La celebrazione domenicale, luogo educativo e rivelativo: vera catechesi in atto. Appunti da una relazione di Luigi Girardi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 27 /06 /2011 - 23:44 pm | Permalink
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Mettiamo a disposizione alcuni appunti presi nel corso della relazione tenuta dal prof. L. Girardi in occasione del XLV Convegno nazionale dei direttori UCD “Adulti testimoni della fede, desiderosi di trasmettere speranza”, il giorno il 23/6/2011. Ovviamente il testo di questi appunti non è stato rivisto dal relatore. Lo mettiamo lo stesso a disposizione, perché, pur nella imprecisione del resoconto, permette di rendersi conto della ricchezza dell'intervento. Dello stesso convegno vedi su questo stesso anche la relazione “Il cantiere dell’educazione cristiana”: annuncio – celebrazione – testimonianza e ambiti della vita quotidiana. Relazione al XLV Convegno nazionale dei direttori UCD “Adulti testimoni della fede, desiderosi di trasmettere speranza”, di Andrea Lonardo.

Il centro culturale Gli scritti (27/6/2011)

Indice

1/ Alcune premesse

1.1/ La liturgia: “vera catechesi in atto”? Opportunità di un punto interrogativo

Quando si afferma che la liturgia è una vera catechesi in atto – come fa il Documento di base al n. 114 – si dice ovviamente qualcosa di profondamente vero e giusto. Il limite di questa affermazione è, però, che se manca un'analisi di cosa voglia veramente dire questa espressione, essa resta di scarsa efficacia. Meglio metterla allora col punto interrogativo: la liturgia è vera catechesi in atto?

1.2/ Il problema del rapporto tra liturgia e catechesi: contrapposizione (a qual fine?), sostituzione (con quale esito?), sovrapposizione (a quale prezzo?)

La nostra questione è controversa, se solo la approfondiamo un po'. Vi sono, infatti, modi di pensare il rapporto fra liturgia e catechesi che passano attraverso una opposizione chiara e netta. Si dice, giustamente, che la liturgia non è catechesi! Si dice altrettanto giustamente che la catechesi non è liturgia!

Non dobbiamo accettare troppo in fretta un'omologazione delle due che svilirebbe entrambe. E il rischio di questa omologazione è reale, non solo ipotetico.

Se è possibile un'omologazione frettolosa è anche possibile il suo contrario, cioè un'emarginazione. La liturgia può dire, infatti, che non teme l'omologazione della catechesi, ignorandola: se la liturgia è catechesi, basta allora – si potrebbe pensare - una liturgia ben fatta.

All'opposto, si potrebbe pensare che tutti i problemi della vita ecclesiale vadano risolti con la catechesi... Se le cose vanno male, la colpa è della catechesi, la liturgia non c'entra! Bisogna cambiare la catechesi e tutto tornerà a posto, non è necessario riflettere sulla liturgia – si ragiona spesso implicitamente così. Siccome la liturgia viene dopo la catechesi, basterà modificare la catechesi e la liturgia crescerà di conseguenza.

1.3/ Mantenere una buona distinzione che consenta una sana collaborazione

È possibile anche una confusione delle due: ad esempio, fare catechesi durante la liturgia. C'è chi pensa che si possa tranquillamente usare un power-point nella liturgia - abbiamo mezzi potentissimi e la gente dice: “che moderno!”. Invece tradiamo così la vera catechesi e la vera liturgia!

Vedete che non è facile individuare immediatamente lo specifico contributo della liturgia alla catechesi.

E non basta nemmeno dire – anche se è importante – che l'eucaristia domenicale è ancora il luogo principale dove incontriamo tanta gente, più che non nella catechesi. I riti, infatti, sono ancora una “piazza” più di tanti altri momenti: da questo punto di vista anche un'analisi sociologica ed antropologica dell'importanza dei riti nella chiesa sarebbe importante, mentre questo tema è spesso disatteso dalle analisi.

2/ L'eucaristia domenicale e i suoi profili formativi

2.1/ L'eucaristia appartiene al “vissuto” della fede e contribuisce a formarlo

Se vogliamo, però, avanzare nella nostra riflessione dobbiamo partire da un punto di vista corretto. L'eucaristia appartiene al vissuto “normale”, al vissuto di “primo grado” - potremmo dire - di una comunità.

Esiste cioè un vissuto della fede che precede la riflessione sulla fede – questa riflessione è “di secondo grado”. Certo quello della liturgia è un vissuto che è anche intelligente, ma è innanzitutto un vissuto! Nella liturgia appare chiaramente che la fede non è la conclusione di un ragionamento.

