Criteri di storicità e storia di Gesù oggi, di Ermenegildo Manicardi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 13 /03 /2011 - 11:46 am | Permalink
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Riprendiamo da E. Manicardi, Gesù, la cristologia, le Scritture. Saggi esegetici e teologici EDB, Bologna, 2005, pp. 187-214 un articolo dell’autore precedentemente apparso in “Rivista di Teologia dell’Evangelizzazione”, 7 (2003) 14, pp. 421-442. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Gli ultimi capitoletti sono stati rinumerati, rispetto all'originale, per una migliore fruizione. Per approfondimenti vedi su questo stesso sito la sezione Sacra Scrittura ed, in particolare Storicità dei vangeli, di R. Latourelle.

Il Centro culturale Gli scritti (12/3/2011)

Indice


La ricerca sulla storia di Gesù di Nazaret è, da alcuni secoli, una delle imprese più discusse, ma anche più interessanti e vivaci, nel variegato cantiere della teologia cristiana e non meno della storiografia in generale.

Per quanto riguarda in particolare il secolo XX, si distinguono comunemente tre fasi: la ricerca del Gesù storico collocata nella prima metà del secolo, «la nuova ricerca» avviata all'inizio degli anni '50, la cosiddetta «terza ricerca» che ha mosso i propri passi a partire dalla metà degli anni '80 ed è ora, agli inizi del XXI secolo, in pieno rigoglio.

In questo contributo vorremmo riflettere sullo stato della metodologia, e più in particolare dei cosiddetti criteri di storicità, al punto di sviluppo raggiunto dalla ricerca sulla storia di Gesù. Al convegno degli ex-alunni per il Novantesimo anniversario del Pontificio istituto biblico (6-8 maggio 1999), John Paul Meier ha sostenuto che uno dei notevoli guadagni per una seria indagine sul Gesù storico, ottenuti dalla «terza ricerca», è la chiarificazione dei criteri di storicità.[1] In posizione contraria si pongono, però, altri studiosi che spazzano via l'intera questione, preferendo «arrangiarsi, senza pastoie metodologiche»,[2] forse anche per la difficoltà che comporta l'articolazione del metodo e l'applicazione dei criteri.[3]

Il nostro intervento prevede tre punti: l'analisi della sensibilità attuale a proposito dei parametri di storicità, la valutazione dei singoli criteri valorizzati nel dibattito recente e, infine, il suggerimento di «protocollo operativo» che faccia riferimento a una criteriologia aggiornata e in qualche modo completa.

1. LA SENSIBILITÀ ODIERNA AI CRITERI DI STORICITÀ

Per orientarci nella sensibilità a proposito dei criteri di storicità usati nella ricerca attuale scegliamo, dalla bibliografia sterminata, tre posizioni abbastanza indicative espresse nel corso degli anni '90 del secolo già nostro. Esse rivestono forse un particolare interesse per il pubblico italiano.[4]

Due di queste posizioni sono collegate a un ripensamento che ha prodotto, o che sta producendo, una proposta di ricostruzione completa del «Gesù storico». La prima è quella di J.P. Meier che, all'inizio degli anni '90, ha presentato una sintesi chiara (e di particolare equilibrio) nel volume iniziale dell'opera monumentale Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico.[5]

L'altra opera presa in esame è il manuale di G. Theissen e A. Merz apparso in Italia nel 1999.[6] Tra le analisi di queste due opere maggiori sembra opportuno riprendere la posizione di V. Fusco, un amico italiano che la morte non ci ha fatto dimenticare. Egli si è dedicato ripetutamente alla riflessione sulla metodologia relativa alla storia di Gesù,[7] anche se non ha prodotto un ripensamento completo del Gesù storico, a differenza per esempio di R. Fabris[8] e G. Barbaglio.[9] Esamineremo in particolare l'ultimo suo articolo su questo tema, pubblicato sia in francese sia in italiano.[10]

1.1. I CRITERI RIPENSATI DA J.P. MEIER

Nel suo ripensamento sistematico del Gesù storico, J.P. Meier propone un capitolo dedicato a descrivere dieci criteri di storicità, a organizzarli sistematicamente e a valutarli.[11] Nel seguito dell'opera rimane fedele a quest'impostazione, riflettendo spesso esplicitamente sull'uso dei criteri e talvolta indicando come questi lo abbiano portato a conclusioni diverse dalle ipotesi iniziali. Molto netta la divisione tra i «criteri principali» e quelli «secondari (o dubbi)», che fa intuire già dall'inizio come i veri criteri da adoperare secondo lo studioso americano, di fatto, siano soltanto i primi cinque.[12] Esaminiamo dettagliatamente questi primi cinque per poi passare, molto più rapidamente, ai tre secondari che possono «rafforzare le conclusioni ottenute da uno o più criteri principali» e ai due che Meier ritiene «ad ogni fine pratico, inutili».

1.1.1. Criterio dell'imbarazzo

Il criterio dell'imbarazzo (o di contraddizione)[13] afferma che difficilmente la Chiesa primitiva avrebbe creato del materiale che l'avrebbe messa in difficoltà, o che avrebbe indebolito la sua posizione nella discussione con gli avversari. L'esempio fondamentale è il battesimo di Gesù.[14] I due limiti principali del criterio sono chiari: (a) un ritratto vero di Gesù non potrebbe essere tracciato con così pochi dati; (b) è difficile dire se una cosa imbarazzante per noi lo fosse anche per la Chiesa primitiva. Di conseguenza «il criterio dell'imbarazzo - come ogni altro criterio - non deve essere invocato in modo superficiale o da solo».[15]

1.1.2. Criterio della discontinuità

Il criterio della discontinuità (o di dissomiglianza, o d'originalità o di doppia irriducibilità)[16] si concentra sulle azioni o sui detti di Gesù, che non possono derivare né dal giudaismo del tempo di Gesù né dalla Chiesa primitiva dopo di lui.[17] Questo criterio è «il più promettente e il più maneggevole», anche se non mancano le difficoltà. (a) Noi non conosciamo completamente né il giudaismo né il cristianesimo del I secolo; non possiamo perciò essere sicuri che un elemento ritenuto discontinuo non sia tale semplicemente per la lacunosità delle fonti di cui disponiamo. (b) Separando Gesù dal giudaismo che lo influenzò e dal cristianesimo che è stato da lui influenzato si rischia l'abbozzo di una caricatura. (c) Non è detto che quanto appare a noi discontinuo, rispetto al giudaismo e al cristianesimo del I secolo, sia centrale nel messaggio e nella vita Gesù. Potrebbe trattarsi anche di un elemento del tutto periferico e quindi c'è «il pericolo di evidenziare ciò che fu sorprendente, ma forse periferico nel suo messaggio».[18]

1.1.3. Criterio della molteplice attestazione

Il criterio della molteplice attestazione[19] si concentra sulle azioni o sui detti di Gesù, che sono attestati in più di una fonte indipendente e/o in più di una forma o genere letterario. Si deve ricordare, però, che un singolo testo, non di Gesù ma molto antico, potrebbe essere entrato in più linee della tradizione soltanto perché ritenuto interessante da molti.[20]

1.1.4. Criterio della coerenza

Il criterio della coerenza[21] si concentra sulle azioni o sui detti di Gesù che sono coerenti con altri elementi considerati autentici. Può entrare in campo solo dopo l'uso di alcuni altri criteri, che abbiano creato un primo patrimonio di elementi autentici. Questo criterio, per sua natura, è meno probante dei tre precedenti. Si deve, infatti, ammettere che «non c'è ragione per cui non potrebbero essere stati creati "detti" che echeggiavano fedelmente sue parole autentiche».[22]

Un uso negativo del criterio di coerenza, ossia un impiego destinato a escludere del materiale come non autentico, «deve essere accolto con molta cautela».[23] Di fronte a un elemento che può apparire a noi incoerente, occorre ricordare che la predicazione di Gesù non si è presentata come l'esposizione di una dottrina sistematica.

1.1.5. Criterio del rifiuto e dell'esecuzione di Gesù

Il criterio del rifiuto e dell'esecuzione di Gesù «non indica direttamente se un determinato detto o fatto di Gesù è autentico». Di fatto, esso consiste nel mettere alla base della valutazione il fatto storico certo della fine violenta di Gesù per mano dei capi giudei e romani, per interrogarsi poi «su quali parole e fatti storici di Gesù possano spiegare il suo processo e la sua crocifissione come re dei giudei».[24]

J.P. Meier ammette fin dall'inizio che «il criterio del rifiuto e dell'esecuzione di Gesù è assai differente dai primi quattro». A noi sembra che questo criterio sia formulato dal Meier in maniera parziale.[25] Nella conclusione ci chiederemo se non è preferibile allargare il criterio del rifiuto e dell'esecuzione di Gesù, riportandolo nello spazio del «criterio di ragion sufficiente» usandolo nella fase ricapitolativa di tutta la ricerca sul Gesù storico.

1.1.6. I tre criteri secondari che possono rafforzare la dichiarazione di storicità

Oltre ai cinque «criteri principali» J.P. Meier descrive anche tre «criteri secondari (o dubbi)», che sono giudicati capaci di rafforzare la dichiarazione di storicità, anche se «non possono produrre, di per sé, argomenti probatori, anche quando tutti e tre sono usati insieme».[26]

La critica al criterio degli indizi aramaici[27] è netta. Alcuni esegeti valutano gli indizi di vocabolario, grammatica, sintassi, ritmo e rima aramaici nella versione greca dei detti di Gesù come segnali d'autenticità. Come possono, però, tali indizi distinguere «un detto pronunciato per la prima volta in aramaico da Gesù nel 29 d.C. da un detto pronunciato per la prima volta in aramaico da un giudeo cristiano nel 33 d.C.?».[28] Al massimo questo criterio può offrire un supporto ulteriore dopo che il materiale in questione si è rivelato autentico sulla base di altri criteri.

