Luoghi caravaggeschi nella Roma contemporanea e moderna. Le possibili ragioni di una visita, di Michele Cuppone

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 24 /11 /2010 - 21:55 pm | Permalink
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Riprendiamo, per gentile concessione dell’autore, un articolo di Michele Cuppone apparso il 16/10/2010 sul sito www.caravaggio400.blogspot.com. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (24/11/2010)

La travagliata biografia di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio suscita sempre grande interesse e fascino, anche al di là dei risvolti più sensazionalistici e di interpretazioni tendenziose, entrambi troppo spesso enfatizzati da stampa e cinematografia.

Anzitutto, è la vita di un uomo del suo tempo, l’epoca post tridentina a ridosso del Giubileo del 1600, che meglio si può apprezzare se calata nella Roma coeva, quella immortalata nelle prime piante prospettiche di Antonio Tempesta, alla vigilia delle fabbriche barocche che caratterizzeranno il suo volto. È nella città papale infatti che il pittore trascorre gran parte dei suoi anni e si afferma artisticamente fino a raggiungere il successo, tale da fregiarsi del titulus di “egregius in Urbe pictor” nel contratto per le tele Cerasi. Tanto più che le opere e le vicende biografiche risultano fortemente legate a particolari luoghi della capitale.

A partire senza dubbio dalle chiese, che ospitano quadri concepiti attentamente in rapporto a quegli spazi dedicati. A San Luigi dei Francesi, prima commissione pubblica che porta il genio alla ribalta, la luce dei laterali Contarelli sembra provenire proprio dall’apertura che sovrasta il San Matteo e l’angelo: nella prima versione l’evangelista proiettava i piedi nudi sull’altare sottostante, e tale sembra essere uno dei motivi che portarono a farne una seconda versione.

A Santa Maria del Popolo, la rappresentazione dei santi patroni della città denuncia moduli compositivi dettati dall’angusto ambiente e che si pongono in relazione con l’Assunta del Carracci.

A Sant’Agostino, la soglia e la balaustra di accesso alla cappella Cavalletti, e l’alto posizionamento della nicchia d’alloggiamento, che separano dalla Madonna di Loreto, fanno immedesimare nei pellegrini raffigurati con un calcolato punto di vista “da sotto in su”.

In aggiunta a questa sorta di “Triangolo Sacro” inscritto nel Tridente, vanno elencati più esaustivamente diversi altri edifici religiosi: Santa Maria in Vallicella (la più nota Chiesa Nuova), che ospitò la Deposizione fino alle razzie napoleoniche del 1797 conseguenti al Trattato di Tolentino (restituita grazie al noto interessamento di Antonio Canova, rientrò direttamente nei Musei Vaticani); Santa Maria della Scala, che per l’unico rifiuto accertato, motivato dalla mancanza di decoro, ora lamenta d’essersi privata della Morte della Vergine, acquistata dal duca di Mantova e, dopo vari passaggi, portata al Louvre; il conventodei Frati Cappuccini in via Veneto, che conserva una dibattuta copia del San Francesco in meditazione.

A queste va aggiunto infine proprio il tempio per eccellenza dell’Urbe e del cattolicesimo mondiale, la Basilica di San Pietro – allora in rifacimento – che avrebbe dovuto ospitare la Madonna dei palafrenieri, passata subito alla chiesa di Sant’Anna in Vaticano, e da lì nelle collezioni del cardinale Scipione Borghese.

A parte per le opere ancora in situ o non esposte più da molto tempo, altri luoghi religiosi conservano la memoria di episodi legati alla vita del Merisi. Prima fra tutte la Santissima Trinità dei Pellegrini, per la quale egli avrebbe dovuto dipingere una tela mai realizzata e che invece conserva il San Matteo di Jacob Cobaert destinato alla cappella Contarelli e poi rimpiazzato dalla pala d’altare caravaggesca: ad essa era legato lo zio prete Ludovico, tra le persone che avrebbero favorito il suo arrivo a Roma, mentre diversi suoi committenti erano nella confraternita che qui faceva capo.

Quindi, il primo documento che attesta tale venuta risulta essere il Pantheon, tempio pagano riconsacrato al culto di Santa Maria dei Martiri, dove è registrato tra gli oranti in occasione della festività di San Luca (protettore dei pittori e dell’omonima Accademia che, fino al mussoliniano intervento del “piccone risanatore” sull’esteso quartiere Alessandrino, sorgeva annessa alla chiesa dei SS. Luca e Martina): ivi fu anche sepolto Ranuccio Tomassoni, all’indomani del celeberrimo omicidio “alla pallacorda” (la donna contesa, la cortigiana-modella Fillide Melandroni, trovò sepoltura a San Lorenzo in Lucina).

