San Sisoes l’eremita e il suo pianto dinanzi al corpo morto di Alessandro Magno. Un affresco alle Meteore (monastero di Varlaam), ma non solo. Breve nota di Andrea Lonardo
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Il Centro culturale Gli scritti (5/7/2026)

San Sisoes fu un monaco copto che visse nel monastero di Scete. Alla morte di sant’Antonio abate, nel 357 si ritirò sulla montagna di Sant’Antonio a causa dell’eccessivo numero di pellegrini che raggiungeva quel monastero. Morì a Clisma, sulle rive del Mar Rosso, intorno al 430.
Fra gli episodi più noti della sua vita è la sua meditazione dinanzi al corpo morto di Alessandro Magno, che è spesso raffigurato nelle icone e negli affreschi che lo raffigurano.
L’iscrizione che accompagna, ad esempio, l’affresco che lo ritrae nel Monastero di tutti i santi o di Varlaam alle Meteore[1], recita:
«Quando il grande asceta Sisoes vide il corpo morto insepolto di colui che era stato un tempo il glorioso Alessandro, re dei Greci, venne preso dal sentimento della transitorietà del mondo temporaneo e della sua gloria, e iniziò il suo lamento: “O Morte, nessuno può scamparti”»[2].
Anche san Sisoes è detto il Grande, così come Alessandro il Macedone è detto Magno.
È la storia vera di Alessandro ad essere divenuta leggenda e tutto il racconto della sua vicenda si è rivestito nei secoli di accenti che vanno dalla sua grandezza epica, al suo orgoglio come di uno che avrebbe cercato di raggiungere il cielo.
Nel piano di san Sisoes viene posta in evidenza la transitorietà dell’esistenza che Alessandro Magno sperimentò quando comprese di dover morire giovanissimo, pur avendo conquistato il mondo.
È già la Sacra Scrittura ad essere eco di tale leggenda quando, in 1 Mac 1,3-9, recita:
«[Alessandro il Macedone] arrivò sino ai confini della terra e raccolse le spoglie di molti popoli. La terra ammutolì davanti a lui; ma egli si esaltò e il suo cuore montò in superbia. Radunò forze ingenti e conquistò regioni, popoli e prìncipi, che divennero suoi tributari. Dopo questo cadde ammalato e comprese che stava per morire. Allora chiamò i suoi ufficiali più illustri, che erano stati educati con lui fin dalla giovinezza, e divise tra loro il suo regno mentre era ancora vivo. Alessandro dunque aveva regnato dodici anni quando morì. I suoi ufficiali assunsero il potere, ognuno nella sua regione; dopo la sua morte cinsero tutti il diadema e, dopo di loro, i loro figli per molti anni, moltiplicando i mali sulla terra».
Il testo insiste sulla superbia di Alessandro e sui mali che, dopo di lui – e, per l’autore, a causa di lui – si moltiplicarono nei suoi successori, ma anche sulla transitorietà del suo passaggio sulla terra che risalta dalle espressioni semplicissime e studiate:
«Cadde ammalato e comprese che stava per morire… aveva regnato dodici anni quando morì».
[1] L’affresco è dipinto sopra l’ingresso del muro ovest del nartece ed è stato dipinto dai fratelli Kontaridis di Tebe, il prete e sacellario Giorgio, insieme a Fragos, nel 1565, mentre gli affreschi del Katholikon sono immediatamente precedenti, del 1548, dipinti da Fragos Katelanos, sempre di Tebe (cfr. D.K. Agoritsas, Meteora. The Holy Monasteries as a Place of Pilgrimage, The Holy Monastery of all Saints (Varlaam), Agios Dimitrios, Militos - High Books, 2025, pp. 51- 69.
[2] Nostra traduzione da D.K. Agoritsas, Meteora. The Holy Monasteries as a Place of Pilgrimage, The Holy Monastery of all Saints (Varlaam), Agios Dimitrios, Militos - High Books, 2025, p. 68.