Il criterio dell'ambiente palestinese[29] afferma che i detti che riflettono le situazioni della Palestina del I secolo hanno una buona probabilità di storicità. Il problema nell'uso di questo criterio è lo stesso già indicato per quello degli indizi.[30] Secondo J.P. Meier il criterio è molto più utile al negativo, ossia per negare la storicità di un elemento. Francamente a noi sfugge il perché. Un detto autentico di Gesù, all'origine con immagini non palestinesi, potrebbe aver subito, nel corso della traduzione (poco importa se antica o più recente), un trasferimento nell'immaginario della cultura del traduttore e/o dei destinatari.[31]

In base al criterio della vivacità della narrazione[32] alcuni autori pensano che la vivacità e i dettagli concreti dei racconti evangelici - specialmente quando non sono rilevanti per l'intento principale del testo - siano indicatori di un resoconto fatto da testimoni oculari. Probabilmente si deve, invece, pensare piuttosto allo stile e alle capacità letterarie del redattore. Certamente questo criterio non va rovesciato. «Proprio come la vivacità in se stessa non prova la storicità, così pure non è necessariamente astorica una narrazione scarna».[33] La concisione potrebbe essere semplicemente il segno dell'uso consumato di un certo genere letterario.

1.1.7. I due criteri secondari praticamente inutili

Il criterio delle tendenze di sviluppo della tradizione sinottica non può essere utilizzato semplicemente per il fatto che «non si può stabilire che tali leggi fisse esistano».[34] Nel caso potessimo scoprire leggi stabili tra i sinottici, queste riguarderebbero la redazione degli stessi e non direttamente la tradizione. Queste leggi potrebbero essere usate dal punto di vista della storicità solo in senso negativo, ossia per escludere dalla qualificazione d'autenticità le narrazioni massicciamente caratterizzate da ciò che è tipico di quell'evangelista.

Il criterio della presunzione storica corrisponde all'antico adagio in dubio pro tradito. Il criterio della presunzione storica, se accettato, potrebbe «tagliare il nodo gordiano in casi in cui gli argomenti sono ben bilanciati e il risultato finale sembra permanentemente dubbio».[35]

1.1.8. Il rifiuto del criterio della «spiegazione necessaria»

Probabilmente a questo punto è opportuno fare un'aggiunta, che tratti esplicitamente di una scelta importante di J.P.Meier. L'esegeta statunitense rifiuta l'utilità del criterio di «spiegazione necessaria».[36] Il dibattito è presentato in una complessa nota a piè di pagina,[37] non per svalutare la questione, ma secondo il principio indicato all'inizio dell'opera che le cose più tecniche sono dibattute nella parte bassa del libro. L'insieme delle note è considerato per questo quasi una seconda opera o, senz'altro, un secondo e più profondo livello del lavoro.

Ci sembra che i motivi critici di Meier siano cinque.

1) Invece di essere un criterio valido per giudicare il materiale speciale dei quattro vangeli, questo criterio è più simile all'«argomento per la migliore spiegazione» che è una delle forme fondamentali di ogni spie­gazione storica.

2) Il criterio della «spiegazione necessaria» cerca di dare una spiegazione coerente e sufficiente a un considerevole insieme di dati, ma qui si tratta di valutare singoli piccoli elementi, come per esempio un detto concreto di Gesù.

3) Il criterio cerca di raggruppare tutti i fatti in un insieme armonioso. Di fatto, suppone una coerenza tra i dati che, nel caso delle singole parole e azioni di Gesù, può essere verificata solo alla fine del processo.

4) «Una rassegna di un campione rappresentativo di libri sul Gesù storico mostra che esegeti d'ogni tendenza sostengono di aver trovato la vera spiegazione coerente, che illumina tutti i fatti su Gesù: era un fanatico apocalittico (A. Schweitzer), un rabbi e un profeta che chiamò a una decisione esistenziale (R. Bultmann), un mago omosessuale contrario alla legge (M. Smith), un catalizzatore di rivoluzione sociale non violenta (R.A. Horsley), o un uomo carismatico dello Spirito che fondò un movimento di rivitalizzazione (M.J.Borg), per citare solo poche "spiegazioni necessarie". Ognuno degli autori appena citati sostiene di avere offerto una spiegazione coerente che integra tutti i dati che considera storici. Se si devono discutere le varie spiegazioni di questi autori, bisogna dapprima volgersi ai loro giudizi sulla storicità delle singole parti della tradizione su Gesù, sull'interpretazione delle singole parti e solo dopo cominciare a discutere il significato dell'insieme».[38]

5) Applicando il criterio della spiegazione necessaria, R. Latourelle sembra già operare come teologo nell'area della teologia fondamentale o dell'apologetica.

1.2. I CRITERI RICAPITOLATI DA VITTORIO FUSCO

V. Fusco, dopo parecchi studi precedenti, sintetizza di nuovo la sua posizione negli Scritti in onore di C.M. Martini nel suo 70° compleanno.[39] In questo intervento, molto pensato, meraviglia lo scetticismo manifestato a proposito della specificità della «terza questione».[40]

Un problema preliminare è quello dell'onus probandi. Nella ricerca su Gesù non è possibile insistere sul canone classico in dubio pro tradito. Una vera metodologia storica non insiste soltanto sulla critica esterna, ma anche su quella interna, ossia sul carattere delle fonti che testimoniano un fatto. I vangeli hanno un tale rapporto con la fede e la vita delle comunità postpasquali che la storicità gesuana di un detto o di un fatto deve necessariamente essere decisa caso per caso. Non è sufficiente appoggiarsi sugli argomenti complessivi di storicità della tradizione di Gesù, anche se questi sono certamente validi.

Contro il rischio di un'elencazione interminabile, si afferma la tendenza a unificare quelli riconducibili a un unico denominatore e a distinguere tra criteri veri e propri di gesuanità da altri criteri che di per sé sono solo di antichità (tendenze teologiche «arcaiche», substrato linguistico semitico, sfondo ambientale palestinese).

1.2.1. Il criterio dell'attestazione molteplice

Dopo aver riconosciuto che il criterio dell'attestazione molteplice solleva pareri opposti (alcuni lo considerano semplicemente un segnale di relativa antichità della tradizione, mentre altri lo elevano a parametro decisivo), V. Fusco avanza tre difficoltà.

Prima difficoltà: si tratta solo di un criterio di relativa antichità e non di gesuanità. L'attestazione molteplice si ha solo in presenza di più tradizioni autonome.

«Anche in questo caso però la convergenza, a rigore, dimostra solo che l’elemento in questione risale a uno stadio anteriore alla biforcazione delle due correnti di tradizione, non necessariamente a Gesù. Solo partendo dal postulato che da Gesù siano derivati sin dall'inizio simultaneamente vari gruppi con le rispettive tradizioni, senza contatti tra loro, allora laddove essi coincidono sarebbe legittimo risalire a Gesù».[41]

Seconda difficoltà: interferenza tra critica storica e critica letteraria.

Non è corretto immaginare che la critica storica entri in azione solo dopo che la critica letteraria ha fatto il suo lavoro. Cosi facendo, si farebbe dipendere il risultato della ricerca storica da elementi troppo aleatori, come sono talvolta le valutazioni della critica letteraria. Inoltre, il materiale individuato come secondario da un punto di vista letterario può essere un elemento (forse più antico o in ogni caso) particolarmente valido sotto il rispetto storico; per esempio possiamo ipotizzare che in un determinato testo sia stato inserito secondariamente un detto genuinamente storico di Gesù. Viceversa un elemento appartenente allo strato letterario più antico potrebbe essere secondario dal punto di vista storico.

Terza difficoltà: testimonianza molteplice di un elemento identico. Per avere davvero un'attestazione molteplice è necessario non solo che un elemento sia testimoniato più volte, ma che lo sia in forma identica. «Spesso però proprio tale identità è di difficile valutazione, quando nelle diverse fonti l'elemento in questione si presenta in parte simile, in parte diverso».[42] Per esempio le parabole nei sinottici e nel Vangelo di Tommaso non sono mai testimoniate in maniera veramente identica perché la prospettiva escatologica dei sinottici e quella non escatologica di Tommaso si contrappongono. Togliendo dai testi sinottici l'allegoria storico-salvifica e, dal Vangelo di Tommaso, lo gnosticismo non si va molto lontano. Tra la prospettiva escatologica dei sinottici e quella non escatologica di Tommaso occorre scegliere: esse non possono essere attribuite entrambe a Gesù.

1.2.2. Il criterio della discontinuità

Per la maggior parte degli studiosi (da E. Kasemann in poi) il criterio della discontinuità è il principale. Oggi però si è formato un certo consenso sui forti limiti della sua applicabilità e sui rischi ai quali può portare un uso unilaterale.

Il criterio sarebbe assurdo se usato in senso negativo. Certamente non si può dire: ciò che non è «discontinuo», non è gesuano!

Una difficoltà più sottile critica la possibilità del suo uso perché «non conosciamo perfettamente neppure gli altri due termini del confronto, il giudaismo contemporaneo e il primo cristianesimo». A questa difficoltà si ribatte dicendo che il criterio non fa affidamento soltanto sull'assenza d'analogia - che potrebbe dipendere anche solo da una lacuna della nostra documentazione (!) -, ma su un positivo contrasto tra quanto attestato su Gesù e i modi di dire e di fare ben attestati nel giudaismo e nel cristianesimo primitivo.

La difficoltà più grande è però che questo criterio, proprio per sua natura, può funzionare in un numero ristretto di casi.

«Esso infatti entra in azione unicamente qualora Gesù abbia adottato un atteggiamento non conforme a quello corrente nel giudaismo, e poi anche la comunità cristiana a sua volta, su quel medesimo punto, abbia adottato un atteggiamento non conforme a quello di Gesù».[43]

È davvero difficile immaginare che casi del genere siano stati frequenti.