Al vissuto della fede appartiene anche l'intelligenza, ma la liturgia appartiene al vissuto quasi immediato.

La liturgia è tale quando noi siamo dentro questa azione, non quando la guardiamo dall'esterno, quando riflettiamo su di essa: se riflettiamo troppo sopra di essa siamo già fuori di essa.

Definire un atto di fede e porre un atto di fede non sono la stessa cosa. La peculiarità della liturgia è che non ci fa riflettere su cosa è la fede, ci fa fare un atto di fede, ci fa dire “credo”.

Si capisce subito, allora, che io non posso prendere la liturgia come “strumento per...”. Se lo facessi, questo mi farebbe spettatore, mi collocherebbe all'esterno dell'azione liturgica.

Il grande teologo della liturgia Salvatore Marsili diceva a proposito che la liturgia è “teologia prima”: è parlare a Dio, è parlare con Dio. La teologia, invece, è una “teologia seconda”, è cioè un “parlare di Dio”.

La liturgia, in questo, è simile alla vita: nella nostra esistenza, i fatti della vita ci formano potentemente. La vita ci forma, anche se non è un “attività formativa”. La liturgia ci forma con molta gradualità e lentezza, dura quanto dura la vita!

Invece, spesso, noi pretendiamo tutto da una celebrazione, da un'Iniziazione cristiana e vogliamo vederne subito gli effetti ed i frutti.

2.2.1/ La riscoperta (progressiva) di alcuni elementi celebrativi come fonti per la formazione: i testi biblici ed eucologici (la visione teologica della liturgia)

La liturgia ci ricorda così che l'esperienza di fede è una: non è divisa per discipline come la studiamo. Possiamo approfondire quanto andiamo dicendo, vedendo con più attenzione alcuni elementi celebrativi ed il loro valore educativo.

Merita innanzitutto soffermarsi sullo strettissimo rapporto che esiste fra la Scrittura e l'eucologia. Gli studi in materia ci hanno fatto capire che la liturgia è una fonte incredibile per comprendere la Scrittura. Possiamo leggere la Scrittura attraverso la preghiera che la Scrittura suscita.

In questo senso, il Sacramento è il gesto materiale che ci fa interiorizzare la Parola. Si potrebbe anche dire che nel movimento che ha condotto al Concilio è stata la liturgia a far riscoprire la Bibbia! Certo anche viceversa, ma è stata anche la liturgia a condurre alla Bibbia!

Abbiamo riscoperto che il Canone Romano non è né la prima, né la più antica delle preghiere eucaristiche - ce ne sono almeno una ottantina e ce n'è una che non ha nemmeno il racconto dell'ultima cena ed è vera preghiera eucaristica.

Si potrebbe fare catechesi sulle preghiere eucaristiche! Sarebbe vera catechesi, così come quella che si fa sulla Scrittura.

Viene in mente qui il testo famosissimo di Prospero di Aquitania lex orandi lex statuat credendi, cioè ciò che preghiamo – la fede praticata – stabilisca la fede formulata.

Ecco allora un primo grande recupero: quello del rapporto fra i testi biblici e l'eucologia.

2.2.2/ La riscoperta (progressiva) di alcuni elementi celebrativi come fonti per la formazione: i gesti e le interazioni celebrative (la sapienza del corpo celebrante)

Ma esiste dell'altro. C'è la riscoperta dei gesti e delle interazioni, la riscoperta della “sapienza del corpo”. Non possiamo non ricordare qui Romano Guardini con il suo volume “I santi segni”, libro gustoso, bello, che è del 1920! Ciò che ha detto allora, si potrebbe dire adesso ed avrebbe lo stesso valore ed efficacia, tanto è antico e nuovo. Guardini parla delle azioni liturgiche in modo non didascalico, come formatrici della persona del credente, dai gesti più semplici, quello di incedere, di salire all'altare, quello di utilizzare l'acqua santa. Non banalmente didascalico, piuttosto fenomenologico... Quel gesto dice molto di più delle spiegazioni che se ne forniscono, ma soprattutto la liturgia ci dice il “come” quel gesto produce l'esperienza.

La liturgia non è fatta, infatti, solo di parole. Il Messale, da solo, non fa la messa! Ciò che è scritto deve divenire “gesto verbale”, “gesto orale”! In fondo la liturgia è fatta di gesti semplicissimi: ci si raduna insieme, ci si saluta, si ringrazia, si offre, si fa un pasto, ecc.

