schematizzare il suo pensiero, del tutto consapevole che si tratta di una grave e disinvolta riduzione del suo pensiero, della sua vita perché lui l’ecumenismo ce l’aveva nel cuore.

  1. Il problema dell’ecumenismo - scrive padre Aleksandr - non è una moda del secolo XX, ma una esigenza irrinunciabile che si pone a ciascuno di noi; un problema che si pone a tutti i sacerdoti e a tutti i laici. Questo problema è sempre attuale e di vitale importanza”. Per affermare questo in Russia venti anni fa occorreva coraggio, ma soprattutto una grande fede.

  2. L’ecumenismo di Padre Men’ nasce da un profondo amore alla sua Chiesa, al cuore della Chiesa, il cuore di Cristo che la santifica con il suo amore. È per questo che per capire la Chiesa occorre saper pregare. “Non bisogna mai smettere di bussare alla porta: è l’inizio di ogni rapporto sano. Il problema primo dell’ecumenismo è un’autentica, ampia, profonda spiritualità”.

  3. Il peccato dell’uomo non riesce ad eliminare la santità della Chiesa. “I peccati non sono prerogativa delle confessioni cristiane, bensì degli uomini”. La santità della Chiesa è fondata in Cristo. I nostri peccati purtroppo sono capaci di sfigurare l’icona di Cristo.

  4. Le divisioni nascono e si rafforzano quando non si parte dal cuore della Chiesa, ma da ciò che non le è essenziale: la cultura, la politica, il rito, la struttura giuridica. “Tutte le divisioni hanno un’origine umana, mentre agli occhi di Dio siamo tutti suoi figli, redenti dal sangue di Cristo”.

  5. “La fede cristiana è molto di più di qualsiasi cultura e va molto di più in profondità di qualsiasi tradizione. Questo però non deve indurre a cancellare le differenze culturali… Ogni tentativo di omologare è sbagliato, per il semplice motivo che il cristianesimo deve esprimersi in forme vive. Ogni cultura ha un proprio volto individuale”. Il cristianesimo è simile ad un monte: ai piedi si trovano i magnifichi fiori della steppa, poi prati verdeggianti di messe, in seguito foreste di betulle, di pini, di abeti, in alto i rododendri e le stelle alpine...
    L’omologazione vorrebbe ridurre l’irrepetibile bellezza del volto storico della Chiesa”. Il pluralismo non annulla il principio dell’unità; al contrario quanto più ricca e varia è la vita della Chiesa, tanto più urgente si fa la necessità di un perno unificante.

  6. La tradizione diventa arido tradizionalismo ed il progresso aperturismo mondano quando manca ‘uno scheletro’ cioè una fede robusta. “Le radici per se sono una cosa bella, ma possono anche essere pericolose. Infatti furono proprio le radici ad impedire agli ebrei di accogliere Cristo. Non si tratta di sradicare le radici, ma di alimentare la fede perché possa essere creativa”.
    Anche con i musulmani (a Mosca ci sono più di due milioni di musulmani) era disposto ad un confronto partendo dalla fede comune in un unico Dio. “Non di rado - ripeteva - la fede diventa una scusa per nascondere piani che non hanno nulla a che fare con la religione. La fede autentica si giudica dalle sue vette più alte”, nelle sue espressioni più pure. Non tanto un dialogo su valori umanistici comuni, quanto un dialogo ed un confronto sulla fede, sul senso religioso.

La passione per l’umano, che in lui appariva del tutto semplice e connaturale, lo rendeva amico di ognuno che conservasse un minimo di umanità. D’altra parte il suo umanesimo era talmente coinvolto con la fede che molti atei inizialmente attirati dall’ampiezza delle sue vedute, dalla capacità di dar ragione alla sua fede, incontratisi con lui finivano per domandargli il battesimo.

Anche il dialogo per lui era missione prima di essere un tentativo di accordo. Ma la missione per lui non aveva la forma di propaganda e neppure una disquisizione intellettuale. Secondo la migliore tradizione ortodossa sapeva parlare alla mente interessando il cuore. Perché questa era la sua fede: esperienza di una vita data anima e corpo a Cristo.

Questa sua posizione unitaria gli dava una grande capacità di conoscenza sia delle persone come della realtà in genere, al punto di essere profeta in mezzo al suo popolo.

Accenno ad una sua ultima triste profezia che abbiamo udito dalle sue labbra pochi giorni prima della sua morte: Era ospite da noi a Seriate. Dopo la salita al potere di Gorbaciov veniva ogni anno da noi anche perché a Bergamo abitava sua figlia con la sua famiglia. Nel salutarci prima della partenza, improvvisamente, lui solitamente sereno e gioviale, si fece serio e ci disse: ‘Non ci vedremo più…’ Ma perché? ‘Sento che il Signore mi chiama’. Dopo pochi giorni veniva assassinato a Mosca il 9 settembre 1990 accanto alla sua casa, sulla strada che lo conduceva alla Chiesa.

Appendice: da Aleksandr Men’, Io credo. Il Simbolo della fede, Nova millennium Romae, 2007

Il libro deriva dalla trascrizione di sette conversazioni sul Credo che padre Men' ripeté più volte, già nel periodo della Russia sovietica, sistematizzandole poi, nella forma presente, al tempo di Gorbačëv. Ne presentiamo alcuni stralci, invitando alla lettura integrale del testo. I diversi titoli dei brani sono nostri ed hanno l'unico scopo di facilitarne il reperimento on-line.

Il cristianesimo è Gesù Cristo (pp. 56-60)

Non ho paura di tornare a ripetere che ogni culturaal mondo possiede i propri templi, i canti, le campane, i rosari, i trattati, i conventi e molto altro, ma la differenza principale del cristianesimo rispetto alle altre religioni del mondo consiste nella persona di Gesù Cristo.

Questa Persona, questa Rivelazione, non esiste altrove. E per quanto sia stata grande la persona di Gautama il Budda che fondò il buddismo, i suoi orientamenti, i suoi insegnamenti, i suoi principii sono molto più essenziali per il buddismo della persona stessa del Budda. In fin dei conti, se Maometto non fosse comparso sulla terra, e se altri, ignoto, avesse proposto i dogmi importantissimi dell’unicità di Dio, dell'obbedienza a Dio, delle preghiere più volte al giorno, ecc. l'islam sarebbe comunque diventato tale qual è oggi.

Invece il cristianesimo, senza Cristo perde la sostanza, l'ultima e la più importante.

