Dialogo con Silvano Petrosino: Le speranze disattese. Dio e il problema del male. Da un intervento del filosofo presso la chiesa di Gorgonzola
Riprendiamo sul nostro sito una nostra trascrizione di un intervento di Silvano Petrosino tenuto il 17/3/2025 presso la chiesa di Gorgonzola, disponibile on-line sul canale Youtube della stessa chiesa, al link https://www.youtube.com/watch?v=a1pVGtxrbYc. Il testo non è stato rivisto né dall’autore, né da chi ha realizzato il video, dal quale non sono stati trascritti gli interventi di coloro che lo avevano invitato se non quelli che introducevano direttamente le domande a lui rivolte. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Filosofia e Educazione e media.
Il Centro culturale Gli scritti (30/3/2026)
https://www.youtube.com/watch?v=a1pVGtxrbYc

Dove è Dio? Dio c’entra con la storia? Dio interviene nella storia rispetto all’uomo? Perché c’è tutto questo?
Se io sapessi rispondere a queste domande! Mi dispiace, inizio malissimo, sarò deludente rispetto alla cosa.
Allora io dico così, rispondo subito alla questione: sicuramente Dio interviene, il problema è come interviene.
Ciò è sorprendente: è difficile per noi il modo in cui interviene, perché noi siamo abituati a pensare a un Dio del mare che si apre, del miracolo. Noi, quando pensiamo all’intervento di Dio, lo pensiamo così: la manna, l’acqua che viene fuori dalla roccia.
Ma questo un modo un po' infantile, secondo me, di pensare a come interviene Dio. Dopo dico come secondo me, come Dio interviene. Ma iniziamo in negativo con il dire che questo è un modo un po’ infantile di pensarlo. Mi sembra che sia molto più sottile l’intervento di Dio.
Però prima di dire questa cosa, volevo dire un’altra cosa. Leggendo un libro è venuta fuori questa frase che adesso vi cito e per me questo è un bel punto. Vasilij Grossman, in “Vita e destino” - un bel librone tradotto dall’Adelphi, non un capolavoro, ma un grande libro. Vasilij Grossman, russo, ebreo, scrive questo librone sui campi di concentramento nazisti e sui campi di concentramento di Stalin, sulla guerra, e via dicendo e, a un certo momento - siamo nella parte più tremenda, sta descrivendo le camere a gas -, descrive le persone che sono nell’anticamera della camera a gas (ma potremmo essere a Gaza e sarebbe la stessa cosa, potremmo essere in Ucraina). In quel momento uno dei personaggi dice così - mi ha molto colpito -, dice così, cito: “Qui ho capito che la speranza non ha quasi mai a che vedere con la ragione, che la speranza è illogica, e credo sia figlia dell’istinto”.
È un’affermazione molto interessante. Come si può sperare? Non si può sperare! Non si può sperare in quella circostanza. Non c’è una ragione di speranza, la speranza è frutto - dice questo personaggio - dell’istinto della sopravvivenza.
Vorrei trasmettere questa sfida a voi tutti. La sfida è cosa si risponde a questa persona, a questa idea? Cosa rispondi? Come rispondi a chi dice che la speranza è illogica, non ha nessun fondamento? Come rispondi?
Rispondi dicendo: “No, Dio ti vuole bene”? Rispondi: “Gesù mi vuole bene”? Com’è che rispondiamo?
Io penso che il Giubileo della speranza sia una grande opportunità per riflettere su questa cosa, su qual è la speranza. Perché - vi ricordate – dice il Nuovo Testamento: “Rendete ragione della vostra speranza” - “Rendete ragione della vostra speranza”! Non è che si può soltanto dire, ma poi non fa niente e non si può “rispondere” minimamente.
Io penso che questo sia il punto. In tutto questo continuo parlare di speranza, da tutte le parti - da un certo punto di vista, per fortuna che se ne parla, da un altro punto di vista, non se ne può più -, ma qual è la ragione?
Fra l’altro, mi permetto di dire che la parola speranza non è una certezza: speranza vuol dire che qualcosa - dico così -, che qualcosa è credibile. Potrebbe poi anche rivelarsi finta, ma io penso c’è qualcosa di credibile.
Come può avvenire, in una situazione come quella dei campi di concentramento? Com’è che fai a dirlo che c’è speranza? A partire da che cosa?
Io, a proposito di questa roba, faccio un mio esempio - i miei esempi sono sempre stupidi per definizione. Come fai a dire, come si fa a credere, che Gesù è risorto? Come è che fai a dire Gesù è risorto? Noi non l’abbiamo incontrato, non abbiamo visto niente. Tu lo dici perché sei stato educato a questo, ma questa cosa aveva un certo valore, adesso non ha più valore, non c’è più una tradizione. Non basta dire che i miei genitori lo hanno creduto, non c’è più questa tradizione: e tu come è che fai a dirlo?
Io faccio questo esempio, per tentare di spiegare questa cosa. Ammettiamo che alle 2 di notte, uno ti citofoni, e dice: “Senti, potresti scendere con una banana?”. Tu cosa rispondi? Dici così: “Ma sei scemo? E se insisti, “chiamo la polizia”. Giusto?
Ma se alle 2 di notte ti citofona tuo figlio e dice “Papà (o mamma), per favore scendi con una banana?” Tu dici: “Ma sei scemo?” E poi? La serata è finita? No, tu scendi.
E un estraneo che guarda questa roba dice: “Ma scusa, sei scemo tu?” Tu cosa gli rispondi? “Ma è mio figlio”. È credibile, non è irragionevole - non so se è chiaro. Non è irragionevole, non è vero che è illogico, ha una ragione e questa ragione qual è?