A volte pensiamo ai gesti liturgici come complicatissimi, mentre in realtà sono semplicissimi. La liturgia forma, perché questi gesti “danno forma”. La liturgia ci fa fare i gesti della confidenza con Dio e questo ci fa confidenti, ci fa fare i gesti dell'ascolto e ci rende così persone che ascoltano. Non diventiamo “ascoltatori della Parola”, se non mettendoci in ascolto.

2.2.3/ La riscoperta (progressiva) di alcuni elementi celebrativi come fonti per la formazione: i luoghi, i suoni, le immagini, le vesti, gli arredi... (la cultura della fede)

Lo stesso si potrebbe dire dei canti, dell'architettura, ecc. Tutto questo ci “forma”. Possiamo così parlare di architettura romanica, gotica o barocca, ma dobbiamo anche parlare di spiritualità romanica, gotica o barocca: un popolo prende forma e dà forma alla vita, al tempo, alla storia, tramite la liturgia.

Utilizzando certi “prodotti” artistici – una cattedrale, ad esempio – la catechesi ti porta a recuperare anche la liturgia in cui viveva, di cui era parte quel determinato “prodotto”. Se vuoi presentare un'opera d'arte cristiana puoi anche far ascoltare i canti liturgici dell'epoca, ecc.

Questo fa riconciliare l'adulto con la forma della fede che ha ricevuto: è essenziale non perdere niente di quanto il passato ci ha consegnato... quel che hanno fatto loro è quello che dobbiamo fare anche noi.

2.3/ La forma rituale “messa in opera” e la sua logica formativa

C'è una quarta riscoperta importante da fare: quella della forma rituale che viene messa in atto. La liturgia ha in sé una forma propriamente iniziatica. Ci forma in quanto ci introduce dentro un'esperienza, dentro un modo di essere. Ci introduce in testi, gesti, luoghi/suoni: tutto questo viene valorizzato nella liturgia in modo rituale.

Non si recupera veramente la liturgia se si recupera il suo contenuto, ma lo si recupera senza il rito che essa richiede e propone. La liturgia afferma il primato di Dio, ma lo afferma facendoci stare sotto il primato di Dio. Nella liturgia ti viene detto di fatto, con i gesti: “sappi che devi fare un passo indietro per essere secondo, perché è Dio che agisce”. Ogni volta, infatti, che ci rendiamo protagonisti nella liturgia, togliamo il primato di Dio. Se si dà troppo protagonismo al prete, al coro, all'assemblea, io troverò poi nella liturgia solo ciò che il protagonista mette, non trovo più ciò che Dio ci mette.

Perché emerga Dio, serve il rito! Nella liturgia esiste un “ordine”. Esiste un “ordine” - essa è ordinata - perché c'è qualcosa che la precede, c'è l'azione di Dio. Se non ci fosse quest'ordine sarebbe troppo legata al soggetto. Nella liturgia noi accettiamo di prendere posto, il posto che essa ci assegna.

Per questo nella liturgia c'è sempre il pericolo del formalismo, ma c'è sempre anche il pericolo del protagonismo. Nella liturgia il posto non è frutto di conquista, è piuttosto un posto che ti è stato assegnato. Tu prendi posto come “servo” in un ordo che rende relativi gli uni agli altri e tutti a Dio.

Avere un ordo preciso implica che nessuno possa prevaricare sull'altro. Ognuno deve fare tutto e solo ciò che spetta a lui... l'ordo protegge la comunità da eccessivi protagonismi. Se l'ordo variasse sempre, avremmo solo la gente che cerca la novità di quel prete lì. Nella liturgia, invece, la forza della ripetitività è essenziale. Solo così essa lascia spazio a Dio.

La liturgia è così un agire gratuito. Non pretende niente da Dio, pur usando l'imperativo quando si rivolge a Lui. Nella liturgia si dice: «Ti chiediamo questo, te lo chiediamo per Cristo»... ma è poi l'assemblea stessa che dice «Amen». Siamo cioè sospesi, restiamo sospesi, perché ci siamo affidati a Lui.

Ha scritto Pierangelo Sequeri nel volume I segni della destinazione che l'eucaristia forma e riforma la chiesa perché la ferma intorno al corpo del Signore. Egli ha affermato che, in fondo, la comunità che celebra è una comunità inoperosa! Dal papa all'ultimo dei battezzati, la chiesa fa una sola cosa, mette al centro non il corpo di uno di noi, bensì il corpo del Signore. Proclama di non poter fare a meno di questo e di non poter fare più di questo!

2.4/ Attenzione ad alcuni elementi: l'omelia (catechesi o mistagogia?) e le didascalie (quale “genere letterario?)

Questo accade se la celebrazione resta fine - come è in realtà - e non diviene mezzo!