In una novella di Vladimir Solov'ëv, scritta poco prima di morire, e intitolata Breve novella sull’Anticristo, è presentata una scena ove il presidente dell'intero pianeta, il sovrano della Terra, raduna i rappresentanti delle principali Chiese cristiane. Ai cattolici promette la costruzione di templi particolarmente sfarzosi, agli ortodossi di creare musei straordinariamente preziosi dedicati all'arte ecclesiastica antica, ai protestanti di fondare nuovi istituti per lo studio della Sacra Scrittura e della teologia. Sembra che tutti siano contenti. Ma i tre capi della chiesa, il papa Pietro, lo starec Joann e il professor Pauli, gli rivolgono una domanda diretta: qual è il suo atteggiamento nei confronti di Gesù Cristo? «Tu ci proponi tutto, tranne Lui». Questo è cristianesimo senza Cristo. Estetica, scienza, tradizione, liturgia... ma manca la cosa principale! Manca il Figlio dell'Uomo, crocefisso e risorto! E grazie a questo indizio lo starec Joann, il papa Pietro e il dottor Pauli smascherano l'anticristo nel presidente del mondo. È questo un brano d'importanza primaria nel chiarire la visione di Vladimir Solov'ëv sul mistero del cristianesimo.

Va detto che da allora non è cambiato nulla; e anche dal tempo in cui fu scritto il Vangelo, in questo senso, non è cambiato niente. «Io sono l'Alfa e l'Omega, il principio e la fine», dice il Signore Gesù Cristo. E quando noi leggiamo i testi più antichi - cronologicamente più antichi - del Nuovo Testamento, vi troviamo le parole dell'apostolo Paolo, il quale dice che l'uomo si salva, cioè si approssima a Dio, non attraverso la legge, non con le cose della legge, ma attraverso la fede in Gesù Cristo.

Questo che cosa significa? La legge è un certo ordine della vita. La legge è una religione appartenente alla cultura umana. Questa cultura, naturalmente, come si suol dire, ha "radici terrene". Tutto importante e indispensabile; ma questa eredità culturale non può compiere la svolta, perché in essa ci sono troppe cose umane, e solamente umane. E solo quando l’uomo scopre per sé Cristo, immortale, sempre vivo, allora si compie quello che in uno specifico linguaggio biblico si chiama salvezza, cioè comunione dell’uomo alla Vita vera, alla quale l’anima brama, alla quale aspira. Ecco perché il Signore Gesù Cristo chiamò la Sua predicazione besorà, che significa “lieta novella”, in greco evanghelion. Noi la chiamiamo Vangelo, la Lieta o Buona Novella. Di che cosa tratta questa Novella?

I beduini hanno questa usanza: quando nasce un maschio, la donna che ha assistito al parto va dal padre del bambino e gli dice: “Io ti annunzio una grande gioia: ti è nato un figlio”. E noi, quando apriamo il Vangelo secondo Luca, leggiamo queste parole: di notte i pastori sorvegliano le proprie greggi, e all’improvviso si apre loro la Gloria del Signore. In linguaggio biblico ciò significa l’apparizione del Mistero in questo mondo materiale. E loro odono: “Io vi annunzio una grande gioia [...], oggi nella città di Davide vi è nato un Salvatore, che è il Cristo Signore”. [...] Il Re venne per regnare, ma nacque come un povero.

Trent’anni dopo l’evento della Natività, sulla riva del fiume Giordano ebbe luogo un dialogo interessante: due pescatori incontrarono un amico comune che, come loro, si trovava in riva al fiume nel mezzo della folla, e gli dissero delle strane parole: “Abbiamo trovato il Messia”. Il pescatore disse: “Chi è costui?”. “È Gesù di Nazareth, il figlio di Giuseppe”. Egli certamente non credette. Allora, semplicemente, gli dissero: “Vieni e vedi”. Fu questa la prova principale, la quale ancora oggi il cristianesimo mondiale mostra a coloro che lo vogliono conoscere. Si dicono queste due parole: “Vieni e vedi”.

Ed ora cerchiamo di vedere meglio l’immagine di Colui il quale è raffigurato per noi nel Vangelo. Un’immagine che non si è sbiadita nel corso di venti secoli. Quale grande genio poté creare mai una tale immagine? Non senza ragione Jean Jacques Rousseau diceva che chi fosse stato in grado di inventare il Cristo sarebbe dovuto essere ancor più meraviglioso di Lui. Si è parlato anche di creazione artistica collettiva popolare.

Io penso che una tale attività artistica non esiste. Esiste l’attività anonima. Ciò nondimeno è sintomatico che il Vangelo non sia stato scritto da una sola persona. Se vi fosse stato un solo Vangelo secondo Giovanni, noi avremmo detto: “È esistito un grande genio di nome Giovanni che produsse una tale figura”. Ma gli evangelisti sono quattro, e ognuno di loro vede Cristo dal proprio punto di vista. Gli scrittori utilizzano procedimenti artistici particolari per poter dare ad un personaggio maggior volume, maggiore vitalità, e renderlopiù verosimile. Per farlo bisogna accentuare dei difetti, mostrare i lati deboli del protagonista, coprire con ombre sfumate il suo ritratto.

Gli evangelisti non coprono con nessuna ombra l'immagine del Cristo. Nonostante ciò Egli risulta sorprendentemente vivo, reale e "palpabile". Sono passati i tempi quando si riteneva che il Vangelo fosse stato redatto in epoche più recenti, molte generazioni dopo la vita di Gesù Cristo. Oggi sappiamo benissimo che tutti e quattro i vangeli vennero scritti nello stesso secolo in cui si erano svolti gli eventi evangelici. Esistono manoscritti antichissimi del Vangelo, risalenti all'epoca paleocristiana. Il più recente è il Vangelo secondo Giovanni, scritto intorno all'anno 90 d.C. Un frammento del manoscritto di questo Vangelo, datato circa al 130 d.C., venne trovato in Egitto, cioè qualcuno lo aveva già copiato e portato in Egitto. Ma a quei tempi non viaggiavano con gli aerei, tutto si svolgeva molto lentamente. Del fatto che il libro fosse molto ben noto e venisse diffuso sin dagli inizi, testimoniano migliaia di papiri antichi e di manoscritti su pergamena. Centinaia di essi risalgono al periodo paleocristiano. Non è rimasta un'altrettale quantità di opere degli scrittori antichi, né romani né greci (Omero, Tacito, Virgilio), non si sono conservati tanti manoscritti antichi. Il maggior numero di essi risalgono all'epoca rinascimentale.