1.2.3. Il criterio di coerenza

Il criterio di coerenza è in genere accettato: «Deve essere attribuito a Gesù tutto ciò che si rivela "coerente" con altri elementi già previamente accertati, si lascia inserire bene nel quadro d'insieme, man mano che esso va prendendo forma almeno nelle sue linee più essenziali».[44]

Di fatto, però, è molto difficile determinare in maniera precisa le condizioni in cui questa valutazione può scattare. (a) Nel caso si tratti di semplice compatibilità, allora l'attribuzione è solamente possibile. (b) Nel caso si tratti di un'identità vera e propria, l'attribuzione si fa sicura, ma si aggiunge ben poco a quanto già si sapeva. (c) Nel caso si tratti d'implicazione vera e propria, l'elemento su cui si deve decidere appare come «necessario, addirittura postulato» dai precedenti dati.

A questo punto, però, il criterio è sfociato in quello di «unica spiegazione sufficiente». Ma c'è un'altra difficoltà, che riguarda soprattutto il caso di applicazione del criterio al negativo: come fare a giudicare la coerenza o l'incoerenza di un dato con gli altri? Non c'è il rischio di essere prigionieri della nostra logica?[45]

1.2.4. Il criterio di spiegazione sufficiente

Il criterio di spiegazione sufficiente - di corrente uso storiografico - è utilizzato da un gran numero di studiosi, spesso senza teorizzarlo. Esso consiste nell'attribuire a Gesù «ciò che appare indispensabile per spiegare alcuni dati storici sicuri», sia della sua vicenda terrena, sia della vita della comunità postpasquale.[46]

A giudizio di V. Fusco[47] il criterio di spiegazione sufficiente

«dovrebbe essere riconosciuto come il criterio-principe, al quale si riconducono [...] sia quello della «molteplice attestazione», sia quello della «coerenza», sia [...] quello di «discontinuità». Anche quest'ultimo infatti, a ben vedere, altro non è che una sua applicazione particolare: in effetti la ragione per cui non possiamo non attribuire a Gesù ciò che contrasta con le tendenze del giudaismo e del primo cristianesimo, è appunto che altrimenti lasceremmo un evento privo di spiegazione sufficiente».[48]

Formulando quello di discontinuità come criterio di spiegazione sufficiente gli si conferisce un'applicabilità ben più ampia: «In base ad esso possono essere ricondotti a Gesù anche elementi attestati nel primo cristianesimo, ma nuovi rispetto all'ebraismo».[49] Le tre entità storiche - giudaismo, Gesù, Chiesa - sono sempre in gioco, ma il loro rapporto è visto più unitariamente e dinamicamente. «Non è necessario verificare separatamente una doppia discontinuità [...]; può essere sufficiente la discontinuità giudaismo/Chiesa nei casi in cui risulta inspiegabile senza ricondurla a Gesù».[50]

Nel capoverso conclusivo V. Fusco sostiene che è il criterio di spiegazione sufficiente - «piuttosto che la molteplice attestazione» (!) - che mette a frutto i sinottici, Giovanni, Tommaso, altri possibili testi extracanonici e le fonti giudaiche e quelle pagane. Usando il criterio di spiegazione sufficiente, il ricercatore «può collocarsi in un'ottica di ricezione e storia degli effetti, che valorizza tutta la tradizione, pur senza sottrarla al vaglio della critica storica».[51]

C'è da chiedersi se questa difesa non sia troppo generica. Nella proposta finale di un eventuale protocollo operativo, avanzeremo un'idea dell'impiego della «spiegazione sufficiente» in una funzione sintetica, più specifica e insieme più sfumata nel riguardo degli altri criteri.

1.3. IL CRITERIO DELLA PLAUSIBILITÀ STORICA NEL MANUALE THEISSEN - MERZ

Nell'opera Il Gesù storico. Un manuale (1996)[52] G. Theissen e A. Merz accolgono con chiarezza le accuse di non attendibilità spesso rivolte ai criteri della differenza e della coerenza e affermano che il criterio dell'attestazione molteplice, se non può essere criticato, può però essere efficace sempre e solo in connessione con gli altri due.[53] Essi sostengono che, nella situazione della ricerca attuale, «il criterio della differenza va sostituito con il criterio della plausibilità storica».[54]

Il criterio della plausibilità storica intende tener conto contemporaneamente di due elementi: degli effetti esercitati da Gesù sul cristianesimo primitivo e del suo inserimento nell'ambiente giudaico coevo, come oggi lo conosciamo. È possibile risalire al Gesù storico perché le fonti ci presentano quello che, sul piano storico, può essere colto quale effetto esercitato da Gesù e che, nello stesso tempo, può essere sorto soltanto entro il mondo giudaico. Il criterio proposto comprende al proprio interno, di fatto, due tipi diversi di plausibilità storica. La prima è la plausibilità storica degli effetti esercitati da Gesù. La seconda è quella rispetto all'ambiente giudaico coevo, così come oggi lo conosciamo.

1.3.1. La plausibilità storica degli effetti esercitati da Gesù

Deve essere considerato storicamente plausibile tutto ciò che, testimoniato in tradizioni indipendenti, è interpretabile in modo coerente nonostante ogni differenza. Quanto è cosi raccolto può risalire a una figura storica, indipendentemente dal fatto che esso si presenti come una realtà singolare sul piano storico-religioso oppure si tratti di un elemento diffuso e comune.[55]

Accanto alla molteplice attestazione si deve tener conto della convergenza obiettiva. Due detti chiaramente distinti sul piano obiettivo possono andare d'accordo tra loro, anche se vantano ciascuno soltanto un'attestazione. L'uso accomunato degli strumenti della molteplice attestazione e della convergenza obiettiva origina un criterio molto importante.[56]

Quale integrazione complementare al criterio della coerenza s'aggiunge il criterio della tendenza restia o della tendenza contraria. L'apparente contraddizione di considerare effetto di Gesù tanto dati coerenti quanto quelli incoerenti, si risolve tenendo conto che il criterio di plausibilità prevede anche un riferimento all'ambiente: risale a Gesù storico ciò che può essere interpretato come plausibile rispetto al quadro in cui visse.

Ecco perciò la formulazione sintetica di quest'aspetto del criterio della plausibilità, com'è proposta nel manuale:

«Il criterio della plausibilità storica degli effetti esercitati da Gesù può essere rivendicato dalle tradizioni sullo stesso Gesù, quando esse possono risultare comprensibili come conseguenze della vita di Gesù - in parte grazie al convergere di fonti indipendenti, in parte grazie a elementi di tendenza contraria presenti in queste fonti. I criteri della coerenza e della tendenza contraria sono complementari per la plausibilità storica degli effetti esercitati da Gesù».[57]

1.3.2. La plausibilità storica rispetto al contesto

Il criterio della plausibilità storica, oltre alla plausibilità degli effetti esercitati da Gesù, prevede anche la plausibilità rispetto al contesto. È considerato storico ciò che della tradizione di Gesù può essere inserito positivamente e armoniosamente nell'ambiente giudaico coevo.

«Mentre il criterio della differenza esige una non derivabilità delle tradizioni di Gesù dal giudaismo, cosa che non può mai essere provata in maniera rigorosa, il criterio della plausibilità storica rispetto al contesto esige soltanto la prova dell'esistenza di nessi positivi tra la tradizione di Gesù e il contesto giudaico».

Una volta realizzato quest'inserimento nell'ambiente è possibile dimostrare l'individualità di Gesù. «Individualità non significa non-derivabilità, bensì differenziabilità all'interno di un contesto comune o, in altre parole, una peculiarità legata al contesto».

Ecco allora la formulazione sintetica del secondo aspetto del criterio della plausibilità, proposta nel manuale:

«Le tradizioni di Gesù hanno plausibilità storica rispetto al contesto quando concordano con il contesto giudaico in cui ha operato Gesù e all'interno di questo contesto sono riconoscibili come manifestazioni di un individuo. La corrispondenza contestuale e l'individualità con testuale sono criteri complementari della plausibilità storica rispetto al contesto».[58]

1.3.3. Sintesi e valutazione

Al termine dell'esposizione G. Theissen e A. Merz presentano uno schema grafico dei «quattro criteri parziali nei quali si suddivide il criterio della plausibilità storica».

 

Coerenza e accordo

Incoerenza e non/accordo

Plausibilità
degli effetti

Coerenza rispetto
alla plausibilità degli effetti

Tendenza contraria rispetto
alla plausibilità degli effetti

Plausibilità
rispetto
al contesto

Corrispondenza contestuale

Individualità contestuale

Di fronte a questo schema, ci si può domandare se la terminologia utilizzata da G. Theissen e A. Merz sia indovinata.[59] Noi abbiamo l'impressione netta che ciò che è chiamato il criterio della plausibilità non sia in realtà tanto un criterio in senso stretto, ma piuttosto un procedimento che comporta differenti criteri o più ancora l'orientamento di un procedimento.

L'idea di contrapporre al criterio di differenza, visto forse troppo isolatamente, un criterio nuovo più adatto al clima della cosiddetta «terza ricerca» probabilmente non ha aiutato a chiarificare né la terminologia né il procedimento. Il linguaggio in cui il tutto è espresso è molto pesante e involuto. Inoltre, è un peccato che nel corso del manuale non ci sia lo sforzo di far notare l'uso del criterio proclamato, aiutando in questo modo a comprendere meglio l'impostazione epistemologica.

Ciò nonostante, si deve riconoscere che molti elementi, compresi nell’idea della plausibilità, sembrano interessanti. Le intuizioni innovative che, a nostro avviso, meritano di non essere disperse sono: (a) l'insistenza sulla categoria della plausibilità, (b) il concetto d'individualità, (c) la proposta d'integrazione tra «corrispondenza contestuale» e «individualità contestuale».

