Il crescere della violenza - non solo nei maranza -, l’abbassarsi dei livelli di pubblica educazione, il dibattito sull’età dell’impunibilità sono questioni importanti, per gli italiani e anche per i migranti, di Giovanni Amico
Riprendiamo sul nostro sito una riflessione di Giovanni Amico. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Educazione e Educazione e scuola.
Il Centro culturale Gli scritti (11/8/2026)

Quando si parla di punibilità non si deve pensare subito a misure detentive, ma ben prima a quelle economiche – l’esperienza insegna che una multa salata è molto più efficace -, ma anche a esperienze di servizio sociale che vanno dalla pulizia delle strade o alla cura del verde pubblico o a servizi socialmente utili per persone svantaggiate.
Ciò che però è più importante è comprendere che una punibilità educativa ha soprattutto bisogno di un diverso contesto culturale e di un sostegno a tutte le famiglie e a tutte le persone impegnate in campo educativo – si pensi innanzitutto alla scuola e alle forze dell’ordine – per restituire dignità ad un’azione che miri a far crescere il rispetto per gli altri e per le cose di tutti.
Certamente una legge contribuisce a creare un tale rinnovato clima culturale – le leggi contribuiscono a creare opinione -, ma non è neanche lontanamente sufficiente.
In un contesto che è appunto totalmente diverso è esemplare il recente episodio che ha visto protagonisti in Thailandia dei ragazzi italiani che avevano a lungo alzato il tono di voce in metropolitana e poi, essendo stati redarguiti da una donna, l’hanno insultata: il fatto ha suscitato un tale clamore in quel paese che una protesta popolare ha obbligato l’Ambasciata Italiana ad intervenire, con le pubbliche scuse che i giovani hanno dovuto porgere alla persona presa a male parole con un video che è stato trasmesso nell’intera nazione – i giovani hanno dovuto pagare circa 30 dollari a testa e chi aveva fatto un gesto scurrile 60, oltre a tali pubbliche scuse che sono state rese in un posto di polizia.
Qui i video di tali scuse:
https://youtu.be/h2XH8B944g0?is=8OUlQ9HLmYDA9per
https://youtu.be/U8wL_91pTdw?is=PcuQ_AYa9NQXMqk4
Fino a qualche decennio fa, qualcosa di simile sarebbe stato abituale anche in Italia, perché sarebbero stati gli stessi genitori ad intervenire dinanzi ad un comportamento scorretto dei figli per costringerli a recarsi a domandare perdono – quando eravamo bambini, ciò avveniva anche solo se si citofonava per scherzo nelle case di sconosciuti.
Oggi chiunque avverte, tranne chi frequenta cerebralmente il politicamente corretto, che in Italia il livello di rispetto è sceso troppo in basso e che tale fatto rende più insicura la vita di tutti – e delle donne in particolare che sempre più hanno paura di uscire da sole, soprattutto alla sera.
Ma tale abbassamento della soglia minima del rispetto rovina anche le giovani generazioni che non maturano una capacità di attenzione educata a persone e cose e troppo spesso sono incentivate dal clima sociale generale alle piccole trasgressioni, ad una permissività insensata nel campo del bere, delle droghe leggere, ad un abuso della sessualità altrui non dovuta certamente a nessun patriarcato.
Ovviamente rende anche più difficile l’integrazione di stranieri che non respirano un clima che sia già di per sé esecratorio di comportamenti scorretti.
Tale grave problema esplode poi in peculiari fenomeni di grandi dimensioni, ma è presente come sottotraccia sempre più nei luoghi di vita comune.
Chi non conosce la maleducazione che si respira nelle scuole? Chi non conosce quella che si intravede nelle piazze, nei giardini pubblici, sulle spiagge? Chi non vede la violenza che improvvisamente esplode nel traffico stradale, nelle code, nel momento in cui si tratta di parcheggiare un’auto?
Chi non ne ha sentito parlare, poi, nelle discoteche o nei luoghi di ritrovo, ma talvolta finanche nei campi sportivi degli oratori ecclesiali?
Riguarda certamente ragazzi stranieri, ma senza alcuna differenza ragazzi italiani e, spesso, di buona famiglia.
