Alessandro D’Avenia, Bianca come il latte, rossa come il sangue: Leo “cresce”

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 26 /02 /2011 - 14:57 pm | Permalink
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Riprendiamo alcuni passaggi da Alessandro D’Avenia, Bianca come il latte, rossa come il sangue (Mondadori, Milano, 2010). Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Di Alessandro D’Avenia vedi su questo stesso sito

Il Centro culturale Gli scritti (26/2/2011)

L’identità nei miei capelli

pp. 12-13

Ma perché fanno così fatica a capire i miei capelli?

Prima ti dicono devi essere autentico, devi esprimerti, devi essere te stesso! Poi, quando cerchi di mostrarti come sei, non hai identità, ti comporti come tutti gli altri. Ma che ragionamento è? Bah, chi lo capisce: o sei te stesso o sei come tutti gli altri. Tanto a loro non va mai bene niente. E la verità è che sono invidiosi, soprattutto i pelati. Se divento pelato io mi uccido.

La scuola, il posto più inutile, il posto più bello

p. 14

In pochi casi la scuola è utile: quando mi sorprende lo sconforto e annego nei pensieri bianchi. Mi chiedo dove sto andando, che sto facendo, se in futuro combinerò niente di buono, se... Ma per fortuna la scuola è il parco giochi più pieno di gente nelle mie stesse condizioni che io conosca. Parliamo di tutto, dimenticandoci i pensieri che alla fine non ti portano a niente. I pensieri bianchi non portano a niente e i pensieri bianchi li devi eliminare.

La mia filosofia

p. 16

Non so perché l’ho fatto, non so perché mi sono divertito a farlo e non so perché lo farò di nuovo”: la mia filosofia di vita è riassunta in queste luminose parole di Bart Simpson, mio unico maestro e guida.

Il professore è un adulto fallito/il professore spiega chi è un uomo

pp. 18-21

Comunque il supplente cerca di fare lezione, ma come tutti i supplenti non ci riesce, perché giustamente nessuno se lo fila. Anzi, è l’occasione buona per fare casino e ridere alle spalle di un adulto fallito. A un certo punto alzo la mano e gli domando, tutto serio:

«Perché ha deciso di fare questo mestiere ... »

Sottovoce aggiungo:

« ... da sfigato?»

Ridono tutti. Lui non si scompone:

«È colpa di mio nonno.»

Questo è proprio fuori.

«Quando avevo dieci anni mio nonno mi ha raccontato una storia delle Mille e una notte.» Silenzio.

«Ma adesso parliamo della Rinascita carolingia.»

La classe mi guarda. Sono io che ho cominciato e io devo continuare. Hanno ragione. Sono il loro eroe.

«Prof, scusi, ma la storia delle Mille e ... insomma, quella?»

Qualcuno ride. Silenzio. Un silenzio western. Occhi suoi negli occhi miei.

«Credevo non ti interessasse la storia di come si diventa sfigati ... »

Silenzio. Sto perdendo il duello. Non so cosa dire.

«No, infatti non ci interessa.»

In realtà m'interessa. Voglio saperlo perché uno sogna di fare lo sfigato, e poi ci si mette pure a realizzarlo, il sogno. E sembra addirittura contento. Gli altri mi guardano male. Nemmeno Silvia approva:

«La racconti, prof, ci interessa.»

Abbandonato anche da Silva sprofondo nel bianco, mentre il prof comincia, con quei suoi occhi da invasato: «Mohammed el-Magrebi abitava al Cairo, in una casetta dove c'era un giardino e dentro un fico e una fontana. Era povero. S'addormentò e sognò un uomo bagnato zuppo che si toglieva una moneta d'oro di bocca e gli diceva: "La tua fortuna è in Persia, a Isfahan ... troverai un tesoro ... vai!". Mohammed si svegliò e partì di corsa. Dopo mille pericoli arrivò a Isfahan. Qui, mentre cercava da mangiare, stanco morto, venne scambiato per un ladro.

Lo picchiarono con canne di bambù e quasi l'ammazzarono. Fino a quando il capitano gli domandò: “Chi sei, da dove vieni, perché sei qua?”. Quello gli disse la verità: “Ho sognato un uomo zuppo che mi ha ordinato di venire qua perché avrei trovato un tesoro. Bel tesoro, le bastonate!”. Il capitano fece una risata e gli disse: “Scemo, e tu credi ai sogni? Eh ... io ho sognato tre volte una povera casa del Cairo dove c'è un giardino e oltre il giardino un fico e oltre il fico una fontana e sotto la fontana un tesoro enorme! Ma io non mi sono mai mosso da qui, scemo! Vattene, credulone!”. L'uomo tornò a casa e, scavando sotto la fontana del suo giardino, dissotterrò il tesoro!»

L'ha raccontata con le pause giuste, come un attore. Silenzio e pupille dilatate tra i compagni, sembrano quelle di Ciuffo quando si fa una canna: brutto segno. Ci mancava solo il supplente cantastorie. Accolgo la fine della favola con una risata.

«Tutto qui?»

Il supplente si alza in piedi, rimane in silenzio. Si siede sulla cattedra.