Nella sintesi cercheremo di ricuperare alcuni di questi aspetti, parlando - anche se con adattamenti e semplificazioni forse opportune - di un «criterio della plausibilità» da usare nella fase finale della ricerca, ossia in quella che chiameremo la levigatura della ricostruita figura del «Gesù storico».

2. UNA VALUTAZIONE DEI CRITERI DI STORICITÀ

Proponiamo una prima valutazione dei criteri utili all'indagine sul Gesù storico, tenendo conto della panoramica della ricerca abbozzata con l'aiuto delle tre posizioni esaminate. Lo schema dell'esposizione mostrerà l'importanza da noi assegnata ai singoli criteri. Comincerà ad apparire, almeno implicitamente, il protocollo operativo di ricerca sul Gesù storico che ci sembra preferibile.

2.1. IL CRITERIO DELLA MOLTEPLICE ATTESTAZIONE

Il criterio della molteplice attestazione è, a nostro giudizio, il più utile ed efficace per iniziare la ricerca sul Gesù storico. Ovviamente non dimentichiamo l'osservazione che questo criterio è in grado di provare soltanto l'antichità di una tradizione e non la gesuanicità in senso stretto, anche se è evidente che l'autenticità è resa probabile dall'antichità notevole dell'elemento in questione. Per far sì che l'autenticità di un elemento passi dal grado della probabilità, dovuto all'antichità della tradizione, ad un livello di gesuanicità, intesa in senso stretto, si dovrà utilizzare anche (almeno) un altro criterio o segnale.

Nella fase più recente della ricerca il criterio di molteplice attestazione ha ricevuto un importante affinamento. La molteplicità di attestazione non riguarda solo il numero di tradizioni autonome, che trasmettono un determinato elemento, ma anche la sua presenza in diversi generi letterari. Si parla molto opportunamente di criterio di «molteplice attestazione di fonti e di forme».[60]

Il criterio della molteplice attestazione permette, già all'inizio del cammino di ricerca, la raccolta di un numero rilevante di dati antichi trasmessi sulla vicenda di Gesù. Questa prima raccolta, anche se cumula elementi ancora grezzi e bisognosi di ulteriori conferme, è ottenuta senza che, da parte dell'esegeta, si corra un particolare rischio diretto di soggettività. La scelta dei materiali cui si applica positivamente il criterio procede, di fatto, in maniera piuttosto meccanica, senza che le valutazioni personali dell'esegeta vi abbiano un ruolo particolare. Nell'uso di questo criterio, il rischio di soggettività s'annida piuttosto, talvolta in maniera molto subdola, nel momento previo della decisione sul censimento dei materiali che è necessario esaminare, sulla qualità dei documenti in questione e, talvolta, sull'eventuale stratificazione degli stessi.[61] Si tratta di un rischio di soggettività che potremmo definire indiretto.

In effetti, l'uso del criterio di molteplice attestazione è condizionato da una specie di «canone dei documenti di riferimento». La decisione previa a riguardo delle opere, che possono attestare una tradizione storica su Gesù, è un elemento che decide di tutto lo sviluppo seguente. Abbiamo scelto la parola «canone» perché la scelta iniziale del corpus finisce per determinare in modo irreversibile il risultato finale. È di rilievo, però, che l'elemento soggettivo non entri nel momento in cui si discute della ricostruzione stessa del Gesù storico, ma avvenga su un altro tavolo, in un certo senso neutro rispetto all'uso del criterio stesso, che è quello della definizione del corpus di scritti in base al quale arrivare alla molteplice attestazione. Su questo «altro tavolo» le decisioni devono essere prese senza essere condizionati da una possibile «utilità» per una ricostruzione del «Gesù storico».

Definiremmo perciò volentieri il criterio di molteplice attestazione come un criterio di partenza a basso tasso di soggettività, o,ancora più precisamente, un criterio di partenza con un pericolo di soggettività solo esterno all'uso del criterio in senso stretto.

Stando così le cose è evidente che, per una maggiore sicurezza del procedere, conviene essere molto cauti nella formulazione del «canone» fondamentale delle fonti di riferimento. L'inserimento, già in partenza, di tradizioni non genuine aumenterebbe l'imprecisione della figura finale del «Gesù storico», contribuendo forse addirittura a un'irrimediabile deformazione dell'immagine. In questo campo è legittimo essere «tuzioristi»: il minimalismo di attenersi soltanto a ciò che è veramente chiaro giova più del massimalismo a pervenire a un «Gesù storico» più vicino al «Gesù reale». È meglio, infatti, avere qualche fonte in meno di quelle che sono veramente tali, che mescolare involontariamente l'acqua limpida con quella torbida.

Il «canone» essenziale dei documenti da far entrare nell'uso del criterio di molteplice attestazione, a nostro giudizio, può essere costituito dalle tradizioni confluite nei quattro vangeli canonici. Questo non per motivi confessionali: non si tratta di limitarsi ai vangeli canonici per il loro valore all'interno di una teologia credente, ma vanno privilegiati per l'indiscussa maggiore antichità. In concreto si tratta del Vangelo di Marco, della cosiddetta Q, del Quarto Vangelo, delle tradizioni specifiche di Mt e di Lc. Su questa necessaria estensione del corpus fondamentale non pare ci siano discussioni serie tra i ricercatori. Su tutto il resto invece Vangelo di Tommaso, Vangelo segreto di Marco, Vangelo di Pietro, ecc. la discussione ferve e le diverse scelte determinano differenti figure di «Gesù storico».

I dati, che si ritiene di poter ricavare da queste altre opere quali elementi validi e utili per la ricostruzione, sono da inserire nel cammino di ricerca soltanto in un secondo tempo. Merita osservare che queste differenti tappe di inserimento del materiale permettono un risultato pratico non trascurabile. In un primo tempo si arriva al quadro storico che emerge dalla considerazione critica dei vangeli canonici.[62] Questo sarà di notevole giovamento per la presentazione dei risultati all'opinione pubblica, che certo meglio conosce i quattro vangeli.[63]

Nella tappa seguente si aggiungono le fonti la cui cronologia è meno certa, come anche la loro qualità di consistenza storiografica. In questo modo si può dosare meglio ciò che è soggettivo, senza rinunciare ai giudizi dati sul tavolo della valutazione generale e preliminare dei documenti in questione.

In sintesi, il criterio di molteplice attestazione permette di mantenere un aspetto classico di metodologia storica, che - più che essere abbandonato in nome della specificità delle fonti per il «Gesù storico» - va piuttosto corretto. Il generico in dubio pro tradito, comune a tanta ricerca storica, può diventare, nel caso specifico della ricerca sul Gesù storico, in dubio pro multifariam multisque modis tradito.

Sulla base così riprovata, si procederà per tentare il passaggio dall'antichità alla gesuanicità. Nonostante tutto, il cosiddetto «peso della prova» (onus probandi) non può essere trasferito, precipitosamente o totalmente, dal livello dell'attestazione esterna dei fatti a quello della critica interna delle fonti, pur essendo quest'ultima evidentemente necessaria. Il fatto che la ricerca del Gesù storico non si allontani troppo dai metodi ordinari della storiografia può solo giovare. Insospettirebbe invece una ricerca così specifica da abbandonare uno dei criteri fondamentali per fidarsi solo della critica interna.

2.2. L'IMBARAZZO DELLA CHIESA PRIMITIVA

Il criterio dell'«imbarazzo» della Chiesa primitiva, più che «criterio» in senso stretto, sembra da definire un primo interessante segnale che attira l'attenzione dello storico, quasi come un campanello d'allarme. Una volta sentito il suono è chiaro che su questo punto si deve stare attenti, ma questo non è sufficiente per giungere all'interpretazione del fatto. L'allarme stesso, costituito dall'imbarazzo, non dice ancora di che fenomeno si tratti: dice solo che su quel determinato punto il terreno per la ricostruzione storica è probabilmente solido.

Nella ricostruzione del Gesù storico non sembra che sia opportuno partire dall'«imbarazzo della Chiesa primitiva», anche se il Meier lo elenca per primo. Personalmente lo ritengo utilissimo una volta che, applicato il criterio di molteplice attestazione, voglio procedere nella qualificazione migliore della solidità dei materiali. Utilizzando un'immagine spero non troppo discutibile, considero l'«imbarazzo della Chiesa primitiva» come un primo efficace detector per individuare, all'interno dei materiali attestati molteplicemente, dei terreni storici di particolare solidità e sicurezza.

Entro il criterio dell'imbarazzo pare esserci costitutivo un elemento per così dire «soggettivo», come già l'uso della parola reattiva «imbarazzo» rivela. Chi deve dare il giudizio sull'imbarazzo della Chiesa primitiva? Nel caso sia lo studioso da solo l'operazione diventa pericolosa. Egli, infatti, potrebbe essere condizionato dai propri umori di ricercatore (soggettivi) o almeno dal quadro complessivo degli studi maturato dalla «comunità scientifica» in un determinato momento. A me pare che si esca da questa situazione quando il dato in questione è testimoniato in maniera tale che, nei documenti, si veda anche la traccia dell'imbarazzo della Chiesa primitiva.

In questo senso, una combinazione di criteri particolarmente utile e feconda è data dal caso in cui l'imbarazzo della Chiesa primitiva si rivela a livello di una molteplice attestazione. La molteplice attestazione permette, infatti, di vedere che l'imbarazzo della Chiesa primitiva è reale, e non semplicemente immaginato dall'esegeta, perché si rivela a diversi livelli della tradizione. Nel caso classico del battesimo di Gesù da parte di Giovanni, l'imbarazzo si rivela a tutti i diversi livelli della tradizione (Mc, Lc, Mt, Gv). La molteplicità di soluzioni (in parte insoddisfacenti) manifesta con chiarezza l'imbarazzo reale e diffuso della Chiesa primitiva di fronte a questo fatto, anche se non ne vuole certo negare la realtà.

