L’insegnamento biblico come spazio di condivisione. Intervista a P. Paul Béré SJ, Decano della Facoltà Biblica, di Paolo Pegoraro. Rigore scientifico, dialogo interculturale e attenzione ai contesti di recezione della Scrittura diventano i cardini di una ricerca sempre più aperta al confronto tra culture, discipline e comunità, senza rinunciare alla solidità del metodo storico-critico

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 11 /08 /2026 - 15:49 pm | Permalink | Homepage
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Riprendiamo sul nostro sito alcuni passaggi dell’intervista di Paolo Pegoraro a P. Paul Béré SJ, Decano della Facoltà Biblica, pubblicata sul sito della Pontificia Università Gregoriana (https://www.unigre.it/en/la-gregoriana/66/teaching-the-bible-as-a-space-for-shared-learning/) – sulla pagina FB dello stesso Pegoraro la notizia è stata segnalata in data 20/7/2026. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Sacra Scrittura e Cristianesimo.

Il Centro culturale Gli scritti (11/8/2026)

«Il Biblico deve continuare a essere un centro di eccellenza accademica e un luogo capace di ascoltare le domande delle Chiese e delle società contemporanee. Il futuro richiederà una capacità sempre maggiore di coniugare rigore scientifico e dialogo interculturale». A parlare è P. Paul Béré, Decano della Facoltà Biblica del Pontificio Istituto Biblico. Che aggiunge: «La sfida non è abbandonare la tradizione scientifica dell’Istituto, ma ampliarla, aprendola a nuove prospettive e nuove sensibilità culturali. In un mondo sempre più frammentato, lo studio della Scrittura può ancora diventare uno spazio di incontro, discernimento e costruzione della comunione. Lo studio della Bibbia nel suo contesto storico consente di dare profondità alle domande umane».

Gesuita originario del Burkina Faso, P. Béré è uno dei maggiori specialisti contemporanei nel campo dell’auralità e dell’ermeneutica biblica africana. La sua ricerca – che coniuga rigore esegetico, attenzione ai contesti culturali e dialogo interdisciplinare, con una particolare sensibilità per il rapporto tra Scrittura, comunità e vita concreta dei popoli – è stata onorata con il Premio Ratzinger 2019.

La Facoltà Biblica da lui guidata forma esegeti, docenti e ricercatori provenienti da tutto il mondo, distinguendosi per l’approfondimento delle lingue bibliche, il lavoro sulle fonti e il dialogo tra ricerca accademica, vita ecclesiale e culture contemporanee. Con una media di circa 300 studenti, la Facoltà da lui guidata si distingue per l’elevato impegno nella ricerca specialistica: ben 90 studenti sono impegnati nel ciclo di dottorato.

La crescente presenza di studenti provenienti da tutti i continenti sta trasformando l'insegnamento biblico in un laboratorio di confronto tra culture, discipline ed esperienze ecclesiali differenti.

[…]

Ha accennato alla diversità culturale degli studenti. In che modo questa pluralità sta cambiando l’esegesi biblica?

«Profondamente. Per molto tempo l’esegesi scientifica ha avuto un’impostazione occidentale: fare ricerca significava chiudersi in biblioteca, spesso sordi alla voce dei popoli e delle comunità. Oggi dobbiamo pensare l’insegnamento come uno spazio di condivisione. Perché uno stesso brano può suscitare domande differenti a seconda del contesto dell’interprete. Uno studioso africano, asiatico o latinoamericano percepisce aspetti che magari uno studioso europeo o nordamericano non vede. Per questo motivo stiamo lavorando molto sul dialogo interdisciplinare e interculturale. Con il progetto NEXUS – Nurturing Exegetical Understanding of Scripture – cerchiamo di creare spazi nei quali, da un lato, esegeti, teologi, antropologi, filosofi e studiosi di altre discipline possano confrontarsi. L’esegesi non può più essere isolata dal resto delle scienze umane. Dall’altro, incontrarsi fuori dell’Europa o dell’America del nord ha il suo peso ermeneutico. Lo spazio non è neutro».

La sua riflessione sull’auralità è una prospettiva nuova e ancora poco conosciuta. Come è nata?

«L’idea è nata dalla mia esperienza culturale. Il mio popolo ascolta il testo molto più di quanto lo legga. E questo mi ha portato a riflettere sul fatto che anche il popolo della Bibbia (e nella Bibbia) e le prime comunità cristiane vivevano la Scrittura soprattutto attraverso l’ascolto liturgico, come peraltro continua ad avvenire nelle nostre celebrazioni.

Dall'auralità alla dimensione comunitaria della fede, una nuova prospettiva ermeneutica invita a leggere la Bibbia non solo come testo da studiare, ma come parola condivisa che genera dialogo e discernimento.

Da qui è nato il mio interesse per l’Aural Criticism. L’auralità non è solo un modo alternativo di ricevere un testo proclamato. Per me, è un concetto generativo che spiega la natura del testo biblico. Ed implica una diversa concezione dei destinatari impliciti: la comunità, la memoria, lo spazio, e l’esperienza religiosa. Un testo scritto per l’ascolto comunitario ha una logica differente rispetto a un testo destinato al lettore individuale. Un testo ascoltato insieme dovrebbe generare conversazioni nella comunità degli uditori. Questa prospettiva permette anche di riscoprire aspetti della Bibbia che talvolta la cultura moderna tende a trascurare, come la dimensione performativa della parola e il ruolo della memoria collettiva, diverso dalla storia “scientificamente” ricostruita».