Non bisogna avere alcuna remora a denunciare che riguarda certamente anche ragazzi non italiani – purtroppo il termine “maranza” che proviene probabilmente da “melanzana” ad indicare la carnagione più scura ricorda l’origine razzistica dell’espressione.
Solo per ricordare i casi più gravi verificatisi negli anni recenti non si può tacere dei casi cosiddetti di taharrush gamea, cioè di molestie sessuali pubbliche di massa contro donne verificatisi prima in Germania, a Colonia, e poi a Milano, passati al silenziatore dagli organi di stampa.
Cfr. su questo fenomeno
-1/ Le violenze di Capodanno a Milano uguali a quelle di Colonia. Nella città tedesca nel 2016 furono aggredite 662 donne in piazza Duomo: da allora leggi più dure, nuove tattiche di polizia e programmi di integrazione, di Elena Tebano 2/ Violenze a capodanno a Milano: "In piazza Duomo è stato Taharrush Jama’i". L’antropologa Maryan Ismail: ragazze isolate e accerchiate da tre gruppi stretti, tecnica esplosa nel 2011 in Egitto e appresa sul web, di Marianna Vazzana 3/ Violenze di Capodanno a Milano, il diario della notte di terrore: «In 50 ci hanno accerchiate strappandoci anche i vestiti», di Cesare Giuzzi e Giuseppe Guastella
-“Molestare la donna bianca”, l'ordine al branco diffuso online, di Andrea Tarquini.
Ma la sfrontatezza nel mancare di rispetto che giunge all’insulto come pratica abituale e alla provocazione e alla violenza è un fatto assolutamente condiviso da ragazzi italiani, anzi con una grande preminenza numerica di italiani.
La maleducazione non conosce ostacoli nazionali o di passaporto e i ragazzi italiani “brillano” in tale aspetto.
Dinanzi ai ragazzi stranieri sarebbero certamente utili azioni giuridiche di imputabilità che avessero conseguenze in vista dell’impedimento di una permanenza nel Paese, mentre, purtroppo, tale misura non si può prendere dinanzi a giovani italiani, cui bisogna piuttosto comminare multe e servizi sociali.
Il problema però non migliorerà certamente con la sola imputabilità, perché si tratta piuttosto di un’intera società che è chiamata a restituire onore ad atteggiamenti di vero rispetto.
È tutta intera una società che si è abituata a squalificare il rispetto degli impegni presi, della parola data, del rispetto di persone e cose, del lavoro fatto a regola d’arte: è certamente uno degli effetti dell’onda lunga del permissivismo e del relativismo che tutti ha contagiato non solo sulle grandi questioni, ma ancor più nel vivere quotidiano.
Chi ha cavalcato l’onda di un libertarismo a tutto campo si trova ora dinanzi agli esiti disastrosi di tale deriva, aggravata dall’enfatizzazione dei comportamenti contro il bene e la persona compiuta dagli stessi ragazzi tramite i social.
Qui di seguito una serie di riflessioni che intendono precisare quale siano i “paradigmi” o “modelli” che sono oggi da superare in chiave educativa e pedagogica:
-Rispetto a che cosa dobbiamo innovare? Rispetto a che cosa dobbiamo attuare una conversione pastorale?, di Giovanni Amico
-La crisi della cultura laica (i classici, il padre e il sesso) ed alcune prospettive per venir fuori dall’impasse, di Andrea Lonardo
-Nell'età dell'"orfananza". Un contributo per il Sinodo dei vescovi sui giovani, di Andrea Lonardo
-[Gli errori commessi dalla pedagogia negli ultimi decenni e il nuovo slancio che si respira invece nell’aria oggi.] Con gli occhi di Marcellino. L’introduzione di Andrea Lonardo alla mostra sul film Marcellino pane e vino presentata al meeting di Rimini 2017
-Il “metodo” ha un contenuto. Su Edgar Morin, la sua pretesa palingenetica, le “teste ben fatte” e le teste almeno mezze “piene”, di Andrea Lonardo
-Zygmunt Bauman è superato da un pezzo: la situazione non è liquida, è gassosa. Breve nota di Andrea Lonardo
-Di una recente relazione di Armando Matteo e dei nodi che bypassa allegramente. Breve nota di Giovanni Amico
Sono certamente evidenti anche tanti segni di una presa di coscienza di questo. Tanti bravissimi genitori, nonni, dirigenti scolastici, insegnanti, educatori, preti, catechisti stanno, nel loro piccolo, lavorando ad invertire la tendenza, presentandosi con grande competenza e passione nel loro campo, e con una conseguente autorevolezza, si misurano ogni giorno sul campo con lo sbeffeggiamento delle bande e dei maranza.