Il vangelo di Giovanni (p. 64)

Ci avviciniamo al Vangelo più misterioso, il Vangelo secondo Giovanni. È completamente diverso dai primi tre: sia per lo stile, che per il linguaggio, che per mentalità. È un fatto prezioso, perché un uomo di un altro tipo, una differente forgia spirituale, vide il Cristo con i propri occhi. Secondo la tradizione, quest'uomo era il discepolo preferito di Gesù, Giovanni figlio di Zebedeo, anche lui pescatore di Galilea. Gli studiosi contemporanei ritengono invece che a scrivere questo Vangelo non sia stato Giovanni in persona, ma che lui lo abbia raccontato moltissime volte, e nella sua cerchia, come dire, nella sua scuola, esso fu messo per scritto. In ogni caso, questo vangelo è antichissimo; ci sono prove dirette che il suo autore conoscesse perfettamente il paese prima della deportazione operata dai romani nel 70 d.C., dopo la caduta di Gerusalemme.

Gesù ha vissuto anche in India? (pp. 65-67)

La sua vita a Nazareth rimane un mistero. E voi sicuramente ne avete già sentito parlare, ed alcuni di voi mi hanno fatto domande al riguardo, se Egli non avesse passato questo periodo in Oriente, in India (adesso ci aggiungono pure il Giappone, ma in un altro contesto). Poteva succedere così? Beh, sapete, le persone hanno una particolarità inspiegabile: ognuno vorrebbe che Cristo fosse nato contemporaneamente in posti diversi. In America c'è il movimento dei mormoni, oppure dei cristiani dell'ultimo giorno. Loro ribadiscono che allorquando Cristo nacque e visse in Palestina, allo stesso tempo apparve, in modo misterioso, in America, e vi fondò un movimento nuovo. Qualcosa del genere raccontavano anche in Giappone. Infine vi è pure il cosiddetto Vangelo Tibetano, a narrare che Cristo venne in Tibet e in India.

L'attendibilità del vangelo Tibetano è infima, pieno com'è di anacronismi. È un'opera tarda, sicuramente apocrifa. E possibile, Gesù avrebbe bene potuto andarci. Ma questo non ha nessunissima importanza per una semplice ragione. Le grandi culture dell'Oriente, in particolare quella indiana, avevano le loro proprie idee filosofiche, e neanche una di queste si è mai rispecchiata nella predicazione del Cristo. Neanche una. Fra queste idee posso nominarnealmeno due: la ahimsa, che significa non uccidere (vegetarianismo). Cristo non lo esige. E la seconda: la reincarnazione, un concetto specificamente indiano. Questo nel Vangelo non c'è. Inoltre, la forma stessa, la fraseologia, lo stile del Vangelo sono legati solo con l'Antico Testamento, e non con una qualche tradizione greca o indiana. Questi sono fatti storici, evidenti per ogni persona non prevenuta.

Il mistero del Cristo tuttavia non consiste nel fatto che Egli è Figlio del suo popolo, del suo tempo e del suo secolo. Il mistero del Cristo sta nel fatto che Egli si rivolge a ciascun uomo. Qui noi vediamo il contatto delle due dimensioni dell'essere. Lui è maestro? Sì, è Maestro. Ma un Maestro del tutto particolare, poiché venne quando l'Antico Testamento, questo libro sacro, veniva venerato come "Parola di Dio", e Lui stesso lo chiamava sacro. E che cosa fece Lui?

Lui disse: «Fu detto agli antichi, non uccidere. Ma lo vi dico, che anche l'ira è un peccato». Cioè Egli poneva la Propria Parola alla pari della Scrittura, e al di sopra di Essa.

Nell'Antica Alleanza, per salvaguardare la comunità dall'influenza dei pagani, era stato creato un complesso sistema di proibizioni alimentari. Cristo dice: non quello che entra nell'uomo lo contamina, ma quello che ne esce: la rabbia, l'invidia, la perfidia; tutto ciò risiede nell'uomo e ne esce. Egli considera cose del passato i divieti rituali che vigevano a quei tempi. Insomma Egli tratta la Parola di Dio da Signore, da Padrone che ha il diritto di poterla cambiare: E Io vi dico...

Gesù Figlio del Padre non si è mai convertito dal peccato (pp.72-74)

Giobbe, il protagonista di uno dei libri dell'Antico Testamento, soffriva del suo essere innocente di fronte a Dio, eppure di patirne i castighi; che Dio non era giusto nei suoi confronti; e chiamò Dio a giudizio. Ma quando Egli si presentò, gli cadde dinnanzi e disse: «Io Ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi Ti vedono», e tutto si risolse.

Così l'umanità da sempre ha voluto sfiorare il Mistero Sacro, toccarlo per poter acquisire la vita in tutta la sua pienezza. Per questo i savi insegnavano, per questo gli asceti indiani si tormentavano, per questo gli studiosi cercavano di leggere nelle stelle e nelle leggi della natura una risposta a questo enigma, il più inquietante, l'unico, il più importante. Platone diceva: «È difficile comprendere il Padre di ogni cosa». In quanto gli uomini hanno avvertito da sempre di essere fratelli solo perché hanno un Padre, e la loro vita ha senso perché è legata a qualche ragione celeste; per questo i discepoli una volta chiesero a Gesù Cristo: «Facci vedere, mostraci il Padre Celeste, e ci basta». È questo, probabilmente, che dice a lui tutta l'umanità: «Mostraci il Padre», ed Egli risponde, come quella volta rispose al suo discepolo Filippo: «Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai conosciuto, Filippo. Chi ha visto Me, ha visto il Padre». 

Con ciò Egli svela quel mistero che il Simbolo della fede esprime con la parola greca omousios - consostanziale al Padre. Egli è Suo Figlio non nel senso umano che usiamo noi, ma in quello di una profondissima comunione ontologica, di natura. Figlio vuol dire carne della carne, perciò il Simbolo della fede dice: Luce da Luce, Dio vero da Dio vero. Come un fuoco ardente, se da esso si accende un ramo non diminuisce, ma produrrà un fuoco nuovo, così è luce da luce. Dio vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre. Della stessa sostanza: non è l'uomo della stessa sostanza, ma solo Lui, l'Unico.