È il legame vero, non inventato, non finto, vero, con mio figlio. Se ci sta questo rapporto con mio figlio, scendo, anche se non capisco.
Vi consiglio di leggere le ultime 40 pagine dell’Ulisse di Joyce - sono obbligatorie, non si va in paradiso, se non avete letto quelle ultime 40 pagine!
Racconto la storia di questa donna, Molly, una donna non molto colta, per certi versi banale, grandissimo personaggio, che tradisce il marito. Sapete che l’Ulisse di Joyce è la descrizione di un giorno. Il marito Leopold, che incarna la razionalità, l’intelligenza, esce, e poi torna a casa la sera.
Ebbene c’è questo finale strepitoso, in cui lui torna e poi si spoglia e Molly è a letto che dorme - in quel letto in cui ha mangiato e ha tradito il marito col suo amante.
Ma Molly vuole bene al marito, dorme, ad un certo momento il marito le dà un bacio e poi si mette a dormire - come fanno i maschi, i maschi dormono!
Molly si sveglia, ma resta a letto, e fa quello che facciamo tutti noi, inizia a pensare. Sta a letto, ferma, e inizia a pensare. Per Molly la vita è andata male: con il marito, non fanno più l’amore. Perché non fanno più l’amore? Perché è morto Rudy, il figlio, di undici giorni. Lei continua a pensare - in questo meraviglioso flusso di coscienza, famosissimo -, continua a dire che lui non l’abbraccia più, pensa che io sia finita. Si dice: “Lui, non mi abbraccia più” - è una donna che avrebbe bisogno di essere abbracciata venti volte al giorno, ma lui è così freddo. Ma io non sono finita – si dice -, e qui inizia: “Allora farò così, farò colà”.
Ma a me il colpo di genio che mi ha veramente colpito è quando a un certo momento, proprio nell’ultima pagina, lei inizia a pensare a quando per la prima volta lo ha conosciuto, a quando per la prima volta ha fatto l’amore con lui. Tutto il testo è costruito da Joyce con i tempi dei verbi che sono al passato. Lei si dice: “Avevo una rosa bianca tra i capelli”. “Avevo una rosa rossa tra i capelli” e poi passa al tempo futuro: “Mi metterò domani una rosa bianca”. È formidabile!
Cioè, cosa è che dice Molly? Molly dice: “È stato possibile, mi ha amato, io l’ho amato” - non è, quindi, una casalinga disperata, non sogna le Seychelles, parte da un dato, bellissimo! – e dice: “Avevo una rosa rossa tra i capelli, e domani mi metterò una rosa tra i capelli”. Bellissimo! E ricorda il primo bacio: “Avevo un pezzetto di biscotto e glielo passai nella bocca, nella lingua” - bellissimo! E poi dice: “Domani lo farò”.
Questo è il punto, questo è il punto, il punto è esattamente: la speranza non è una proiezione, la speranza ha a che fare con la memoria. Non come si dice sempre, che la memoria vera non ha a che fare con il passato, ma col futuro.
No, la memoria vera ha a che fare col il futuro, perché tu ti ricordi di quella cosa lì. In questo momento qua, anche dicendo banalmente: “Sarebbe bello eh, ti ricordi che andavamo in vacanza lì al mare?” Dici: “Sarebbe bello”. Ma è sempre così, è questa memoria che non è un archivio.
Io non sono un teologo, io non sono niente. Ma la messa non è un ricordo della morte di Gesù, è qualcosa che ha a che fare con la memoria. È evidente, per me è questo il punto: tu puoi dire che, siccome mi ha voluto bene, ho speranza per il domani.
Quindi capite che il problema è la serietà di quel “mi ha voluto bene”. Perché se tu non ricordi con serietà quel “è stato”, se quel “è stato” per te non è stato, tutto cambia.
Ma come posso dire che quel che “è stato”, non è stato? Come facciamo a dire che non è stato? Sapete, come si fa a dire? Si pensa, ad esempio: “Sì, per forza mi voleva bene, perché io ero giovane. Non mi voleva bene, ma era perché io avevo un bel corpo, per questo mi voleva bene”. Questo è il modo con cui noi distruggiamo il passato.
È un caso, si comincia a dire. Quando si è ragazzi, a scuola, a 13 anni, 15 anni. Si, va beh, quando si è ragazzi, è un caso. Bellissimo! Ma alla fine tutta la vita, tutto diventa un caso. Se tu continui a ragionare così diventa tutto un caso. Non basta che ti piaccia piacere, mangiare, bere, fare l’amore, giocare, tutto diventa un caso.
Poi si diventa vecchi, e lì, se continua così, è una cosa terribile. Mi diceva un rabbino: “Invecchiare è un peccato”. E aveva ragione, perché invecchiare non sono mica gli anni che passano: invecchiare è dire che è stato tutto un caso.
Anche qui faccio riferimento ad un testo letterario - anche questo è obbligatorio per andare in Paradiso! Si intitola “Il procuratore di Giudea”, un racconto di Anatole France. Lo avevo letto tanto tempo fa, poi sono stato contento quando mi hanno proposto di fare una nota di lettura per l’edizione italiana. È un librettino, si legge in un’ora, ma è un capolavoro assoluto.
Brevissimamente la trama: Pilato è vecchio, anziano procuratore, è tornato in Sicilia, e va a fare i bagni perché ha la gotta. È anziano e lì incontra Lamia - Lamia era un romano che aveva sedotto la moglie di un console e quindi era stato mandato via, esiliato a Gerusalemme.