Nei casi in cui non abbiamo una molteplice attestazione è difficile essere sicuri che la «difficoltà di digestione» di un determinato dato non sia semplicemente dell'esegeta o dello stato attuale della ricerca.

2.3. IL CRITERIO DELLA DISCONTINUITÀ

Il criterio della discontinuità, che fu decisivo nella seconda ricerca del Gesù storico, anche se oggi è oggetto di ripetuti attacchi per la paradossalità della figura di Gesù cui conduce, sembra rimanere uno dei criteri principali e più efficaci. Per comprendere bene il suo uso, occorre aver ben chiari i due versanti su cui si applica la discontinuità, ossia sul fronte del giudaismo e su quello della Chiesa primitiva. Questi due fronti possono essere utili anche se valutati disgiuntamente.

Un primo uso molto importante del criterio della discontinuità è quello destinato a valutare la solidità di materiali, che cadono sotto il principio della molteplice attestazione e che sono refrattari al detector dell'imbarazzo. Appartengono al materiale che ha una buona sicurezza storica quei dati che, attestati da una documentazione molteplice, godono anche, senza essere di imbarazzo alla Chiesa primitiva, del criterio della doppia discontinuità, ossia non possono essere derivati semplicemente dal giudaismo e non sono classificabili come mero prolungamento delle tendenze rivelate nelle tradizioni della Chiesa primitiva.

Forse ancora più importante è l'uso del criterio di discontinuità, che si può fare per allargare il quadro di dati ricavato dalla molteplice attestazione. Un elemento che non può venire né dal giudaismo né dalla Chiesa primitiva, almeno come noi li conosciamo adesso, può essere ascritto al materiale probabilmente storico, anche se non cade sotto il criterio della molteplice attestazione.

Il fatto che il criterio della discontinuità non possa essere messo a perno centrale della ricerca del Gesù storico, non autorizza a sottovalutarlo. Agli eccessi della seconda ricerca, deve fare seguito una visione più articolata. Essere diventati consapevoli che il criterio usato da solo porta a un Gesù storico sradicato dall'ambiente e dalle idee in cui effettivamente visse - e, quindi, a un Gesù deformato - non vuol dire avere diminuito la sua portata e utilità. Integrare un criterio in un sistema più complesso non vuol dire sminuirlo. Guai a usarlo come unico criterio per una costruzione completa del Gesù storico, ma guai a non usarlo.

Evidenzierei tre vantaggi o risultati nell'uso di questo criterio.

1) Il criterio aiuta a individuare, nell'orizzonte della molteplice attestazione, materiale di particolare solidità storica. In certo senso, applicando al materiale ricavato dalla molteplice attestazione il criterio della discontinuità, raggiungiamo un grado di probabilità storica molto simile a quello che si ha nella combinazione riuscita di testimonianza plurima di un dato imbarazzo della Chiesa primitiva in proposito.

2) Usato indipendentemente dalla molteplice attestazione, il criterio della discontinuità aiuta ad allargare con serietà il settore dei materiali storicamente probabili, utilizzando seriamente anche dati attestati in una sola linea di tradizione.

3) Il criterio della discontinuità aiuta inoltre a non lasciarci condizionare troppo dalle cristologie postpasquali e, al tempo stesso, a non «giudaizzare» in maniera eccessiva Gesù. È evidente che la questione del non «giudaizzare troppo Gesù» è piuttosto seria nel tempo della terza ricerca sul Gesù storico.

2.4. IL CRITERIO DELLA COERENZA

Il criterio della coerenza non ha certo la stessa importanza di quello della discontinuità. Si tratta piuttosto di un criterio integratore, che può subentrare solo in un secondo momento o, meglio ancora, a un livello piuttosto avanzato delle ipotesi di ricostruzione. Esso serve per estendere ancora di più il materiale ritenuto solido per elaborare la figura del «Gesù storico».

Di fatto, esso permette di integrare nella figura del Gesù storico, che si va disegnando, alcuni elementi che non entrano nello spazio né della molteplice attestazione, né della discontinuità, né dell'imbarazzo. È evidente che l'intervento a questo punto, vale a dire quando lo storico e l'esegeta hanno già fatto molte scelte, finisce per essere segnato dalla serie delle decisioni precedenti.

In parole più pessimiste, si deve dire che il criterio della coerenza contiene un tasso alto, o perlomeno accresciuto, di soggettività. Il fatto che non si sia in grado di fare un esempio in astratto del criterio di coerenza senza avere tra mano una ricostruzione concreta, mostra quanto esso sia dipendente dai passaggi precedenti e, di conseguenza, dalla loro correttezza.

2.5. IL CRITERIO DI «SPIEGAZIONE NECESSARIA»

J.P. Meier, che insiste sul criterio «del rifiuto e dell'esecuzione», rifiuta quello di «spiegazione necessaria». A noi sembra che, a ben vedere, non si tratti di due criteri distinti, ma che il primo, vale a dire quello «del rifiuto e dell'esecuzione» propugnato da J.P. Meier, non sia altro, in realtà, che un caso concreto del secondo (la «spiegazione necessaria» difesa con decisione da V. Fusco).

Insistendo sul criterio «del rifiuto e dell'esecuzione» l'esegeta statunitense si fa guidare dalla sicurezza della storicità di un avvenimento certo (la crocifissione di Gesù, quindi una morte dopo una condanna) per giudicare dall'esterno della solidità di nuovi altri elementi, sia a livello di detti sia di fatti: ciò che entra armoniosamente nella linea che va verso la fine di Gesù, e che contribuisce a motivare la sua condanna in maniera storiografica convincente, è da considerare storico.

Ovviamente non eccepiamo sulla portata di quest'orientamento concreto, ma ci domandiamo se esso sia formulato bene come criterio. Si tratta di un caso concreto di un orientamento interpretativo che ha, e forse deve avere, un impiego anche più vasto. La formulazione concentrata solo sul rifiuto e sull'esecuzione insiste unilateralmente sulla condanna e sulla crocifissione: perché lasciare da sole la sconfitta terrena e la morte in croce, visto che non sono gli unici dati sicuri?

Il rifiuto e l'esecuzione sono due dati tragicamente chiari nella biografia di Gesù, ma ci sono anche altri elementi certi della sua vicenda, come per esempio la presenza di seguaci, a differenti livelli d'impegno, oppure il fatto di essersi prestato anche come guaritore e taumaturgo. Ci domandiamo: avrebbe senso proporre un criterio specifico a partire da questi fatti? Allora perché mettere in posizione metodologicamente singolare «il rifiuto e l'esecuzione» di Gesù?

A nostro avviso, «il criterio del rifiuto e dell'esecuzione» è troppo ristretto: esso deve essere allargato e inserito come un caso particolare del criterio di «spiegazione necessaria». Le osservazioni critiche di J.P. Meier alla «spiegazione necessaria», presentate sopra, sono corrette se essa è considerata come un criterio tra gli altri, da tenere allo stesso livello gerarchico. Le tre prime osservazioni - vale a dire (1) la non specificità del criterio di «spiegazione necessaria» per la ricerca sui vangeli, (2) la sua inadeguatezza per la decisione da prendere a livello di un singolo detto o di un'azione particolare, (3) la non opportunità di valutare già a livello intermedio la questione della coerenza del quadro - sono pertinenti se riferite all'uso del criterio che Meier immagina, ossia nel corso dell'uso di tutti gli altri criteri.

A noi sembra che il criterio di «spiegazione necessaria», se utilizzato nella fase ultima e conclusiva dell'indagine, renda dei servizi notevoli. La «spiegazione necessaria» può essere usata per verificare la coerenza di quanto è emerso dall'impiego degli altri criteri. Essa può permettere inoltre di unificare in una figura coerente i risultati parziali acquisiti, senza cadere in forzature.

La posizione iperdifensiva del criterio, sostenuta con convinzione da Fusco e ulteriormente ripresa da G. Segalla, forse può e deve essere precisata in questo senso. Più che del «criterio-principe» (V. Fusco)[64] o di un «criterio unitario» (G. Segalla),[65] ossia più che di un elemento ordinatore degli altri criteri, quello di «spiegazione necessaria» è un criterio che può servire a levigare l'abbozzo della figura di Gesù storico, fatta emergere dall'uso di altri criteri, che hanno una loro forza probante specifica che nulla guadagna dall'essere ricondotta al solo principio della ragion sufficiente.

Detto questo è necessario però ricordare anche i limiti della coerenza nella ricostruzione del ministero di Gesù. Non è detto che lo sviluppo sia stato sempre e necessariamente del tutto lineare: potrebbero essere ben ammessi ritocchi e - perché no? - ripensamenti. La stessa idea di coerenza va utilizzata tenendo ben presente che il ministero di Gesù e il suo annuncio, con ogni probabilità, non hanno avuto uno sviluppo sistematico.

In conclusione vorremmo annotare che, come abbiamo peraltro già detto anche per l'attestazione molteplice, il criterio di «spiegazione necessaria» servirebbe a mantenere la ricerca del Gesù storico in più utile sintonia con il procedimento storiografico generale. La «molteplice attestazione» e la «spiegazione necessaria» possono diventare, in maniera opportuna, due consistenti punti di contatto tra la ricerca del Gesù storico e la storiografia in generale. In forza di questo duplice avvicinamento, senza alcuna rinuncia alle proprie specificità, la ricerca del Gesù storico può evitare di apparire troppo straniera nel campo dell'indagine storiografica.

2.6. IL CRITERIO DELLA PLAUSIBILITÀ STORICA

Ci sembra opportuno soffermarci sul criterio della plausibilità storica riprendendo, anche se sfrondando con libertà, gli spunti offerti dal Theissen e dalla Merz.

