Il concetto di esperienza estetica. Una relazione di Silvano Petrosino (sintesi a cura de Gli scritti)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 14 /09 /2026 - 00:04 am | Permalink | Homepage
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Il testo che segue è solo una sintesi incompleta della lezione tenuta dal prof. Silvano Petrosino per le Romanae Disputationes, avente per titolo “Il concetto di esperienza estetica” e pubblicato con video su Youtube il 13 ottobre 2017 al link https://www.youtube.com/watch?v=NP_1CuPNYd8. Ovviamente tale sintesi non è stata rivista dal relatore e non ha, pertanto, valore di documentazione scientifica, ma è stata redatta al fine di conservare traccia dell’ascolto della relazione stessa. Per ulteriori testi, cfr. la sezione Filosofia e, in particolare:
- Un’intervista di Monica Mondo a Silvano Petrosino: «Ci sono luoghi, ci sono parole, ci sono persone, che ti fanno respirare. Ce ne sono altri che ti soffocano. Oggi viviamo in apnea. Il seduttore è colui che ti garantisce un godimento, ma non ti rende mai fecondo, mentre il maestro ti rende fecondo: per questo, ti chiede di rinunciare un po' al godimento. La morale è la vita stessa, è il modo come si parla al cameriere, come si accavallano le gambe, come si mangia. Se c'è un'esperienza nella nostra vita quotidiana, questa è proprio quella del peccato. Ci sono le file alle mostre d'arte, ma poi una persona sta di fronte a un quadro 5 secondi. Il problema non è andare alla mostra di Picasso: il problema è fermarsi, appunto “respirare”. Uno dei colpi di genio di Foucault è quando parlava di microfisica del potere, affermando che il potere non è solo quello della politica, ma è nel rapporto con la moglie, col dipendente: il potere è dappertutto. Quando oggi si parla di comunicazione, non si tratta quasi mai di comunicazione: il cellulare non ha nulla a che fare con la comunicazione. Il grande tema è l'immisurabile, l’incalcolabile, l'innumerabile, non l'innumerevole. Il limite e la sofferenza sono condizioni, ma non dobbiamo trasformarle in un'obiezione».

- Dialogo con Silvano Petrosino: Le speranze disattese. Dio e il problema del male. Da un intervento del filosofo presso la chiesa di Gorgonzola

- Parole, parole, parole... la banalità digitale, di Silvano Petrosino

- Totalità e infinito di Emmanuel Lévinas, introdotto da Silvano Petrosino. Un video che mostra quanto la filosofia non sia noiosa, anzi sia decisiva. Breve nota di Andrea Lonardo su di un video
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Il Centro culturale Gli scritti (13/9/2026) 

Di solito non viviamo l’esperienza estetica. L’uomo, infatti, si rapporta abitualmente al reale secondo il principio di utilizzabilità.

Le nostre esigenze vitali diventano principio di individuazione e ciò vale per le cose, per gli esseri viventi, ma anche per gli esseri umani.

Si instaura un rapporto con l’altro, ma solo per ciò che mi ritorna.

Per molti pensatori questo è l’unico modo possibile di rapporto: uno sguardo di appropriazione.

È anche un punto di vista comune. Quanti dicono, infatti: “Tanto lo sappiamo: tutti si vendono, tutti si comprano”. E questo avviene per sopravvivere.

Il principio è quello della sopravvivenza.

Si noti bene, questo precede il fatto stesso di servirsi delle cose o delle persone. Questo è già nella percezione: tutto è preda nello sguardo. Lo sguardo valuta: mi serve, non mi serve, mi interessa, non mi interessa. Questo è fondamentale per capire cosa sia, invece, l’esperienza estetica, che è uno sguardo differente.

Questo sguardo emerge proprio nei rapporti umani. Alcuni dicono sempre - mentre io dico spesso - che si cerca l’altro perché “abbiamo bisogno di compagnia”, “di piacere”, “di riconoscimento”.

Ma alcuni uomini hanno individuato delle esperienze che sembrano rompere questa logica.

Certo fa parte di queste l’esperienza estetica, ma un’altra sarebbe quella dell’amore.

Nell’amore, l’altro ha un valore al di là delle tue esigenze.

Quando uno dice “Ti voglio bene”, dice: “Voglio il tuo bene, non il mio bene”.

L’amore è spostare il centro dell’interesse: non tutto intorno a me, ma tutto centrato sull’altro. Per questo alcuni negano che esista l’amore e affermano che sarebbe, invece, un narcisismo camuffato.

Eppure questo rapporto con l’altro è sorprendente: io affermo che esista l’amore e che qualcuno dica veramente: “Voglio il tuo bene”

Un affetto non c’è perché si vanno a vedere le mostre d’arte insieme o perché si parla bene insieme, ma perché veramente voglio il tuo bene.