I due si sono incontrati lì e dieci anni dopo si ritrovano per caso e fanno quello che fanno i vecchi. Iniziano a parlare delle malattie, che è il sesso dei vecchi. Quando il sesso non va, siccome l’uomo continua a godere, gode come può, e ad un certo momento non ti resta altro che l’artrite e godi dell’artrite. Racconto sempre della scena che è la sala d’attesa di un ospedale, è meravigliosa! Se per caso ti sfugge l’affermazione che hai il mal di testa, tutto lì intorno dettagliano il loro; poi, quando ci sono i catarri, le perdite - bellissimo! – tutti iniziano a parlarne. Si gode sempre, io però dico che ci sono altri modi!
Comunque Pilato e l’altro parlano delle loro malattie. Uno dice che è stata dura. Pilato dice: “Poi mi hanno mandato in un paese tremendo, un popolo incredibile, con il loro Dio, strano, non si capisce niente”. E poi racconta che gli hanno fatto le scarpe, l’hanno fatto cadere. “Io dovevo tornare a Roma - dice -, dovevo diventare console, invece per invidia di quello lì, di quello là, non è successo niente” E continua e si lamenta. E tutto il racconto è così, con Pilato che si lamenta.
E Lamia ad un certo momento dice: “Eh, ma Pilato come sei pesante! Hai una visione troppo negativa, perché non è stato tutto così: c’era il vino e poi c’erano le donne, le siriane, per esempio, bellissime!” E Pilato: “Tu pensi sempre alle donne! Sei stato mandato via per le donne”.
“Eh, ma cosa vuoi fare, io ne avevo conosciuta una che era una meraviglia, rossa di capelli, che ballava nelle bettole, una prostituta, e ballava e io ho perso la testa, e la seguivo continuamente dappertutto e ad un certo momento non l’ho più trovata. E l’ho cercata, l’ho cercata in tutte le strade di Gerusalemme, nei posti più assurdi, ma non l’ho più trovata. E poi mi hanno detto che aveva cambiato vita, si era messa a seguire uno di quelli lì, un rabbi, che ce n’erano un sacco”.
E dice ad un certo punto: “Anzi, a proposito, Pilato forse tu dovresti ricordartelo, mi sembra che si chiamasse Gesù Nazareno”.
Io adesso vi dico del racconto, però mi promettete che lo leggerete il racconto? Se no, non ve lo dico.
Allora dice: “Te lo ricordi Pilato? Gesù Nazareno?”. E Pilato - qui c’è il colpo di genio di Anatole France -, e Pilato dice: “Il Nazareno, no, non me lo ricordo”. Bellissimo! Perché è bellissimo? Perché non basta incrociare per incontrare, tu puoi incrociare senza incontrare.
Puoi incrociare quell’amore lì a 15 anni, perché quell’amore con quella ragazza lì o quel ragazzo lì a 15 anni è stato vero, ma non basta incrociare, devi incontrare. E quando diciamo “incontrare”, cosa vuol dire? Per “incontrare”, ci vuole attenzione, sensibilità, desiderio, volontà. Incroci una per strada, che ti piace, se in un metrò quella lì mi piace e che la mattina dopo non prendi lo stesso metrò? E poi a un certo momento non chiedi a lei: “Scusa come ti chiami? Qual è il tuo numero di telefono?” Bellissimo!
E guardate la grandiosa differenza: Pilato incrocia Gesù ma non lo incontra. Lamia non lo incrocia ma lo incontra. In qualche modo lo incontra, attraverso una donna, ma è bellissimo questo tema, attraverso una prostituta.
Questa scena mi ha fatto pensare molto, perché noi tutti abbiamo incrociato Gesù, siamo nati in un paese cattolico, siamo stati battezzati, abbiamo letto la Bibbia, almeno un po', abbiamo fatto catechismo: ma questo non vuol dire che lo incontri. Il passaggio dall’incrocio all’incontro è l’abisso della tua libertà, capisci?
Che genio che è Dio, che ha costruito tutta sta roba qui, con un suo punto delicatissimo che è la tua libertà. La tua libertà: e ognuno di noi, se non vuoi, non lo incontri. È magnifico!
E io è questo che dico, che Dio continua a parlare. E Dio come parla? Ma è chiarissimo, lo dice la Bibbia come parla: non nel terremoto, non nell’uragano, non nel vento impetuoso, ma nella voce del silenzio, nella polvere, nel vento leggero.
Ma il vento leggero per me è quella ragazza lì che ti piace, è la lasagna che fa tua mamma, è il ricordo del primo bacio, della prima volta che hai fatto l’amore, è il vento leggero, è quel libro lì, è Mozart, è quella scultura.
Tutto parla, ma il problema è - io dico sempre – quello che dice il Salmo 18: “I cieli narrano la gloria di Dio”. Giusto? E allora? E allora? Il problema è che c’è bisogno che qualcuno la legga questa narrazione, c’è bisogno che qualcuno la legga, se no i cieli possono continuare a narrare, e tu dici: “No, non me ne importa nulla, è stato un caso. È stato un caso, l’amore non esiste, perché io con quel ragazzo, con quella ragazza ho fatto una esperienza bella, ma è stato un caso”. È stato un caso, appunto: “Ti ricordi del Nazareno?” “No, non mi ricordo”. È bellissimo! Non presti fede.
Quindi il problema, per me, è che la fede non è credere in ciò che non si vede, anzi la fede dà credito a ciò che si vede. E se no mica siamo scemi! La fede dà credito a ciò che si vede, a ciò che si è incontrato. Non è una fantasia, non è una fantasia. Poi può darsi che mio figlio alle 2 di notte sia diventato pazzo - capite perché dico che non ho la certezza, che non sia pazzo -, ma so che andare giù è ragionevole.
È l’opposto di ciò che dice il personaggio di Grossman.