Tutti i grandi santi erano consapevoli dì essere peccatori: leggete le loro agiografie. Recentemente sono state riedite Le Confessioni del beato Agostino, un'opera importantissima e geniale. Questo grande personaggio si maledice, si disprezza, si pente. Come dice una leggenda ortodossa, i santi vedevano i propri peccati come la sabbia del mare, e questo si può capire, perché nella luce intensa si vede ogni granello, anche quello di polvere.

L'unico nella storia che non parla mai dei Propri peccati, è Gesù Nazareno. Egli è l'Unico che non guarda mai la verità dal basso verso l'alto. Budda, il fondatore del buddismo, comprende la verità nel corso di lunghissime meditazioni, si allena per anni, per anni attende l'illuminazione, possiamo dire che prende il Cielo all'assalto. Non c'è niente di simile nella persona del Cristo. Egli viene già con questo. Egli si relaziona con noi come il Cielo con la terra. Egli è la voce dell’Eterno, che inizia a risuonare nel mondo; perché l’immenso non può parlare col limitato, perché il Divino sopprime l’uomo.

Gesù vero uomo (p. 67)

Egli ha volto e carattere umano. Noi possiamo notare in Lui una serie di straordinarie peculiarità, ma esse sono del tutto terrene. Egli ha amici, Egli vuole bene soprattutto al proprio discepolo Giovanni. Egli vuole molto bene alla famiglia di Lazzaro e alle sue sorelle. Egli non tratta tutti ugualmente, in maniera quasi impersonale. Egli ha uno sguardo straordinario; mentre i futuri apostoli stavano pescando, Egli si avvicina loro e dice: “Lasciate tutto e seguitemi”. Detto ciò, loro immediatamente – immediatamente! – lasciarono tutto e andarono. Più di una volta l’Evangelista Marco sottolinea la forza del Suo sguardo. A volte Egli emette sospiri pesanti, ed è come se si percepisse che sta superando l’inerzia umana.

Non Gli sono estranei i paradossi del linguaggio. Chi ha detto che è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel Regno di Dio? Chi ha detto dei farisei che loro filtrano il moscerino ma ingoiano un cammello? Chi ha detto che dal semino più piccolo crescerà l’albero più grande? Queste sono parole Sue, il Suo stile individuale nel parlare. Se leggerete il Vangelo con attenzione (io credo che fra poco sarà accessibile a molti), avvertirete un linguaggio brillante, laconico, pieno di immagini e metafore, che si riconosce subito. “In verità, in verità vi dico” – Amen, amen vi dico. Amen vuol dire “esattamente”. È un Suo modo di dire. Il Suo linguaggio è sempre ben chiaro, non contiene mai imprecisioni e dubbi. ...Cristo ha sempre parlato come colui che ha il potere, senza chiedere consigli a nessuno.

Gesù il giudice del mondo (p. 68)

Quando Egli sta dinnanzi al tribunale ingiusto, il Sinedrio e Pilato, quasi non parla loro, quasi non si giustifica, perché sa che per loro la verità non esiste. Essa non interessa loro. Difatti quando Pilato domanda “Che cosa è la verità?”, sta parlando in senso retorico, come se sapesse a priori che non esiste alcuna verità.

Una volta nel Vangelo secondo Giovanni leggiamo che Cristo era stanco; Egli sedette presso il pozzo, perché si era affaticato: la giornata era ardente, la strada molto lunga. Eppure noi Lo vediamo possente, che cammina per molti chilometri, a volte dorme sotto il cielo, senza avere dove posare il capo. Solo una persona forte poteva condurre tale lotta intensa, e una vita così piena di fatiche.

Ed ecco la Sua immagine si disegna sempre più nettamente: la bontà immensa, l’apertura infinita per la gente, ma niente sentimentalismo, nessun compromesso con il male! Ieshua Ga-Nozri di Bulgakov dice: “Tutti sono buoni”, “buon uomo” e così via. Invece Cristo, rivolgendosi ai detentori del potere, dice: “Serpi! Razza di vipere!”, dà a Erode dello “sciacallo”, della “volpe”. Egli sapeva essere molto brusco, molto severo: “Guai a voi, scribi, farisei, ipocriti”. Egli lanciava parole di accusa ai clan e ai gruppi sacerdotali più autorevoli.

Rammento sempre a quelli che leggono il Vangelo le bellissime parole di Gilbert Chesterton, secondo il quale Cristo non era un predicatore itinerante. Se Egli avesse girato il mondo per spiegare la Verità, tutto sarebbe stato assolutamente diverso. Invece la Sua vita fu piuttosto una marcia. “Io sono venuto in questo mondo per giudicare” – Egli dice – “Ora è il giudizio di questo mondo”.

Gesù non è la proiezione dei nostri desideri (p. 51)

Il Dio-tonante, il Dio-sovrano, in qualche misura non è che la proiezione dei nostri sogni nascosti, del nostro subconscio. Quando noi vogliamo avere un tale signore, in noi vive uno schiavo, colui che cerca “la mano ferma”. Invece noi vediamo tutt’altra mano, la mano di Cristo, trafitta e inchiodata alla croce. E in Lui non vi è alcuna proiezione dei nostri sogni.

La mano dell'uomo che cerca Dio, la mano di Dio che cerca l'uomo (p. 5, dalla Prefazione di Georgij Čistjakov)

Padre Aleksandr Men’ ha sempre sottolineato il valore fondamentale dell’esperienza religiosa del mondo intero. «Esiste l’esperienza di una mistica indefinita, - scriveva - esiste l’esperienza di tutte le religioni, ognuna delle quali ha il proprio valore. Tutto ciò è bellissimo, tutte le mani tese verso il cielo sono bellissime, degne di essere mani umane, perché sono le mani di una creatura, di un’immagine, di una somiglianza di Dio, che si tendono verso la loro Immagine Prima». Ricorda come padre Aleksandr rimase interessato quando gli raccontai di un libro italiano nel quale erano raccolte le preghiere di tutti i popoli e di ogni religione. Con tutto ciò, sempre, e con grande convinzione, sottolineava il carattere unico del cristianesimo. «Cristo però, - diceva - è una mano che si stende dall’alto, come a volte viene raffigurato nelle icone antiche, la mano che è tesa verso di noi da lassù».

La fede cristiana è un incontro (p. 8, dalla Prefazione di Georgij Čistjakov)

Se si comprende questo, si diventa per sempre liberi dalla propria chiusura. «La conoscenza di Dio non è, come quella della natura, un processo unilaterale; è invece un incontro», diceva padre Aleksandr.

