Come avvenne che i primi cristiani ricorsero alle immagini, superando il divieto iconoclasta del decalogo ebraico? Breve nota di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 03 /06 /2026 - 22:11 pm | Permalink | Homepage
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Riprendiamo sul nostro sito una breve nota di Andrea Lonardo. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Arte paleocristiana e Roma e le sue basiliche.

Il Centro culturale Gli scritti (3/6/2026)

Non è attestato un dibattito sulle immagini nel cristianesimo primitivo: le fonti non ne conservano traccia. Non si ritrovano posizioni iconoclaste nei primissimi periodi del cristianesimo[1], bensì, non appena esistono, reperti cristiani essi appaiono con le loro immagini relativi, come nelle catacombe.

Come avvenne allora un superamento del comandamento “Non ti farai immagine” nella prima comunità cristiana?

Filacchione fornisce quella che è la risposta più semplice e corretta:  

«Perché, nonostante il divieto, i cristiani scelgono di adottare il linguaggio per immagini come veicolo sistematico del loro pensiero? La prima risposta è che nel mondo romano-ellenistico la tradizione figurativa era talmente sperimentata da essere diventata irrinunciabile, in qualche caso perfino per gli ebrei»[2].

Il rimando alla presenza di immagini nell’ebraismo del tempo è innanzitutto alla sinagoga di Dura Europos[3] - come si vedrà più avanti -, ma poi anche alle sinagoghe di età bizantina[4].

In un dialogo a voce ha utilizzato con noi il termine “nuotare”: i primi cristiani di origine pagana, greci e romani, “nuotavano” nelle immagini ed è stato per loro assolutamente naturale continuare a farlo.

L’archeologa fornisce una seconda motivazione complementare per motivare il “naturale” utilizzo delle immagini da parte della prima comunità cristiana:

«La seconda risposta è proprio nell’uso che si fa delle immagini: come argomenterà in più casi la chiesa d’Occidente c’è differenza fra adorare ed esortare attraverso exempla desunti dalle Scritture o dalle vite dei santi»[5].

Utro, curatore del Museo Pio-Cristiano dei Musei Vaticani, spiega, in maniera similare, che “i cristiani dei primi secoli trovarono naturale utilizzare alcune immagini già in uso nel mondo pagano, per veicolare attraverso di esse un contenuto nuovo”: 

«La raffigurazione di un pastore con un agnello sulle spalle, così come di scene con temi pastorali, era assai diffusa nell’arte antica, riferita ad una pluralità di temi positivi, fra i quali il più significativo appare quello della philanthropìa. I cristiani dei primi secoli trovarono naturale utilizzare queste immagini per veicolare attraverso di esse un contenuto nuovo: la Rivelazione, appunto, di Gesù quale Buon Pastore. Ciò mostra chiaramente come le immagini e il pensiero degli antichi non vennero disprezzati o rifiutati, ma colti nella loro potenzialità preparatoria della Rivelazione cristiana (i “semi del Verbo” che i primi scrittori cristiani, i Padri della Chiesa, riconobbero sparsi da Dio nel mondo antico). Ai cristiani spettava individuare tali semi e svelarli, in una libertà interpretativa che a noi oggi appare ammirevole. Il Pastore assunse allora – come nel più celebre degli esempi, vanto del Museo Pio Cristiano – il volto umano di Apollo, dio della bellezza e dell’eloquenza, eco delle parole del Salmista al futuro re d’Israele: “Tu sei il più bello di tutti gli uomini, incantevoli sono i tuoi discorsi; Dio ti ha benedetto per sempre!” (Salmo 45,3). Un’altra immagine fondamentale dell’iconografia paleocristiana, spesso affiancata a quella del Pastore, è quella dell’“orante”, figura femminile in veste panneggiata, con le mani allargate e alzate al cielo, anch’essa tratta del repertorio artistico pagano, in cui serviva personificare la pietà (pietas) verso gli dèi. Il Salmo 23 sembra quasi dare parola alla Pietà reinterpretata in senso cristiano e rivolta al vero Pastore»[6].

In effetti l’immagine del “buon pastore” già nella cultura pagana esprimeva l’idea di una provvidenza di una cura, che si intuiva le divinità dovessero avere per l’uomo: le parole di Gesù che si dichiara “pastore” permisero ai cristiani di sentire come proprie tale raffigurazione, avendo creduto che ciò era vero nel Cristo in maniera suprema.

