Un invito a La superstizione del divorzio di G.K. Chesterton. Appunti di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 27 /07 /2011 - 15:05 pm | Permalink
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Presentiamo sul nostro sito un invito alla lettura di G.K. Chesterton, La superstizione del divorzio, San Paolo, Torino, 2011. Per altri testi su G.K. Chesterton, vedi su questo stesso sito la sezione Letteratura.

Il Centro culturale Gli scritti (27/7/2011)

«L’amore di un uomo e di una donna non è un’istituzione che possa essere abolita, o un contratto da potersi rescindere. È qualcosa più antico di tutte le istituzioni e di tutti i contratti; e che certamente sopravvivrà loro».

G.K. Chesterton argomenta come sempre a partire dalla realtà. Nel volume La superstizione del divorzio (San Paolo, Torino, 2011) è tradotta la versione che lo stesso scrittore volle preparare per la pubblicazione in forma di volume di cinque suoi articoli sul tema del divorzio che apparvero sul New Witness agli inizi del novecento.

Chesterton ironizza innanzitutto sul fatto che chi parla di divorzio deve ben conoscere prima il valore del matrimonio[1]

«È inutile parlare di riforma senza prima aver fatto riferimento alla forma. Vorrei fare un paragone scaturito dal mio gusto e dalla mia immaginazione: non c’è niente che io consideri più bello e meraviglioso di una finestra. Tutti i davanzali sono davanzali magici, non importa che si affaccino sulla nebbia o su un giardino; essi confinano con il misterioso e definitivo paradosso di limite e libertà.

Ma se con la mia immaginazione seguissi il mio primo istinto verso un numero infinito di finestre, si finirebbe con il non avere più nessun muro. E tra parentesi potrei aggiungere che si finirebbe con il non avere più nessuna finestra; perché una finestra crea un’immagine per la sua capacità di offrirci una cornice. Ma questo fa emergere un mio errore ancora più semplice e fatale. Ho voluto una finestra senza prima fermarmi a considerare se volessi una casa.

Oggi vengono fatte molte proposte in nome di quella luce e di quella libertà che possono essere ben rappresentate dall’immagine delle finestre; in particolare queste proposte vengono fatte in merito all’ampliamento e alla liberazione dell’idea della casa, intesa nel senso di famiglia. Molte persone disinteressate avanzano osservazioni ragionevoli riguardo il divorzio inteso come forma di liberazione domestica; ma nel dibattito giornalistico, e in generale, ci sono troppe menti che danno l’impressione di ragionare a ritroso e a caso, verso un numero infinito di finestre e la completa assenza di muri. Questa gente afferma di volere il divorzio senza chiedersi prima se vuole il matrimonio.

Anche se semplicemente si volesse divorziare bisognerebbe passare attraverso la pura formalità di sposarsi; e se non volessimo considerare la natura dell’atto iniziale tanto varrebbe discutere anche di un taglio di capelli per i calvi o di un film per i ciechi. Essere divorziati è in senso letterale non essere più sposati; e non ha senso disfare una cosa quando non sappiamo nemmeno se l’abbiamo fatta.

Non esiste forse peggior consiglio, nove volte su dieci, di quello di liberarsi della fatica più vicina. Questo vale specialmente quando ciò significa, come succede generalmente, rimuovere l’ostacolo più vicino. Equivarrebbe a considerare opportuno che gli uomini si comportino non come uomini, ma come i topi; sarebbe a dire “rosicchia la prima cosa che ti capita a tiro”. L’uomo, come il topo, tende a scardinare ciò che non comprende. E dato che ha sbattuto contro qualcosa lo chiama l’ostacolo più vicino; non importa che questo ostacolo sia il pilastro portante che sostiene il tetto sopra la sua testa.

Con zelo si dedica alla rimozione dell’ostacolo; e per tutta risposta l’ostacolo rimuove lui e cose anche più preziose di lui. Questo opportunismo è forse la maniera meno pratica di agire in un mondo che venera così intensamente l’astrazione.

La gente disapprova la critica distruttiva senza un motivo preciso; ma la questione della critica distruttiva non è tanto che essa distrugga, quanto che non sia vera critica. È distruzione senza un disegno. È come smontare senza criterio, pezzo per pezzo, un complesso macchinario, senza nemmeno sapere quale sia il suo scopo. E se un uomo si mette ad armeggiare con una macchina micidiale basandosi sul principio di toccare la leva più vicina, scoprirà subito il difetto di questa facile filosofia».

Il divorzio esiste certamente, insomma, ma come l’eccezione alla regola, non come la roccia su cui si edificano la società ed il futuro degli uomini. Lo scrittore inglese ricorda incisivamente che il matrimonio appartiene ai legami della fraternità umana. Proprio i cristiani sono quelli che, nella confusione del tempo presente, continuano a richiamare a tutti la verità dei primi capitoli della Genesi[2]:

«Qui c’è da ammettere e da aggiungere una cosa importante e innegabile: l’assurdo di Nietzsche o di altri sofisti simili a lui ha sommerso la cultura contemporanea, cosicché è diventato di moda rinnegare i doveri imposti dalla fraternità; ammesso questo si scoprirebbe che il gruppo che ancora afferma la fraternità è quello il cui libro sacro contiene il brano di Adamo ed Eva».

