Proba, la vedova che viveva al Pincio: a 1600 anni dalla Lettera a Proba di Agostino d’Ippona, di A.L.

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 19 /12 /2010 - 15:13 pm | Permalink
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Presentiamo on-line una breve nota su Proba, la sua residenza al Pincio e la ricorrenza dei 1600 anni della Lettera 130 di Agostino. Su Sant’Agostino e le tematiche della Lettera a Proba, così come sui luoghi agostiniani di Roma cfr. su questo stesso sito, Sant’Agostino ed il desiderio, di Andrea Lonardo e La basilica di Sant'Aurea ad Ostia antica e gli scavi della città: Sant’Agostino, la catechesi, la morte di Monica, il peccato e la grazia, di Andrea Lonardo.

Il Centro culturale Gli scritti 19/12/2010

Anicia Faltonia Proba è la “vedova” a cui Sant’Agostino di Ippona inviò la famosissima lettera 130 che tratta esplicitamente della preghiera ed, insieme del desiderio. Agostino, infatti, cui Proba si rivolse per chiedere lumi sulla vera preghiera, risponde ponendo la questione cosa sia da chiedere a Dio, cosa sia desiderabile per l’uomo, cosa sia il bene. Da qui il discorso si allarga a considerare che tutti cercano la vita beata e questa è l’unica cosa da chiedere: ma questa richiesta porta con sé l’ulteriore questione cosa sia esattamente la felicità, cosa sia la vita beata e perché, nonostante essa sia ricercata da tutti, sia così difficile raggiungerla.

Benedetto XVI ha citato la lettera a Proba in un bellissimo passaggio della Spe salvi, ricordando come l’uomo sappia dell’esistere della “vita vera”:

«Che cosa è, in realtà, la “vita”? E che cosa significa veramente “eternità”? Ci sono dei momenti in cui percepiamo all'improvviso: sì, sarebbe propriamente questo - la “vita” vera - così essa dovrebbe essere. A confronto, ciò che nella quotidianità chiamiamo “vita”, in verità non lo è. Agostino, nella sua ampia lettera sulla preghiera indirizzata a Proba, una vedova romana benestante e madre di tre consoli, scrisse una volta: In fondo vogliamo una sola cosa – “la vita beata”, la vita che è semplicemente vita, semplicemente “felicità”. Non c'è, in fin dei conti, altro che chiediamo nella preghiera. Verso nient'altro ci siamo incamminati – di questo solo si tratta. Ma poi Agostino dice anche: guardando meglio, non sappiamo affatto che cosa in fondo desideriamo, che cosa vorremmo propriamente. Non conosciamo per nulla questa realtà; anche in quei momenti in cui pensiamo di toccarla non la raggiungiamo veramente. “Non sappiamo che cosa sia conveniente domandare”, egli confessa con una parola di san Paolo (Rm 8,26). Ciò che sappiamo è solo che non è questo. Tuttavia, nel non sapere sappiamo che questa realtà deve esistere. “C'è dunque in noi una, per così dire, dotta ignoranza” (docta ignorantia), egli scrive. Non sappiamo che cosa vorremmo veramente; non conosciamo questa “vera vita”; e tuttavia sappiamo, che deve esistere un qualcosa che noi non conosciamo e verso il quale ci sentiamo spinti (Cfr Ep. 130 Ad Probam 14, 25-15, 28: CSEL 44, 68-73)»[1].

Anicia Faltonia Proba visse a Roma fino al sacco dei Goti di Alarico, cioè fino al 410. Abitò nella ricchissima villa che gli Anici avevano al Pincio, più o meno dove sorgono oggi la scalinata e la chiesa di Trinità dei Monti e Villa Medici.

La nonna di Proba era Faltonia Betitia Proba[2], che era stata moglie del praefectus urbi nel 351 d.C., componendo versi prima di carattere epico e, successivamente, sacro (Cento Vergilianus de laudibus Christi). Data la nobiltà di rango le venne concessa sepoltura nella chiesa di Sant’Anastasia, sotto il Palatino, come ricordava una lapide oggi scomparsa[3].