Cristo è: in questo consiste la forza del cristianesimo (pp. 8-9, dalla Prefazione di Georgij Čistjakov)

La cosa principale nel cristianesimo, secondo il suo punto di vista, non sono le tradizioni, con le loro sacralizzazioni, né le antichità della chiesa e l’amore per esse, ma la presenza viva di Gesù Risorto. «Egli è rimasto, - diceva padre Aleksandr, poco prima della sua morte, - motore supremo della storia, è rimasto segretamente e profondamente nel mondo: “Sarò con voi fino alla fine dei tempi”. È risorto per essere presente ovunque nella nostra vita. Ed oggi ognuno di noi può trovarlo. Egli non è solo un personaggio storico, che si può ricordare o dimenticare. Sì, Egli visse duemila anni fa, sì, fra dieci anni festeggeremo i duemila anni [così diceva nel 1978!] dalla Sua nascita. Eppure Egli non è semplicemente esistito, Egli è, ed in questo consiste tutto il mistero del cristianesimo, in questo è racchiusa la sua forza».

Il Simbolo di fede nella liturgia ortodossa agli inizi del regime comunista (p. 13)

Ciascuno di voi, se entra in una chiesa ortodossa durante la liturgia, noterà che a un certo momento della funzione il coro s’interrompe, e inizia a cantare tutta l’assemblea. Si tratta di un’antica tradizione, fatta rinascere relativamente poco tempo fa, durante i primi anni della rivoluzione, per iniziativa del patriarca Tikhon. Non fu casuale, tale iniziativa: si canta il Simbolo della fede Niceno-Costantinopolitano. Secondo il pensiero di Sua Santità esso doveva rimanere nella memoria della gente nel caso le venisse tolto tutto, anche il testo scritto. Il Simbolo stesso è di una straordinaria importanza per la Chiesa cristiana.

Testimonianza, non propaganda (p. 14)

Noi non imponiamo niente, l’idea della propaganda è estranea alla Chiesa: noi semplicemente testimoniamo.

La verità del linguaggio (pp. 15-16)

I segnali che si mandano gli animali, sono segnali semplici: pericolo, richiamo, ammonizione, constatazione del fatto che, diciamo, questo posto è occupato, qui è il mio nido. Questi sono i segnali (oppure, possiamo dire, i “simboli”, ma fra virgolette) nel mondo animale. I simboli umani invece sono diversi. Sono legami misteriosi fra singole anime-isole. Perché ogni anima vive in un mondo a sé. Non senza fondamenta il poeta Tjutčev diceva: «Un pensiero proferito è già una menzogna». È facile comprendere quanto sia difficile trasmettere vere, profonde e forti emozioni. Le emozioni di vivere i misteri del mondo, di vivere l’amore, di vivere la pienezza della vita, o la disperazione, non possono affatto venir racchiuse nelle parole. Ma io vi chiedo di fare attenzione ad una cosa interessantissima. Quando Fëdor Ivanovič Tjutčev disse: «Un pensiero proferito è già una menzogna», lui aveva pur proferito tale pensiero, e anche in una bellissima forma poetica.

Per quanto sia imperfetto il nostro linguaggio, per quanto esso sia poco capace di abbracciare gli strati misteriosi dell’essere, ne abbiamo bisogno comunque. Ecco un esempio elementare. Quando si dice di amare una persona, ognuno di noi mette in queste antichissime parole qualcosa di personale, di irripetibile, eppure sta pronunciando le stesse parole che dicevano i suoi padri, i suoi nonni, i suoi lontani antenati. Viene fuori che queste parole continuano a funzionare quando dietro ad esse si trova una determinata realtà di anima e di spirito.

La fede è chiaroveggente (pp. 21-22)

La prima parola pronunciata da chi recita il Simbolo della fede è: Credo. Spesso questa parola viene usata in un contesto negativo, ad esempio, “fede cieca”. Noi protestiamo decisamente contro tale definizione. Al contrario, la fede non è cieca, ma chiaroveggente.

Realtà che non si possono toccare: di queste è fatto l'uomo (p. 22)

Per poter comprendere la realtà suprema, la realtà spirituale, è il nostro proprio spirito che funge da strumento. E quando le persone dicono che devono “toccare Dio con le mani”, “Dov’è? Fatecelo vedere!”, c’è in questo un malinteso: le cose più importanti al mondo non si possono toccare. Fatemi vedere un uomo che una volta sia riuscito a toccare la coscienza, l’amore, l’ispirazione, la saggezza. Quello che fa dell’uomo un uomo, la principale caratteristica del nostro essere umano, si basa su realtà che non si possono toccare.

Divinizzare l'uomo, se manca la fede (p. 24)

Perciò in potenza chiunque, anche un ateo militante, nel proprio subconscio è un credente. Non esistono persone senza fede, perché lo spirito umano è programmato per aspirare istintivamente al Principio Supremo. La storia del XX sec. ce lo ha dimostrato con una evidenza straordinaria. Non per nulla Mao Tse Tung prima di morire diceva ad un giornalista di aver compreso il significato del mistero di Dio, solo da quando aveva cominciato a riflettere sul culto della propria persona. Aveva capito che l’uomo privato dell’immagine di Dio, alla fine giungerà a divinizzare qualsiasi cosa. E ciò si era dimostrato con tutta evidenza.

Credo in Dio, creatore delle cose visibili e di quelle invisibili (pp. 29-30)

Ma altri due parametri vengono indicati nel Simbolo: Tutto ciò che è visibile e invisibile. Egli è il creatore di tutto il visibile e l’invisibile. Queste parole ci conducono all’idea della duplicità di tutto il creato, della duplicità della nostra natura. E l’uomo, che è un microcosmo, ossia un piccolo universo, raccoglie in sé il tutto. Nei nostri tessuti, nelle nostre ossa, vivono dei minerali. Ogni cellula del nostro organismo è basata sugli stessi principii che si trovano alla base della cellula di qualsivoglia pianta. Nella nostra fisiologia è presente tutto ciò che si trova nella fisiologia degli animali superiori. Ma oltre a questo, noi possediamo anche un principio invisibile, quello che noi chiamiamo spirito. L’anima, a parlare rigorosamente, è un anello di congiunzione tra lo spirito e il corpo.

Lo spirito innanzi tutto si distingue per la creatività. Solo lo spirito crea. Nel mondo animale non c’è creatività. Per questo l’uomo assomiglia a Dio. Lo spirito comprende i valori della morale, opera la scelta fra il bene e il male. Lo spirito è libero, potenzialmente libero; perciò l’uomo è responsabile delle proprie azioni.