Il nocciolo duro del criterio può essere espresso con queste parole: ciò che in tradizioni indipendenti, nonostante ogni differenza, è interpretabile in modo coerente può risalire alla figura storica di Gesù. La raccolta di ciò che è comune, al di là delle differenze pure chiare nelle testimonianze, fa percepire la presenza di un'individualità all'origine delle tradizioni. L'originalità della figura individuata va poi riportata a coerenza con l'ambiente giudaico da noi conosciuto. A questo proposito G. Theissen e A. Merz parlano di «corrispondenza contestuale» e di «individualità contestuale» come «criteri complementari della plausibilità storica».[66]

Il limite fondamentale del criterio della plausibilità storica, almeno preso nella globalità totalizzante in cui è delineato nel manuale Theissen - Merz, è dato dalla sua completa dipendenza da altri criteri, quali l'attestazione molteplice, la coerenza, la discontinuità.[67] Molto più utile sembra considerare separatamente i criteri parziali compresi al suo interno. In particolare la «corrispondenza contestuale» e l'«individualità contestuale» potrebbero avere una funzione importante a livello di verifica finale aiutando a determinare nuovi ritocchi e precisazioni.

Dopo aver usato tutti gli altri criteri, compreso quello di «spiegazione necessaria», il criterio della «corrispondenza contestuale» potrebbe aiutare a collocare più chiaramente la figura del Gesù storico nel mondo giudaico del I secolo. Utilizzando il criterio di «individualità contestuale» si dovrebbe riuscire a valorizzare la specificità della figura del «Gesù storico» ricostruito unificando, oltre la diversità, i molteplici dati emersi. La personalità originale dovrebbe diventare più chiaramente «individuale» proprio nel rapporto di continuità con l'ambiente storicamente ricostruibile che le appartiene.

3. UN EVENTUALE PROTOCOLLO OPERATIVO

Dopo la parte analitica, ci avviamo adesso a una proposta di sintesi, che valorizzi quanto abbiamo affermato a proposito dei singoli criteri.[68] Alla luce delle riflessioni sviluppate sopra è forse possibile proporre una pista sintetica, speriamo non troppo rigida e inutilmente schematica. In concreto proponiamo un eventuale «protocollo operativo». In questo modo evidenziamo quanto contenuto già nella valutazione dei singoli criteri.

3.1. PREMESSA: UNA POSSIBILE GERARCHIA NEI CRITERI E NEL LORO USO?

Nello stabilire un protocollo si pone, di fatto, la questione della possibile gerarchia dei criteri e del loro uso. L'idea che la storicità di un elemento sia tanto maggiore quanto più numerosi sono i criteri che gli si possono applicare è - a dir poco - ingenua. Non conviene lasciar serpeggiare una tale convinzione. L'impatto concreto dei diversi criteri è differente come variegati sono i casi d'applicazione. Non basta dire: in questo caso si possono invocare uno, due o tre criteri. Bisogna vedere quanto vasta è la base della loro applicazione e il momento in cui essi intervengono.

Il modello operativo suggerito si articola in un percorso che prevede cinque differenti tappe. Per comodità di sguardo d'insieme e per completezza della tabella indichiamo subito i criteri coinvolti nelle diverse fasi e nei singoli passaggi.

A) Fase preliminare: costituzione del «canone» delle fonti:

  • nessun particolare criterio attinente direttamente alla ricerca del Gesù storico.

B) Primo abbozzo della figura del Gesù storico.

Prima determinazione di un insieme d'elementi attendibili:

  • criterio di molteplice attestazione.

Individuazione delle parti più sicure di tale insieme:

  • segnali d'imbarazzo ecclesiale;
  • criterio della discontinuità.

Allargamento dell'insieme considerato storicamente sicuro:

  • criterio della coerenza;
  • criterio della discontinuità;
  • segnali d'imbarazzo ecclesiale.

Apporto delle altre tradizioni su Gesù:

  • segnali d'imbarazzo ecclesiale;
  • criterio della discontinuità;
  • criterio della coerenza.

C) Levigatura della figura del «Gesù storico» emersa:

  • criterio di «spiegazione necessaria»;
  • criterio di corrispondenza contestuale;
  • criterio dell'individualità.

3.2. FASE PRELIMINARE: DECISIONI PREVIE SUL CORPUS FONDAMENTALE DELLE FONTI

Le decisioni preliminari, a riguardo del corpus dei documenti da esaminare per costruire la figura del Gesù storico, riguardano la questione delle fonti eventualmente disponibili.

Tali valutazioni portano a decidere - appunto previamente - dell'estensione della zona di materiali storici in cui si possono applicare i criteri di storicità. Nel costituire questo corpus - che in precedenza abbiamo chiamato anche «canone» per il valore normativo che, di fatto, esso assume per la ricerca seguente - è necessario anche valutare il genere e la tenuta complessiva delle diverse parti del terreno della zona in cui possiamo operare.

Si possono distinguere qui tre questioni:

  1. genere e redazione dei vangeli canonici;
  2. intrecciarsi nei vangeli canonici di differenti tradizioni;
  3. possibile apporto delle fonti non canoniche.

La prima interrogazione porta a risultati che sono continuamente in moto. Quasi mezzo secolo di studi riflessamente redazionali ha contribuito, in maniera decisiva, a capire e a distinguere portata teologica e spessore storico di tanti aspetti delle narrazioni canoniche. Il cammino non è ancora finito. Certamente si potrà godere anche in futuro del continuo precisarsi del quadro reale, nei casi in cui l'affinamento dei metodi conduce a risultati più chiari.

La domanda sulle differenti tradizioni che s'intrecciano nei vangeli canonici porta a conclusioni abbastanza stabili, anche se la precisazione della redazione può portare a più nette determinazioni.

La mobilità della riflessione sul possibile apporto delle fonti non canoniche è meno vivace e veloce, anche se - almeno in linea di principio non sono escluse scoperte di documenti nuovi.

3.3. PRIMO ABBOZZO DELLA FIGURA DEL «GESÙ STORICO»

1) Prima determinazione di un insieme di elementi antichi e verosimili

La prima determinazione di un insieme d'elementi antichi e storicamente verosimili è fatta con la raccolta fondamentale dei dati garantiti dal criterio della molteplice attestazione, applicato soprattutto al materiale evangelico canonico.

2) Individuazione delle parti più sicure di tale insieme

Una volta stabilito un insieme di dati probabili in base al fatto di essere documentati in maniera ripetuta, si può procedere per determinare i punti che, in questa zona costruita con il criterio della molteplice attestazione, appaiono più sicuri. A questo scopo si possono rivelare utili la scoperta dell'«imbarazzo ecclesiale» e l'impiego accurato del «criterio della discontinuità».

3) Allargamento dell'insieme considerato storicamente sicuro

Per allargare l'insieme delle informazioni considerate probabili o storicamente sicure, dilatandosi oltre le possibilità della molteplice attestazione, si può ricorrere, di nuovo e con molta utilità, al «criterio della discontinuità». Esso permette di inserire tra elementi storicamente probabili anche alcuni dati, che sono attestati da un solo documento o che hanno una testimonianza soltanto parziale. Per questo lavoro, possono diventare piuttosto fecondi anche il «criterio della coerenza» e il rilievo del possibile «imbarazzo della Chiesa primitiva».

3.4. L'APPORTO DELLE ALTRE TRADIZIONI SU GESÙ

È a questo punto che, dopo aver sfruttato il materiale considerato fondamentale in base all'uso di quello che abbiamo chiamato il «canone» delle fonti più sicure, conviene esaminare anche le altre parti della tradizione. Si usano di nuovo tutti i criteri analitici adoperati nelle prime tre fasi di questa tappa. In concreto: i segnali d'«imbarazzo ecclesiale», il criterio della «discontinuità» e quello della «coerenza».

3.4.1. LEVIGATURA DELLA FIGURA DEL «GESÙ STORICO» EMERSA

L'ultima fase della ricerca della figura del «Gesù storico» potrebbe essere definita di «opportuna levigatura». A questo scopo si può procedere con l'applicazione degli ultimi due criteri: quello di «spiegazione necessaria» e quello di «plausibilità storica». G. Segalla, recensendo la criteriologia del Meier, osserva:

«Se la criteriologia, nell'applicazione analitica, può essere molteplice e varia, quando alla fine i dati sono messi insieme in una sintesi eidetica, si deve pur trovare un criterio unitario; può essere quello della «ragione sufficiente» (V. Fusco) o quello della «plausibilità storica» (Winter-Theissen)».[69]

Molto netta è l'intuizione delle due fasi: quella più analitica e quella più sintetica, che G. Segalla definisce eidetica. Più discutibile la funzione attribuita ai due criteri citati e il fatto che siano affiancati considerandoli alternativi. La «spiegazione necessaria» e la «plausibilità storica» non sono tanto da adoperare per ordinare e unificare i precedenti criteri analitici, ma piuttosto devono essere applicate ai risultati ottenuti con il lavoro già fatto. Essi funzionano allora come dei criteri veri e propri e non come una tendenza o un obiettivo generale di tutto il procedimento di ricerca. Vale la pena, inoltre, di valorizzarli separatamente come procedimenti, che possono condurre a un loro specifico risultato e, quindi, da tener distinti. Vedremo anzi che vale la pena di valorizzare in maniera autonoma i due criteri secondari della «plausibilità», elaborati da G. Theissen.

3.4.1.1. Il criterio di «spiegazione necessaria»

Il criterio di «spiegazione necessaria» può aiutare a coordinare e, in alcuni casi, a unificare gli elementi prima solo abbozzati e i risultati parziali. La spiegazione necessaria, applicata a un numero ampio di elementi, diventa più sicura di quanto non sia se adoperata per un solo detto o un fatto. Nella nostra esposizione non possiamo fare delle esemplificazioni, perché sarebbe necessario aver percorso in concreto il procedimento sopra soltanto formalizzato, ma è evidente che mentre da un punto passano infinite rette, dando più punti fissi, appare una sola linea o l'abbozzo di un'unica figura. A livello terminologico forse è preferibile la locuzione «spiegazione necessaria», invece di quella di «ragione sufficiente» impiegata da V. Fusco, perché lascia trasparire che si tratta di spiegare qualcosa che abbiamo tra mano.[70]

3.4.1.2. Il criterio di corrispondenza contestuale

Il criterio di «plausibilità storica» può aggiungere nuova luce alla levigatura della figura di Gesù emersa dai criteri più analitici e valorizzata con la setacciatura della «spiegazione necessaria».