Ora è evidente che - mica sono stupido! - ci sono anche altre esperienze. Io ho fatto l’esempio della donna, della ballerina, ho fatto l’esempio di quell’amore a 15 anni, cioè di tante cose belle, che certo sono esperienze: però non penso si debba salvare tutto, cioè che ci sia a tutto una risposta. Io non lo credo, c’è il mistero della vita, il mistero del male, il mistero della violenza. Dicevamo prima a cena che la prima vittima della guerra in Ucraina è stata una donna al nono mese. E tu cosa gli vai a dire se incontrassi quell’uomo lì, quel marito lì? Cosa gli dici, cosa gli dici? Perché, appunto, lui direbbe così che la vita non ha nulla di ragionevole. E tu cosa gli dici? Eh, non lo so! Io non lo so!
Però devo dire che la storia del vento leggero è fondamentale: ragazzi, il vento leggero è fondamentale. Molly è una donna banale come personaggio, per questo è enorme come personaggio, perché lei trasforma quello che ha in una parola e nell’ultima parola, con cui si chiude l’Ulisse di Joyce, che è “sì”.
Molly è “sì” - si dice che giustamente è la figura di Maria per questo. È “sì”, è bellissimo! In una vita che è tutto “no” per Molly - morto il figlio, il marito non la abbraccia più, lei sta sempre chiusa in casa - ma questa cosa del ricordarsi del “sì”, è bellissimo!
Ora è tutto così, è tutto così! Tempo fa scendevo le scale di corsa, come al solito, e una signora di 70/80 anni, si fa a lato e dice: “Vada, vada che ha fretta. Eh, che bello che è correre”. Io scendo le scale, dopo aver detto “grazie, grazie”. E poi, però, dopo che ero sceso, mi sovviene quanto aveva detto: “Vada, vada che ha fretta, eh, che bello che è correre”.
Vado giù e poi ci ho pensato: “Che bello che è correre”! Perché tu mica pensi al correre. Io dico ai ragazzi: “Ragazzi avete guardato il cielo stamattina?” Perché i cieli narrano la gloria di Dio. Loro mi dicono: “Ma, professore, lei è stupido”. “C’è lo sciopero venerdì, ieri è piovuto tutto il giorno, l’altro giorno a Milano non si vedeva un fico secco”. “I cieli narrano la gloria di Dio” - tu dici. Vabbè, certo. E poi tu vai avanti, vai avanti, e non solo non ti accorgi che i cieli non narrano, ma neanche che tua moglie è andata dal parrucchiere - capisci, tua moglie va dal parrucchiere e tu non te ne accorgi! E non ti accorgi di Mozart, non ti accorgi di questo, non ti accorgi di quell’altro.
E uno dice: “Con tutto quello che ho da fare”! Certo, tutta questa roba sul filo della tua libertà. Se tu non vuoi, non c’è. Se tu non riconosci! Però, per me, tutto questo discorso che sto facendo è ancorato al fatto - è quello che ho già detto - che Molly dice: “lo ho amato e mi ha amato”. Questo amore non è stato finto, non è una illusione, non è una proiezione.
Sapete cosa si dice, no? Che la religione che cosa è? Che è una proiezione, che è una finzione, che siccome la vita ti va male, allora tu pensi che ci sia Dio, così vendichi tuo figlio che ti è stato ucciso. Per cui la fede avrebbe origine dalla paura e sarebbe una proiezione nell’aldilà, che permette di vivere l’aldiqua - mi seguite? Sarebbe una proiezione, una contromossa psichica che l’uomo mette in atto, inconsapevolmente, per poter vivere l’aldiqua: l’aldiqua è insopportabile, quindi proietti tutto in un aldilà.
Questa è una interpretazione che non è sbagliata, perché è abbastanza vero che si fa così. Ma io penso che per Molly non è così, perché non è una proiezione. Dicevamo sempre a cena che tutta la vita è fatta di vento leggero.
Di cosa è fatta la vita? Chi è che ha visto il mare aprirsi? Chi è che l’ha visto? Io non l’ho visto! Chi è che ha visto san Paolo fulminato? Io no. E però c’è tua mamma che ti ha voluto bene, quella ragazza che ti ha voluto bene, quel vino buono, quel libro bello, quella cosa lì, quella cosa là, il camminare, il correre, il piacere che è una roba bellissima, tutte queste robe qui mica sono zero? Non è zero. È quel vento leggero.
Il problema della resurrezione - mi permetto di dire – non è diverso. Arrivano lì le donne, arrivano lì, vedono i due personaggi vestiti di bianco - fantastico! – ed essi dicono: “Ma perché cercate tra i morti, colui che è vivo?” E poi dicono: “Andate in Galilea: ricordatevi di quello che vi ha detto”. Fantastico! “Ricordatevi di quello che vi ha detto”. Ricordatevi di quello che vi ha detto, non di quello che voi pensate. Avete ben creduto, sentito: “Ricordatevi di quello che vi ha detto”.
Al che io aggiungo sempre: “Ricordatevi di come si è comportato”. Ed è il motivo per cui Gesù si rivela ai suoi, da risorto, appunto. Se è mio figlio, per un estraneo scendere alle 2 di notte è follia, per me, invece, è ragionevole. Capite l’abisso della libertà. È la stessa cosa, ma per me quel gesto lì è ragionevole, mentre per il passante è incredibile, è follia. Lo stesso è con gli Apostoli. Non è che ci credono tanto, hanno bisogno di toccare, e via dicendo. Ma, piano piano, c’è tutta questa messa in scena, questa messa in scena. Gesù dice: “Ma prendiamo in cucina il pesce, mangiamo il pesce” e da lì poi si mette in mezzo a loro. Ecco allora tutta questa messa in scena che ha come fondamento un “è stato”. “È stato”, ricordatevi da come, da quello che vi ho detto.