Crescere (p. 30)

L’anima dell’uomo si arricchisce interiormente, essa può crescere, ma questa sua crescita non è materiale. Cresce un albero, cresce un organismo. Anche lo spirito cresce, ma in maniera molto diversa. Tutte le caratteristiche dello spirito sono entità dinamiche. Sottolineo “entità dinamiche”: ciò significa che esse possono accrescersi e diminuire. Si può interrare il talento, si può svilupparlo; si può imparare ad amare e si può sopprimere in sé questa volontà, ecc.

Colui che crea e mantiene l'esistente (p. 35 e 36)

Noi lo chiamiamo anche Onnireggente: colui che mantiene l’esistente, il creato. L’essere non ci appartiene: noi lo riceviamo e possiamo perderlo. Nel Salmo 103 è detto che quando Dio priva il mondo del Proprio Spirito, tutto si trasforma in polvere, «ritorna nella sua polvere». Quindi, il misterioso nome di Dio, “Colui Che è”, il quale probabilmente veniva pronunciato come Yahwè, significa “Colui Che Possiede l’Essere”.

Egli è l’Onnireggente, Creatore del cielo e della Terra. Né effusione, né emanazione, né coessenzialità di uomo e Dio o della natura e Dio, ma qualcosa di assolutamente diverso. C’è un abisso fra il Creatore Assoluto e il creato, cioè noi e tutto il resto, perché noi siamo una cosa creata, creato. E questa è una delle particolarità della visione cristiana dell’essere. “Sia luce!”, dice Dio. Sia. Egli crea dal nulla. Ma questo non significa che il nulla sia un ente; piuttosto, che non vi era esistenza, e che Egli pose ad essa principio.

Ispirazione e interpretazione delle Sacre Scritture (pp. 36-38)

E la Sua Rivelazione, quello che Egli pone nel cuore umano, fu messa per scritto dai saggi e dai profeti dell’Antico Israele, e nell’era nuova dagli apostoli, i quali composero il Vangelo e gli altri libri del Nuovo Testamento. Non si pensi che l’ispirazione divina delle Scritture Sacre si sia risolta in una sorta di trance degli autori che le scrissero, quasi il testo fosse stato loro dettato. Già i Padri della Chiesa dimostrano che tale opinione - perché è esistita - è erronea. Difatti ciascuno degli autori biblici scrive nel proprio stile, ha il proprio linguaggio, i propri modi letterari, il proprio carattere. E anche se prendiamo i quattro evangelisti (il Vangelo è di più facile comprensione, e molti di voi lo hanno letto), si può subito notare la netta differenza fra il linguaggio sobrio, laconico, leggermente popolare del Vangelo secondo Marco, e il linguaggio del Vangelo secondo Giovanni, con i suoi lunghi periodi, l’abbondanza di dialoghi, la struttura assolutamente diversa. Perciò noi possiamo parlare dell’Ispirazione divina della Bibbia come di un Mistero divino ed umano, come di un incontro fra i due mondi: l’anima dell’uomo che è figlio del proprio tempo, l’uomo che è intessuto delle idee della propria epoca, l’uomo con le caratteristiche particolari della propria lingua e del proprio paese; e il flusso dello Spirito che scorre attraverso di lui.

Si potrebbe esprimere ciò rivolgendosi ad un’immagine: così come la luce del Sole, passando attraverso un cristallo o il vetro colorato di una vetrata, cambia in colore ed intensità, così pure la Rivelazione, attraversando l’anima del profeta o dell’apostolo, si diffonde in modi diversi. Perciò è necessario ricordare che, anche se a volte diciamo che la Bibbia ha un solo autore, cioè Dio, allo stesso tempo v’è una moltitudine di autori, i quali sono persone e persone tutte diverse. La questione di come discriminare nella Bibbia il nucleo e la sostanza dalle cose transitorie e temporanee, costituisce il soggetto di una delle discipline dell’ampia scienza biblica. Ma chiunque apre le Scritture Sacre non per mera curiosità, ma perché vuole sentire la voce che gli si rivolge, quella voce la sentirà, pur attraverso i secoli, attraverso la particolarità del linguaggio, lo stile e la mentalità concreta.

La Bibbia è divisa in due parti: il Vecchio Testamento e il Nuovo Testamento. Che cosa li collega? La stessa parola, o lo stesso concetto, la stessa realtà, la stessa forza. Noi la definiamo Cristo.

Alleanza (pp. 38-39)

Per cominciare vi dirò del Testamento. Quando un uomo, pieno di superbia, sfida la natura e Dio, vuole agire da solo. E benché simili impulsi sovente ci paiano sublimi, essi sono condannati al fallimento. Quando l’uomo si inchina davanti a Dio come di fronte ad un despota, come davanti ad una forza opprimente, spietata e dispotica, sta sostituendo il vero Dio - il Dio dell’amore e della libertà - con un idolo. L’idea centrale del Testamento biblico interviene contro tutto ciò, vi si oppone. In ebraico antico questa parola suona come berit, in italiano alleanza, e in slavo ecclesiastico zavet. È un’alleanza fra Dio e l’uomo.

Mi domanderete come possa esistere un’alleanza fra una creatura destinata a passare, imperfetta, effimera come l’uomo, e l’Eternità Divina, Colui «che ha creato il mondo, l’Onnipossente» come diceva Šota Rustaveli. Si rivela che ciò è possibile. Perché? La Bibbia stessa ci insegna che Dio ha eletto l’uomo.

Dio non è un artigiano (pp. 40-41)

E quando l’uomo si allontana da questa vocazione si fa sfruttatore della natura, il suo corruttore e distruttore; egli volta le spalle al proprio Creatore, egli distrugge la propria anima. Al posto dell’armonia e della pienezza, della sinfonia della vita, suscita una mostruosa cacofonia del male, della degradazione e della morte.

Voi potete domandare: ma come il Creatore non aveva previsto ciò? È una domanda ingenua, che sminuisce il Creatore e lo raffigura come un artigiano che sta costruendo un robot, il quale poi sfugge al controllo. Non è affatto così.

Fede e fiducia (p. 44)

«Abramo credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia», leggiamo nel Libro del Genesi. Notate, fate attenzione: non è stato detto che Abramo credette in Dio; in fin dei conti, ognuno è destinato a credere in Dio, ma lui credette a Dio, si affidò a Lui, credette che questa parola era veramente la Parola Suprema.