Ripensando al criterio della plausibilità, elaborato da G. Theissen e collaboratori, mi pare valga la pena di tener distinti i diversi aspetti o, nel linguaggio di quest'autore, i «criteri parziali», che comprende. Solo «la plausibilità storica degli effetti esercitati da Gesù» corrisponde alla «spiegazione necessaria», così come noi la intendiamo. La «corrispondenza contestuale» e l'«individualità contestuale» meritano invece di essere ricuperate in maniera autonoma. Il criterio della plausibilità, che volentieri inseriamo nel nostro «protocollo operativo», comporta perciò i due aspetti complementari della «corrispondenza» e dell'«individualità» valutati alla luce del mondo giudaico in cui Gesù è inserito.

La riflessione sulla «corrispondenza contestuale» permette nuove verifiche sulla figura emersa e aiuta una comprensione finale del «Gesù storico» meglio inserita nel movimento storico in cui si muove. In questo modo le si può forse togliere un po' di quella staticità, che necessariamente l'affligge per il fatto di essere emersa per progressiva compattazione di particolari.

3.4.1.3. Il criterio dell'individualità

Il gradino definitivo della ricostruzione del Gesù storico può essere dato dalla riflessione sulla possibile «individualità». Ovviamente non si tratta di inserire ex abrupto, a questo punto della ricerca, il criterio di discontinuità: «individualità» non vuole dire originalità e non-derivabilità rispetto all'ambiente. G. Theissen e A. Merz dicono bene: «Individualità non significa non-derivabilità, bensì differenziazione all'interno di un contesto comune».[71] Non si tratta di negare il rapporto di Gesù con il suo mondo storico, ma di valorizzare un'«originalità contestuale». Più che in singoli aspetti discontinui, che certamente non mancano nella ricostruzione del Gesù storico ottenuta con l'applicazione analitica dei primi criteri, l'originalità del personaggio si annida a livello dell'unitarietà della figura, che deve apparire «contestuale», ma al tempo stesso ben «individualizzata».

4. QUALE UNITARIETÀ NELL’INDAGINE SUL GESÙ STORICO?

Dando un ultimo sguardo alla posizione dei tre autori analizzati, possiamo osservare come oggi si noti una volontà forte di unificare il cammino della ricerca del Gesù storico, anche se i modi proposti sono differenti. L'unificazione suggerita da J.P. Meier si affida alla classificazione ordinata e precisa dei criteri e alla loro netta riduzione numerica. V. Fusco propone di vedere i diversi criteri in relazione subordinata con il criterio-principe della ragione sufficiente. G. Theissen riduce i suoi quattro criteri parziali al principio unitario della plausibilità.

Il risultato della nostra riflessione è che l'unitarietà deve essere cercata nell'uso calibrato e gerarchico dei criteri. Occorre distinguere bene dopo l'operazione preliminare della costituzione del «canone» dei documenti fondamentali da esaminare: (a) la fase iniziale affidata al criterio della molteplice attestazione; (b) la creazione dell'abbozzo della figura realizzata con l'impiego dei criteri che hanno valore soprattutto analitico (il segnale dell'«imbarazzo della Chiesa primitiva» e i criteri della «discontinuità» e della «coerenza»); (c) la fase conclusiva in cui intervengono i criteri adatti a una funzione sintetica («spiegazione necessaria», «corrispondenza contestuale», «individualità»).

L'unitarietà sembra a noi da affidare alla progressività del protocollo operativo, più che alla preminenza formale di un singolo criterio (come fanno Fusco e Theissen) o alla semplice riduzione del numero dei criteri (come in J.P. Meier).

Per quanto la discussione dei criteri possa apparire sottile e formale - nel caso che il nostro contributo abbia esagerato in questo senso, ce ne scusiamo -, tuttavia questa ci sembra la sola strada capace di sottrarre il ricercatore alla tentazione di qualche scelta soggettiva. L'uso dei criteri - come confessa il Meier, in maniera ripetuta e disarmante - può portare uno studioso a chiudere in una direzione all'inizio non immaginata e forse poco gradita anche alla fine.

Note al testo

[1] J.P. MEIER, "The Present State of the "Third Quest" for the Historical Jesus: Loss and Gain», in Biblica 80(1999)4, 459-487. In senso più generale, anche Daniel Marguerat ritiene che «la ricerca del Gesù della storia ha stabilito, e progressivamente affinato, una serie di criteri di autenticità»; cf. D. MARGUERAT, «Gesù di Nazaret», in Storia del cristianesimo. Il nuovo popolo (dalle origini al 250), a cura di L. PIETRI, Roma 2003, 32-34.

[2] Cf. J.P. MEIER, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, II. Mentore, messaggio e miracoli, Brescia 2002 (ed. or. 1994), 14-15, nota 7; ripetuta in Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, III. Compagni e antagonisti, Brescia 2003 (ed. or. 2001), 22-23, nota 21.

[3] In questa linea piuttosto pragmatica e non interessata al dibattito sulla metodologia dei criteri sembra collocarsi anche G. BARBAGLIO, Gesù ebreo di Galilea. Un'indagine storica, Bologna 2002. Il suo studio inizia l'esposizione con un capitolo dedicato a «Storia della ricerca: stagioni, tendenze, risultati», senza affrontare direttamente il dibattito sulla questione dei criteri.

[4] Non è difficile immaginare che l'opera monumentale di J.P. Meier, pubblicata in una delle principali collane utilizzate da teologi sistematici e fondamentali, avrà un influsso importante nell'insegnamento universitario nel nostro paese. Parimenti è molto probabile che il manuale più accessibile di Theissen e Merz sarà adoperato a livelli anche di formazione istituzionale.

[5] J.P. MEIER, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, 1: Le radici del problema e della persona, Brescia 2001 (ed. or. 1991). 157-184. La pubblicazione di quest'opera è ancora in corso, mancando il volume quarto su Gli enigmi che Gesù pose e fu, promesso in MEIER, Le radici del problema, 648-649.

[6] G. THEISSEN - A. MERZ, Il Gesù storico. Un manuale, Brescia 1999 (ed. or. ²1999).

[7] Ricordiamo: V. Fusco, «Tre approcci storici a Gesù», in RdT 23(1982), 205-218: ID., «Gesù storico e Gesù terreno», in RdT 24(1983), 311-328; ID., «Il valore storico dei vangeli», in M. LÀCONI E COLL., Vangeli sinottici e Atti degli Apostoli, Leumann (Torino) 1994, 119-132 (pp. 123-136 della seconda edizione, uscita nel 2002 dopo la morte di mons. Fusco). La qualificata abilità di V. Fusco di muoversi nella valutazione delle tradizioni del Nuovo Testamento e sulla loro capacità di condurre al «Gesù storico» appare, di fatto, nel suo Le prime comunità cristiane. Tradizioni e tendenze nel cristianesimo delle origini, Bologna 1997.

[8] R. FABRIS, Gesù di Nazaret. Storia e interpretazione, Assisi 1983. L'opera, che ha ormai vent'anni, nel capitolo su «Le fonti e il metodo» (pp. 35-63) dedica le pagine finali a «Criteri di storicità applicati ai vangeli» (pp. 60-63). Il titolo rivela implicitamente che non c'è ancora la concezione di una metodologia necessariamente specifica, ma si applica quella storica generale. Il clima era allora ancora quello della seconda ricerca sul Gesù storico.

[9] G. BARBAGLlO, Gesù ebreo di Galilea. Cf. la nota 3.

[10] V. FUSCO, «La quète du Jésus historique. Bilan et perspectives», in Jésus de Nazareth: nouvelles approches d'une énigme, a cura di D. MARGUERAT - E. NORELLl - J.-M. POFFET, Genève 1998, 25-57. V. Fusco, «La ricerca del Gesù storico. Bilancio e prospettive», in La parola di Dio cresceva (At 12,24). Scritti in onore di C.M. Martini nel suo 70° compleanno, a cura di R. FABRIS, Bologna 1998, 487-519.

[11] MEIER, Le radici del problema, 157-184. Il capitolo è intitolato: «Criteri: come determinare ciò che proviene da Gesù?».

[12] Lo schema complessivo del sistema proposto dal Meier è il seguente. Criteri princi­pali: (1) criterio dell'imbarazzo; (2) criterio della discontinuità; (3) criterio della molteplice attestazione; (4) criterio della coerenza; (5) criterio del rifiuto e dell'esecuzione di Gesù. Tra i criteri secondari (o dubbi) si possono distinguere quelli complementari e quelli inutilizzabili. I criteri complementari comprendono: (6) il criterio degli indizi aramaici; (7) il criterio dell'ambiente palestinese; (8) il criterio della vivacità della narrazione. I due criteri inutilizzabili sono: (9) il criterio delle tendenze di sviluppo della tradizione sinottica e (10) il criterio della presunzione storica. Entro questo quadro sintetico, merita osservare esplicitamente che il Meier rifiuta il criterio della «spiegazione necessaria», caro a teologi come R. Latourelle e la sua scuola.

[13] MEIER, Le radici del problema, 160-164.

[14] Un altro caso, in parte simile, è la non conoscenza di Gesù del giorno finale (cf. Mc 13,32). Per quanto riguarda il grido di abbandono di Gesù sulla croce (Mc 14,34 e Mt 27,46), Meier invece pensa che «non c'è motivo di credere che i primi cristiani (giudei che conoscevano bene le loro Scritture) ritenessero il grido di abbandono imbarazzante» (MEIER, Le radici del problema, 164).