Vediamo la possibilità di rendere la liturgia un mezzo, ad esempio, in alcune omelie. Conosciamo celebrazioni in cui l'omelia è di tipo didascalico, didattico, proponendosi come l'unico centro di interesse della celebrazione. Dopo un'omelia a volte lunghissima, poi il prete corre fino alla fine della celebrazione. Questo non è un buon esito, questo non è vivere la liturgia come catechesi in atto!

Lo vediamo anche nel possibile abuso delle didascalie. Esse possono essere tanto preziose, quanto fastidiose - io comincio a non sopportarle più. Spesso non le sopporto più così come sono fatte.

Pensiamo a certe didascalie ripetitive sui doni portati nella processione offertoriale. Che, innanzitutto, sono doni falsi, perché non sono donati a nessuno. Infatti, chi li ha portati, poi se li riprende alla fine della liturgia! Pensiamo a certe monizioni: “Questo vuol dire questo”, “questo vuol dire quello”... Quando facciamo la spiegazione è come se infilassimo nell'imbuto una cosa che non ci passa, che non c'entra.

3/ Verso alcune conclusioni

3.1/ La responsabilità verso l'eucaristia, per le nuove generazioni: ars celebrandi e stili celebrativi

Se abbiamo una responsabilità dell'eucaristia per le nuove generazioni è quella di arrivare ad un'ars celebrandi che faccia emergere uno stile di chiesa. Ha affermato il Concilio che “i riti debbono splendere per nobile semplicità”. Non debbono cioè essere nascosti – come se fossero miseri – ma debbono splendere non per fasto, bensì per “nobile semplicità”.

Serve un arte di celebrare che faccia risplendere l'eucaristia, perché l'eucaristia lavorerà poi.

3.2/ Che cosa ci si può attendere (a livello formativo) dall'eucaristia? Rischio di sovraccarico intellettualistico, a scapito di una formazione più semplice e solida di appartenenza ecclesiale

Non bisogna attendersi tutto dalla liturgia, né attendersi tutto subito, né attendersi tutto da essa! C'è bisogno di una ragionevolezza, c'è bisogno di catechesi, perché la liturgia è di primo grado, mentre la riflessione è “seconda”. La liturgia mette i puntelli giusti, è come se costituisse la punteggiatura, il ritmo giusto.

3.3/ Se la liturgia (l'eucaristia) è catechesi in atto, non lo è però nel modo (e con il metodo) della catechesi, ma nel modo di un rito

La liturgia mette i punti giusti. Ma non mette semplicemente dei “testi” giusti, bensì mette soprattutto dei “gesti” giusti. È catechesi in atto, ma non lo è al modo della catechesi, lo è al modo della liturgia. Per questo si connette con la catechesi. Bisogna “lasciare” che la liturgia formi.

3.4/ Per sviluppare la sua efficacia formativa, l'eucaristia ha bisogno di catechesi?

Non siamo noi che dobbiamo dare senso al celebrare, piuttosto noi dobbiamo prendere senso dal celebrare. La celebrazione non l'ha inventata uno di noi; il celebrare è prendere parte al Dio che si rivela.

Risposte alle domande

Nella discussione che è seguita, il prof. Girardi ha poi precisato che il sacramento non è solo materia e forma, ma è anche “rito”. Il CCC ha questa visione, mentre il Compendio sembra essere meno chiaro su questo punto.

Ha precisato che la liturgia non è solo l'eucaristia, mentre nella prassi pastorale, se si raduna la comunità e non si fa la messa, sembra che non si faccia niente! Bisognerebbe invece valorizzare tutta la liturgia, ad esempio anche il vespro e le altre “ore”.

Spesso si invoca la necessità di una “mistagogia”, ma bisogna fare attenzione perché questa parola oggi sembra una parola magica che, alla resa dei conti, non risolve oggi molto. Si dovrebbe piuttosto precisare: qual è il modo fecondo di fare mistagogia?

Si pensi, ad esempio, alle Catechesi di Cirillo: esse sono omelie, non sono catechesi. Sono omelie e quindi hanno un contesto celebrativo. Esse accostano i diversi temi “per esperienze salvifiche”: voi avete fatto così al momento del battesimo, così come Naaman il Siro ha fatto, così come Mosè ha fatto, ecc. ecc.

Ci vuole, comunque, fiducia, sapendo che ci vuole tempo, sapendo che le cose che colpiscono la gente non sempre sono quelle che colpiscono noi!

Affermava recentemente Nicola Bux che la liturgia sta tornando ad essere un tema caldo, sta divenendo un tema difficilissimo, un tema caldissimo nel confronto, segno che il problema esiste veramente e che forse bisognerebbe parlarne di meno per risolverlo.