Il mistero della croce (p. 51 e 76)

Il Dio-tonante, il Dio-sovrano, in qualche misura non è che la proiezione dei nostri sogni nascosti, del nostro subconscio. Quando noi vogliamo avere un tale signore, in noi vive uno schiavo, colui che cerca “la mano ferma”. Invece noi vediamo tutt’altra mano, la mano di Cristo, trafitta e inchiodata alla croce.

Era necessaria, indispensabile la Sua morte? Egli diceva sempre che così doveva succedere. “Perché?”, domanderete. Come si dice in una delle Epistole: perché mai, in luogo della gioia che Gli spettava, il Dio-Uomo ha incontrato in terra la sofferenza? Poiché, come ci dice la Bibbia, il mondo giace nel male. E se il Divino, il Bellissimo, il Colmo della Luce, viene in questo mondo, presso di noi, a contattarci, non può non soffrire. La passione di Cristo, le Sue sofferenze espiatorie non cominciano quella notte nel giardino del Getsemani, né sul Golgota, ma quella notte in cui nacque. Una volta gli sfugge un sospiro: «Oh generazione incredula e corrotta, fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?». Le sue sofferenze erano necessarie per noi: perché o Egli viene da noi e soffre, o Egli si libera delle sofferenze, ma se ne va da noi.

Non la lettera, ma la sua presenza (p. 77)

Cristo non ci lasciò neanche una riga scritta perché noi non divinizzassimo la lettera. Non lasciò alcuna tavola, alcun segno, - non lasciò nulla. Però Egli disse: «Io sarò con voi fino alla fine dei tempi».

La storia è divino-umana: in questo consiste il vangelo (p. 78)

E se pure alcune dottrine portano l’uomo lontano dal mondo, e alcune lo rendono più buono, altre più saggio, più concentrato, più composto, qui non di dottrina si tratta, c’è invece il Testamento, un’Alleanza, un legame vivo con il Dio-Uomo. La storia si fa storia divino-umana e tutto il temporaneo si coniuga con l’eterno. In questo consiste il fenomeno del Vangelo.

La storia della salvezza (pp. 79-80)

Qual è il nocciolo dell’antica preveggenza? Che il mondo non è statico, ha la sua storia, ha il suo obiettivo e si muove verso la somma Rivelazione Divina. Questo non lo sapeva nessuna delle grandi religioni del mondo, tutte si rappresentavano un essere immutabile. Ed ecco che ai profeti viene svelato che l’essere è come una freccia lanciata in una certa direzione, che la pienezza della presenza di Dio non è una cosa data, ma è un obiettivo; perciò parlarono del Regno di Dio. Giacché oggi Dio non regna a tutti gli effetti. Il male, sia fisico che morale, è in atto. La morte e il delitto non sono il regno di Dio, ma il regno degli elementi e della volontà malvagia dell’uomo. Il regno di Dio significa invece la realizzazione completa dei Suoi buoni disegni. L’antico fondatore della Chiesa della Prima Alleanza, Abramo, accettò Dio come bene, ed Egli a Mosè si rivelò misericordioso (in ebraico antico, rav rahamìm, “pieno di carità”, pieno di amore e di compassione per il mondo). Invece nel mondo si realizza tutt’altro che questo. Ne deriva che il regno di Dio è un qualcosa che si attende, che verrà. Ma per questo dovette compiersi la somma rivelazione di Dio al mondo, perché Egli, con la Sua Persona assoluta e inconcepibile, potesse contattare la persona umana, una cosa apparentemente impossibile anche solo da pensare e da comprendere! Come può l’uomo, mortale e limitato, comprendere l’immortale e l’illimitato? Ed ecco che ciò accade nell’esperienza dei profeti. Ma questa loro esperienza non consisteva solamente nel fatto che per mezzo di loro Dio aveva parlato al mondo, e che Egli aveva rivelato la Sua volontà e la legge morale come forma di servizio al Sommo; tale esperienza dava loro anche la possibilità di vedere l’avvenire, vedere l’apparizione futura di Colui che è.

Nel libro del profeta Isaia leggiamo: «Oh, se Tu squarciassi i cieli e scendessi!».

Figlio di Dio (pp. 81-83)

Egli è il Figlio di Dio. Che cosa significa? È ben chiaro che quando noi parliamo di ciò che non può essere compreso, del Divino, usiamo termini terreni, umani. Nel linguaggio umano figlio è chi è nato dal padre. Il Mondo, l’Universo, l’uomo, non sono nati da Dio, ma sono stati creati da Lui. Dio ci ha dato l’essere dal non essere, non da Se stesso, ma come dal nulla. Egli costruì l’essere sul non-essere: è un dettaglio molto importante. Sia nella nostra Liturgia, la Liturgia di Basilio il Grande, sia nella Liturgia di Giovanni Crisostomo si ripetono le grandi parole: «Tu hai portato tutti dal non essere all’essere». Un abisso logico, un abisso spirituale, un abisso reale corre tra il mondo creato, il mondo delle creature, e l’Assoluto, il Divino.

Per poter attraversare questo abisso è necessaria la Rivelazione di Dio, è necessario un passo.

Se il mondo è creato da Dio, allora Gesù Cristo, venuto nel mondo, non è una creatura di Dio. Egli nacque da Dio. Nacque in senso profondo, mistico, misterioso, divino. Nella Bibbia (come pure in generale nelle lingue orientali) la parola figlio significa “colui che fa parte”, in senso diretto. L’uomo che dava speranza, veniva chiamato figlio della speranza. L’uomo pieno di peccati e di male veniva chiamato figlio della morte. Gli ospiti alle nozze venivano chiamati figli del palazzo nuziale. L’allievo di un profeta (e il profeta stesso) veniva chiamato figlio del profeta, cioè il concetto di figlio non significava semplicemente la nascita di carne, ma la comunione interiore, spirituale. E quando il Vangelo secondo Marco - il più antico, come ritengono gli studiosi - parla di Gesù Cristo Figlio di Dio, ci rivela un grandissimo mistero: quest’uomo terreno, che ha condiviso con noi la nascita e la morte, le sofferenze e la stanchezza, la fame, la compassione, la gioia e il dolore, ebbene Egli nello stesso tempo appartiene al Mondo divino. Egli non è stato creato, ma è nato dal Sommo. «lo e il Padre siamo una cosa sola», Egli dice. E questa non è solamente una delle frasi di Dio, ma qualcosa di unico nel suo genere. Perciò: Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli. Prima di tutti i secoli significa che questa nascita non è un avvenimento nel tempo, quasi vi fosse un tempo quando Lui non esisteva e un tempo in cui Lui apparve. Prima di tutti i secoli, cioè quando non vi era il tempo, quando le parole “prima” e “dopo” non avevano senso. La Nascita avviene eternamente, al di fuori del tempo.

