Per non perdere Meredith (dalla rassegna stampa)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 28 /11 /2007 - 14:33 pm | Permalink | Homepage
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Gli Universitari di Comunione e Liberazione di Perugia hanno pubblicato un comunicato sull’omicidio della studentessa Meredith Kercher. Lo riprendiamo on-line sul nostro sito.


L’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher è stato un fatto che ha scosso senza dubbio molte persone. In Università capita di trovarsi in discussioni riguardanti quello che è accaduto la notte tra l’1 e il 2 novembre in via Sant’Antonio, così come nei quotidiani e nei TG nazionali ancora oggi continuano servizi e articoli sia sul caso che sulla situazione della città, dell’Università e degli studenti che la vivono.

In questo momento così confuso, soprattutto attraverso i mass-media, vengono proposte spiegazioni che esaltano aspetti parziali della vicenda e che stanno trasformando questa tragedia in un tormentone; il frivolo rischia di prendere il posto delle domande che il fatto pone ad ognuno, per cui verrebbe da fare silenzio. L’esigenza di andare al fondo della questione ci spinge comunque a evidenziare alcuni spunti che emergono da questo drammatico evento.

Che cosa è l’uomo? Al di là di risposte filosofiche possibili, ciò che è innegabile è che ognuno porta incancellabile in sé l’esigenza di essere felice, di essere compiuto; il nostro cuore cerca una soddisfazione totale, l’infinito. Ci dicono che siamo annoiati, che cerchiamo emozioni estreme, sempre più forti. Il problema è l’esperienza di significato delle cose e della vita: se questo manca o è attribuito a ciò che in realtà non soddisfa pienamente, tutto viene alterato, usato male. L’esito è una delusione che inevitabilmente sfocia nel cinismo o nella violenza.

Si parla dell’omicidio di Meredith, in fondo, come osservatori di un tragico spettacolo, quasi non ci riguardasse. Al massimo si prova sgomento e paura per sé e per le persone più care e si invoca una maggiore legalità per essere meno insicuri. Questo è comprensibile. Come è comprensibile che tutti noi pensiamo che mai potremmo compiere un atto del genere. Ma forse conviene guardare bene: se non troviamo risposta al “perché” vale la pena vivere è più facile che sbagliamo, che ci siano insopportabili la vita, gli errori nostri e degli altri; allora ci si rifugia in ciò che al momento emoziona e fa dimenticare il proprio dramma o nella breve tranquillità che un (necessario) ordine può darci. Siamo alla ricerca di un bene che non possiamo darci da soli.

Ancora oggi abbiamo bisogno di educazione, cioè di uomini (e, perché no, di una compagnia di uomini!) che introducano al senso delle cose, insegnino a stimare il reale, con una passione per la ricerca del vero. Il problema non è solo “stare bene” o “stare tranquilli”, ma capire che anche la fatica e il sacrificio hanno uno scopo più grande, servono. Anche la noia può servire: a rendersi conto che si è fatti per cercare, che non ci bastiamo da soli; né la cosa e la persona che abbiamo davanti bastano al nostro cuore. Non è solo una questione di valori, ma di usare la ragione imparando a seguire chi vediamo vivere in maniera desiderabile.

Varrebbe la pena non dimenticare che l’Università è nata per questo e che ancora oggi, in mezzo a tanta confusione, esistono docenti e studenti che provano a vivere questa responsabilità. Per questo stimiamo preziosa l’esperienza della Chiesa, come comunità cristiana guidata al destino. Anche nella Chiesa si sbaglia, ma non mancano mai richiami ed esempi di un giudizio vero sulla vita e la disponibilità a condividere il cammino umano, verificando che l’unica soddisfazione della sua sete infinita è una Presenza sperimentabile.

E per questo sentiamo come profondamente umana la preghiera della Liturgia del Lunedì Santo: “Guarda, Dio onnipotente, l’umanità sfinita per la sua debolezza mortale, e fa’ che riprenda vita per la passione del tuo unico Figlio”.