Un altro documento che attesta la presenza in città è negli Stati delle anime della parrocchia di San Nicola ai Prefetti, a due passi dalla residenza dell’antico vicolo di San Biagio. La chiesa del Gesù ricorda invece il processo per diffamazione intentato da Giovanni Baglione, del quale qui era esposta la Resurrezione che Caravaggio vide e appunto criticò aspramente.

Ma la vita “dal vero” del Caravaggio è notoriamente tutta al di fuori, seppur contigua, dai luoghi sacri, e qui davvero non si finirebbe di citare gli innumerevoli “tòpos” che furono teatro del suo intenso vissuto: non tutti sopravvissuti o ben identificabili, come per un acquerello di Roesler Franz, stando alle fonti la cui attendibilità non è mai scontata; fonti che per lo più sono biografie postume e poco obiettive, contratti di commissione o ricevute di pagamento, ma soprattutto testimonianze in atti giudiziari che si produssero sempre più frequentemente nel tempo.

Si può ragionevolmente cominciare dalle residenze: fra tante sistemazioni provvisorie, tradizionalmente il suo primo alloggio è riconosciuto nel Palazzo Colonna ai Santi Apostoli, presso monsignor Pandolfo Pucci, maestro di casa di Camilla Peretti che lì abitava, da lui ribattezzato “monsignor Insalata” per via del magro vitto accordatogli (a onor di cronaca, recenti studi sosterrebbero che, in quei primi anni romani del pittore, il chierico dovette dimorare in San Pietro, in quanto beneficiato).

Non fu quella l’unica residenza prestigiosa che il lombardo conobbe. All’incirca nell’ultimo lustro del XVI secolo, fu nel seguito del raffinato cardinal Francesco Maria Del Monte che, quale rappresentante degli interessi medicei, si muoveva tra Palazzo Madama e Palazzo di Firenze nell’omonima piazza, e possedeva una residenza affacciata sul Tevere “a Ripetta” (in un’area obliterata dalla costruzione degli ottocenteschi muraglioni) e un villino suburbano presso Porta Pinciana (attualmente nella proprietà Boncompagni, drasticamente ridimensionata dalla speculazione immobiliarista postunitaria) che vanta di possedere l’unico dipinto murario di Caravaggio: in definitiva, egli avrebbe potuto abitare ciascuno di questi edifici.

E poi ancora, a seguire, a Palazzo Mattei Caetani, per un più limitato lasso di tempo, fu ospite del cardinale Girolamo Mattei. Meno agiato, ma confortevole, il domicilio “privato” al civico 19 dell’odierno vicolo del Divino Amore (di cui è stato trovato di recente il contratto d’affitto), legato a vicende biografiche anche singolari, quale lo sfratto per sei mensilità non corrisposte e danni al soffitto (un’apertura sfondata per ricreare ricercati effetti luministici).

E su ognuna di queste sistemazioni tanto si potrebbe raccontare ancora, se per “brevità” è stata sin qui omessa pure la bottega del Cavalier d’Arpino, nelle prossimità di piazza della Torretta: qui lo scaltro Scipione Borghese farà confiscare tutte le tele presenti al maggio 1607, inclusi il Ragazzo con canestra di frutta e il Bacchino malato della Galleria Borghese.

Quest’ultimo, tra l’altro, ricorda la degenza presso l’ospedale della Consolazione, la cui struttura è resistita nei secoli ed è ora occupata, ironia della sorte per un personaggio che troppo spesso ebbe problemi con i “birri”, dal Comando Generale della Polizia Municipale.

Oltre la Borghese, tralasciamo i già alquanto noti e visitati musei che detengono opere assolute caravaggesche. Apriamo piuttosto i registri del Tribunale Criminale del Governatore, da cui spuntano di tanto in tanto nuove scoperte documentarie, per imbatterci in un prezioso archivio di informazioni, su fatti di cronaca, e luoghi più o meno noti: da via della Scrofa a corsia Agonale, da piazza Navona alla chiavica del Bufalo, con una destinazione ricorrente per il nostro: le carceri di Tor di Nona, che, dopo essere state trasformate in teatro, sono anch’esse sparite definitivamente assieme ad un pezzo di storia del Tevere.

Ecco dunque che la vita romana del genio si sovrappone di continuo alla storia della città e delle sue trasformazioni urbanistico-architettoniche, e delle pittoresche stradine del vecchio tessuto cittadino, snaturate dalle più disparate attività commerciali e dall’incontrollato traffico automobilistico: guarda caso, proprio il terreno dell’antico campo di pallacorda che segnò il definitivo allontanamento dalla capitale, ha ceduto il posto ad una meno romantica autorimessa.


Su Caravaggio, vedi ancora su questo stesso sito le sezioni Roma e le sue basiliche e Arte e fede.

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