La scomunica, cosa buona e giusta: i lefebvriani e Leone XIV. Breve nota di Andrea Lonardo
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Il Centro culturale Gli scritti (12/7/2026)

Un evento come quello dell’ordinazione di quattro vescovi contro la volontà del papa mostra quanto sia sapiente l’istituzione della scomunica.
Dinanzi a un tale superbo rifiuto della richiesta del pontefice Leone XIV di astenersi da quell’atto anche gli apparenti sostenitori dell’idea che ognuno debba essere lasciato libero di fare ciò che vuole plaudono alla ferma posizione del papa che li dichiarava scomunicati.
La scomunica, infatti, non è un atto arbitrario del papa che possa dichiarare a proprio piacimento ciò che vuole, bensì è l’oggettiva risposta a persone che agiscono in maniera protestante contro la vera fede e, quindi, contro la Chiesa.
Nella tradizione iconografica Pietro è sempre raffigurato con due – e solo due – chiavi. Se ne ha tante è un povero parroco e non san Pietro o un suo successore.
Una di esse apre e una chiude. Una apre, cioè dichiara la vera fede, l’altra chiude cioè esclude una possibilità dalla vera fede. Ma anche, in conseguenza, una apre, cioè perdona, l’altra chiude, cioè dichiara la scomunica.
In questo caso è la chiave che chiude ad essere stata utilizzata dal pontefice.
Leone XIV ha saggiamente decretato che chi ritiene che il Concilio Vaticano II sia contro Cristo è in grave errore.
La scomunica lo dichiara apertamente, grazie a Dio.
Paradossalmente, i lefebvriani ricordano a tutti il valore della scomunica, attestando per tutti cosa sia la grave pena in cui incorre chi nega la Tradizione e opera da solo contro la Chiesa.
È per questo, fra l’altro, che le confessioni e i matrimoni dei vescovi scomunicati non saranno validi: non solo saranno illeciti, ma saranno – fatto ben più grave – non validi, cioè non avvenuti, poiché tale autorità di giurisdizione la si ha solo in comunione con il pontefice.