Ed è quello che dice ai discepoli di Emmaus! Ma vi rendete conto dei discepoli di Emmaus, è meraviglioso! Perché è l’obiezione che Gesù fa a noi è sempre, è quando dice: “Voi leggete e non capite”. E lì si mise a raccontare di tutto ciò che riguardava la sua vita, da Mosè, dai Profeti - meraviglia! Non ha inventato un’altra storia, ha ripercorso quella storia che è storia, non è l’invenzione. A me questa cosa commuove, tantissimo, cioè l’amore per mia moglie, per mio figlio, per quella ragazza lì, non è finto, non è stata una illusione, è stato vero.
Dico un altro esempio che faccio sempre. Se io non so dove è Roma e inizio a camminare, a un certo momento vedo Piacenza. E poi vado avanti e vedo un altro cartello che dice Bologna. E poi vedo un cartello che dice sempre Firenze. Capite? È credibile che, quindi, io mi stia indirizzando verso Roma. Certo che potrebbe essere che un burlone ha cambiato tutti i cartelli! Sei sicuro? Sei sicuro? Al 100% no, perché magari quello lì ha cambiato tutti i cartelli, ma io non posso se non proseguire questa strada, e passo quindi proprio lungo questa strada - è magnifico!
Kafka, che è un ebreo, nel Diario dice: “Io non so se Dio c’è, e non so se mai verrà, ma voglio comportarmi ogni giorno come se dovesse arrivare domani”. Ma questo non è un problema di coerenza, è un problema di ragione, è razionale, questa affermazione - sono uomo - è incredibile! È bellissimo! Non è una finzione. Certo qui quelli che vogliono le certezze sappiano che non ci sono, il mondo potrebbe finire domani, fra tre giorni. Eppure io non posso non rendere testimonianza. Io, ma non solo io Silvano, noi non possiamo non rendere testimonianza a quello che abbiamo incontrato. Per un minimo di serietà quella ragazza lì, io le ho voluto bene, poi è finita, perché poi la vita è misteriosa, è finita. Ma tu non puoi dire non ne è valsa la pena, ti sei ingannato, non è vero, te la sei inventata tu la storia. Capite? Questa per me è la grande tentazione che sento su di me. La grande tentazione qual è? È questa: non ne vale la pena, non è vero. Ecco, questa per me è una tentazione.
Perché si tratta di ribadire che quella cosa era vera: è vero, è stato vero, perché è anche un dogma. Importante: la tentazione è quella di dire no, era per finta, e dire che tutto è per finta. E invece tu dici: “No, non è per finta”. E Lamia dice: “Ho seguito quella prostituta in tutte le bettole, era vero, non è una invenzione”.
Ecco è per questo che io dico che è il tema della libertà. Perché, se tu vuoi, puoi dire che correre è un fatto normale, che è normale. Che è normale che tua mamma ti prepari da mangiare.
Appunto questa è la questione, che qualcuno dice che la prima interpretazione della religione è di ciò che nasce dalla paura. E invece è questa l’interpretazione: che nasce dallo stupore, cioè dalla meraviglia. Dalla meraviglia che io corro.
Finisco dicendo una roba che per me è un grande punto. Noi, non è vero che non crediamo in Dio, è vero che noi non crediamo nel fatto che esistiamo. Non ci crediamo che esistiamo, non diamo affidamento a questo, e diciamo: “Vabbè, è ovvio”.
C’è un’immagine bellissima dello scrittore Foster Wallace che dice che i pesci non si interrogano sull’acqua - bello! -, i pesci non si interrogano sull’acqua, perché ci sono dentro: noi non ci interroghiamo più sul fatto che esistiamo, è incredibile!
E il fatto che esistiamo non è una illusione, non è una illusione. A me sembra che questo elemento è talmente forte che riesce anche a superare – anche se giustamente mi fermo di fronte a quel papà lì che ha perso il figlio -, riesco a superare anche l’esperienza del dolore. È talmente forte il fatto che esisti, che attraversa anche l’esperienza del dolore - che sarebbe meglio che non ci fosse.
Ora se quel papà dice: “Mi hanno ucciso la moglie al nono mese, la vita fa schifo”, cosa dici? Ricordo sempre che c’è una grande affermazione che dice: “Siamo nati per caso”. La si trova nei primi capitoli del libro della Sapienza.
Io la cito sempre: “Siamo nati per caso, quando siamo morti nessuno si ricorderà di noi, nessuno è tornato dal regno dei morti, siamo come la nebbia al mattino, siamo come l’erba che poi alla sera non c’è già più”. “Questi sono gli empi che così ragionano”, dice la Sapienza. Dunque, proseguono: “Dunque divertiamoci, spadroneggiamo” – bello -, “sul povero, sull’anziano, facciamo della nostra intemperanza, facciamone una legge, perché questo ci aspetta”. È una rapida interpretazione della vita che afferma che essa è così effimera, così breve, così misteriosa, che conviene divertirsi. È la giustificazione del male, il male è giustificato perché tanto il bene non vale la pena, perché forse muoio tra due minuti.
Ma questa affermazione – “La vita è breve, quindi mi conviene divertirmi e quindi anche fare il male” - sta insieme all’altra frase, che è uguale e contrapposta. Che è quella che mi ha detto un giorno un mio amico. Eravamo lì, non stavamo facendo niente, e ad un certo momento lui venne fuori con questa frase: “Ma sai, figurati, la vita è così breve, figurati se io l’impiego per compiere il male”. Mi seguite? Uno dice “la vita è breve” e quindi sono giustificato nel compiere il male, l’altro dice “la vita è breve” quindi mi conviene utilizzarla per fare il bene - non so se è chiaro.