Anche tanti autori e pedagogisti, dopo aver distrutto in passato l’educazione autoritaria della prima metà del Novecento, consapevoli degli errori commessi, hanno iniziato a criticare finalmente anche quella diametralmente opposta, il lassismo della seconda metà del secolo, da cui derivano tali effetti.
Ma i grandi maestri della pedagogia esitano ancora e c’è chi preferisce scagliarsi ancora contro un passato che non esiste più, e cioè contro le impostazioni degli anni Cinquanta, piuttosto che contro i maestri che hanno dominato l’educazione dagli anni Sessanta ad oggi e di cui ben si vede l’effetto nella mentalità degli adulti e dei giovani del presente.
Si tratta, allora, mentre non si deve trascurare di trovare modi di imputabilità efficaci e non solo declamatori, di riscoprire la dignità e la gioia dell’essere rivolti al bene, all’impegno, ad una amicizia che non sia coprirsi nel male, ma stimolarsi alla crescita, mostrando soprattutto come questo produca gioia e anzi beatitudine, perché, come insegnava già Epicuro, non c’è felicità senza virtù.
Sul concetto di piacere in Epicuro che implica la virtù, cfr. https://www.gliscritti.it/antologia/entry/52
Una cosa ancora è fondamentale: l’ironia contro i maranza e tutti i “male” educati, gli educati al male. Serve una nuova ironia capace di prendere in giro chi crede di prendere in giro l’intera società. La presa in giro è capace di rovesciare i clichés, serve chi sia capace di mostrare come siano conformisti i maranza.
D’altro canto, è certamente deleterio lo stigmatizzare, quasi fosse simbolo di un sistema, ogni caso in cui una delle autorità deputate a mantenere l’ordine – dalla scuola alle forze di polizia – esagera nel reprimere, talvolta fino a provocare tragedie.
Se un carabiniere o un poliziotto arriva a ferire mortalmente qualcuno, deve certamente pagare e gravemente se ha una colpa reale nel fatto, ma il suo pesante errore non deve essere elevato a sistema, anzi si deve costantemente riaffermare la stima cui hanno diritto le autorità costituite.
Il permanere di ideologie sessantottine nella mentalità di taluni intellettuali e giornalisti – oltre che di uomini politici – è evidente ogni qual volta avviene un fatto di cronaca che vede negativamente implicato un poliziotto e subito tale evento viene allargato a sostenere l’esistenza di un presunto “stato di polizia”, a stigmatizzare una presunta invadenza delle forze dell’ordine, a denunciare presunti continui abusi d’autorità, quando è invece evidente, come si è fin qui detto, che il problema oggi è esattamente l’inverso e precisamente quello dell’incapacità di arginare la violenza quotidiana diffusa ovunque per risollevare una qualità di vita rispettosa fra tutti i cittadini, a partire dal contrasto ad una violenza di chiunque, e anche giovanile, nelle strade di ogni città d’Italia.
Valga come esempio, al contrario, positivo la Lettera che segue, scritta da Maurizio Patricello dopo la tragica morte di un uomo a Bologna.
LETTERA APERTA AI CARABINIERI, POLIZIOTTI, FINANZIERI, VIGILI URBANI E VIGILI DEL FUOCO.
A voi viene chiesto tanto e perdonato poco. Questa notte non ho dormito. Pensavo a voi, ai vostri figli, alle vostre mamme, alle vostre mogli, ai vostri sogni. Pensavo agli uomini della mia scorta. Hanno un nome - Alessandro, Gianluca, Gennaro, Giancarlo -, una storia. Rischiano la loro vita per mettere al sicuro la mia. Vi vedo alle vostre feste. Commossi come il primo giorno quando l’inno in cui si ritrovano gli italiani inizia a suonare le prime note. Sugli attenti. Silenziosi. Rispettosi.