«Tutto qui. Mio nonno quel giorno mi spiegò che noi siamo diversi dagli animali, che fanno solo quello che la loro natura comanda. Noi invece siamo liberi. È il più grande dono che abbiamo ricevuto. Grazie alla libertà possiamo diventare qualcosa di diverso da quello che siamo. La libertà ci consente di sognare e i sogni sono il sangue della nostra vita, anche se spesso costano un lungo viaggio e qualche bastonata. "Non rinunciare mai ai tuoi sogni! Non avere paura di sognare, anche se gli altri ti ridono dietro" così mi disse mio nonno, "rinunceresti a essere te stesso." Ancora mi ricordo gli occhi brillanti con cui sottolineò le sue parole.»

Tutti rimangono in silenzio, ammirati, e mi dà fastidio che questo qua sia al centro dell’attenzione, quando sono io a dover essere al centro dell'attenzione nelle ore dei supplenti.

«Cosa c'entra questo con l'insegnare storia e filo, prof?»

Mi fissa.

«La storia è un pentolone pieno di progetti realizzati da uomini divenuti grandi per avere avuto il coraggio di trasformare i loro sogni in realtà, e la filosofia è il silenzio nel quale questi sogni nascono. Anche se a volte, purtroppo, i sogni di questi uomini erano incu­bi, soprattutto per chi ne ha fatto le spese. Quando non nascono dal silenzio, i sogni diventano incubi. La storia, insieme alla filosofia, all'arte, alla musica, alla letteratura, è il miglior modo per scoprire chi è l'uomo. Alessandro Magno, Augusto, Dante, Michelangelo ... tutti uomini che hanno messo in gioco la loro libertà al meglio e, cambiando se stessi, hanno cambiato la storia. In questa classe magari ci sono il prossimo Dante, Michelangelo... magari potresti essere tu!»

Al prof brillano gli occhi mentre parla delle gesta di piccoli uomini divenuti grandi grazie al loro sogno, alla loro libertà. La cosa mi sconvolge, ma mi sconvolge ancora di più che io sto ascoltando questo fesso.

«Solo quando l'uomo ha fede in ciò che è al di sopra della sua portata - questo è un sogno - l'umanità fa quei passi in avanti che l'aiutano a credere in se stessa.»

Non è male come frase, ma mi sembra la tipica frase da prof giovane e sognatore. Voglio vedere tra un anno come sei ridotto, tu e i tuoi sogni! Per questo l'ho soprannominato il Sognatore. Bello avere dei sogni, bello crederci.

«Prof, a me sembrano tutte chiacchiere.»

 Volevo capire se faceva sul serio o semplicemente si era costruito un mondo tutto suo per coprire la sua vita da sfigato. Il Sognatore mi ha guardato negli occhi e dopo una pausa di silenzio ha detto:

«Di cosa hai paura?»

Poi la campanella ha salvato i miei pensieri, divenuti improvvisamente muti e bianchi.

Il prof di religione (Gandalf) e la compagna cattolica (la Suora): Gollum e l’amore

pp. 34-35

«Ma che significa la frase?»

Sorride.

«Secondo voi?»

«Come Gollum, che dice sempre: “Il mio tesssoro”. Non pensa ad altro, il suo cuore è lì» spiega la Suora. Di solito è silenziosa, ma quando parla dice solo cose profonde.

«Non so chi sia questo Gollum, ma se lo dici tu mi fido.»

Gandalf non conosce Gollum, sembra assurdo, ma è così. Poi continua:

«Significa che quando ci sembra di non pensare a niente, in realtà noi pensiamo a quello che ci sta a cuore. L’amore è una specie di forza di gravità: invisibile e universale, come quella fisica. Inevitabilmente il nostro cuore, i nostri occhi, le nostre parole, senza che ce ne rendiamo conto vanno a finire lì, su ciò che amiamo, come la mela con la gravità.»

«E se non amiamo nulla?»

«Impossibile. Te la immagini la Terra senza gravità. O lo spazio senza gravità? Sarebbe un continuo autoscontro. Anche chi pensa di non amare nulla ama qualcosa. E i suoi pensieri vanno lì, senza che se ne renda conto. Il punto non è se amiamo o no, ma cosa amiamo. Gli uomini adorano sempre qualcosa: la bellezza, l’intelligenza, il denaro, la salute, Dio...»

«Come si fa ad amare Dio, che non si tocca?»

«Dio si tocca.»

«Dove?»

«Nel suo corpo, con l’eucarestia.»

«Ma prof, quello è un modo di dire... un’immagine...»

«E vi sembra che io possa giocarmi la vita per un modo di dire? E tu che cosa ami, Leo, a cosa pensi quando non pensi a niente?»

Amore per Beatrice

p. 56

Da Mac di pomeriggio: la cosa più triste della galassia. Ci sono solo l’odore di Mac e gli sfigati delle medie. Ma chissenefrega, va bene pure questo. Non ho mai parlato a Niko di Beatrice. Beatrice è sempre stata un mio segreto. Un’isola dei Caraibi con il mare trasparente in cui rifugiarmi da solo. Con Niko parliamo delle fighe, delle tipe... Beatrice non è una tipa, e anche se è figa non appartiene neppure a quella categoria. Non appartiene alla categoria “radiografia”, cioè quelle di cui consideri misure e parti vincenti... No, Beatrice non si tocca, neanche con le parole. Nemmeno questa volta parlo di Beatrice e mi tengo tutta la rabbia e il dolore dentro.