20.000 nuovi battezzati, adolescenti e giovani, in Francia. Una relazione di Marco Gallo sui nuovi catecumeni francesi, con una breve introduzione de Gli scritti

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 25 /10 /2026 - 17:44 pm | Permalink | Homepage
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Riprendiamo sul nostro sito la trascrizione, rivista dall’autore, di una relazione tenuta da don Marco Gallo al Convegno unitario diffuso delle diocesi di Torino e Susa Torino, il 14 marzo 2026 che abbiamo ripreso dal link https://www.diocesi.torino.it/wp-content/uploads/2026/01/GALLO_don_Marco_relazione_convegno_unitario_14-03-26.pdf. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Ecclesiologia e Teologia pastorale.

Il Centro culturale Gli scritti (25/10/2026)

1/ Una breve introduzione de Gli scritti

Marco Gallo è direttore dell'Istituto superiore di Liturgia (Isl), presso l’Institut catholique di Parigi. L’autore analizza la situazione dei nuovi catecumeni francesi anche in M. Gallo, Diventare cristiani nell’Europa secolarizzata. I giovani catecumeni in Francia, in “La Rivista del Clero Italiano”, 107 (2026), pp. 260-274. In tale articolo aggiunge ulteriori prospettive da tenere presenti per una attenta considerazione della questione.

Innanzitutto la storia di Francia e la sua storia religiosa “è fatta di rivoluzioni e regressioni sorprendenti” (p. 262).   

In secondo luogo che tale alto numero di nuovi battezzati è possibile proprio “perché la secolarizzazione è avanzata” (p. 263) e per questo tanti riscoprono la fede che era invece assente nei loro genitori e nonni: dove ci fosse una fede diffusa tale fenomeno non sarebbe possibile.  

La realtà di così tanti nuovi catecumeni è comunque “una realtà ecclesialmente significativa, ma demograficamente minoritaria” (p. 264).

Certo è che tale fenomeno si manifesta come “non previsto dalle letture sociologiche classiche e non riconducibile a strategie pastorali [… e] possiede una gratuità che lo rende teologicamente leggibile” (p. 264).

Nel 2025 sono stati “13.234 adulti e 8152 adolescenti” (p. 265) che hanno chiesto il Battesimo.

Da un punto di vista sociologico, si assiste ad un notevole ringiovanimento dell’età dei catecumeni: fra i 26 e i 40 anni sono il 40%, mentre gli adolescenti sono il 10% del totale (p. 266).  

Non tutti sembrano proseguire la frequenza alla liturgia dopo il battesimo, ma certamente molti sono invece attratti proprio dalla “densità simbolica rituale, con la sua struttura evidente di comunità non virtuali”, tipica della Chiesa cattolica con la sua liturgia.

“Fra i fattori esplicativi, va anche citato il rapporto delicato con l’Islam, spesso sottovalutato e certamente non ancora abbastanza studiato” (p. 269). Dinanzi alla visibilità dell’Islam è come se i nuovi catecumeni sentissero l’esigenza di una “appartenenza identitaria che il protestantesimo liberale e il cattolicesimo sociologico non offrono più” (p. 270).

Certamente non è comunque la parrocchia a intercettare tale desiderio di giungere alla fede, che nasce invece al di fuori di essa, ma essa è comunque colei che “riceve” poi tali richieste. Non è la struttura ecclesiastica che genera il primo annunzio, ma le relazioni umane che lo precedono e lo rendono credibile” (p. 272).

In conclusione – afferma Marco Gallo – “questi giovani catecumeni non chiedono alla Chiesa di stravolgersi, spostano [però] i discorsi ecclesiali da parlare di noi stessi a Dio. In fondo essi chiedono alla Chiesa di essere quello che sa di poter essere” (p. 274).

2/ [20.000 nuovi battezzati, adolescenti e giovani, in Francia]. Una relazione di Marco Gallo sui nuovi catecumeni francesi

Nella lettera del vescovo Roberto a un certo punto c'è l'espressione “Saremo noi gli ultimi cristiani?”. Questa espressione ci fa un po' paura e a volte c'è chi non vuole sentirla come una domanda vera.