La bellezza della promessa matrimoniale ha a che fare con l’antica virtù dell’onore, intesa non come rigidità, bensì piuttosto come fedeltà anche nei momenti difficili. Anzi è proprio nei momenti bui che si vede cosa sia veramente l’amore[3]:

«Potrei essere frainteso se dicessi, per farla breve, che il matrimonio è una questione d’onore. Gli scettici sarebbero felici di darne conferma dicendo che il matrimonio è una guerra. E sarebbe così, se la intendessimo con noi stessi; ma il punto qui è che essa ha in sé il tocco dell’eroico, nel quale la virtù può essere tradotta con (il termine latino) virtus. Voglio dire che la lealtà in guerra è lealtà nella sconfitta e nella disgrazia; è dovuta alla bandiera proprio nel momento in cui essa è vicina a cadere. Abbiamo applicato questo alla bandiera della nazione; e la domanda è se sia saggio o stupido applicare lo stesso ragionamento alla bandiera della famiglia.

Certo è plausibile che non si debba applicare questo ragionamento a nessuna delle due bandiere; si potrebbe pensare che il malgoverno della nazione o della miseria del cittadino ci diano il diritto di disertare la bandiera e che questo sia un gesto ragionevole, non tradimento. Dirò solo che, se questo fosse realmente il limite della lealtà che dobbiamo alla nazione, qualcuno di noi avrebbe disertato il suo paese molto tempo fa».

La grandezza - e la delicatezza fragile - del matrimonio gli deriva dall’essere l’unica istituzione che si fonda sulla libertà dell’amore[4]:

«La più antica delle istituzioni umane possiede un’autorità che può facilmente essere confusa coll’irriducibile indomabilità dell’anarchia. Tra tutte le istituzioni essa nasce da un’attrazione spontanea: e si può affermare con esattezza, senza enfasi, che essa si fondi sull’amore e non sulla paura. Il tentativo di accostarla alle istituzioni coercitive che hanno poi complicato la storia più tarda ha portato a infinite illogicità in tempi moderni.

Essa è tanto unica quanto universale. Nessun’altra relazione sociale è lontanamente paragonabile alla reciproca attrazione dei sessi. Il mondo moderno è impazzito centinaia di volte per aver deliberatamente ignorato questa semplice realtà. L’idea della rivolta generale delle donne contro gli uomini è stata promossa con bandiere e cortei, come se fosse la rivolta dei vassalli contro i loro signori, dei negri contro i negrieri, dei polacchi contro i prussiani o degli irlandesi contro gli inglesi; in tutto il mondo, come se credessimo davvero al favoloso paese delle Amazzoni».

La verità del matrimonio è antica quanto il mondo. Nella diversità e nella comunione dell’uomo e della donna consiste l’irriducibile vitalità dell’esistenza delle nozze[5]:

«Ma non appena si cercò di toccare la verità di questa attrazione primordiale ogni paragone non poté che risultare comico. Un prussiano, così sulle prime, non credo possa sentirsi felice al pensiero di dover passare tutta la sua vita con un polacco. Un inglese non sente la sua casa vuota e fredda a meno che non venga un irlandese ad abitare con lui. [...] Un magnate delle ferrovie difficilmente scriverà poesie sull’affascinante personalità di un ferroviere.

Ogni ribellione perpetuata contro tutte le relazioni che non siano il matrimonio è ragionevole ed anche inevitabile, perché quelle relazioni all’origine si fondano sulla forza dell’interesse personale. E la forza può abolire ciò cui la forza può dare vita; l’interesse personale può rescindere un contratto quando è stato lo stesso interesse personale a dettarne i termini. Ma l’amore di un uomo e di una donna non è un’istituzione che possa essere abolita, o un contratto da potersi rescindere. È qualcosa più antico di tutte le istituzioni e di tutti i contratti; e che certamente sopravvivrà loro.

Tutte le altre rivolte sono reali, perché in esse esiste la possibilità che uno dei due termini della relazione possa essere distrutto, o almeno che i due termini possano dividersi. Puoi eliminare i capitalisti, ma non puoi liberarti del genere maschile. I prussiani potrebbero uscire dalla Polonia [...] ma l’uomo e la donna devono rimanere insieme, in un modo o nell’altro; e in qualche modo devono imparare a rapportarsi l’uno con l’altra. Sono verità molto semplici; e questo è il motivo per cui nessuno oggigiorno sembra farci attenzione».

Note al testo

[1] G.K. Chesterton, La superstizione del divorzio, San Paolo, Torino, 2011, pp. 11-14.

[2] G.K. Chesterton, La superstizione del divorzio, San Paolo, Torino, 2011, p. 16.

[3] G.K. Chesterton, La superstizione del divorzio, San Paolo, Torino, 2011, pp. 22-23.

[4] G.K. Chesterton, La superstizione del divorzio, San Paolo, Torino, 2011, pp. 63-64.

[5] G.K. Chesterton, La superstizione del divorzio, San Paolo, Torino, 2011, pp. 64-65.