E queste due possibilità stanno insieme e sono consegnate alla nostra libertà. Tu puoi dire che il tuo correre è un caso o puoi dire che il tuo correre è una gloria. E io qui è chiaro che io faccio il tifo per questa seconda interpretazione, ma è chiaro che si tratta, appunto, di un “Se tu vuoi”.
Ti faccio una domanda: pochi mesi fa tu ti sei trovato in un letto di ospedale, una malattia grave al cuore, sull’orlo della morte: cosa è stato per te il vento leggero in quel momento?
Non voglio andare nell’intimo! Ma quando ho visto mia moglie, non so perché le ho detto: “Che bello vederti”! Ho detto così. E lei dopo se lo è ricordato: “Che bello vederti”. Poi ci ho pensato: la vedo tutti i giorni. Ma è lì che ho detto: “Che bello vederti”.
Ora faccio un passaggio che vi sembrerà non c’entri molto ma per me c’entra. Io devo dirvi la verità: a me Gesù mi fa innervosire, perché per me è una pietra di scandalo, cioè è una roba… Continuo sempre a pensarci e dico: “Se Gesù fosse un’invenzione, io sarei tranquillo. Ma se è esistito veramente, cioè se era uno come me, che ha avuto il mal di stomaco, che ha amato, che ha avuto caldo, che si è innamorato, che ha litigato con la mamma… se era uno come me, quello che costituisce per me un ostacolo è gli è andata malissimo a Gesù”.
Altro che Molly, un vero disastro! Eppure quest’uomo che è come me, non ha mai maledetto la vita. Addirittura - leggevo la via crucis, la passione - incontra le donne, le consola, incontra la madre e le dice così, dice al ladrone: “Non ti preoccupare, sarai con me”. Avrebbe tutte le ragioni - come quel padre lì che ha perso moglie e figlio - avrebbe tutte le ragioni per maledire la vita, e continua a benedire e a perdonare. Questo per me è un punto.
E io penso che il soldato, il centurione, è questo che dice, quando dice: “Questo qui è un po’ strano, come ha potuto non maledire la vita?” Come ha potuto dire che è bello vederti?
A partire da che cosa lo ha detto? Incredibile! Perché è solo una visione, come dire, edulcorata il pensare che Gesù in croce vedesse il Padre, Gesù in croce non vedeva il Padre, era solo e non ha mai maledetto la vita.
A partire da che cosa? Questo è un punto che per me va bene al di là del fatto che era buono, che faceva i miracoli - quelle robe le han fatte tutti. Io trovo interessante il fatto che non ha mai maledetto, che in lui – come dice Paolo - “tutto è diventato sì”. In lui tutto è diventato sì. Questo ti fa mancare il fiato: è questo che ti fa mancare il fiato.
Ecco, allora, per me è stato poter dire a mia moglie: “Che bello vederti”. Una frase del cavolo, direte. Però, dopo, mi ha fatto pensare, mi ha fatto collegare a questa roba qui. È il vento leggero, è mia moglie che è venuta lì. Uno potrebbe dire: “Vabbè, è ovvio, il marito sta male, la moglie va all’ospedale, è ovvio”.
No! Noi dobbiamo toglierci la questione dell’ovvio: non è ovvio!
Scusate che faccio anche questo passaggio ora. Leibniz, un genio, un genio filosofico, diceva una frase che di solito viene ricordata solo a metà, ma la cosa bella è tutta la frase. Diceva Leibniz che il problema della filosofia può essere riassunto in questa affermazione, il problema è perché c’è l’essere e non il nulla. Questa è una frase da filosofo: “Perché c’è l’essere e non il nulla”. Ma lui poi proseguiva e diceva: “La domanda filosofica per eccellenza, perché c’è l’essere e non il nulla, dato che il nulla sarebbe stato più comodo, che il nulla sarebbe stato più facile, e invece [l’essere] esiste”. Incredibile! Sarebbe stato più semplice non esistere, invece esistiamo.
Quindi, in ognuno di noi c’è già dentro un surplus.
Una pubblicità diceva una volta – non ve la levate più dalla testa – diceva: “Almeno una volta nella vita tu sei arrivato primo” e faceva vedere lo spermatozoo.
Cioè, noi siamo il frutto di una vittoria! Pensate agli altri spermatozoi che non ce l’hanno fatta! Appena sono arrivati l’ovulo era già chiuso e non sono riusciti ad entrare. “Almeno una volta siamo arrivati primi”, e ognuno di noi è il segno di questa vittoria, perché il nulla sarebbe stato più facile.
Ecco per me la questione: è ricordarmi di questa roba qui, per non cedere al dire “no”, tanto le cose passano, tanto non ne vale la pena, tanto non ne vale la pena.
Non so se vi ricordate “Passion”, il film di Mel Gibson che si basa anche sulle visioni della Emmerick - la Emmerick era una visionaria, una mistica di fine ‘800, una donna riconosciuta, non una matta. Lei aveva avuto la visione della passione di Cristo.
A me hanno colpito due cose della visione della Emmerick. La prima è che lei dice di aver visto, nella morte di Gesù, nella sua passione, sempre la presenza della madre, di Maria, che invece nei vangeli non è presente tanto, è lì solo sotto la croce. Invece durante la via dolorosa, la Emmerick dice: “Io ho visto la mamma”. Sempre Maria presente.
E poi l’altra cosa che dice la Emmerick di aver visto nelle sue visioni è la presenza del diavolo. La presenza del diavolo c’è nel deserto, quando Gesù dopo 40 giorni ebbe fame e giustamente il diavolo - questo vale per tutti noi - diavolo intervenne sempre nel momento della debolezza. Per dire che cosa? Non ne vale la pena! Bellissimo! Non ne vale la pena.