Sì, come credenti sappiamo che il Signore mai lascerà mancare la sua forza, il suo aiuto. Ma questa parola -ci fa del bene, dobbiamo lasciar circolare nel profondo del cuore. Anche perché nella Bibbia ci sono dei re che non hanno accettato delle profezie dure, date proprio da uomini e donne mandate dal Signore. Per esempio, il profeta Geremia ha davanti a sé il re Sedecia che lo fa imprigionare perché il profeta annuncia che Gerusalemme non reggerà all’assedio dei babilonesi e Geremia finisce in prigione.

Ma al capitolo 32 di Geremia, ecco un'icona bellissima per la trasmissione della fede. Geremia riceve il cugino – e Dio lo ha preparato a questa proposta insolita per un uomo in carcere – che gli offre di comprare il suo terreno ad Anatot, nel suo villaggio lontano. Anche se fosse liberato, a causa dell’assedio il profeta non potrà mai beneficiare di questo acquisto, ma lo fa ugualmente: acquista un campo che potrà essere utilizzato e coltivato solo quando tornerà un tempo di pace, anche se Geremia è convinto che la pace prima prevederà un grande momento di sofferenza.

Il capitolo si conclude con tutta una descrizione meticolosa e fortissima, con dei notai che trascrivono e i due contratti che sono redatti vengono messi in un’anfora perché siano trasmessi ai figli e a coloro che verranno dopo la distruzione di Gerusalemme.

I profeti fanno così. Isaia cammina nudo per tre anni, Ezechiele deve cucinare sul letame, sullo sterco, perché non c’è più legno. E Osea è invitato da Dio a sposare una prostituta. I profeti fanno così: anticipano con delle azioni forti quanto il Signore prepara.

Questo tempo non è un tempo senza buone notizie e segni profetici. Io vi parlo da Parigi, mi trovo all’Institut Catholique e qui da alcuni mesi svolgo il servizio di direttore nell’Istituto di liturgia. Ma qui la Francia, e questo stupisce non solo l’esterno ma anche gli osservatori e gli studiosi francesi stessi, vede un fenomeno molto particolare: quello della conversione di tanti giovani.

Quest’anno 20.000 catecumeni riceveranno il battesimo. Questi 20.000 possono sembrare, e lo sono, un numero sorprendente. Ne avete sentito parlare, ne avete letto.

Tuttavia sicuramente non sono il segnale che la Francia sta tornando cattolica o cristiana, non è così. La secolarizzazione aumenta e in questa secolarizzazione tanti non fanno più battezzare i figli. I battesimi dei bambini crollano, i matrimoni ugualmente e la maggior parte delle donne e degli uomini francesi si dice non religiosa per nulla.

Però, con questa secolarizzazione che aumenta, la sorpresa di tante persone che bussano alle parrocchie per chiedere di diventare cattolici e ricevere il battesimo va proprio accolta così: come qualcosa che avrebbe anche potuto non esserci.

Chi sono questi giovani che chiedono il battesimo? Anzitutto è un fenomeno urbano delle grandi città: Parigi, Lione, Lille, non solo, ma principalmente nelle diocesi dei grandi agglomerati.

Sono giovani francesi, per la gran parte non stranieri, i cui genitori e i nonni avevano abbandonato la fede cristiana. Sono quindi di tradizione “esculturata”, cioè non hanno ricevuto alcun annuncio del catechismo, non hanno imparato a pregare. Eppure a un certo punto sentono la necessità di bussare alla porta della chiesa.

Quando li si ascolta le sorprese continuano. Per esempio si scopre che nessuna delle attività pastorali delle parrocchie li ha raggiunti. Sono arrivati forse tramite il web, ma che comunque non risulta affato decisivo.

Si mettono in cammino soprattutto perché, come la sociologia comincia a evidenziare, alla fine la secolarizzazione sfinisce.

Dicono: “Io la vita dei miei nonni e dei miei genitori non voglio farla come loro.” È normale che un adolescente o un giovane voglia essere diverso, ma qui il “diverso” coincide con la ricerca di senso e il cristianesimo offre dei simboli per questa ricerca della trascendenza e del sacro.

Tra i momenti che li hanno fatti pensare ci sono anche gli edifici sacri, trovati vuoti e aperti. I catecumeni dicono: una chiesa vuota non è mai vuota e dentro si trova Qualcuno, a volte anche qualcuno disposto a ascoltare.