Non rappresentare Dio, prima che lui si riveli (p. 89)

«Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto il mio pensiero sovrasta il pensiero vostro». È una frase importantissima, essa risuona nella Sacra Scrittura come un tuono, perché tutti i popoli, sopratutto in Oriente, ma anche in Occidente, in Babilonia, in Grecia, in Egitto, si immaginavano gli dei come esseri antropomorfi, o, al limite, naturamorfi. Per questo la maggior parte delle statue e degli affreschi, si tratti di Osiride, di Zeus o del babilonese Marduch, li hanno sempre raffigurati come uomini. Invece nella Bibbia si sente la voce terribile e severa del Creatore: «Sono Dio, e non uomo». E solo quando Dio da solo si avvicina al nostro essere, quando entra nella nostra vita, quando Egli diventa per noi umano e vicino, solo allora la confluenza diventa possibile; a quel punto soltanto.

Sofferenza di Cristo nel mondo (p. 93)

Egli entrò in questo mondo, e quindi Egli dovette soffrire. Nel nostro mondo, nel mondo caduto, pieno di peccato, è impossibile non soffrire; e più perfetti si è, più si soffre.

Ascensione di Cristo (pp. 101-102)

Cercando di spiegare in qualche modo l’Ascensione, uno dei teologi sosteneva che Cristo aveva volato attraverso tutti gli strati dell’atmosfera per consacrare lo spazio. Non penso vi fosse qualche significato in un simile concetto. La salita verso Dio significava e significa che il Suo essere di uomo-Dio si era trasformato completamente, ed era divenuto altrettanto universale ed ecumenico dell'essere Divino.

Gesù Nazareno, nei giorni della Sua vita terrena, era limitato nello spazio e nel tempo. Ricordate nel Vangelo secondo Giovanni: Egli andò, Egli si allontanò, Egli necessitava del cibo ... E se Egli era a Gerusalemme, vuol dire che Egli era assente da Nazareth. Invece, dopo l’Ascensione, Egli è ovunque nello stesso tempo. Come afferma Lui stesso apparendo ai discepoli, ottiene ogni potere in cielo e in terra. Egli dice: «Mi è stato dato ogni potere». Se è dato, significa che prima Egli non ne disponeva, mentre ora governa il mondo, governa l’Universo che si permea dello spirito di Cristo.

Spirito Santo e ragione (pp. 108-109)

La storia dell’umanità testimonia che ogni tanto questo dono dello Spirito viene mandato ai popoli, alle civiltà, ai singoli individui; tutto dipende da come lo accoglieranno e da come lo realizzeranno. Può infatti essere realizzato in una direzione del tutto sbagliata. Ed è qui che l’uomo deve essere soccorso dalla ragione, dalla coscienza e da una mente pura e limpida, poiché l’uomo impossessato dallo Spirito di Dio non è un sonnambulo, non è una pizia, un essere impazzito. Lo Spirito di Dio non spegne la ragione umana, ma al contrario la rende più chiara. E quando non si segue la strada della ragione, ma si pensa di poter vivere solo di slanci irrazionali e intuitivi, ecco che ci si può smarrire, ci si può perdere; e allora l’uomo può disperdere e rovinare il proprio talento della cosiddetta passionalità di spirito, o indirizzarlo verso una direzione del tutto sbagliata.

Spirituali, cioè sobri (p. 109)

La comprensione spirituale richiede un’analisi sobria. Per questo l’apostolo Giovanni dice: «Carissimi non prestate fede ad ogni ispirazione», possono capitare simili “pseudomorfosi” dello spirito.

Comunione nella chiesa (p. 113 e 140)

La Chiesa non è folla. È unione spirituale, quando tutti sono trasparenti l’uno all’altro. E nello stesso tempo è quello dei filosofi russi del secolo scorso chiamavamo sobornost’: a differenza del collettivismo, nel quale la persona sparisce, e dell’individualismo nel quale la persona si ipertrofizza, nella teologia sobornost’ significa quell’unità che non uccide la personalità. È una delle caratteristiche particolari della Chiesa.

L’organismo insomma non è un triste insieme di parti assemblate, ma una fusione polimorfa dai molteplici aspetti. Ci dice anche: «Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti possiedono doni di far guarigioni?» Certamente no. E le relazioni reciproche fra gli uomini si basano su questo, perché quando ad uno è stata data una cosa, e ad un altro una diversa, noi possiamo servirei l’un l’altro. Se tutti noi fossimo dotati allo stesso modo di tutti i doni, non avremmo bisogno l’uno dell’altro. Noi abbiamo bisogno l’uno dell’altro proprio perché i doni sono distribuiti in maniera ineguale. Come risulta molto difficile incollare insieme due superfici lisce, e molto più facile incollare superfici che hanno sporgenze e depressioni, così è nella società umana.

Sacramenti ex opere operati (pp. 142-143)

Può anche sorgere un’altra domanda (sorgeva già nel medioevo): e se il sacramento viene celebrato da un sacerdote non degno? Innanzitutto vi dico che noi tutti siamo indegni, e in secondo luogo: che cosa si intende quando la Chiesa dice che il sacramento veramente e in effetti viene celebrato, basta che lo celebri un sacerdote, indipendentemente dal suo livello di moralità? Non è magia, non è un trucco, non è un processo meccanico, ma una grande dottrina della Chiesa riguardo al fatto che il sacramento, ad esempio il battesimo, viene amministrato da tutta la Chiesa; lo compie in accordo alla propria fede. E Dio risponde alla voce della Chiesa, e non alla parola spontanea del sacerdote. Ecco perché se pure lui è indegno, degna è la comunità, i fedeli, la Chiesa: è dunque essa, la comunità, a compiere questo sacramento, benché attraverso le mani del sacerdote. Si capisce da sé che è molto più bello quando queste mani, diciamo, sono pulite.

Resurrezione dei corpi (p. 162)

[L'anima dopo la morte] è uno spirito decorporeizzato, non un uomo. La differenza fra il cristianesimo e ogni tipo di occultismo consiste nel fatto che questi ultimi ritengono un bene tale decorporeizzazione, il che è una grande tentazione! Il cristianesimo dice: noi lasciamo la nostra carne, ma per poter acquistare quella nuova!