In che modo l’auralità può contribuire oggi agli studi biblici?

«Ci aiuta a superare una visione troppo individualistica della lettura biblica. La Scrittura nasce all’interno di comunità e continua a vivere nelle comunità. L’auralità ricorda che il testo biblico non è soltanto un oggetto da analizzare, ma una parola proclamata, ascoltata, e condivisa. Se viene presa sul serio, l’auralità fa della Scrittura una scuola di formazione all’ascolto. Inoltre, molte culture contemporanee – non solo africane – conservano una forte dimensione orale. Comprendere l’aspetto dell’auralità può aiutare l’evangelizzazione e la recezione dell’esperienza della fede: fides ex auditu, dice Paolo ai Romani (Rm 10,17)».

Un altro tratto che lei sottolinea è il rapporto tra esegesi e vita concreta delle persone...

«Sì, perché la Bibbia non può limitarsi a un atto accademico. Naturalmente il rigore scientifico è indispensabile, ma l’interpretazione della Scrittura nasce sempre da domande umane concrete. In Africa, ad esempio, molte persone leggono la Bibbia cercando orientamento per affrontare problemi reali: conflitti, povertà, violenza, migrazioni, riconciliazione. La teologia africana non si accontenta di una ricerca storico-critica fine a se stessa; chiede in che modo il testo biblico in quanto Parola di Dio possa generare vita, perché lo stesso testo ha generato vita per le generazioni del passato. L’interesse per la storia esprime la fede nella fedeltà di Dio». 

Quale contributo specifico può offrire oggi l’Africa all’esegesi biblica?

«L’Africa può offrire anzitutto una forte sensibilità comunitaria, se pensiamo al suo patrimonio culturale che presuppone sempre la dimensione religiosa. Una categoria importante per me è quella dell’Ubuntu: l’idea che il noi genera l’io, non il contrario. E se l’io continua a nutrire il noi, ne trae beneficio perché nutre sé stesso. E qui, abbiamo il senso del prendersi cura degli altri e del bene comune. Perché la persona esiste attraverso la relazione con gli altri. Questa prospettiva può illuminare molti aspetti della Bibbia, poiché anch’essa nasce dentro una visione profondamente comunitaria dell’esistenza. Naturalmente non esiste “una” ermeneutica africana unica. Anche l’Africa è estremamente plurale. Inoltre, la dimensione comunitaria non è solo un dono dall’Africa agli altri. È pure importante per l’Africa stessa che deve fare i conti con la propria storia travagliata e i suoi traumi. Tuttavia credo che le Chiese africane possano aiutare la ricerca biblica a mantenere un rapporto vivo tra testo, comunità e vita».

Lei ha contribuito anche alla nascita della Pan-African Academy. Di che cosa si tratta?

«Ho contribuito, come uno dei membri fondatori, alla nascita dell’Académie Panafricaine des Sciences Sociales, Religieuses et Politiques [Academia Panafricana delle Scienze Sociali, Religiosi e Politiche], con sede a Dakar (Senegal). Raduna esperti da vari campi e, pur essendo di matrice cattolica, include non cattolici per lo studio e la promozione dei valori africani nel campo sociale, religioso e politico.

Un’altra iniziativa è quella del Sacred Texts Interpretation in Africa [Interpretazione dei testi sacri in Africa], con sede all’University of Ghana (Accra, Ghana) ma in collaborazione con il dipartimento di Bibbia dell’Istituto di Teologia dei Gesuiti in Abidjan (Costa d’Avorio). L’idea qui è stata di avere uno spazio di ricerca sui testi considerati sacri da cristiani, musulmani e adepti delle religioni tradizionali africane. Nel 2022, con i colleghi dell’Università e dell’Istituto, abbiamo organizzato una grande conferenza internazionale sull’interpretazione dei testi sacri. È stata un’esperienza molto significativa, perché ha mostrato quanto il tema dell’ermeneutica abbia implicazioni non solo religiose, ma anche sociali e politiche.

Quest’anno lavoreremo sul tema dell’inclusione e dell’esclusione nei testi sacri: vogliamo riflettere sul modo in cui le Scritture possono essere utilizzate sia per promuovere la pace sia per giustificare violenze e discriminazioni. Uno studio rigorosamente scientifico permette di non perdere di vista la finalità autentica di ogni testo sacro».

Quanto è importante oggi educare a una corretta interpretazione della Bibbia?

«È essenziale. La storia mostra che i testi sacri possono essere manipolati molto facilmente. La Bibbia è stata utilizzata e viene ancora oggi utilizzata per giustificare guerre, colonialismi, discriminazioni e violenze. Per questo l’ermeneutica non può limitarsi all’analisi del testo: deve interrogarsi anche sul lettore, sugli uditori e sul contesto interpretativo. Il criterio decisivo, per me, resta la persona di Cristo: tutta la violenza presente nella Bibbia deve essere riletta alla luce della croce. Solo così è possibile evitare interpretazioni ideologiche o fondamentaliste».