Anicia Faltonia Proba era invece sorella del console del 370 Olibrio e moglie di Sesto Petronio Probo, console nel 371. L’eccezionale carriera di Sesto Petronio Probo fece ulteriormente aumentare l’influenza della gens Anicia Proba.

I tre figli della coppia divennero tutti consoli, Anicius Probinus e Anicius Hermogenianus

insieme nel 395, Anicius Petronius nel 406. Il fratello di Proba, Olibrio, aveva sposato Giuliana - che era a sua volta nipote di Proba - e dalle loro nozze era nata Demetriade, che prenderà poi il velo monastico a Cartagine tra il 413 e il 414, dal vescovo Aurelio[4].

Un’iscrizione attesta il legame di Proba con l’attuale Pincio, segnalando nell’onomastica familiare la relazione esistente fra gli Anicii ed i Pincii[5]:

Consimiles fratrum trabeis gestamina honorum / tertia quae derant addidimus titulis / dilectae Probus haec persolvo munera matri / restituens statuis praemia quae dederat // Aniciae Faltoniae / Probae Amnios Pincios / Aniciosque decoranti / consulis uxori / consulis filiae / consulum matri / Anicius Probinus v(ir) c(larissimus) / consul ordinarius / et Anicius Probus v(ir) c(larissimus) / quaestor candidatus / filii devincti / maternis meritis / dedicarunt[6].

Divenuta vedova - si ritiene intorno all’anno 389 - Proba, che già era una fervente cristiana, visse la sua vedovanza in offerta a Dio, trasformando la sua residenza romana in un luogo di preghiera e di carità. Girolamo, nella lettera 130, scrive che Proba era considerata «la più illustre persona fra tutti i gradi di nobiltà esistenti nel mondo romano, Proba che per la sua santità e generosità manifestata verso tutti indistintamente, è stata oggetto di venerazione perfino presso i barbari» (Girolamo, Lettera 130,7).

All’avvicinarsi dei Goti, Proba dovette fuggire da Roma, insieme alla nuora Giuliana ed alla di lei figlia Demetriade: infatti, come attesta ancora Girolamo, quest’ultima «dall’alto mare aveva visto le rovine fumanti della patria e aveva affidato la sua salvezza e quella dei suoi ad una fragile barca», diretta verso l’Africa (Girolamo, Lettera 130,7).

Si sa che Proba, una volta che la situazione dell’urbe si tranquillizzò, decise comunque di vendere i possedimenti romani, per «procurarsi “amici col denaro dell’iniquità affinché l’accolgano nelle dimore eterne” (cfr. Lc 16,9)» (Girolamo, Lettera 130,7).

A Cartagine le tre donne caddero comunque preda del comes Eracliano, che governava l’Africa proconsolare a nome dell’imperatore Onorio: Eracliano le aveva costrette a sborsare un’ingente somma in cambio della libertà. Il denaro fu infine versata dalla stessa Proba.

Agostino indirizzò da Ippona a Proba, che ormai viveva stabilmente in Africa, la Lettera 130, non molto dopo il 411, e la 131, verso il 412/413. La lettera 150 è invece indirizzata a Proba e a Giuliana, verso il 413/414.

Nel 2011 saranno così circa 1600 anni dall’invio della Lettera 130 di Agostino a Proba.


Note

[1] Benedetto XVI, Spe salvi 11.

[2] Su Faltonia Betitia Proba, cfr. la voce Proba, di A. V. Nazzaro, in Nuovo dizionario patristico e di antichità cristiane, Genova-Milano, 2008, III. coll. 4337-4339.

[3] Cfr. R. Lizzi Testa, Senatori, popolo, papi. Il governo di Roma al tempo dei Valentiniani, Edipuglia, Bari, 2004, p. 117.

[4] Cfr. l’Introduzione di S. Cola, San Girolamo, Le lettere. 4, Roma, 1997, p. 44.

[5] Sulle residenze del Pincio in età romana ed, in particolare, sugli Horti Aciliorum, cfr. Riscoperta di Roma antica, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1999, p. 447.

[6] Corpus inscriptionum latinarum, VI 1754; non è stato possibile confrontare il testo latino ricavato da Internet con l’edizione a stampa.