Allo stesso modo l’orante esprimeva già nella cultura pagana il volgersi in alto, verso il cielo degli dèi, nel gesto della preghiera rivolta ad essi perché si prendano cura dell’uomo: con il cristianesimo quel levare le mani diventerà il gesto per eccellenza che accompagna il Padre nostro, rivolto a colui che ha cura di tutti i suoi figli.

I cristiani, insomma, fecero propria l’abitudine già pagana a illustrare con immagini: essa appare salda sin dagli inizi, nelle catacombe e poi in edifici come Dura Europos, alla metà del III secolo.

Proprio Dura, posta ai confini dell’impero, con la sua sinagoga, mostra come ciò valesse all’epoca addirittura per gli ebrei che non avevano allora remore a raffigurare le storie bibliche: gli affreschi della sinagoga di Dura Europos mostrano un utilizzo di immagini che va ben oltre quello simbolico altrimenti conosciuto – ad esempio l’utilizzo del candelabro –, poiché si tratta qui di immagini narrative.

Si potrebbe fare riferimento, per comprendere la cultura diffusa del tempo, di cui i primi cristiani fecero assolutamente parte, al concetto di “ellenismo perenne”, coniato dagli studi moderni a partire da Kitzinger[7]: di tale attitudine condivisa fa parte anche il fatto che, a partire dal IV secolo a.C., tutti si siano abituati a parlare per immagini.



[1] Già in un testo di Clemente Alessandrino (che visse tra la fine del II secolo e gli inizi del III, morendo nel 215), le immagini sono un dato scontato e la questione è solo che tipo di immagini utilizzare: «Quanto alle figure sul nostro sigillo, esse siano una colomba o un pesce o una nave spinta dal vento o una lira musicale, come quella che aveva Policrate, oppure un’ancora di nave come portava incisa Seleuco, o infine, se uno è pescatore, si ricorderà dell’apostolo e dei fanciulli salvati dalle acque. Ma non dobbiamo portare incisi i volti degli idoli, ai quali ci è stato vietato prestare attenzione, e neppure una spada e un arco, noi che perseguiamo la pace, né una coppa, noi che pratichiamo la sobrietà. Molti tra i debosciati portano addirittura incisi [sui loro anelli] i propri amanti o le concubine, quasi che non volessero avere neppure la possibilità di dimenticare mai le loro passioni erotiche, con questa costante rimembranza della loro lussuria» (Il Pedagogo III,59,1).

[2] P. Filacchione, Iconografia cristiana, in P. Filacchione – C. Papi (edd.), Archeologia cristiana. Coordinate storiche, geografiche e culturali (secoli I-V), Roma, LAS, 2015, p. 385.

[3] Su di essa, cfr. J. Gutmann (ed.), The Dura-Europos Synagogue: a Re-evaluation (1932-1992), Atlanta, Scholars Press, 1992.

[4] Cfr. sui mosaici anche figurativi nelle sinagoghe di età bizantina L.I. Levine, Ancient synagogues revealed, The Israel Exploration Society - Wayne State University Press, Detroit Michigan, 1982, cui sono da aggiungere certamente i recenti studi sulla sinagoga di Sepphoris, sui quali cfr. Z. Weiss – E. Netzer, Promise and Redemption: a Synagogue Mosaic from Sepphoris, Jerusalem, The Israel Museum, 1996.    

[5] P. Filacchione – C. Papi (edd.), Archeologia cristiana. Coordinate storiche, geografiche e culturali (secoli I-V), Roma, LAS, 2015, p. 385.

[6] U. Utro, Un itinerario nel Museo Pio-Cristiano, in AA VV, La Parola scolpita. La Bibbia alle origini dell’arte cristiana. Mostra settembre 2005 - gennaio 2006 presso i Musei Vaticani, Musei Vaticani - United Bible Societies-Alleanza Biblica Universale - Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani (a cura di), Società Biblica Britannica & Forestiera – Direzione dei Musei Vaticani, Ozzano dell’Emilia, 2005, p. 67. Cfr. anche P. Filacchione, L'orante cristiana tra simbologia e iconografia del reale, in “Salesianum”67 (2005) 157-169. 

[7] Cfr. su questo le riflessioni di E. Kitzinger, Alle origini dell'arte bizantina. Correnti stilistiche nel mondo mediterraneo dal III al VII secolo, Milano, Jaca Book, 2010.