1/ Una provocazione di Christian Raimo: «A scuola e non solo abbiamo un problema che non viene mai nominato, le riunioni. Quelli che sono stati immaginati come spazi di democrazia, di riflessione, di cura oggi sono dei momenti di frustrazione, incomprensione, insofferenza. La domanda vera è sempre: come tagliare? e invece sembra sempre come distribuire. Il lavoro dell'insegnante è quello di un terminale di un processo brutale e bruto di austerity che viene delegato alla vittima stessa di quel processo senza senso. Il gioco democratico è ridotto alla sua parodia». 2/ Una risposta di Roberto Contu«L’identità stessa della scuola è proprio la sua natura collegiale. I dipartimenti possono, se si vuole e si fa veramente scuola, ancora diventare spazi di elaborazione culturale ed educativa. Falli all'università questi discorsi se sei capace»

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 25 /05 /2026 - 00:06 am | Permalink | Homepage
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N.B. de Gli scritti Il post di Raimo sembra fotografare molte delle discussioni assolutamente a-progettuali di tanti ambienti del mondo in cui viviamo. La risposta di Contu provoca a fare memoria dei risultati che si conseguono nonostante tutto e che sono frutto dell'amore alla propria professione e missione. 

1/ Una provocazione di Christian Raimo: «A scuola e non solo abbiamo un problema che non viene mai nominato, le riunioni. Quelli che sono stati immaginati come spazi di democrazia, di riflessione, di cura oggi sono dei momenti di frustrazione, incomprensione, insofferenza. La domanda vera è sempre: come tagliare? e invece sembra sempre come distribuire. Il lavoro dell'insegnante è quello di un terminale di un processo brutale e bruto di austerity che viene delegato alla vittima stessa di quel processo senza senso. Il gioco democratico è ridotto alla sua parodia»

Riprendiamo dal profilo Facebook di Christian Raimo un suo post pubblicato il 15/5/2026. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Educazione e Scuola e cultura.

Il Centro culturale Gli scritti (24/5/2026)

A scuola e non solo abbiamo un problema che non viene mai nominato, le riunioni. Quelli che sono stati immaginati come spazi di democrazia, di riflessione, di cura oggi sono dei momenti di frustrazione, incomprensione, insofferenza. Collegi docenti, consigli di dipartimento, consigli di classe, consigli di istituto, non importa se i dirigenti sono empatici o autoritari, preparati o cialtroni, non importa se i colleghi sono pieni di buona volontà o lavativi, nel migliore dei casi si potrà uscire da queste riunioni indenni e non devastati.

Ci sono diverse ragioni fondamentali di questa rovina: la prima è la strutturale assenza di fondi. Da quando insegno, 15 anni, ho visto aumentare la quantità di tempo in cui il punto all'ordine del giorno era - come impostare, come organizzare, ma il punto vero della discussione era - come tagliare. Come risparmiare rispetto a un diritto che sarebbe garantito dalla Costituzione, l'istruzione per tutti.

Le discussioni diventano spesso interminabili, laceranti, e anche personali, perché hanno un dettato impossibile. Come destinare soldi alla scuola che sono ferocemente insufficienti, decidendo a chi sì e a chi no. La condizione di insulto e ricatto è sempre questa. Hai tre euro e chi vuoi far cenare tra questi dieci bambini? Sarebbe una domanda da respingere giustamente al mittente.

E invece un po' per spirito di resistenza, un po' per un'inerziale abitudine al dibattito o all'arte di arrangiarsi, un po' per l'anestetizzazione per cui si è smesso di sentire l'ingiustizia organica di un sistema, invece di portare il conflitto verso l'esterno - verso governi che hanno devastato il diritto all'istruzione pubblica - si porta verso l'interno, e si decide che le ore per i corsi di recupero di matematica saranno quattro e quelle di italiano zero, con gli insegnanti di italiano giustamente ancora più offese, mentre ce ne vorrebbero mille di matematica e di italiano.

L'altro double bind maldestro che ormai non si riconosce più è quello per cui in queste riunioni si devono decidere i soldi integrativi per le persone coinvolte in queste riunioni. I soldi integrativi per gli insegnanti sono un palliativo insufficientissimo per stipendi che non sono adatti al lavoro che svolgiamo. Il tempo di queste riunioni è spesso destinato a decidere anche qui sulla carta su come distribuire questi fondi: diamo 50 o 30 o 0 euro l'anno ai coordinatori delle classi? diamo una diaria o no ai professori che accompagnano al viaggio d'istruzione? Quale di questi venticinque progetti pagati tre cocce di bruscolini scegliamo?

La domanda vera è sempre: come tagliare? e invece sembra sempre come distribuire. Chiunque impazzirebbe alla lunga. E infatti gli insegnanti impazziscono, soffrono per una ragione a cui non sanno dare nome. Cosa vuol dire passare cinque ore di riunione per decidere il manuale da adottare l'anno prossimo, impiccandosi per far rientrare la spesa per classe dentro i canoni che sono stati imposti? La domanda vera sarebbe: ci sono fondi massivi per i nuovi acquisti di libri per la biblioteca? Può essere ripristinata la app18? Possono essere dati contributi larghi, incentivanti, per l'acquisto dei libri alle famiglie? E invece il tempo che passiamo è a trovare un libro che costi tre euro in meno di un altro così da riuscire a stare nei conti.

