Chesterton spiega perché sia “assurdo” e “senza senso” non battezzare i propri figli o non portarli in parrocchia, per paura di influenzarli
Riprendiamo sul nostro sito un brano di G.K. Chesterton, tratto da “Una giovane idea”, ILN 28 febbraio 1928, in Giovani Idee. La felicità di pensare, Ares. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. le sezioni Cristianesimo e G.K. Chesterton, C.S. Lewis e J.R.R. Tolkien.
Il Centro culturale Gli scritti (22/9/2026)

Da G.K. Chesterton, Una giovane idea, ILN 28 febbraio 1928, in Giovani Idee. La felicità di pensare, Ares (non è stato possibile verificare l’esattezza della citazione)
Una giovane madre mi ha fatto questa osservazione: «Non voglio insegnare al mio bambino nessuna religione. Non voglio influenzarlo. Voglio che scelga lui per sé quando sarà cresciuto».
Questo è davvero un esempio comune di un ragionamento attuale che si sente ripetere spesso ma che finora non è stato mai realmente applicato. Senza alcun dubbio, la madre stava comunque influenzando il figlio, perché tanto valeva per quella mamma che dicesse con tono serafico: «Spero che sceglierà da sé i suoi amici quando sarà grande; per questo motivo non gli presenterò gli zii».
Insomma, in nessun caso la persona adulta può sfuggire alla responsabilità di influenzare il bambino, neppure se accettasse l'enorme responsabilità di non influenzarlo.
Una madre può crescere il suo bambino senza scegliere una religione per lui, ma non senza scegliere per lui un ambiente. Se lei sceglie di escludere la religione, sta scegliendo un ambiente, peraltro un ambiente tetro e innaturale come l'inferno.
La mamma può crescere il bambino da solo su un'isola deserta, in mezzo a un grande lago, per paura che il bambino possa essere condizionato dalle superstizioni e dalle tradizioni sociali.
Ma la madre sta scegliendo l'isola e il lago e la solitudine; ed è tanto responsabile di questa cosa quanto se avesse scelto la setta dei mennoniti o la teologia dei mormoni. È chiaro come il sole, per chiunque si fermi due minuti a pensare, che questa responsabilità nel determinare l'infanzia appartiene inevitabilmente alla relazione tra il bambino e l'adulto e viene molto prima di qualsiasi discorso sulla religione.
Ma le persone che ripetono questi frammenti di frasi davvero non si fermano due minuti a pensare. Non fanno alcun tentativo, concreto come un pezzo di pane, di collegare una frase del genere con un pensiero....
A questo punto ci potrebbero essere serenamente persone che si rifiutano di far crescere i bambini nella civiltà in cui sono nati. Perché se è vero che il bambino, una volta diventato grande, potrebbe preferire un altro credo, è ugualmente vero che potrebbe preferire un'altra civiltà. Potrebbe essere irritato dal fatto di essere cresciuto come uno svedese, e rimpiangere con dolore di non essere stato educato come un glasita.
Ma, allo stesso modo, potrebbe dispiacersi di essere stato istruito come un gentleman inglese e non come un selvaggio arabo del deserto.
Così, con l'assistenza di una solida educazione geografica, mentre osserva il mondo dalla Cina al Perù, quel bambino potrebbe provare invidia per la dignità profonda dei valori di Confucio o piangere sulle rovine della grande civiltà Inca.
Eppure, per forza di cose, qualcuno lo ha fatto crescere come qualcosa, e crescere un bambino come niente è forse la responsabilità più pesante di tutte.