[1/ Una trasmissione della fede per via orizzontale, tramite i loro pari]

E poi soprattutto questo è il dato che vorrei offrire alla vostra riflessione: la trasmissione della fede per queste persone non è avvenuta dal nulla. Certo, è lo Spirito che fa sorgere queste domande, ma grazie ai loro pari.

Mi sembra un dato che non sempre è visto. Noi immaginiamo la trasmissione della fede come i genitori e i nonni che educano i bambini o i giovani, i catechisti, il prete che educa i suoi ragazzi in forma verticale.

Qui invece sembra realizzarsi quello che già Don Bosco percepiva: è importante un oratorio, certo con una figura adulta, però sono fondamentali le compagnie, i coetanei. Sono gli amici che accompagnano i loro amici in chiesa: “Vieni, ho trovato una cosa molto interessante. Vieni a provare.”

Il mercoledì delle Ceneri, alcuni giorni fa, abbiamo celebrato la sera nella parrocchia di Saint Germain-des Prés: sembrava la messa di mezzanotte di Natale.

Ci siamo accorti che circa un terzo dei presenti, molto giovani, non avevano mai partecipato a un rito cristiano. Si vedeva ed è stato molto impressionante.

Non sono venuti per una festa: sono venuti per le Ceneri, per la croce, per qualcosa di forte. Questo è un segno, quasi al modo del profeta Geremia, di compiere un atto di speranza.

Esiste un decadimento: ogni corpo decade, è naturale invecchiare e indebolirsi. Quello che non è naturale è deprimersi e arrabbiarsi. A questo possiamo resistere.

Questo evento, esterno alla condizione italiana — perché non si sta verificando da noi — può dirci delle cose interessanti.

La prima: se l’evangelizzazione, la trasmissione della fede avviene principalmente in modo orizzontale, io, pur preoccupato per i miei figli o per i più giovani, posso essere testimone per quelli della mia età, del mio ambiente, i miei colleghi. Siamo coinvolti in una trasmissione orizzontale.

[2/ Il ruolo fondamentale della liturgia]

L’altro aspetto è il ruolo fondamentale della liturgia. I riti interessano molto a questi nuovi cristiani, e in realtà credo che questo valga per tutti. La liturgia non è fatta per essere missionaria.

Non celebriamo perché così chi partecipa ai nostri riti si convertirà. Certo, questo a volte avviene, ma se celebriamo un’eucaristia, un matrimonio, un funerale o una preghiera per convincere qualcuno, direbbe Romano Guardini che abbiamo già adulterato la natura della preghiera cristiana.

La liturgia cristiana è un gioco gratuito, fatto per amore di Dio e dell’umanità, del mondo, e non per raggiungere un altro obiettivo.

Come in tante attività umane: io non vado a trovare una persona che amo perché così starà meglio o starò meglio io o perché la nostra relazione crescerà. Vado a stare con le persone che amo perché le amo.

Così è la liturgia. In un tempo in cui la secolarizzazione accelera, la liturgia è sicuramente uno dei luoghi ai quali prestare maggiore attenzione. Con un paradosso: è vero che dove si celebra male la gente fugge, e lo farei anch’io. Dove si canta con poca professionalità, non si prova, non si chiede ai musicisti di aiutarci, dove l’omelia non migliora con il tempo, dove il ritmo della celebrazione non tiene conto del fatto che viviamo in una società accelerata e che abbiamo bisogno di un tempo diverso, dove non c’è spazio per l’alterità… lì è evidente che le persone se ne vanno.

Ma non è vero il contrario: dove si celebra con cura le chiese non sono necessariamente piene. Questo conferma ciò che dice Romano Guardini: la liturgia è gratuita, non è fatta per vendere. Quando le cose sono fatte con poca cura le persone se ne accorgono.

Quando sono fatte con amore e con cura, il gratuito può non essere percepito subito, ma forma un’altra forma.

A cosa è valso tradurre e riformare tutti i riti della Chiesa cattolica — un lavoro storicamente inedito — se poi dentro queste celebrazioni non ritrovo la mia fonte? Era questa l’idea centrale del Concilio e della riforma liturgica: che la liturgia torni a essere un luogo in cui io, che ho peccato, trovi una parola che mi sproni a cambiare; in cui io, che mi sento stanco, trovi la sorgente della mia identità; in cui io, che mi sento solo, riconosca di essere davanti al Padre e quindi di avere dei fratelli.