Il lavoro dell'insegnante è quello di un terminale di un processo brutale e bruto di austerity che viene delegato alla vittima stessa di quel processo senza senso.

In queste riunioni non si parla mai di una scuola in espansione, di più soldi più ore più investimenti in didattica, ma sempre di come compensare senza morire un taglio spacciato da innovazione. La funzione strumentale dell'Invalsi, la funzione strumentale del Pcto, ruoli pagati tre caffé che avrebbero bisogno di uno stipendio pieno per rendere questo genere di attività sensate da un punto di vista didattico.

Chi ce la fa, sottrae tempo e energia alla propria vita privata, e a un certo punto scoppia e molla, e ovviamente si perde anche la competenza che ha maturato. Chi non ce la fa, fa questo lavoro nell'unico modo possibile: male, ossia senza alcuna intenzionalità educativa.

Occorre votare, verbalizzare, registrare, rispettare scadenze, schedulare. Mai riflettere, mai discutere nel merito o non su come sopravvivere a una procedura che non si è scelti.

Ogni settimana a un insegnante possono arrivare una cinquantina di comunicazioni da registro elettronico, che non c'entrano nulla con la programmazione didattica, ma sono sentite come interruzione e ostacolo da provare a superare con la scaltrezza di un supermario bros con le ginocchia senza menischi.

Il gioco democratico è ridotto alla sua parodia: l'anno prossimo trimestri o quadrimestri, iniziamo il calendario il 14 o il 15, mettiamo due o tre valutazioni a quadrimestre.

Il tempo per affrontare le urgenze della scuola - la riduzione drastica del tempo classe, le classi da trenta persone, la sofferenza mentale degli studenti, il rapporto complesso con territori per cui la scuola magari è l'unica istituzione, cosa vuol dire insegnare al tempo di un genocidio... - tutto questo non esiste se non in due minuti al bar tra un cambio dell'ora e l'altro.

Come impostiamo la didattica sulla questione ebraica quest'anno? Come parliamo di guerra con gli studenti ucraini che sono arrivati tre mesi fa? Come affrontiamo le richieste degli studenti che hanno deciso di intraprendere una transizione? Come aggrediamo le difficoltà di concentrazione? Come lavoriamo con gli studenti con l'autismo? Come ci occupiamo della formazione dei tirocinanti? Che idea abbiamo dell'impatto dell'intelligenza artificiale sulla professione docente? C'è un'infinità di domande che togliamo dal tavolo, che rimandiamo fino a ignorare, perché tutto il personale scolastico è surclassato da doveri di riparazione di una nave che ha falle ovunque e cerca di non affondare, e non ha mai tempo e non più intelligenza non solo per studiare la rotta ma per capire quale meta si sceglie.

2/ Una risposta di Roberto Contu«L’identità stessa della scuola è proprio la sua natura collegiale. I dipartimenti possono, se si vuole e si fa veramente scuola, ancora diventare spazi di elaborazione culturale ed educativa. Falli all'università questi discorsi se sei capace»

Riprendiamo dal profilo Facebook di Christian Raimo una risposta di Roberto Contu al suo post pubblicato il 15/5/2026. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Educazione e Scuola e cultura.

Il Centro culturale Gli scritti (24/5/2026)

Questo è un post sconfortante, che girerà parecchio con tanti “bello, bravo, bis”. A me invece pare poco e misero questo processo all’identità stessa della scuola, che è proprio la sua natura collegiale e che vive proprio nei collegi, nei dipartimenti, nei consigli.

Perché, senza farla troppo lunga: ma tu, concretamente, che fai per qualificare i tuoi spazi collegiali, nella tua scuola? Perché ti garantisco che i dipartimenti possono, se si vuole e si fa veramente scuola, ancora diventare spazi di elaborazione culturale ed educativa (e capita, certo che capita, se vuoi te lo racconto nel dettaglio), i consigli possono ancora essere luoghi dove si viene a capo di questioni educative complesse proprio perché si è insieme (e capita, certo che capita, se vuoi te lo racconto nel dettaglio), i collegi possono essere ancora presidi e difendere la scuola democratica (oppure parlare delle proteste e delle mozioni contro riforma dei tecnici, tutor vari, pnrr deve restare solo un gioco da trend topic del giorno? Anche questo, se vuoi, te lo racconto nel dettaglio).

Pensa, si possono qualificare anche su discorsi spinosi come i tetti di spesa dei libri di testo, una roba per te obbrobriosa come il documento del 15 maggio, che invece può essere una memoria di quello che è stato fatto insieme, e potrei continuare all’infinito. E pensa, si può anche qualificare la contrattazione RSU, gestire in modo democratico e politico i fondi di istituto, concertare e magari fare lotte interne anche con i ds per una gestione più equa delle risorse interne.

Tutte cose che la scuola, essendo collegiale e democratica (falli all'università questi discorsi se sei capace) può vivaddio ancora permettersi. A me piacerebbe molto sapere che fai tu, per qualificare i tuoi consigli di classe, il tuo dipartimento, il tuo collegio, nello spazio e nel tempo che la collettività ti affida. I tuoi, non quelli di cui continuiamo a ciarlare dentro questo ospizio social.

Perché, caro Christian, un post come questo è l’ennesimo modo per lasciare libero il campo, magari anche con la postura estetica della denuncia sociale, a chi dice, sì, in effetti meglio che decida uno e per tutti e in fretta e tutti contenti e felici.