A volte vi prendo in giro. Un complimento del vostro capo vi emoziona. Un elogio del parroco, del vescovo, del prefetto, di un ministro, vi dona gioia. Poliziotti, carabinieri, guardia di finanza, vigili del fuoco. Come faremmo senza di voi? Soggetti a trasferimenti, turni massacranti, emergenze, stress, pericoli, tra gli stipendiati, siete tra quelli che guadagnano di meno e rischiano di più. Quando siamo nei guai, vi invochiamo, vi chiamiamo mille volte; se arrivate in ritardo vi ingiuriamo. Dovete difenderci. Siete pagati per questo. Noi siamo i vostri datori di lavoro.
Quando tutto va bene, quando riuscite a metterci in salvo senza problemi, vi ignoriamo. Poche volte abbiamo trovato il coraggio di applaudirvi. Per certi aspetti mi ricordate i preti. Strana vita la vostra. Chi vi conosce da vicino sa il desiderio di bene che vi consuma.
Coloro che scrivono le leggi o decidono se lasciare in libertà o mettere in gattabuia una persona hanno tanto tempo a disposizione per meglio studiare, meglio decidere, meglio confrontarsi, meglio ragionare. Una legge, una sentenza, arriva dopo anni, a mente serena. Voi, no. A voi non è concesso. Voi dovete essere pronti, efficaci, scattanti, forti, buoni, sorridenti. Vi chiamano? Correte. Che cosa troverete? Potete solo immaginarlo.
Come a tutti noi, anche a voi è chiaro che la vita di chiunque è sacra, va rispettata, difesa. Anche quella del delinquente che sta rapinando la banca, quella del prepotente che tiene sotto scacco un intero quartiere, quella del camorrista che vi punta la pistola, del buffone che non si ferma all’alt. Riportare a casa la pelle è vostro dovere. Lo dovete a voi stessi, alla donna che vi ama, ai figli che avete messo al mondo, ai genitori con il Rosario in mano.
Ma anche dovete assicurare alla giustizia il malvivente, possibilmente senza fargli male. Ma lui, l’uomo problematico, oppone resistenza. Quando un giudice condanna all’ergastolo una persona, chiunque sia, non lo fa mai a cuor leggero. Quando un poliziotto insegue un malvivente, volentieri ne farebbe a meno. Potremmo vivere tutti serenamente, ma siamo così stupidi da non riuscirci. La bramosia per il potere, il denaro ci ha accecato gli occhi.
Solo chi muore di fame è giustificato se porta via un pane. Gli altri, no. Io sto dalla vostra parte. Come tutti gli esseri umani non siete perfetti. Anche tra le vostre fila si sono insinuati dei disonesti. Con loro occorre essere severissimi. Sono i vostri primi nemici. Non è la divisa, davanti alla quale dobbiamo inchinarci, a fare problema, ma chi la indossa indegnamente. Accade così dappertutto: tra chi siede in parlamento, chi indossa la toga, il camice bianco, la fascia tricolore. Tra i preti.
Chi sbaglia, però, ha un nome e un cognome. Lui e non altri deve pagare per il crimine commesso. La legge è uguale per tutti. Quel giudice, quel prete, quel politico, quel poliziotto, quel padre, quella mamma, ha sbagliato. Puniamolo.
Ai vostri caduti, rendo onore. A voi, ovunque siete, invio un forte abbraccio. Vi sento amici. L’abuso di potere non è concesso a nessuno. Mai. A cominciare da me. Le immagini di Bologna questa notte mi hanno fatto male. Se qualcuno ha sbagliato, pagherà. Se non ha sbagliato deve essere elogiato. Per il fratello morto mentre dava in escandescenza, una preghiera al Dio del cielo e della terra.
Vietato, però, cavalcare questa ennesima tragedia. Per qualsiasi scopo. Dio vi benedica.
Maurizio Patriciello