Gesù lo vede all’inizio e poi di nuovo alla fine. E nel film è reso bene. C’è Gesù che sta sudando sangue, e lì c’è il diavolo - che è Angelica Celentano, che lo fa bene il diavolo. E Angelica Celentano, il diavolo, dice: “Non è possibile, non ce la fai a sostenere il male del mondo”. E poi fa questa domanda: “Ma tu chi sei?”. Io, in questa domanda “Tu chi sei?”? leggo questo – ovviamente sono cose mie: “Ma tu chi ti credi di essere?”.
Questo “tu chi sei” è un attacco: “Tu chi ti credi di essere?” È questa frase non è solo rivolta a Gesù, ma a tutti noi, è tutti noi. Deboli, con vizi, peccati, stanchezze: “E tu chi ti credi di essere?”
Bisognerebbe rispondere quello che avrebbe dovuto rispondere Eva al serpente. Eva avrebbe dovuto rispondere: “Io sono Eva, io non voglio diventare come Dio”, “Io voglio vivere in relazione con Dio”. Mentre il serpente fa capire ad Eva che se non è Dio è niente - capite la logica del serpente: “O tutto o niente”, se non sei Dio sei niente, grande strategia comunicativa, grandissimo! Ed Eva avrebbe dovuto dire, noi avremmo dovuto dire, “Ma tu chi sei?” Beh, io sono Silvano, non è per finta, esisto - difficile! Difficile! Capito? Perché appunto tutti dicono: “Vabbè, tu te la racconti, te la racconti”.
Come ci poniamo noi davanti ad una idea di speranza che afferma, come abbiamo sentito tante volte, “andrà tutto bene”? E davanti alle rovine e alle macerie dell’umanità il cristiano spera, perché?
Allora ci sono qui due domande differenti. La prima: “Andrà tutto bene?”. No! Non andrà tutto bene, è morta quella donna al nono mese, e forse tu non guarirai. Ma il punto qual è? È quello che ho detto: dov’è la tentazione, in cosa consiste la tentazione? Perché il diavolo tenta Gesù, dov’è la tentazione? La tentazione sta nel trasformare quel non guarire o quell’essere tradito, in una giustificazione per maledire la vita.
Dico una roba sul perdono. È difficile spiegare il perdono: io la dico così, questa è la mia interpretazione del perdono. Il perdono, dopo che tu mi hai tradito, il perdono non è dire: “Dai, non fa niente”. “Non fa niente mio nonno!”.
Il perdono consiste in questo: è difficile, anzi sembra quasi impossibile, ma non trasformo il tuo tradimento, nella lente con cui guardare la nostra relazione - mi seguite? “Non faccio del tuo tradimento, il tutto della nostra relazione”. Perché è chiaro che, più tu ti trovi in una situazione di dolore e di sofferenza, più rischi di trasformare questa esperienza nel tutto.
Tu dici, invece: “Ma tu mi hai amato. Certo mi hai tradito, ma mi hai anche amato”. Questo lo trovo interessante. Questa è la tentazione di cui diciamo nel Padre nostro: la tentazione è questa, di trasformare il limite in una obiezione. Cioè trasformare da condizione ad obiezione. Il limite è una condizione: perché io non sono Joyce, per esempio? Perché ha dato il talento a Joyce e non a me? Allora il limite è una condizione. E poi il limite è che anche noi moriremo: questo limite è una condizione che non deve trasformarsi in obiezione. Ed è questo che invece dice Satana. Dice: “Guarda non ne vale la pena”. È bello, è difficile! Giustamente è stato corretto: “Non abbandonarci alla tentazione”. La tentazione è trasformare la condizione in un’obiezione.
Ma allora cos’è che noi possiamo dire noi al mondo? Noi possiamo dire che Gesù è stato - è una roba enorme. Noi possiamo dire: “È stato”. In questo senso il cristianesimo non è una religione. Questo è il riconoscimento di una cosa! “È stato”, poi noi l’abbiamo riempito di caos, di robe. Ma quella roba lì è stata: “Ricordati di come si comportava” - ma è impressionante!
E io oso dire una roba: perché è credibile che è risorto? Perché ha vissuto da risorto. Ha vissuto da risorto, e per questo che è credibile fino alla fine. Ed è questo interessante, è per questo che dico che per me rimane un punto fermo. Gesù, come cavolo parlava? Come mangiava? Questa cosa grandiosa che si faceva avvicinare dalle donne, dalle prostitute, dalle samaritane, che erano un disastro. Samaritane, pubblicani, “Zaccheo vieni giù, vengo a casa tua”, un pasticcio. E mangia senza lavarsi le mani, di sabato fa i miracoli, una meraviglia! Una libertà totale.
Questo è il punto. Noi cos’è che possiamo dire rispetto a chi dice che non è possibile? Non è possibile la pace, non è possibile l’amore?
Sotto casa mia, c’è una particolarmente brava con la testa nel negozio, che scrive delle cose per fare pubblicità! Adesso ne ha messa una che bellissima! Ha scritto: “Ti voglio bere”! Io sono rimasto, perché è tutto qui. Noi continuiamo a dire “ti voglio bene”, ma forse diciamo “ti voglio bere”. Ed è questo che dicono i grandi pensatori, che quando noi diciamo “ti voglio bene”, in realtà stiamo dicendo “ti voglio bere”. Perché il bene non esiste, l’amore non se ne parla neppure, ce la raccontiamo. È tutto un problema di una consonante, capite?
Gesù ha dimostrato che si può dire: “Ti voglio bene”. Ma incontrare nella vita uno o una che ti dice “ti voglio bene”, senza dire “ti voglio bere”, è l’unica esperienza non idolatrica del Paradiso in terra.