È una cosa stranissima: perché il “tuo” bene non coincide necessariamente con il “mio” bene.

Il bene del figlio, ad esempio, può essere che questi si allontani dai genitori e che il padre e la madre lo lascino andare.

Per alcuni questo non esisterebbe e ci sarebbe anche qui la voglia di assorbire l’altro.

L’esperienza dell’amore, come quella dell’arte, è un’esperienza di disinteresse, non di indifferenza.

Quando dico “interesse”, intendo che io ho un “interesse”. All’opposto “disinteresse”, perché voglio il tuo bene.

Un altro luogo, oltre all’amore, dove sembra rivelarsi un rapporto diverso con le cose, diverso dall’appetito, è quello dell’esperienza estetica.

Lo vediamo fin dalle origini. Gli uomini primitivi prendono un sasso, lo modellano, con quel sasso uccidono l’antilope e poi se la mangiano.

Ma poi di notte la dipingono. Perché la dipingono?

In quel momento – io penso – l’uomo ha cominciato a capire che l’antilope non è soltanto cibo. Ha cominciato a capire che c’è una dignità dell’antilope, c’è una bellezza dell’antilope.

Il che non vuol dire che abbiano smesso di mangiarla. Un biologo mi disse una volta che un’antilope era una fabbrica di trasformazione dell’erba in carne.

Certo, ma c’è dell’altro, c’è una bellezza: e, infatti, il disegno non si mangia.

Chi la dipinge in una grotta eternizza l’antilope, le rende gloria.

Cezanne dipinge una mela: cosa fa uno che dipinge una mela? Cosa vede un artista quando dipinge una mela?

Le bottiglie che ha dipinto Giorgio Morandi, sono le bottiglie che usiamo noi.

È come se lui rendesse gloria alle bottiglie.

E come se lo facesse, liberandole dall’uso.

Una bottiglia di Morandi è un oggetto estetico… e non si finirà mai di discuterne.

Attenzione. Io non sono d’accordo quando si dice che l’artista dipinge la mela per esprimere ciò che sente dentro. Non sono d’accordo, perché sarebbe ancora narcisismo.

Il vero artista dipinge per rendere gloria alle cose che ha visto, per rendere testimonianza alle cose che ha visto.

Flaubert vede Emma (Madame Bovary) nella sua immaginazione e tutto il problema è rendere testimonianza a lei. Flaubert ha scritto che è complicato scrivere la frase “Emma chiuse la porta”.

È complicato perché significa domandarsi cosa lei fa. Cosa fa? La sbatte, la socchiude, la accosta, la accompagna? Come rendere testimonianza a come Emma chiude la porta?

L’arte non si può dire con altre parole, o con altri tratti. Solo con quel tratto rendo testimonianza alla mela in quanto mela.

Vale la pena leggere per esteso alcuni passaggi di un fenomenologo, Mikel Dufrenne, che ha scritto Fenomenologia dell'esperienza estetica, voll. 1-2, Aesthetica.

Egli ha scritto che nell’esperienza estetica “il sensibile appare nella sua gloria”.

Si noti bene che nell’esperienza estetica si tratta del “sensibile”. Eppure di un “sensibile” che appare nella sua dignità.

Noi, nell’esperienza quotidiana non ci fermiamo al “rosseggiare” della mela, perché abbiamo un’urgenza verso la mela – dobbiamo fare una torta di mele -, perché abbiamo un interesse – e questo non è sbagliato.

Ma nell’esperienza estetica appare un altro aspetto della realtà.

Allo stesso modo, il rumore del mare non interessa al marinaio come interessa a Debussy: Debussy è come se volesse cogliere il mare in quanto mare.

Nella nostra esperienza noi spesso non gustiamo l’oggetto in sé stesso – e nemmeno l’altra persona -, ma abbiamo un interesse.

Attraverso l’arte, invece, il sensibile non è più un segno indifferente, ma diventa un “fine”.

La mela è, di solito, segno di cui osservo il sensibile perché voglio fare la torta e mangiarmela.

Nell’arte avviene una rottura: il sensibile è cogliere la cosa o l’altro come fine.

Questa è anche una definizione di amore – anche se alcuni dicono che questo è impossibile, ma io non sono d’accordo.

Anche un orinatoio può essere arte, non per il suo valore di uso, ma in sé.

Nella preminenza che vi gode il sensibile, in un’esteriorità radicale di un in sé che non è più per noi.

Se esiste l’oggetto estetico è un in sé che non è per me.

Così si allontana dall’oggetto d’uso.

La percezione estetica è la sola percezione che rende giustizia alla cosa.

Così come se vedo un ragazzo per andarci in montagna o per un gesto sessuale, non compio un’esperienza estetica o d’amore.

La questione è se l’uomo sia capace di un rapporto con l’altro, lasciandolo “altro”, senza ricondurlo a sé.