[15] MEIER, Le radici del problema, 164.

[16] MEIER, Le radici del problema, 164-168.

[17] Questo criterio comprende al suo interno il criterio d'imbarazzo, ma se ne distanzia essendo molto più largo.

[18] MEIER, Le radici del problema, 167.

[19] MEIER, Le radici del problema, 169-171.

[20] Evidentemente questo criterio non si può usare al negativo: può essere benissimo che un detto e/o un'azione storica siano entrati in una sola testimonianza.

[21] MEIER, Le radici del problema, 171-173.

[22] MEIER, Le radici del problema, 171.

[23] MEIER, Le radici del problema, 173.

[24] MEIER, Le radici del problema, 173: «Un Gesù le cui parole e i cui fatti non gli avessero alienato la gente, specialmente i potenti, non è il Gesù storico».

[25] È giusto mettere un evento che si ritiene sicuro come pietra di paragone decisiva per un determinato procedere e chiamare tutto questo criterio? Non si deve, nella scoperta di criteri veri e propri, procedere a un livello maggiore di «formalizzazione»?

[26] MEIER, Le radici del problema, 183.

[27] MEIER, Le radici del problema, 174-176.

[28] La Chiesadi Gerusalemme, fin dall'inizio, utilizzava sia la lingua aramaica che quella greca (cf. gli ellenisti in At 6). La traduzione in greco dei detti di Gesù avvenne molto presto.

[29] MEIER, Le radici del problema, 177.

[30] «La Palestina riflessa nei detti creati da cristiani giudei del 33 d.C. difficilmente potrebbe differire dalla Palestina riflessa nei detti di Gesù del 29 d.C. ».

[31] Forse non a caso l'esempio scelto (parabole che riflettono una dilazione della parusia) è teologico.

[32] MEIER, Le radici del problema, 178-179. L'argomento era amato da V. Taylor per interpretare Marco.

[33] MEIER, Le radici del problema, 179.

[34] E.P. Sanders ha mostrato che troviamo testi che diventano più lunghi e testi che diventano più brevi, discorsi diretti che diventano indiretti e viceversa, nomi propri tralasciati come altri aggiunti.

[35] MEIER, Un ebreo marginale, I. 181-182. Senza spingersi nella posizione di N. PERRIN (Rediscovering the Teaching of Jesus, London 1967, 39: «La natura della tradizione sinottica è tale che l'onere della prova ricade sull'affermazione d'autenticità»), J.P. Meier ritiene che la prova è semplicemente a carico di chiunque tenti di provare qualcosa.

[36] J.P. Meier cita per la posizione contraria soprattutto R. Latourelle che invece ritiene questo il più importante dei criteri fondamentali.

[37] Cf. MEIER, Un ebreo marginale, 182 nota 66.

[38] MEIER, Le radici del problema, 182, nota 66.

[39] FUSCO, «La ricerca del Gesù storico», 487-519.

[40] «Da qualche tempo si è cominciato a parlare di una "terza ricerca del Gesù storico" (dopo la "vecchia" ricerca liberale e la "nuova" ricerca postbultmanniana). in atto a partire dagli anni '80 soprattutto negli Stati Uniti. A nostro avviso però i tentativi elencati sotto questa etichetta non sono tali da delineare un paradigma comune e realmente nuovo» (Fusco, «La ricerca del Gesù storico», 501-502).

[41] FUSCO, «La ricerca del Gesù storico», 508.

[42] FUSCO, «La ricerca del Gesù storico», 510.

[43] FUSCO, "La ricerca del Gesù storico», 511.

[44] FUSCO, «La ricerca del Gesù storico», 511.

[45] Con una domanda esemplificativa Fusco aggiunge: si deve proprio scegliere tra «l'escatologia conseguente» (A. Schweitzer) e «l'escatologia realizzata» (C.H. Dodd), oppure tra il Gesù apocalittico e il Gesù sapienziale?

[46] Le domande che ci si deve porre sono: cos'è che spiega l'opposizione delle autorità gerosolimitane e la morte in croce di Gesù (N. A. Dahl)? Cos'è che spiega la fede della comunità postpasquale nella messianicità di Gesù (M. Hengel), oppure il rispetto per la legge e al tempo stesso la capacità di emanciparsene seppur gradualmente? Come doveva essere Gesù per spiegare le varie immagini che ci si è formati di lui?

[47] Si deve annotare che Fusco (caso per lui del tutto insolito) sembra non conoscere la posizione dibattuta da Meier nel 1991 e, quindi, non prende in considerazione le osservazioni ivi contenute contro il criterio della spiegazione necessaria. L'esegeta americano è citato nella bibliografia dell'articolo italiano, ma le sue posizioni non sono riprese in nessun punto del dibattito: cf. Fusco, «La ricerca del Gesù storico», 518 (il nome di Meier non compare invece nella stesura francese dell'articolo).

[48] FUSCO, «La ricerca del Gesù storico», 512.

[49] Quale esempio è scelto l'Abbà: «È difficile che i cristiani di loro iniziativa abbiano potuto arrogarsi questa inaudita intimità filiale» (Fusco, «La ricerca del Gesù storico», 513). L'esempio, però, sembra discutibile, non nel senso di una sua non storicità, ma perché non è sicuro che sia cosi nuovo per il giudaismo come Fusco sembra ritenere.

[50] FUSCO, «La ricerca del Gesù storico», 513.

[51] FUSCO, «La ricerca del Gesù storico», 513.

[52] Cf. soprattutto il capitolo intitolato «L'analisi delle fonti: scetticismo storico e ricerca su Gesù», in THEISSEN - MERZ, Il Gesù storico, 148-150. In quest'opera è utilizzato un precedente lavoro di G. Theissen e D. Winter: G. THEISSEN - D. WINTER, Die Kriterienfrage in der Jesusforschung. Vom Ditferenzkriterium zum Plausibilitätskriterium, Freiburg-Göttingen 1997.

[53] La posizione critica assunta nei riguardi dei criteri classici della «seconda ricerca» è netta, durissima. Il criterio della differenza è «dogmatica mascherata» e, inoltre, non è applicabile poiché «abbiamo a disposizione solo una selezione causale» delle fonti. Il criterio della coerenza non è un filo conduttore sicuro: «si basa sul criterio della differenza e perciò ne sviluppa ulteriormente i presupposti errati»; cf. THEISSEN - MERZ, Il Gesù storico, 148-149.

[54] THEISSEN - MERZ, Il Gesù storico, 149.

[55] Interessante la valutazione seguente: «Mentre nella metodologia del new quest il criterio della coerenza era usato soltanto in dipendenza dal criterio della differenza, ora invece il criterio della coerenza va applicato indipendentemente da quello della differenza».

[56] Il linguaggio usato a questo proposito dal manuale è piuttosto contorto: speriamo di avere capito bene. Non riprendiamo elementi che sono già chiari da quanto detto in precedenza. Per es., non ripetiamo l'osservazione sulla forza maggiore che l'attestazione molteplice ha nei casi in cui ricorra in forme e generi letterari differenti (cf. su questo la posizione di J.P. Meier).

[57] THEISSEN - MERZ, Il Gesù storico, 150.

[58] THEISSEN - MERZ, Il Gesù storico, 151.

[59] Una ripresa e una valutazione positiva del criterio della plausibilità storica, almeno secondo la proposta Theissen-Winter, in G. SEGALLA, «Ripensare il Gesù storico», in Teologia 26(2001), 238-245. G. Segalla ritiene questa proposta «più praticabile» rispetto a quella di J. P. Meier (p. 242).

[60] MEIER, Le radici del problema, 169: «Il criterio di molteplice attestazione (o "sezione trasversale") si concentra su quei detti o fatti di Gesù che sono attestati in più di una fonte indipendente (per es. Marco, Q, Paolo, Giovanni) e/o in più di una forma o genere letterario (per es. parabola, racconto di disputa, racconto di miracolo, profezia, aforisma)». Di avviso simile sono anche THEISSEN - MERZ, Il Gesù storico, 150. L'esempio più interessante è quello dell'attestazione dell'attività taumaturgica di Gesù, testimoniata non solo da tutte le fonti antiche, ma presente in differenti forme evangeliche (parole di Gesù, racconti, sommari).

[61] Suggeriamo un esempio per ciascuno di questi tre livelli previi. Il testimonium flavianum va inserito nell'elenco dei documenti attendibili per la storicità di Gesù? Quale tasso di storicità può essere attribuito ai detti custoditi in un'opera come il Vangelo secondo Tommaso? Come valutare la proposta di un Vangelo della croce, scritto più o meno alla metà del I secolo, che secondo la suggestione di J.D. Crossan starebbe a monte del Vangelo di Pietro (cf. MEIER, Le radici del problema, 114)?

[62] Ripetiamo: scelti non perché canonici, ma perché i più antichi.

[63] Ovviamente, a meno che non si preferisca sorprendere i lettori colpendoli con un quadro nuovo, ricavato da materiali prima ignoti.

[64] FUSCO, «La ricerca del Gesù storico», 512.

[65] SEGALLA, «Ripensare il Gesù storico», 243.

[66] THEISSEN - MERZ, Il Gesù storico, 151.

[67] Esso è particolarmente condizionato anche dalla ricostruzione concreta del giudaismo coevo a Gesù.

[68] Un panorama recente d'osservazioni sintetiche su quelli che chiama i criteri d'autenticità è offerto dal già citato MARGUERAT, «Gesù di Nazaret», 32-34.

[69] SEGALLA, «Ripensare il Gesù storico», 243.

[70] La definizione «ragione sufficiente» si adatta meglio, sembra, anche al caso di un solo elemento, a proposito del quale ci si domanda se ci siano ragioni per accettarlo come autenticamente storico.

[71] THEISSEN - MERZ, Il Gesù storico, 152.