Se la liturgia non è occasione per riprendere vita, non è la liturgia di Gesù.

Da questo evento francese possiamo imparare che la trasmissione della fede è principalmente orizzontale e che il sacro e la liturgia hanno i loro linguaggi.

Per questo credo che le nostre comunità possano prendersi un impegno. Lo dico anche in modo un po’ provocatorio: per iniziare un piccolo percorso di trasmissione della fede integrando la liturgia, è fondamentale che la comunità e i presbiteri rileggano insieme la lettera di Papa Francesco Desiderio desideravi. È breve, molto bella, si legge facilmente e parte da un’idea fortissima, molto accordata al nostro tempo, simile al gesto di Geremia. Non siamo davanti a una generazione di atei, ma a una generazione apatica rispetto al religioso, che si sente interessata ad altro, e noi possiamo cucinare un'ottima cena, ma se le persone non hanno appetito non servirà a nulla.

Dice Papa Francesco: qual è l'unico modo per guarire il desiderio di chi non ha più desiderio di Dio? Permettere loro di sentire di essere dentro l'amore del Padre. Ogni azione liturgica non è organizzata da noi, ma parte dal desiderio di Gesù: «Ho molto desiderato mangiare con voi questa cena».

Gesù lo ha detto ai dodici, ma lo ha detto anche a me e a te. Ogni volta che entri in chiesa è lui che ti ha chiamato.

Il Papa arrivava a dire che quando Dio creava l'acqua pensava già al tuo battesimo, perché Dio ti desidera. Allora la liturgia può diventare un cantiere dove la trasmissione della fede riprende dei codici che forse abbiamo reso un po' troppo tecnici e che, tutto sommato, non hanno toccato il cuore.

Lo abbiamo compreso: la questione non è vincere come nel marketing, la questione è piuttosto essere fedeli alla parola.

Noi non dobbiamo vincere, dobbiamo solo giocare con la squadra giusta, che è quella del Signore. Ed è qui la sfida. Le nostre liturgie sono il luogo, il momento in cui la precedenza, l'iniziativa, va lasciata a Lui.

Lo diciamo anche ai preti: troppo al centro, troppo al centro. Non era questo l'obiettivo della riforma liturgica, che il prete stesse fisicamente sempre al centro e che la sua personalità si imponesse sulla celebrazione. No, troppo al centro.

Al centro deve esserci un'azione così ben fatta che persino la personalità più forte riesca a lasciargli il primo posto.

Ma questo vale per tutti. Quando entro in una liturgia, se mi distraggo perché mi innervosisce qualcosa, in realtà non è il centro che viene verso di me. La sfida potrebbe essere proprio questa.

Allora proviamo, nelle nostre comunità, a immaginare di aver cura della trasmissione della fede dandoci un obiettivo concreto per questo tempo. Se diciamo: “Miglioreremo tutto”, sappiamo già che non succederà niente. Invece l'obiettivo potrebbe essere: leggiamo Desiderio desideravi.

Il parroco, per esempio, potrebbe scegliere di migliorare il modo in cui tiene il ritmo della celebrazione quest'anno, magari aiutato da qualcuno. Non vuol dire andare di corsa, ma dare il giusto respiro a tutti gli atteggiamenti della liturgia: ed è molto bello, è appassionante.

Oppure potrebbe decidere di migliorare l'omelia. Non tutta l'omelia, ma impegnarsi, per esempio, a curare molto bene l'inizio della predicazione, che è molto decisivo.

Anche il coro potrebbe scegliere un piccolo obiettivo: non può migliorare tutto, ma per esempio potrebbe curare molto di più la parte strumentale e lasciare che il linguaggio della musica — che è diverso dal canto ma gli è accordato — dica il mistero.

Potrei andare avanti con gli esempi, ma credo che ci siamo già compresi. Allora: saremo noi gli ultimi cristiani della nostra città? Il segno di Geremia 32 ci dice alcune cose che ho tentato di offrirvi. E soprattutto che dobbiamo gustare le buone notizie, e non mancano.

Lo Spirito è all'opera. In queste buone notizie possiamo sentire che ci sono date perché noi possiamo, un po' alla volta, rispondere al desiderio di Cristo. Grazie e buon cammino.