L’incontro con il bene è il Paradiso in terra, fantastico! E certo Satana dice: “Ma no, tu dici “ti voglio bene”, ma vogliono dire “ti voglio bere”.
E tu pensando dici: “Beh, effettivamente: che braccia lunghe che hai, è per abbracciarti meglio, che occhi grandi che hai, è per guardarti meglio, che bocca grande che hai, è per divorarti, ti voglio bere!”
Dico sempre che il problema, quando qualcuno ti invita a cena ad una certa età, qual è il problema? Che tu magari ci vuoi anche andare perché sono mesi che sei alla canna del gas e nessuno ti invita. Ci vorresti andare, però non vorresti essere la cena! Io dico: “Vengo a cena”, ma se posso evitare di essere io la cena, capite?
Ecco, l’ostacolo per me, nella mia testa, è la figura di Gesù. Quel che io capisco nel leggere è che Gesù ha detto: “Ti voglio bene”. E dice che il Padre dice: “Ti voglio bene”. E non solo lo ha detto, sembra che lo abbia mostrato! Ora, come facciamo a liquidarla questa roba qua, come facciamo a far finta che non l’abbia detto? Come facciamo a dire come il Ponzio Pilato di France: “Non mi ricordo”? Come fai a dire che non è?
Io capisco uno che dice: “Vabbè, basta, ho capito, ma me ne vado lo stesso”. E va bene. Ma ripeto la frase di una persona che mi diceva che Dio non è credibile, ma Gesù sì.
È tutto qui: Dio non è credibile, se pensi alla guerra, alla shoah, ai massacri, alla violenza, ai bambini. Non so se sapete che il 30% in rete nel mondo è pornografia e pedofilia. Il 30% di noi, qua dentro! Satana dice allora: “Vedi, non è possibile, non è possibile”. Ma noi diciamo: “Ricordati di come ha parlato. Ricordati di come si è comportato”. Ricordatevi di come ha parlato e di come si è comportato. Questo è il punto mi sembra.
Che posto ha il discorso nella speranza – i discepoli di Emmaus parlavano di speranza nella Bibbia, “speravamo che fosse Lui” -, che posto ha la speranza nel credere, sotto questo aspetto?
Il logos - io lo dico così da professore, poi lo spiego -, il logos umano è un logos narrativo. Il logos umano è narrativo: la razionalità umana è una razionalità narrativa. È difficile capirlo?
No, è facilissimo. La domanda che abbiamo fatto tutti è: “Mamma, ma quando hai conosciuto il papà?” E nessuno risponde: “Erano le 17:30 del 28 agosto”. Chi è che dice così? Giustamente non diciamo così, noi cominciamo a dire: “Sì, ma guarda, uno scemo, mi corteggiava, poi sai, sai dopo io, ecc.” E i figli lo vogliono sapere, capite che bello che è? “Dimmi quando si sono conosciuti papà e mamma?”. È bellissimo! Quando si sono incontrati? Non è il mare che si apre, è una narrazione.
E sapete perché è una narrazione? Perché così ci viene dato tempo di crederci. È discreto il vento, non fa vedere che c’è il miracolo, ti racconta una storia piano piano, racconta una storia, in modo che tu ci possa credere. È la storia che è una bellissima questione, perché non esiste il colpo di fulmine. Il colpo di fulmine è perché aveva un bel fondo schiena: ma chi è che si sposa perché quella lì o quello lì ha un bel fondo schiena? E quando tu pensi alla tua vita con lei o con lui, pensi al fondoschiena? Un po’ sì, perché è stato l’inizio, ma dopo c’è stata una storia. Ma è magnifica la vicenda: “Mamma quando è che hai conosciuto papà?” o viceversa.
Racconti una storia. “Ma no, andavamo a scuola insieme, poi non ci siamo visti, poi ci siamo visti dopo tre anni, poi dopo lui aveva un’altra fidanzata, e poi, invece…” - bello! Un dramma, un intreccio - bellissimo! Che è tutta la Bibbia, tutta la Bibbia è questo: io faccio vedere che Dio usa le minigonne, non usa forse le minigonne? Altro che fondoschiena! La manna non è una minigonna? Quella storia con Dio pensando alla manna, era la minigonna, è quel bacio lì che mi ha dato quella sera lì è stato bellissimo, sotto il pino di Posillipo: me lo ricordo quel bacio lì. Ma poi c’è molto di più, ma poi c’è molto di più: i profeti, i salmi, le robe. E noi dobbiamo capire. Se fossimo capaci di leggere in questo modo.
Io dico sempre - non so voi – che della Bibbia non si capisce niente. Nella Bibbia c’è una pagina che dice una roba, la seconda pagina dice il contrario, la terza pagina dice il contrario delle prime due, la quarta riprende la prima, la quinta nega la prima, la seconda, la quarta… E se tu, però, dopo un po’ continui a leggere, a leggere, a leggere, dopo un po’ - dico io -, tu inizi a sentire un rumore di fondo, che è lo stesso. Mi seguite? Inizi a riconoscere una identità, inizi a riconoscere una identità, questa identità per noi è quello che ha detto Gesù. Che poi Gesù cosa è che ha detto? Che tutta questa storia è che Dio è amore: cioè che nel mare che si apriva, nella roba, nella manna, è Dio, è amore.
Non è che dice altro, non è che dice altro: in tutte le storie, in tutti i miracoli, in tutte le robe, bla bla bla, Dio è amore. Ecco per me la narrazione serve per rendere credibile l’incredibile. E l’incredibile è che io ti voglio bene - non so se è chiaro. È incredibile, ma per rendere l’incredibile credibile, e per rendere credibile l’incredibile, c’è bisogno di una storia. Io ti racconto una storia.



